sabato, marzo 10, 2007

Il protocollo di Kyoto fa bene a chi non lo firma

di Fausto Carioti

La litania la conosciamo tutti. Dice che la temperatura terrestre sta cambiando a un ritmo che non ha precedenti, che i ghiacciai si sciolgono, che dalle nostre parti fa troppo caldo o troppo freddo (dipende dall’anno) o comunque che non ci sono più le mezze stagioni (questo vale sempre). E soprattutto sostiene che la colpa di tutto questo è dell’uomo, cioè dell’industrializzazione, del progresso, della modernità. Che quindi vanno resi “eco-compatibili”, cioè - detta come va detta - rallentati. Ce lo ripetono ogni giorno gli organismi internazionali, le associazioni non governative, i rapporti del Wwf e di Greenpeace, Alfonso Pecoraro Scanio e i telegiornali Rai e Mediaset. La soluzione, ci avvertono tutti, è il trattato di Kyoto, che impone agli Stati che vi aderiscono di tagliare le emissioni dei “gas serra” del 5% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2012. Chi non sottoscrive l’accordo, come il presidente americano George W. Bush, è un nemico dell’ambiente, cioè un colpevole di crimini contro l'umanità. Pochi, però, conoscono il prezzo da pagare per sottoporsi al diktat di Kyoto, che per l’Italia sarà più alto di quello di altri Paesi. Ancora meno sono quelli che sanno che la teoria alla base del trattato di Kyoto fa acqua da tutte le parti. Ma le élites del vecchio continente, la cui matrice politica oscilla tra il socialismo e la socialdemocrazia, hanno già deciso per tutti: il mantra ambientalista e politicamente corretto non può essere messo in discussione.

L’ultima conferma è arrivata ieri da Bruxelles, dove i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi dell’Unione hanno stabilito di elevare al 20% la quota di energia che, da qui al 2020, dovrà essere prodotta mediante fonti rinnovabili (idrica, geotermica, biomasse, eolica e solare). Oggi questa percentuale in Italia è pari al 16%, e il trend è in discesa: nel 1994 le rinnovabili garantivano il 21% della produzione elettrica italiana. Come ha ammesso Prodi, adesso «occorre riorganizzare tutto il sistema energetico italiano». L’ipocrisia verrebbe fuori per intero se, invece dell’energia “prodotta”, si considerasse quella “consumata” nel nostro Paese, cioè se si mettesse nel conto anche l’energia che compriamo dall’estero, quasi tutta importata da centrali nucleari situate a pochi chilometri dai nostri confini.

Il prezzo da pagare per esserci fatti legare le mani da Kyoto è alto per tutti i Paesi che hanno aderito al trattato, ma per l’Italia è ancora più pesante, non volendo il nostro Paese ricorrere all’energia nucleare, che consentirebbe di abbattere le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera senza penalizzare la produzione di energia e la crescita economica. Confindustria ha stimato il costo che ricadrà sulle sole imprese italiane: 500 milioni di euro l’anno per il periodo 2008-2012. Un prezzo che fatalmente le aziende scaricheranno sui consumatori e che avvantaggerà ancora di più i concorrenti di quei Paesi - come Stati Uniti, Cina e India - che si sono guardati bene dal siglare il trattato.

L’istituto Bruno Leoni ha pubblicato un rapporto dell’americano Global Insight, uno dei più prestigiosi centri di studi macroeconomici, che stima l’impatto sull’intera economia italiana, sempre nel quinquennio 2008-2012, in 2,1 punti di prodotto interno lordo, pari a 27 miliardi di euro l’anno: l’entità di una vera e propria stangata fiscale. L’aumento del prezzo dell’energia ridurrà infatti consumi e investimenti. Nello stesso periodo, ogni anno andranno perduti 221.000 posti di lavoro. L’effetto negativo proseguirà negli anni seguenti. Discorso analogo per il resto del mondo: lo studioso danese Bjørn Lomborg, ex membro di Greenpeace, ha calcolato che il costo dell’implementazione del trattato di Kyoto solo per gli Stati Uniti sarebbe più alto di quello necessario a garantire acqua potabile e fognature a tutti gli abitanti del mondo.

Il prezzo, dunque, è alto. Ma - si può obiettare - vale comunque la pena di essere pagato perché in ballo c’è il futuro del pianeta. E invece sono moltissime le prove che falsificano l’assunto alla base del trattato di Kyoto, e cioè che al centro delle variazioni climatiche ci sia l’intervento dell’uomo. Seimila anni fa la temperatura globale era in media due gradi più elevata di adesso. Da allora ha iniziato lentamente a scendere, anche se non in modo lineare. Nel primo secolo dopo Cristo in Britannia la temperatura era abbastanza alta da consentire ai romani di coltivare uva da vino, e quei vigneti erano ancora presenti nell’undicesimo secolo, quando i normanni conquistarono il Paese. Oggi simili coltivazioni sarebbero impossibili. Tra l’800 e il 1300 dopo Cristo la Terra conobbe la cosiddetta “estate medioevale”. Fu in questo periodo che la Groenlandia potè essere colonizzata. Secondo i climatologi della Harvard University, che ritengono il riscaldamento globale «un fenomeno ciclico», allora l’aumento della temperatura «fu di almeno un grado, più di oggi». Quindi seguì la «piccola era glaciale» che andò avanti fino al 1850, con temperature di 2,5-3 gradi più basse di quelle attuali.

Industrie e veicoli fuoristrada, dunque, non c’entrano: il riscaldamento e il raffreddamento del pianeta nell’arco di questi millenni debbono essere spiegati da altri fattori, e il principale indiziato è l’attività solare, che nulla ha a che vedere con l’attività dell’uomo. Del resto, le ultime immagini del telescopio Hubble mostrano che Marte sta attraversando un periodo caratterizzato da innalzamento della temperatura di superficie e violenti uragani. E il pianeta rosso, al momento, non ospita multinazionali inquinatrici.

Da tempo si dà per scontato che gli obiettivi di Kyoto non saranno raggiunti. Gli unici Paesi industrializzati che stanno riducendo davvero l’emissione dei gas serra sono la Germania e l’Inghilterra. Ma nel caso della Germania è dovuto al fatto che l’obiettivo da raggiungere, legato alle emissioni del 1990, era influenzato dalle imprese della Germania Est, a memoria d’uomo tra le più inquinanti (tecnologia comunista, primitiva per definizione), ovviamente rottamate dopo la riunificazione. E nell’Inghilterra il merito va attribuito alla signora Thatcher, che avviò la conversione del sistema energetico dal carbone, la cui estrazione era controllata dai sindacati, al gas naturale. L’Italia, che nel 2012 dovrebbe aver ridotto le emissioni di gas serra del 6,5% rispetto al 1990, sinora le ha aumentate del 13%. E altrove non va meglio. La verità è che le emissioni di anidride carbonica in Europa diminuiscono quando l’inverno è mite e aumentano quando le temperature scendono sotto la media. Possiamo dare sin d’ora per certo che nel 2006 l’Europa, pur senza fare nulla, ha ridotto l’emissione di gas serra.

I costosissimi sforzi dei Paesi industrializzati, che oggi sono responsabili di circa il 50% dell’anidride carbonica gettata nell’atmosfera, saranno più che compensati dall’aumento delle emissioni dei Paesi in via di sviluppo, i quali, anche se hanno siglato il trattato, non sono tenuti a rispettarlo. India e Cina, esentate dal protocollo in quanto non ancora industrializzate a sufficienza, non hanno alcuna voglia di tagliare le emissioni nel futuro prevedibile. E la Cina è la seconda “fabbrica” di gas serra del pianeta. Anche gli Stati Uniti non intendono ratificare il trattato di Kyoto, e in questo George W. Bush non fa che seguire l’esempio del suo predecessore, il democratico Bill Clinton. Come disse il premier inglese Tony Blair, «la verità brutale è che nessun Paese vorrà sacrificare la sua crescita economica per raggiungere simili obiettivi».

© Libero. Pubblicato il 10 marzo 2007.

Nota chiarificatrice. Un assiduo lettore di questo blog (grazie Alex) via mail mi fa notare che il post contiene due frasi in apparente contraddizione tra loro. Prima ho scritto infatti che Cina e India, assieme agli Stati Uniti, «si sono guardati bene dal siglare il trattato». Quindi riparlo di Cina e India inserendole tra quei Paesi in via di sviluppo che, «anche se hanno siglato il trattato, non sono tenuti a rispettarlo», essendo «esentate dal protocollo in quanto non ancora industrializzate a sufficienza». Dunque: lo hanno firmato oppore no? Il punto è che Cina e India si sono rifiutate di sottoporsi ai vincoli del trattato, ratificandolo nel 2002 solo a condizione che la parte fondamentale di esso, quella che impone la riduzione dei gas serra entro il 2012, non avesse per loro alcun effetto. Come scrive Wikipedia, «India and China, which have ratified the protocol, are not required to reduce carbon emissions under the present agreement despite their relatively large populations. (...) China, India, and other developing countries were exempt from the requirements of the Kyoto Protocol because they were not the main contributors to the greenhouse gas emissions during the industrialization period that is believed to be causing today's climate change». Insomma, lo hanno firmato, a patto che siano libere di fregarsene. Per questo, la stragrande maggioranza degli osservatori considera i due Paesi a tutti gli effetti fuori dal trattato di Kyoto. Tra questi, lo stesso ministro dell'Ambiente, il verde Alfonso Pecoraro Scanio, che in questa recentissima intervista all'Unità, rispondendo a precisa domanda del giornalista, inserisce Cina e India tra i Paesi che non hanno sottoscritto il trattato.

Letture a costo zero (a differenza del protocollo di Kyoto) consigliate per saperne di più:

"Book discussion on 'Unstoppable global warming: every 1500 years'", Hudson Institute.

"Il protocollo di Kyoto e oltre. I costi economici per l'Italia", ovvero il rapporto pubblicato dall'Istituto Bruno Leoni.

"L’economia e la politica del cambiamento climatico. Un appello alla ragione" di Nigel Lawson.

"Economia, cambiamenti del clima e salvezza del mondo", di David Henderson.

"Clima. Vogliamo far gli amerikani" di Carlo Stagnaro e Mario Sechi.

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