martedì, febbraio 28, 2006

La religione è più forte del comunismo. Anche in Cina

Sembra una di quelle vecchie barzellette che giravano ai tempi della Germania Est, con Erich Honecker che fa al suo vice: «Certo che se qui se ne vanno via tutti, presto rimarremo solo in due», e l'altro che gli risponde commosso: «Compagno presidente, sua moglie deve volerle davvero molto bene». Solo che stavolta la storia è ambientata in Cina. E non è una barzelletta. La racconta Asia News, riprendendola da Epoch Times: almeno 20 dei 60 milioni di membri del partito comunista cinese appartengono a qualche organizzazione religiosa e circa la metà partecipa regolarmente ai servizi religiosi. E' evidente che nel comunismo in salsa cinese c'è qualcosa che non va. Per la disperazione del presidente cinese Hu Jintao, che ha varato una campagna di comunicazione per la promozione dell'ateismo e minaccia l'espulsione dal partito per chi non si adegua, convinto - assolutamente a ragione - che le idee religiose «generano un cambiamento di mentalità dei quadri del partito e portano a un tracollo della loro fede nel partito comunista, acuiscono il declino dei principi del partito e affondano il partito e lo stato in ulteriori crisi politiche e sociali». Infatti le iscrizioni al partito stanno crollando.
Particolare importante: la libertà religiosa cresce più forte nel Sud del Paese, l'area più "globalizzata", laddove più è sviluppata la libertà di mercato. A ulteriore conferma che avere libero mercato senza rispetto dei diritti umani è possibile, ma rende il compito di chi deve mantenere l'ordine ogni giorno più difficile del precedente. La libertà non viaggia chiusa in compartimenti stagni, e i muri prima o poi crollano. Anche in Cina.

Papa Ratzinger e la tirannia dello status quo

Sandro Magister, che sull'argomento ne sa un po' più di me, scrive quello che i vaticanisti sinora hanno solo mormorato: che gli stretti collaboratori di Joseph Ratzinger sono inadeguati al loro ruolo e che un papa simile è visto come un'anomalia all'interno dello stesso Vaticano, dove Benedetto XVI deve fare i conti con i delusi che avrebbero visto volentieri al suo posto un teologo della liberazione. A dirla tutta, molti osservatori di Oltretevere si spingono a dire che i collaboratori del papa gli remano contro, sterilizzando puntualmente ogni sua iniziativa forte, pure nei confronti della questione arabo-israeliana e dei massacri compiuti dagli islamici sui cristiani. Anche se ciò che scrive Magister è un po' diverso, non appare incompatibile con queste voci. Anzi.
Di sicuro - e non è poco - sinora c'è che i timori della sinistra per l'avvento di un papa arroccato e ultraconservatore si sono rivelati infondati (leggere qui per ridere, specie alla voce "giovani generazioni"), al pari delle speranze di chi si attendeva dal nuovo pontefice gesti più forti di quelli del suo precedessore, all'altezza con il suo curriculum di teologo rigorosissimo. Ammesso che fosse sensato attenderla, sinora - almeno agli occhi del profano - non si è vista alcuna evoluzione o discontinuità significativa con il papato di Karol Wojtyla. Come se la regola che vuole la maschera indossata dagli uomini essere più importante del loro volto debba valere per tutti, anche per un papa di nome Joseph Ratzinger. Da mettere agli atti anche la perplessità del pontefice nei confronti di tanti uomini della sua curia, testimoniata dalle recenti nomine dei cardinali.
Basta l'ipotesi di un papa forte circondato da uomini deboli e magari riluttanti a spiegare questa sensazione di vittoria dello status quo, di una offensiva della Chiesa che sembrava essere nei fatti ma ancora non si è intravista e che forse è già lecito mettere in dubbio, visti i tempi lunghi per compierla e l'età di Ratzinger (classe 1927)? Probabilmente no, non basta, tanto che Magister si spinge a parlare apertamente dei possibili «limiti» di questo papa, di «un gap tra l’altezza della sua visione e le poche decisioni operative fin qui da lui attuate».
Riporto la parte più "drammatica" dell'interessantissimo bilancio stilato da Magister, che ovviamente invito a leggere integralmente, sui primi dieci mesi del pontificato di Ratzinger. Bilancio che comunque si conclude aperto all'ottimismo: le decisioni attese «verranno». Del resto, la pasta dell'uomo è assolutamente fuori discussione.

«È vero, Benedetto XVI raccoglie la fiducia e l’ascolto di grandi folle di fedeli. Il numero di quelli che assistono alle sue liturgie e alle sue predicazioni è più che raddoppiato rispetto a Giovanni Paolo II ed è alta l’attenzione con cui lo ascoltano.
Ma all’interno della curia vaticana egli è molto isolato.
La macchina della comunicazione, attorno al papa, è inefficiente e confusa. I suoi testi sono fiaccamente lanciati, tradotti tardi e male nelle varie lingue. Clamoroso, ad esempio, è stato l’oscuramento che ha nascosto il suo discorso del 22 dicembre alla curia romana: discorso di importanza capitale, dedicato in gran parte all’interpretazione del Concilio Vaticano II.
Il ritardo nella pubblicazione dell’enciclica “Deus Caritas Est” è emblematico di questa disfunzione generale. Benedetto XVI ne è consapevole. La prova è nel fatto che è lui stesso ad annunciare e spiegare i suoi testi maggiori, facendo lui quello che i suoi collaboratori non fanno. La presentazione ufficiale dell’enciclica fatta nella sala stampa della Santa Sede da tre alti dirigenti curiali – il cardinale Martino e gli arcivescovi Levada e Cordes – è stata di una banalità disarmante.
Si sa che in Vaticano e fuori c’è chi si oppone attivamente a questo papa. Un rivelatore di tale opposizione sono le voci diffuse sull’andamento del conclave. Tali voci intendono mostrare che l’elezione di Ratzinger a papa non è stata per niente plebiscitaria, che è stata in forse fino all’ultimo, che è stata indebitamente favorita dal suo essere decano dei cardinali, che è ipotecata dall’Opus Dei, che i tempi sono maturi per un papa nuovo preferibilmente latinoamericano e che, insomma, a questi suoi limiti congeniti Benedetto XVI dovrebbe sottomettersi.
Ma c’è anche una diversa ragione della solitudine di papa Benedetto. Ed è il basso livello di gran parte del ceto dirigente della Chiesa, in curia e fuori: un ceto che per suoi limiti intrinseci non è capace di essere all’altezza dell’impegnativo programma e della grande visione di questo papa.
E infine vi sono dei limiti – forse – legati alla persona stessa di papa Ratzinger. Pare esservi un gap tra l’altezza della sua visione e le poche decisioni operative fin qui da lui attuate.
Ma queste decisioni verranno. In fondo, dalla fumata bianca di quel 19 aprile sono passati appena dieci mesi».

"Che cosa insegna il papa teologo? Prima di tutto la verità", di Sandro Magister

Su A Conservative Mind:
"Ratzinger pessimista sull'evoluzione dell'Islam"
"Ratzinger e l'evoluzione dell'Islam, seconda puntata"

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venerdì, febbraio 24, 2006

"Institutions matter", terza puntata: la pazza idea di de Soto

Terza e ultima puntata della lezione che il sottoscritto ha tenuto lunedì 6 febbraio 2006 alla Scuola di Liberalismo di Roma, organizzata dalla Fondazione Einaudi. Argomento: i liberisti dinanzi alla globalizzazione e al problema della sua scarsa diffusione al di fuori dell'emisfero occidentale. La prima puntata è servita da introduzione, la seconda puntata è stata dedicata alle teorie dell'economista americano Douglass North, questa ha come protagonista l'economista peruviano Hernando de Soto e la sua "pazza idea". Stavolta la lettura è assai più breve delle precedenti. Il tono è il solito: discorsivo e divulgativo. Almeno spero.

Il secondo liberoscambista di cui parliamo oggi, l’economista peruviano Hernando de Soto, al momento non ha vinto alcun Nobel, ma ha il merito di partire dalle posizioni di North per passare “dalla protesta alla proposta”. Anche per lui, come per North, “institutions matter”. La cultura, però, per de Soto non c’entra nulla.
«La disparità di ricchezza tra l’Occidente e il resto del mondo è di gran lunga troppo grande perché si possa spiegare con la sola cultura. (…) Le città del terzo mondo e i Paesi ex comunisti formicolano di imprenditori. Non si può passeggiare in un mercato del Medio Oriente, visitare un villaggio dell’America Latina, salire su un taxi a Mosca senza che qualcuno ti offra di partecipare a un affare. Gli abitanti di questi Paesi possiedono talento, entusiasmo e una stupefacente abilità nell’estrarre profitto praticamente dal nulla».
Nel suo libro “Il mistero del capitale” de Soto sostiene che il motivo per cui il capitalismo è in crisi al di fuori dell’Occidente non è assolutamente il fallimento della globalizzazione, ma il fatto che nei Paesi poveri manchi il capitale da globalizzare. Sembra una ovvietà, ma non lo è. Perché i beni necessari per partecipare al gioco del mercato i poveri li possiedono. I poveri, dice de Soto, non sono il problema. «Sono la soluzione». Perché ciò che hanno rappresenta complessivamente una ricchezza potenziale enorme.
«Persino nei Paesi più poveri, i poveri risparmiano. Il valore del risparmio tra i poveri è, di fatto, immenso: quaranta volte tutto l’aiuto internazionale ricevuto a livello mondiale a partire dal 1945».
Il punto è che non riescono a trasformare questi beni in capitale, cioè in un mezzo di investimento. Perché mancano loro i “titoli di proprietà”. “Institutions matter”. Secondo de Soto, i poveri
«detengono queste (loro) risorse in una forma imperfetta: case edificate su terreni i cui diritti di proprietà non sono adeguatamente documentati, imprese non registrate con responsabilità mal definite, industrie localizzate dove finanziarie e investitori non possono vederle».
Pensiamo solamente a cosa vorrebbe dire per noi non poter dimostrare di possedere la casa nella quale viviamo. Implicherebbe, ad esempio, che non potremmo accendere alcuna ipoteca sulla nostra casa per procurarci il capitale necessario qualora volessimo creare un’impresa. Negli Stati Uniti la più importante fonte di fondi per la creazione di nuove imprese è l’ipoteca sulla casa dell’imprenditore, che riesce a trasformare i mattoni in capitale di rischio.
Secondo i calcoli di de Soto
«il valore totale dei beni immobili detenuti, ma non posseduti legalmente, dai poveri del terzo mondo e dei Paesi ex comunisti è almeno pari a 9,3 trilioni di dollari, (…) una somma quasi pari al valore totale di tutte le imprese quotate nelle principali Borse dei venti Paesi più sviluppati».
La differenza, quindi, la fanno le istituzioni, ovvero il sistema formale dei diritti di proprietà sugli immobili e sugli altri valori: in Occidente un simile sistema c’è, e questi titoli di proprietà consentono a chi vuole di convertire i mattoni in capitali. Nel terzo mondo no. E questo spiega come mai l’America Latina sinora, ogni volta che ha provato ad entrare nel circo della globalizzazione, ha fallito. Il problema non è il mercato, non è la cultura degli individui, non è la loro propensione al profitto, non è il loro essere protestanti o islamici. Il problema sono le istituzioni.
La buona notizia è che il Paesi del terzo mondo oggi si trovano nella stessa situazione in cui stavano gli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo:
«lo stesso acro di terra poteva appartenere a una persona che lo aveva ricevuto come parte di una grande concessione della Corona, a un’altra persona che pretendeva di averlo acquistato da una tribù indiana e a una terza persona che lo aveva accettato in luogo dello stipendio da un’amministrazione statale».
E il criterio migliore da usare per sancire formalmente i diritti di proprietà è, proprio come fatto negli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo, quello di “sanare” lo status quo, trasferendo nell’economia legale quei capitali nelle mani dei poveri che oggi stanno nella zona nera o grigia dell’economia, trasformando in titoli formali di proprietà quello che oggi è un semplice possesso, non documentato, dell’immobile e degli altri beni.

"Institutions matter": i liberisti e la globalizzazione (prima puntata)
"Institutions matter", seconda puntata: Douglass North

Post Scriptum. Il prossimo aggiornamento di questo blog è previsto non prima di lunedì sera. Sino ad allora, moderazione commenti attivata. Buon fine settimana a tutti.

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giovedì, febbraio 23, 2006

Per l'Occidente (con la "O" maiuscola)

Pubblico il testo dell'appello "Per l'Occidente, forza di civiltà", che vede primo tra i promotori il presidente del Senato, Marcello Pera. All'appello è dedicato un sito creato per l'occasione, entrato on line da poche ore: www.perloccidente.it. Chi condivide l'appello (qui il pdf), e intende mettere la propria firma per aderirvi, deve andare su questa pagina web. Chi vuole pubblicare sul proprio sito i banner dell'appello li trova qui.

Le ragioni del nostro impegno
L'Occidente è in crisi. Attaccato dall'esterno dal fondamentalismo e dal terrorismo islamico, non è capace di rispondere alla sfida. Minato dall'interno da una crisi morale e spirituale, non trova il coraggio per reagire. Ci sentiamo colpevoli del nostro benessere, proviamo vergogna delle nostre tradizioni, consideriamo il terrorismo come una reazione ai nostri errori. Il terrorismo, invece, è un'aggressione diretta alla nostra civiltà e all'umanità intera.
L'Europa è ferma. Continua a perdere natalità, competitività, unità di azione sulla scena internazionale. Nasconde e nega la propria identità e così fallisce nel tentativo di darsi una Costituzione legittimata dai cittadini. Determina una frattura con gli Stati Uniti e fa dell'antiamericanismo una bandiera.
Le nostre tradizioni sono messe in discussione. Il laicismo o il progressismo rinnegano i costumi millenari della nostra storia. Si sviliscono così i valori della vita, della persona, del matrimonio, della famiglia. Si predica l'uguale valore di tutte le culture. Si lascia senza guida e senza regola l'integrazione degli immigrati.
Come ha detto Benedetto XVI, oggi "l'Occidente non ama più se stesso". Per superare questa crisi abbiamo bisogno di più impegno e di più coraggio sui temi della nostra civiltà.
L'Occidente
Noi siamo impegnati a riaffermare il valore della civiltà occidentale come fonte di princìpi universali e irrinunciabili, contrastando, in nome di una comune tradizione storica e culturale, ogni tentativo di costruire un'Europa alternativa o contrapposta agli Stati Uniti.
L'Europa
Siamo impegnati a rifondare un nuovo europeismo che ritrovi nell'ispirazione dei padri fondatori dell'unità europea la sua vera identità e la forza di parlare al cuore dei suoi cittadini.
La sicurezza
Siamo impegnati a fronteggiare ovunque il terrorismo, considerandolo come un crimine contro l'umanità, a privarlo di ogni giustificazione o sostegno, a isolare tutte le organizzazioni che attentano alla vita dei civili, a contrastare ogni predicatore di odio. Siamo impegnati a fornire pieno sostegno ai soldati e alle forze dell'ordine che tutelano la nostra sicurezza, sul fronte interno così come all'estero.
L'integrazione
Siamo impegnati a promuovere l'integrazione degli immigrati in nome della condivisione dei valori e dei princìpi della nostra Costituzione, senza più accettare che il diritto delle comunità prevalga su quello degli individui che le compongono.
La vita
Siamo impegnati a sostenere il diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale; a considerare il nascituro come "qualcuno", titolare di diritti che devono essere bilanciati con altri, e mai come "qualcosa" facilmente sacrificabile per fini diversi.
La sussidiarietà
Siamo impegnati a sostenere il principio "tanta libertà quanta è possibile, tanto Stato quanto è necessario". Con ciò si esalta il primato cristiano e liberale della persona e dei corpi intermedi della società civile e si concepisce il potere politico come un aiuto e uno strumento per la libera iniziativa di individui, famiglie, associazioni, compagnie, volontariato.
La famiglia
Siamo impegnati ad affermare il valore della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio, da tenere protetta e distinta da qualsiasi altra forma di unione o legame.
La libertà
Siamo impegnati a diffondere la libertà e la democrazia quali valori universali validi ovunque, tanto in Occidente quanto in Oriente, a Nord come a Sud. Non è al prezzo della schiavitù di molti che possono vivere i privilegi di pochi.
La religione
Siamo impegnati a riconfermare la distinzione fra Stato e Chiesa, senza cedere al tentativo laicista di relegare la dimensione religiosa solamente nella sfera del privato.
L'educazione
Siamo impegnati a difendere e promuovere la libertà di educazione senza negare la funzione pubblica dell'istruzione. Intendiamo realizzare la piena equiparazione della scuola non statale con la scuola statale, applicando anche in questo campo il principio generale di sussidiarietà.
L'Italia
Siamo impegnati a rendere la nostra Patria ancora più autorevole. A esaltare i valori del conservatorismo liberale, affinché la crescita delle libertà pubbliche e individuali vada di pari passo con il mantenimento delle nostre tradizioni. Non può essere né libero né rispettato chi dimentica le proprie radici.

Per aderire all'appello.

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mercoledì, febbraio 22, 2006

I nuovi mostri

A proposito della condanna di David Irving: avendo scritto questo e questo, non posso non condividere integralmente questo. Ovviamente.

martedì, febbraio 21, 2006

Diritti umani, l'Onu prova a peggiorarsi

Il modo con cui le Nazioni Unite affrontano la questione "diritti umani" è una schifezza, e chi si è letto un paio di libri sull'argomento lo sa benissimo. Però si può fare di peggio, e all'Onu ci stanno provando. Cercando di rendere la Commissione per i diritti umani peggiore di quella che è adesso. Si tratta della commissione che ha prodotto il rapporto su Guantanamo in fretta e furia, mentre sta adottando tempi biblici per spiegare al mondo le modalità curiose ed originali con cui certi regimi islamici, tipo la Siria, pretendono di interpretare il rispetto delle libertà individuali. Il Wall Street Journal ha il pregio di non usare giri di parole, e scrive che «in verità l'unico scopo al quale serve la Commissione è deviare le critiche rivolte a chi veramente viola i diritti umani accumulando insulti contro gli Stati Uniti e contro Israele».
Insomma, persino Kofi Annan ha capito che c'è del marcio dalle sue parti, tanto che sta pensando di cancellare la Commissione, rimpiazzandola con un Consiglio per i diritti umani. Oltre al nome, in un primo tempo era previso che cambiassero il numero dei Paesi chiamati a partecipare all'organismo, nonché la maggioranza richiesta per esservi eletti, che doveva essere elevata a due terzi. Minore il numero dei partecipanti e più alto il quorum richiesto, minore sarebbe stato il numero delle dittature impresentabili che possono aspirare a ottenere il seggio (a proposito: oggi vi partecipano, tra gli altri, Sudan, Cuba, Arabia Saudita e Zimbawe). La solita commissione di saggi è stata incaricata di lavorarci sopra. Dopo mesi di lavoro, ecco la loro proposta: il Consiglio dovrà essere composto da 45 Stati, contro i 53 che compongono la Commissione attuale (otto in meno, sai che differenza), mentre il quorum di due terzi è già stato affondato, preferendogli la maggioranza semplice. Respinta anche la proposta di rendere ineleggibili gli Stati canaglia finiti sotto le sanzioni Onu del Capitolo VII. Non basta. La proposta delle Nazioni Unite prevede di distribuire i seggi non in base al rispetto dei diritti umani, ma a un semplice criterio geografico: 12 all'Africa, 13 all'Asia-Medio Oriente, 8 all'America Latina, 5 all'Europa orientale e 7 al gruppo "occidentale", che comprende, tra gli altri, Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Israele. Ciò vuol dire, come spiega il Wall Street Journal, che «ai due gruppi che contengono la maggior parte delle democrazie è riservata la quota minore di seggi. Per contrasto, nel 2005 solo 9 Paesi nell'intera Africa hanno avuto il rating di "free" dalla Freedom House. In Asia e Medio Oriente solo una dozzina di Paesi su 54 sono "free", e questo includendo Tuvalu, Palau, Nauru e Kiribati. In parole semplici, questo meccanismo non solo non esclude regimi abusivi dalla partecipazione al Consiglio, ma - al contrario - garantisce loro una presenza nel consiglio». La buona notizia è che gli Stati Uniti si oppongono.

Post scriptum. Quanto alla questione Guantanamo, qui la si pensa come Tony Blair: «E' un'anomalia che deve finire». Però si pensa anche che Blair abbia il diritto di dirlo perché non manca di denunciare le ben più gravi "anomalie" rappresentate dal dittatore Fidel Castro Ruz a Cuba e dal coatto Hugo Chavez in Venezuela. Si pensa infatti, qui, che non abbia alcun diritto di criticare il carcere di Guantanamo chi, vuoi per carenze intellettuali vuoi perché ha gli occhi foderati da un'ideologia criminale, insiste nel non vedere cose come queste.

"Sins of Commission - Human rights lose at the U.N. again", editoriale sul Wall Street Journal (registrazione - gratuita - obbligatoria).

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lunedì, febbraio 20, 2006

Il centrodestra e la sindrome del politicamente corretto

Ci sono più cose in cielo e in terra che nella maglietta di Roberto Calderoli. Ma il centrodestra questo non l'ha capito. E' succube culturalmente - il che fa rabbrividire, visto il livello "culturale" della sinistra italiana - e di conseguenza abbozza anche dal punto di vista politico. L'ennesima conferma giunge proprio dalla vicenda che ha visto le dimissioni del ministro leghista. Dal presidente del Consiglio agli editorialisti di alcuni quotidiani vicini alla maggioranza sino ai blogger "d'area" è tutto un biascicare scuse, un mostrarsi imbarazzati, un attribuire a Calderoli più o meno tutte le colpe della instabilità geopolitica del Medio Oriente. E' prevalsa, nel centrodestra, la stessa linea - falsa ma politicamente corretta - del delizioso salottino liberal di Repubblica e dell'Unità: la responsabilità dei morti di Bengasi e di tutti quelli che si stanno aggiungendo è del ministro leghista. Ma un simile teorema è bugiardo come una banconota da quindici euro, e chi nel centrodestra lo prende per buono certifica così la sua sudditanza. Perché il problema, anche se pochi sembrano avere la lucidità di capirlo e gli attributi per dirlo a microfoni accesi, non è Calderoli: sono gli islamici. Per quanto imbecille possa essere stato il gesto del ministro, esso può al massimo, con un grande sforzo della ragione, essere ritenuto condizione necessaria, ma di certo non sufficiente alle reazioni di migliaia di esaltati. Se simili macellerie oggi sono possibili solo in terra d'Islam, intanto, è questa stessa religione che va messa in cima alle cause degli eccidi. Così come un ruolo decisivo lo ha chi sta aizzando i fanatici per i propri scopi politici: o qualcuno crede davvero che nelle edicole dei Paesi islamici sia possibile trovare il "Jyllands-Posten", o che prima di cena il bravo musulmano si guardi la trasmissione di Clemente Mimun?
Quel che è peggio, tutti presi come sono a discutere anche loro della maglietta di Calderoli, della "impresentabilità" degli alleati leghisti e delle responsabilità che Berlusconi riveste nella scelta del guardaroba dei suoi ministri, i bravi centrodestrini politicamente corretti sono riusciti a perdere di vista il dato reale della vicenda. E cioè che in questi giorni masse di fanatici islamici hanno colto l'occasione per ricominciare con il loro sport preferito. La caccia al cristiano è ripresa in Nigeria e in Pakistan, e la situazione è tornata a farsi rovente in Turchia, candidata a entrare nell'Unione Europea (altro esempio di sudditanza politica dell'attuale maggioranza). Mentre la sedicente elite del centrodestra, quella che mette la libertà in cima ai propri valori e a parole disprezza ogni tirannia, non ha di meglio da fare che compiacere la sinistra battendosi il petto e scusandosi per avere un ministro che si diverte a stampare vignette satiriche (ripeto: vignette satiriche, non il testo integrale di Mein Kampf) sulla propria biancheria. Ministro che intanto si frega le mani, convinto - magari a ragione - di essere riuscito ad accattare qualche voto in più. Là scorre il sangue degli innocenti, e noi qui a parlare di magliette. Come se il terrorismo e il fanatismo degli estremisti islamici fossero iniziati con la t-shirt di Calderoli. Che pena.

Post scriptum. Incidentalmente, faccio notare che a Copenhagen sono scesi in piazza a migliaia in favore del dialogo tra le religioni. Posso non essere d'accordo con le loro priorità (a modesto avviso di chi scrive la prima battaglia da fare oggi, in Danimarca come in gran parte dell'Europa, riguarda la libertà d'espressione, e una simile manifestazione suona troppo come una presa di distanza dai vignettisti del "Jyllands-Posten" e dalle loro sacrosante libertà), ma è giusto, democratico e "normale" che abbiano manifestato. A tutt'oggi, non risulta che ci siano state manifestazioni analoghe, nel mondo musulmano, in difesa dei cristiani massacrati e contro i fanatici che li uccidono. Eppure mi pare di tutta evidenza che facciano più male all'Islam simili stragi compiute in nome di Allah che le magliette di Calderoli.

Sullo stesso argomento: "Ma quei morti non li ha fatti Calderoli"

"Institutions matter", seconda puntata: Douglass North

Seconda puntata della lezione che il sottoscritto ha tenuto lunedì 6 febbraio 2006 alla Scuola di Liberalismo di Roma, organizzata dalla Fondazione Einaudi. Argomento: il motivo per cui la globalizzazione stenta ad attecchire al di fuori del mondo occidentale, ed in particolare lascia ai margini gran parte dell'America Latina. La prima puntata è servita come introduzione. Questa è dedicata alle teorie dell'economista americano Douglass North, mentre la terza e ultima avrà come protagonista l'economista peruviano Hernando de Soto. Come già scritto, ho fatto di tutto per usare un linguaggio molto divulgativo. Il tutto è lungo assai.

di Fausto Carioti
Douglass North, americano, ha vinto il Nobel per l’Economia nel 1993. Il suo lavoro principale si intitola “Istituzioni, cambiamento istituzionale, evoluzione dell’economia” ed è ritenuto uno dei testi più influenti degli ultimi anni. Riprendendo il filone aperto da un altro Nobel per l’economia, Ronald Coase, North rivoluziona i canoni dell’economia classica, introducendo una nuova variabile, fondamentale, nella equazione degli scambi: i costi della transazione. North ci dice che lo scambio non avviene mai a costo zero. Al contrario: ogni transazione ha un costo, legato all’incertezza: incertezza su cosa sto comprando, incertezza sul fatto che chi me lo sta vendendo ne sia realmente il proprietario, incertezza che la mia controparte rispetterà tutti gli impegni che ha preso con me. E questo costo in una società complessa come quella capitalistica, basata sullo scambio impersonale, cioè tra due soggetti che non si conoscono, è più elevato che in passato, quando le forme di scambio erano più semplici ed avvenivano all’interno delle stesse comunità.
«Fare rispettare i contratti costa: in effetti è in genere costoso anche solo scoprire se un contratto non è stato rispettato, più costoso è misurarne la violazione, ancora più costoso arrestare il colpevole e imporgli una pena».
Quali sono questi costi di transazione? Sono i costi «dell’attività bancaria, assicurativa, finanziaria, di intermediazione all’ingrosso e al minuto; o, in termini di professioni, dei costi afferenti al lavoro dei giuristi, dei contabili ecc».
Quanto sono alti questi costi di transazione? Moltissimo, più di quanto intuitivamente si possa pensare. Lo stesso North nel 1986 scoprì che nell’economia statunitense il 45% del reddito nazionale veniva speso non come ragione di scambio, ma per rendere possibili e più sicure le transazioni. Un secolo prima, queste stesse attività rappresentavano il 25% del reddito nazionale. Questo vuol dire che i costi di transazione aumentano con il progredire del libero mercato.
Questi costi di transazione sono un freno alla divisione e alla specializzazione del lavoro, quindi – come visto – alla creazione di nuova ricchezza. In sostanza, dividere ulteriormente il lavoro vuol dire creare nuove controparti con cui stringere nuovi accordi, e per ognuno di questi accordi esiste il rischio che la controparte non rispetti gli impegni presi. Come dice North,
«la mancata specializzazione è una forma di assicurazione contro gli alti costi e le incertezze della transazione».
Ecco allora che entrano in gioco le istituzioni: esse hanno il compito di ridurre l’incertezza degli scambi, cioè di abbassarne i costi. Le istituzioni saranno tanto più efficienti, cioè tanto più efficaci nel produrre ricchezza, quanto più abbasseranno i costi di transazione e consentiranno la divisione del lavoro.
Cosa intende North per istituzioni? Intende tutti i vincoli formali (come le leggi) o informali (che, dice, sono «parte di un’eredità che si chiama cultura») concepiti dagli uomini per regolare l’interazione sociale. North, quindi, non inserisce le organizzazioni tra le istituzioni. Questo è un punto chiave del suo discorso. Le organizzazioni (come i partiti, il parlamento, un consiglio comunale, un’agenzia pubblica, un’impresa, i sindacati, la chiesa, le associazioni sportive, le scuole…) sono obbligate a muoversi all’interno del recinto fissato dalle istituzioni. Ma le stesse organizzazioni contribuiscono a cambiare le istituzioni. Insomma, c’è un “effetto feedback” tra le istituzioni e le organizzazioni. Tra poco vedremo quanto questo “effetto feedback” sia importante.
Le istituzioni, per North, si dividono in tre categorie, a seconda del tipo di scambio che riescono a garantire.
Il tipo di scambio più elementare è lo scambio personalizzato, tipico del commercio locale. Tutti conoscono tutti, manca una terza parte che faccia da garante degli scambi, perché non se ne sente la necessità. Il rischio è basso, e quindi sono bassi i costi di transazione, ma in compenso sono elevati i costi di trasformazione, perché la divisione e la specializzazione del lavoro avviene a livello elementare. Le economie che hanno un simile scambio sono piccole e hanno bassissima capacità di crescita.
Il secondo tipo di scambio, più evoluto, è lo scambio impersonale, ma ancora privo di una terza parte che garantisca l’applicazione dei contratti. In questo caso si cerca di tutelarsi da possibili inadempienze mediante legami di parentela, cauzioni o altri mezzi di tipo più o meno arrangiato.
Il terzo tipo di scambio, quello più evoluto, che garantisce la massima divisione e specializzazione del lavoro, è lo scambio impersonale garantito da un terzo che assicura il rispetto dei contratti.
La differenza tra i Paesi avanzati e i Paesi del terzo mondo è proprio nel grado di evoluzione degli scambi che le istituzioni permettono. Nei Paesi avanzati, le istituzioni riescono a garantire più o meno bene e a costi relativamente convenienti lo svolgimento dello scambio impersonale, e quindi la divisione e la specializzazione del lavoro. Nei Paesi del terzo mondo le istituzioni riescono a garantire solo forme di scambio più elementari, che consentono una divisione e specializzazione del lavoro elementare, e quindi la produzione di minore ricchezza.
«Nei Paesi sviluppati un sistema giudiziario efficace è composto da leggi ben fatte e da un insieme di operatori, quali avvocati, arbitri e mediatori; si ha inoltre fiducia che i risultati saranno determinati dal merito dei problemi e non da interessi privati».
«Invece, nei sistemi economici del terzo mondo, la garanzia di applicazione dei contratti è un fenomeno incerto non solo a causa dell’ambiguità del diritto, ma anche dell’incertezza relativa al comportamento degli agenti».
Venendo all’esempio classico, e cioè l’enorme differenza di sviluppo tra Stati Uniti e America Latina, North lo spiega così:
«la storia economica degli Stati Uniti è stata caratterizzata da un sistema di politica federale, da pesi e contrappesi istituzionali e da un sistema basilare di diritti di proprietà che hanno favorito nel lungo periodo l’attività di scambio necessaria alla creazione di un mercato di capitali e in generale alla crescita economica»,
mentre
«la storia economica dell’America Latina ha continuato sulla strada della tradizione centralistica e burocratica ereditata dall’esperienza spagnola e portoghese. Così John Coatsworth descrisse l’ambiente istituzionale messicano nel 1800: "La natura oppressiva, inquisitiva e arbitraria dell’ambiente istituzionale obbligò ogni impresa, urbana o rurale, a operare secondo una logica fortemente politicizzata, usando relazioni di parentela, influenza politica e prestigio familiare per ottenere accessi privilegiati al credito agevolato, per reclutare illegalmente forza lavoro, per accumulare debiti o fare applicare i contratti, per evadere le tasse o eludere il giudizio dei tribunali e per difendere o affermare titoli di proprietà sulle terre"».
Nei Paesi di cultura spagnola, in sostanza, le istituzioni danno vita a forme di scambio poco evolute ed efficienti, nelle quali «le relazioni personali sono ancora alla base di gran parte degli scambi in politica e in economia».
Discorso simile per il Nord Africa e il Medio Oriente, dove la forma di scambio più diffusa è quella tipica del suq, fatta di scambi impersonali ad alto rischio tra i clienti e piccolissimi imprenditori. Mancano norme capaci di garantire l’applicazione della legge e dei contratti. In assenza di queste norme, gli incentivi a modificare il sistema, a farlo evolvere verso forme di scambio capaci di produrre più ricchezza, sono inesistenti.
Ora, secondo un pensiero liberale che potrei definire “ingenuo”, che risente molto dell’impostazione darwinista, questo non dovrebbe accadere. Le istituzioni dovrebbero evolvere verso forme che consentano gli scambi ai costi più bassi possibile. Dovrebbero diventare sempre più efficienti, perché nel lungo periodo gli individui dovrebbero “scaricare” le istituzioni che frenano la produzione di ricchezza per sostituirle con istituzioni capaci di soddisfare meglio i loro bisogni. Cioè con istituzioni capaci di stimolare il libero scambio, il capitalismo, invece di frenarlo. Questo è avvenuto solo nei Paesi più ricchi del mondo. In quelli del terzo mondo, no.
La spiegazione di North è che ciò accade perché le istituzioni e le organizzazioni si influenzano a vicenda. Se è vero che le istituzioni efficienti nel lungo periodo dovrebbero rimpiazzare quelle inefficienti, è vero anche che pure le organizzazioni tendono a diventare più efficienti, e la loro efficienza si misura da come riescono a massimizzare la quota di rendite che entra in loro possesso. Una fetta più grande la si può avere in due modi. O contribuendo a produrre una torta più grande, ed è ciò che accade nei Paesi avanzati, nei quale l’interazione tra istituzioni e organizzazioni è virtuosa e le istituzioni sono focalizzate all’aumento della produttività. Oppure cercando di mettere le mani su una quota maggiore della stessa torta. Ed è quanto fanno le organizzazioni nei Paesi del terzo mondo, dove riescono a vivere mediante rendite parassitarie ottenute grazie a istituzioni che, invece di aumentare la produttività, si preoccupano quasi esclusivamente delle redistribuzione. Insomma, istituzioni e organizzazioni possono spingere in due direzioni diverse, e in certi contesti la ricerca di una maggiore efficienza da parte delle organizzazioni si rivela un freno alla crescita dell’efficienza delle istituzioni.
Le istituzioni che non funzionano non si cambiano facilmente. Sia perché le organizzazioni che ne traggono vantaggio hanno tutto l’interesse a difendere le istituzioni inefficienti, sia perché le istituzioni sono (anche) un prodotto della nostra cultura. E una cultura non è una cosa che si possa cambiare dall’oggi al domani.
Seconda puntata di tre. Continua.

"Institutions matter": i liberisti e la globalizzazione (prima parte)

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sabato, febbraio 18, 2006

Ma quei morti non li ha fatti Calderoli

di Fausto Carioti
In Arabia Saudita, in Pakistan e in grandissima parte del mondo islamico i governi fanno mettere in carcere i cristiani che praticano il loro culto. Questi governi - per la stragrande maggioranza sono dittature - continuano tranquillamente a fare affari con i Paesi cristiani, in primis il nostro, e hanno il loro seggio alle Nazioni Unite. Nessuno si sogna di dichiarare “impresentabili” i loro ministri, nessuno ne chiede le dimissioni, nessuno intende aprire una crisi diplomatica con i loro Stati perché umiliano e maltrattano in questo modo i cristiani. Le dimissioni sono state invece chieste ieri, innanzitutto da Silvio Berlusconi, per Roberto Calderoli, sanguigno ministro della Lega. Calderoli ha avuto la colpa di mostrarsi in televisione con addosso una maglietta raffigurante una delle vignette su Maometto che hanno infiammato la parte più retriva del mondo musulmano. Le stesse vignette che hanno portato ieri centinaia di manifestanti - aizzati da chi aveva interesse a scatenare i disordini - a protestare davanti al consolato italiano di Bengasi, in Libia. Ci sono stati morti, feriti, automobili bruciate. La colpa di tutto ciò, ovviamente, è stata attribuita, anche da Berlusconi, all'esponente del Carroccio (sbagliando, secondo quanto ha rivelato poi l’ambasciatore italiano in Libia).
Qualcosa non torna. Si chiede la testa - metaforicamente, almeno qui in Italia - del ministro leghista. Calderoli, inutile dirlo, si è dimostrato ancora una volta sopra le righe, ha cercato la provocazione anche quando tutti i segnali consigliavano un briciolo di cautela - l'irriverenza è una libertà che vignettisti e giornalisti debbono prendersi di diritto, ma dalla quale i ministri farebbero bene ad astenersi. La sinistra, però, ha provato a spacciare per vera la favola che i morti di ieri siano colpa di quella maglietta. Quei morti, invece, sono figli di una religione che - almeno così come interpretata da larga parte del mondo musulmano - è abituata a soffocare le critiche nel sangue e a concedere spazi limitatissimi alla libertà d’espressione. Ieri a Teheran, con la benedizione degli ayatollah, è stata bruciata in piazza una croce. Nessuno stamattina si sognerà di presentarsi davanti all’ambasciata iraniana di Roma a chiedere il conto. Chi vuole venderci l’Islam come una religione di tolleranza ci spieghi almeno perché, dinanzi alle manifestazioni cui assistiamo in questi giorni, tratta i fanatici che le mettono in atto come dei normali fedeli musulmani e considera un pazzo criminale chi si è limitato a indossare in video una maglietta politicamente poco felice.

© Libero. Pubblicato il 18 febbraio 2006.

Addendum. In seguito l'ambasciatore italiano in Libia, commentando le cause che hanno spinto i manifestanti, ha detto di non poter escludere «che altri fattori a noi vicini abbiano potuto influire».
Addendum 2. Probabili, come prevedibile, le dimissioni di Calderoli in giornata.
Update. E infatti Calderoli si è dimesso.

Sullo stesso tema, su questo blog:
"Islam, quattro letture contro i luoghi comuni"
"Pensierini politicamente scorretti sulle vignette e l'Islam"
"Quell'abisso che separa Islam e Occidente (by G. Orsina)"
"Voltaire, salvaci (da noi stessi)"
"Ratzinger pessimista sull'evoluzione dell'Islam"
"Ratzinger e l'evoluzione dell'Islam, seconda puntata"
"Islam, cinque domande ai musulmani e ai relativisti"
"La mappa del bavaglio islamico in Europa"

Lettura consigliata: da Semplicemente Liberale, "Il paradosso della politica"

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venerdì, febbraio 17, 2006

Nel programma di Prodi c'è la riforma (statalista) delle pensioni

di Fausto Carioti
Addio ai fondi pensione, addio al Tfr come lo conosciamo oggi. La riforma previdenziale del centrosinistra (anche se ovviamente non l’hanno chiamata così) è scritta a pagina 172 del loro programma, e la logica che la ispira si chiama «controllo pubblico». L’Unione intende statalizzare l’intera previdenza complementare, trasferendola forzatamente all’Inps per sottoporla alle stesse regole (rendimenti compresi) della previdenza obbligatoria. Non solo. Il possibile futuro governo Prodi è pronto a dirottare in questa nuova gestione dell’Inps i soldi delle liquidazioni. Tutti, anche quelli dei lavoratori che, come consentito dalla riforma varata dal centrodestra, non intendono usare il loro Tfr per aderire a forme previdenziali complementari. Questo non per garantire pensioni migliori agli italiani, ma per contenere il fabbisogno pubblico, specie nel periodo in cui la spesa previdenziale raggiungerà il suo massimo, attorno all’anno 2030.
Anche se scritto con lo stesso stile involuto che caratterizza tutte le 281 pagine che lo compongono, su questo argomento il programma dell’Unione parla chiaro. Il capitolo è quello dedicato alla previdenza complementare, definita «il pilastro del futuro». Sostenendo di volerla difendere «dal rischio di mercato e dall’inflazione», il centrosinistra, per la gioia dei compagni rifondaroli, intende introdurre «un meccanismo a “controllo pubblico”». Che sarà realizzato mediante «il conferimento a un’apposita gestione Inps dei montanti contributivi maturati con i fondi di pensione, da trasformare in trattamenti aggiuntivi a quelli della pensione obbligatoria, applicando le stesse formule di conversione». Tradotto, significa che Romano Prodi vuole togliere dai fondi pensione i soldi conferiti dai lavoratori, per metterli in una nuova gestione dell’Inps, chiamata “Fondo di riserva”, che dovrà garantire gli stessi rendimenti della gestione obbligatoria. Dal momento che non è fatto alcun distinguo, è lecito dedurre che questa “riforma” riguarderà tutti i fondi pensione, sia quelli “chiusi”, istituiti da aziende, sindacati e associazioni di categoria, sia quelli “aperti”, messi sul mercato da banche, assicurazioni e altri intermediari finanziari. Chi ha la fortuna di poter contare su un fondo dagli alti rendimenti, dovrà rinunciarci: nel programma dell’Unione, alla voce “previdenza”, non c’è spazio per la libertà di scelta.
Come detto, c’è di più. Si avrebbero «effetti maggiori e più immediati», si legge ancora, se anche «il Tfr non indirizzato ai fondi di previdenza venisse fatto affluire allo stesso “Fondo di riserva”, con una garanzia di un rendimento almeno pari all’attuale Tfr». Uno spostamento di soldi che apre più di un dubbio. Ad esempio sul ruolo degli eredi: oggi i familiari dei lavoratori defunti prima di andare in pensione hanno diritto a ricevere il Tfr maturato, che è a tutti gli effetti una quota dello stipendio trattenuta dal datore di lavoro. Se il Tfr venisse trasformato interamente in contributi previdenziali, a chi spetterebbero quei soldi? All’Inps o agli eredi del lavoratore? Il programma non lo dice, ma quale sia lo scopo dell’intera operazione lo si capisce poco dopo: «Le risorse finanziarie accumulate nel “Fondo di riserva” aiuterebbero a controbilanciare le uscite previdenziali nella fase più critica della “gobba”, con effetti positivi sul fabbisogno pubblico». Ciò che ha in mente davvero l’Unione, quindi, non è una gestione separata da quella obbligatoria, ma un modo per finanziare quest’ultima e mettere una pezza ai conti pubblici. Invece di tagliare le spese, le coprono con un prelievo forzoso dei contributi destinati alla previdenza complementare. E lo chiamano «il pilastro del futuro».

© Libero. Pubblicato il 17 febbraio 2006.

Il programma dell'Unione (file Pdf).
La riforma delle pensioni varata dal governo Berlusconi (legge delega 243/2004).

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giovedì, febbraio 16, 2006

Intanto in Germania fanno il test

L'idea è sensata, anche se non certo risolutiva, e il principio è sacrosanto: prima di farti entrare in casa mia voglio sapere - nei dettagli - come la pensi su come vivo, sulle libertà che mi permetto di prendermi, su quali aspetti della nostra futura convivenza potranno darti sui nervi e spingerti all'intolleranza - o all'odio - nei miei confronti. Mi pare il minimo. Copio e incollo parte dell'articolo "L'Europa dei valori condivisi", del gesuita e islamologo Samir Khalil Samir.
«Nella provincia di Baden-Württemberg, con capitale Stoccarda, il governo ha deciso di introdurre dal primo gennaio 2006 un esame più severo dei candidati alla cittadinanza (quelli musulmani in particolare). Le proteste, da parte di gruppi musulmani e non, non sono mancate; il governo locale è stato accusato di discriminazione, ma la cosa è decisa e il ministro degli Interni nega che sia in atto una qualunque forma di discriminazione. La "Dichiarazione sui diritti umani nell’islam" dell’81, limita ogni punto della "Dichiarazione universale dei diritti umani" alla sua conformità con la sharia. "Qui non si tratta - dice - di religione, ma di accettazione di una scala di valori".
Per questo motivo, il "test di lealtà" è diventato più esigente, con domande precise su democrazia, partiti politici, libertà di stampa e di religione, operazioni terroristiche… Ecco alcuni esempi: "Nel cinema, nel teatro e nella stampa i sentimenti religiosi sono talvolta feriti. Quale mezzo può utilizzare il credente per esprimere la sua opinione?". "Come reagisce alla critica della religione? È accettabile?". "Considera giusto che la donna debba essere sottomessa al marito, che potrebbe anche batterla se lei fosse disobbediente?". "Ritiene accettabile che un uomo impedisca alla moglie o alle figlie di uscire di casa?".
Europei e musulmani possono convivere? Sì, ma con chiara e concreta intesa sui valori essenziali dell’Europa, che ambedue devono scoprire o riscoprire».

Update. Per chi vuole saperne di più:
"A German State Quizes Muslim Immigrants on Jews, Gays and Swim Lessons", su Spigel Online;
"Civic test in Germany draws fire", sulla International Herald Tribune.
Qui l'elenco delle trenta domande che compongono il test di cittadinanza.

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mercoledì, febbraio 15, 2006

Frank Miller contro Hollywood (e Al Qaeda)

L'idealtipo weberiano della cultura pop italiana è il terzetto Liga-Jova-Pelù. Questo perché il mercato della cultura pop italiana è quello che è: pronto ad adagiarsi su ogni luogo comune terzomondista, pacifista e vetero-ecologista, nella convinzione che l'unico target che valga la pena di inseguire sia quello degli sprovveduti che vanno in giro con la maglietta di Che Guevara. Del resto, perché perdere tempo a pensare quando Manifesto e Repubblica hanno già scritto tutto? La buona notizia è che non è così ovunque. Chi conosce i fumetti sa che Frank Miller è uno degli autori più importanti del mondo. A lui si devono, per la Dc Comics, capolavori cupi come The Dark Knight returns e Batman: Year One, che hanno tolto Batman dal cronicario dei supereroi, rendendolo di nuovo appetibile per le ricche royalties cinematografiche; per la Marvel, Miller si è cimentato con Wolverine, Devil (altro personaggio rimosso di peso dalla naftalina e rilanciato alla grande, tanto che è finito pure lui sul grande schermo) e ha creato il personaggio di Elektra (altro film). E ancora Ronin, Sin City (ennesima pellicola) e altra roba di primissimo livello. Insomma, quando si parla di gotico americano Frank Miller sta al fumetto come Stephen King sta al romanzo.
Sbattendosene della cricca liberal di Hollywood, Miller ha deciso di fare quel che può per sostenere la guerra degli Stati Uniti al terrorismo: un nuovo fumetto (una graphic novel, per l'esattezza), intitolata "Holy Terror, Batman!" che vedrà l'uomo pipistrello impegnato a salvare Gotham City da Al Qaeda. Propaganda? Proprio così. Miller lo dice a testa alta: un «esercizio di propaganda», nel quale «Batman prende a calci in culo Al Qaeda». Propaganda «per ricordare, a chi sembra aver dimenticato, chi sono i nostri nemici». Né più né meno, ricorda, di quanto fecero Capitan America e Superman con Adolf Hitler negli anni Quaranta. Non sarà un fumetto buonista.

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martedì, febbraio 14, 2006

Le nostre leggi e il loro bavaglio

L'Ucoii, l'Unione delle comunità ed organizzazioni islamiche in Italia, "filiale" dell'associazione internazionale dei Fratelli Musulmani, appellandosi alla legge Mancino ha appena annunciato che querelerà i principali giornali italiani che hanno pubblicato le vignette satiriche su Maometto. L'Ucoii è un interlocutore ufficiale del governo italiano. E' stata chiamata dal ministro dell'Interno a far parte della consulta islamica. Ai tempi della strage di Nassirya tenne un atteggiamento quantomeno ambiguo. Come ogni organizzazione islamica affiliata ai Fratelli Musulmani giustifica il terrorismo suicida palestinese e continua a negare il diritto all'esistenza di Israele.
Dinanzi a domanda diretta, Pisanu ha risposto di aver cooptato l'Ucoii perché ha notato nelle recenti prese di posizione dell'organizzazione una «grande apertura al dialogo» e una «ferma condanna del terrorismo». Una evoluzione che Magdi Allam, che pure ha avuto un ruolo nella creazione della consulta islamica, sostiene di non vedere, tanto da criticare apertamente la decisione di Pisanu.
Sarà l'occasione buona per capire di che tempra sono fatte le leggi italiane in materia di libertà di espressione. Soprattutto, sarà l'occasione per vedere di che tempra sono fatti coloro che le debbono applicare. Capiremo se le vignette che raffigurano un Maometto bombarolo o un paradiso islamico chiuso per carenza di vergini sono ritenute dall'ordinamento italiano un reato ai sensi della legge Mancino, in quanto diffondono «idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico», o incitano a commettere «atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi». Se così fosse, vorrebbe dire che in questo Paese è vietato a chiunque (islamici compresi) scherzare su qualunque religione.
Il rischio è remoto, ma esiste. Anche perché qui, in Italia, manca un equivalente di quel baluardo in difesa della libertà d'espressione a trecentosessanta gradi che è il primo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti ("Il Congresso non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto; o per limitare la libertà di parola o di stampa o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica e d’inoltrare petizioni al governo per la riparazione di ingiustizie"). Non è un caso, fa notare Carlos Alberto Montaner, che proprio laddove il primo emendamento è in vigore ed è stato difeso con i denti, segnando la tradizione del diritto americano, non si sono viste le scene medioevali cui abbiamo assistito nella molliccia Europa. Negli Stati Uniti vivono cinque milioni di musulmani, e nessuno di loro ha dato vita a dimostrazioni di violenza in seguito alla pubblicazione delle vignette, nemmeno dinanzi alle ambasciate dei Paesi europei. «Hanno imparato a convivere con qualcosa che detestano. E' questa l'essenza della tolleranza. Anche i cristiani e gli ebrei americani sono feriti dagli attacchi crudeli alle loro credenze religiose, o da certe disgustose barzellette "etniche", ma ingoiano il rospo o protestano in modo pacifico. E' il prezzo da pagare per vivere in una società libera». E a chi sostiene che in Italia esisterebbe di fatto una religione "ufficiale", basta rispondere che il cristianesimo è di gran lunga la religione più sbeffeggiata da registi, poeti, pittori e gente comune. E nessun cristiano sano di mente si sogna di appellarsi alla legge sull'odio religioso. Non si comprende perché il cristianesimo dovrebbe ricevere minor rispetto di quello riservato alle altre confessioni.

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lunedì, febbraio 13, 2006

Welfare Jihad

«La moschea era grande, pulita e calda. A parte i nerboruti alla porta, che mandavano sguardi truci e mettevano in mostra le loro cicatrici afghane, tutti gli altri erano amichevoli e accoglienti. Così scoprii come i miei fratelli passavano le giornate. Molti di loro vivevano a spese dell'assistenza pubbica o di elemosina, così potevano passare tutto il giorno a discutere della Jihad. Quando non pregavamo, ci portavano a guardare la televisione. C'erano video interminabili sull'attività dei mujaheddin in tutto il mondo. In sottofondo si ascoltavano le canzoni dei guerriglieri della Jihad, con le loro armonie in stile medioevale e i loro testi, profondamente coinvolgenti, su come i bravi mujaheddin stanno soffrendo per Allah e morendo per difendere le terre dei musulmani. Talvolta queste canzoni raggiungevano il culmine con una domanda: "Hai intenzione di restare inerte a guardare i civili musulmani che vengono uccisi?" L'atmosfera era intensa. Ogni minimo dissenso era represso così velocemente ed aggressivamente che io capii che la cosa migliore da fare era annuire e dire "inshallah" con il resto dei miei fratelli».
E' la testimonianza (riportata dal Times) di Rachid Salama, un giovane algerino che, trovatosi senza casa a Londra, è stato accolto nella tristemente nota moschea di Finsbury Park. L'idea degli aspiranti martiri di Allah che studiano come uccidere i contribuenti che li mantengono con le loro tasse fa tornare in mente la vecchia profezia di Lenin: «Faremo in modo che i capitalisti ci vendano la corda con cui impiccarli». Con la differenza che stavolta l'operazione, per le vittime designate, è in perdita anche dal punto di vista economico: la corda è fornita gratuitamente, gentile omaggio del welfare state.

Lettura consigliata a quelli che «se vogliono ammazzarci la colpa è nostra»: "A cosa serve il petrolio, a cosa non servono i petrodollari".

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sabato, febbraio 11, 2006

"Institutions matter": i liberisti e la globalizzazione

Inizio a pubblicare la lezione che il sottoscritto ha tenuto lunedì 6 febbraio 2006 alla Scuola di Liberalismo di Roma, organizzata dalla Fondazione Einaudi. Argomento: il motivo per cui la globalizzazione stenta ad attecchire al di fuori del mondo occidentale, ed in particolare lascia ai margini gran parte dell'America Latina. Lezione che qui pubblicherò in tre puntate. Quella che segue è l'introduzione. La seconda puntata userà come "lente" per comprendere l'argomento le teorie dell'economista americano Douglass North, mentre la terza sarà centrata sugli studi e la "folle" proposta dell'economista peruviano Hernando de Soto. Ho fatto ogni sforzo possibile per usare un linguaggio estremamente divulgativo, essendo la lezione rivolta a un pubblico di non specialisti. Spero di esserci riuscito. Attenzione: il tutto è molto, ma molto lungo.

di Fausto Carioti
La lezione di stasera ha come argomento una domanda. Posto che il libero mercato è il mezzo migliore per produrre ricchezza, e posto che è nell’interesse degli individui e delle nazioni vivere nel modo migliore possibile da un punto di vista materiale, perché il libero mercato resta una caratteristica quasi esclusivamente occidentale? Perché il capitalismo è così poco diffuso al di fuori del nostro emisfero? Ho detto “libero mercato”, ma avrei potuto dire “globalizzazione”, cioè l’argomento sulla bocca di tutti da tre lustri a questa parte. Li uso come sinonimi perché la globalizzazione altro non è che l’unico volto oggi possibile del capitalismo.

L'importanza della divisione del lavoro
Il capitalismo è un sistema di produzione dei beni basato su molti ingredienti, i principali dei quali sono la proprietà privata; la libera impresa, ovvero la libertà di cercare il profitto; la divisione e la specializzazione del lavoro; la libertà di scambio. Senza divisione e specializzazione del lavoro non vi è capitalismo. Questo concetto è espresso nel libro stesso che per primo ha teorizzato in modo compiuto i vantaggi del libero scambio, ovvero “La ricchezza delle Nazioni” di Adam Smith. Vi ricordo l’esempio di Adam Smith, perché stasera ci tornerà utile.
«Se tutte le parti di uno spillo dovessero essere fatte da un solo uomo, se la stessa persona dovesse estrarre il materiale dalla miniera, separarlo dalle scorie, forgiarlo, dividerlo in piccole verghe, allungare queste verghe in fili e, alla fine, trasformare questi fili metallici in spilli, un uomo probabilmente, con tutta la sua laboriosità, potrebbe a stento fare uno spillo in un anno. Il prezzo di uno spillo, quindi, dovrebbe in questo caso essere almeno uguale al prezzo del mantenimento di un uomo per la durata di un anno».
Per fortuna le cose non funzionano così, altrimenti saremmo tutti poveri.
«Solo la divisione del lavoro, per la quale ciascun individuo si limita ad esercitare un’attività particolare», dice ancora Smith, «può fornirci una spiegazione di questa maggiore ricchezza che si produce nelle città evolute e che, nonostante l’ineguaglianza nella proprietà, si estende ai più umili componenti della comunità».
La globalizzazione altro non è che la diffusione di questo processo su scala ultima, cioè planetaria. Il tratto caratteristico di quella che oggi si chiama globalizzazione non è solo la libertà di circolazione delle merci. Questa c’è sempre stata, le merci hanno sempre viaggiato da una parte all’altra del pianeta, anche se – ovviamente – sino a non molto tempo fa solo pochi potevano avvantaggiarsene. Il tratto caratteristico della globalizzazione è piuttosto, a mio avviso, la divisione della produzione su scala globale: ogni fase della lavorazione di un prodotto può essere spostata con estrema rapidità e a costi relativamente bassi laddove più conviene all’imprenditore; ogni fattore di produzione – includendo tra essi non solo il lavoro, ma persino i vincoli legislativi (che di fatto sono un “fattore” della produzione) e gli strumenti finanziari – proviene dai Paesi in cui più è conveniente reperirle.
Particolare importante: più conveniente non vuole dire necessariamente a costo più basso. La certezza del diritto e la stabilità politica sono elementi importanti: nessun imprenditore vuole vedersi portare via l’investimento da un giorno all’altro da una legge che nazionalizza tutti i capitali stranieri. Anche la qualità della manodopera, intesa come produttività e (per le lavorazioni a più alto valore aggiunto) come livello d’istruzione e di cultura del personale, ha un ruolo decisivo nella scelta. La globalizzazione è un esito naturale del capitalismo anche perché i capitalisti cercano le economie di scala per abbattere i loro costi per unità di prodotto, e la scala più grande è – ovviamente – quella planetaria.

Produzione e distribuzione della ricchezza
Faccio notare che se ho parlato solo di produzione della ricchezza, e non della distribuzione della ricchezza, non è per motivi “politici”, ma per motivi logici: la ricchezza, prima di essere distribuita, deve essere prodotta. Se non è prodotta, non può essere distribuita. Se vogliamo distribuirne di più tra tutti, dobbiamo produrne di più. E’ il motivo per cui i nemici del capitalismo sono i grandi sconfitti della storia: perché si preoccupano solo di distribuire la ricchezza secondo criteri di uguaglianza e di solidarietà - in teoria, poi in pratica, come insegna la storia, le rendite finiscono nelle mani dei burocrati di Stato. Della produzione della ricchezza se ne fregano. Se ne fregano al punto che le loro ricette finiscono fatalmente per impedire la creazione di ricchezza. Il problema della creazione di ricchezza, con la loro ricetta, è insolubile: ritengono il profitto il problema, un affronto alla miseria, un esproprio del lavoro del "proletario", e fanno di tutto per abbatterlo. E non capiscono che senza profitto non c’è incentivo all’accumulazione di capitale, cioè non c’è crescita della ricchezza globale. Quindi non c’è alcuna torta da dividersi. Sono convinti che il libero mercato sia un gioco a somma zero, nel quale se uno diventa ricco è perché è riuscito a togliere soldi a qualcun altro: i capitalisti si appropriano del lavoro prodotto dai proletari, le nazioni ricche si appropriano delle ricchezze di quelle povere. Invece la ricchezza si crea. Chi trasforma il silicio in un microconduttore ha creato ricchezza. E il nuovo valore creato non dipende dalla quantità di ore di lavoro incorporate nel prodotto finito, come diceva Karl Marx. Ma dall’utilità che il potenziale acquirente attribuisce al prodotto, come ci hanno insegnato i marginalisti austriaci: un prodotto obsoleto, che nessuno vuole, ha valore zero anche se sono state necessarie mille ore per produrlo. E questa utilità varia in funzione della tecnologia disponibile all’epoca. Il petrolio, che in certe aree affiora da sempre in superficie, non ha avuto alcun valore sin quando non è stato inventato il motore a scoppio.

I liberisti non difendono i capitalisti: difendono il capitalismo
Già che ci sono, sgombro anche il campo da un altro equivoco molto diffuso. Quello per cui i liberisti difendono i capitalisti. Non è vero. I liberisti difendono il capitalismo, non i capitalisti. Il liberista vuole la libera concorrenza tra capitalisti, nella convinzione che questa spinga i capitalisti a offrire beni migliori a costi sempre più convenienti. Non a caso, in un mercato in concorrenza perfetta il tasso di profitto marginale tende a zero. I capitalisti, invece, difendono – giustamente – la massimizzazione del loro profitto. Quindi tendono ad essere liberisti quando assumono il ruolo di sfidanti di un “incumbent”, cioè di un concorrente già ben posizionato sul mercato. Chiedono l’abbattimento delle barriere poste all’ingresso del mercato in cui vogliono entrare, denunciano l’esistenza di cartelli a protezione dei leader di mercato, sono contrari alle agevolazioni e ai sussidi di Stato in favore dei più forti. Ma qualora riescano a diventare loro gli “incumbent”, cioè i titolari di una posizione di monopolio o di oligopolio, la storia insegna che non si fanno problemi a chiedere, mediante azioni di lobbing spesso efficaci, che questa loro “conquista” sia difesa da leggi ad hoc; chiedono l’intervento pubblico, anche economico, con il pretesto di difendere i loro “lavoratori”; si danno da fare per creare cartelli con i concorrenti e i fornitori in modo da rendere la loro posizione quanto più possibile redditizia e inattaccabile.
Fatte queste premesse, torniamo alla domanda: come mai libero mercato e globalizzazione sono esclusiva di pochi fortunati? Perché in Sud America (con l’eccezione del Cile) gli esperimenti di adesione alla globalizzazione non hanno dato i risultati che si sono visti in Nord America? Perché in certi Paesi lo spirito del capitalismo ha attecchito e ha prodotto più ricchezza, della quale, anche se in modo molto diverso, tutti si sono avvantaggiati, e in altri Paesi no? (Incidentalmente, faccio notare che se del capitalismo siamo qui a discutere, sul comunismo non c’è proprio niente da dire: anche lasciando perdere la questione fondamentale, quella dei diritti umani e delle libertà individuali, esso ha prodotto miseria ovunque).
A questa domanda cercherò di dare una risposta con l’aiuto di due liberoscambisti nostri contemporanei, Douglass North ed Hernando de Soto. Racconterò le loro posizioni in termini molto schematici. Questa lezione vuole essere soprattutto un incentivo per chi non li conosce a comprare i loro libri e conoscerli meglio. Intanto, vi anticipo il filo comune che lega le loro posizioni: “Institutions matter”. Le istituzioni sono importanti. La sfida per i liberali del XXI secolo è proprio quella di rendere, ovunque, le istituzioni compatibili con lo sviluppo di ricchezza.

Prima puntata di tre. Continua.

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venerdì, febbraio 10, 2006

Assenti ingiustificabili

7 febbraio. Atterra a Roma, all'aeroporto di Ciampino, la salma di don Andrea Santoro. Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi assenti.
9 febbraio. Aperta la camera ardente di don Santoro. Sfilano a migliaia, politici (pochi) e gente comune (tantissima). Ciampi e Berlusconi assenti.
10 febbraio. Celebrati nella basilica di San Giovanni in Laterano i funerali di don Santoro. Migliaia i presenti. Ciampi e Berlusconi assenti.
Perché ogni altro impegno del presidente della repubblica e del presidente del consiglio è stato ritenuto più importante dell'omaggio a don Santoro? Cosa ha quella salma di diverso dalle altre dei nostri connazionali uccisi all'estero durante lo loro missione, che sono state - giustamente - degnate di una visita dalle massime autorità dello Stato? E' così imbarazzante quel sacerdote ucciso da mano islamica? E' così politicamente scorretta quella bara?

giovedì, febbraio 09, 2006

Islam, quattro letture contro i luoghi comuni

Quattro letture consigliate su noi e l'Islam. Tesi diverse, autori diversissimi, un filo conduttore unico: non chiudere gli occhi davanti a ciò che di male vi è nell'Islam. Nella consapevolezza che proprio da questo bisogna partire per ogni confronto serio.
Prima lettura. L'articolo di Asia News da Ankara che ci apre gli occhi sulla Turchia. Ricordandoci che «da mesi sui canali televisivi e sui giornali assistiamo a programmi e discussioni contro i cristiani. Talk show e articoli che mettono in ridicolo la religione cristiana e il credo cristiano. Fanno vedere come il cristianesimo e l’ebraismo unito cercano di distruggere la religione islamica e per questo motivo attaccano l’Afghanistan, l’Iraq, la Palestina». Forse, prima di accoglierli nell'Unione europea come insiste per fare Silvio Berlusconi, il problema sarebbe il caso di porselo.
La seconda è l'editoriale odierno del voltairiano Bernard Henry-Lévy sul Wall Street Journal (registrazione - gratuita - obbligatoria). La tesi del filosofo francese: sganciare una "bomba atomica morale" sull'Islam. Così: «Primo, l'affermazione dei principi. L'affermazione del diritto della stampa a esprimere le idiozie che preferisce - piuttosto che gli atti di pentimento ai quali sono ricorsi troppi leader politici, atti che semplicemente incoraggiano nelle strade arabe l'illusione, falsa e controproducente, che uno Stato democratico possa estendere il proprio potere sulla stampa del proprio Paese. Secondo: allo stesso tempo, la riaffermazione del nostro appoggio a quei musulmani illuminati i quali sanno che l'onore dell'Islam è insultato e calpestato in maniera assai più violenta quando un terrorista iracheno mette una bomba in una moschea a Bagdad, quando i jihadisti pachistani decapitano Daniel Pearl in nome del loro Dio e filmano il loro delitto, quando un emiro fondamentalista algerino, recitando il Corano, sventra una donna algerina il cui unico crimine è stato osare mostrare il suo bel volto».
Terza lettura: l'articolo apparso ieri sul Wall Street Journal (registrazione idem come sopra) a firma del noto islamista iraniano Amir Taheri, nel quale si dice che è un falso storico e teologico che l'Islam non consenta la pubblicazione o il dileggio di immagini divine e dello stesso Maometto. Nel Corano non vi è nessun divieto alla pubblicazione di simili immagini. L'elenco dei dipinti raffiguranti Maometto (molti dei quali esposti in musei dei Paesi islamici) è lunghissimo e documentato, e l'immagine del profeta appariva persino sui medaglioni dei giannizzeri ottomani. Per non parlare delle raffigurazioni di tutti gli altri profeti. Quanto al dileggio della religione, gli esempi abbondano nella letteratura araba e persiana, e lo stesso Maometto, si legge nel Corano, ebbe abbastanza intelligenza e senso dell'umorismo da perdonare un poeta che lo aveva preso in giro per oltre dieci anni. La morale è chiara: dal punto di vista della libertà d'espressione l'Islam ha fatto passi da gigante. All'indietro.
Quarta lettura. E' della perfida conservative Ann Coulter, stranota autrice americana di libri come questo. La quale nel suo articolo di oggi per l'Universal Press Syndicate scrive cose così. «I cattolici non sono privi di regole, ma non può fregare loro di meno se i non cattolici usano anticoncezionali. Gli ebrei osservanti non hanno alcun interesse a vietare ad altre persone di mettere insieme la carne con i latticini. I protestanti se ne sbattono se altri si scambiano il piatto nel quale stanno mangiando (l'importante è che stiano lontani dai nostri piatti, perché una cosa simile è disgustosa). Ma i musulmani pretendono di poter decretare quali immagini possono apparire nelle vignette dei quotidiani. E chi si credono di essere, dei liberal?».

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mercoledì, febbraio 08, 2006

Se la sinistra si attacca alla canna

di Fausto Carioti
A parte che uno spinello in pubblico ormai è come un topless sulla spiaggia di Riccione, vale a dire che non scandalizza più nessuno, anzi ti ispira un moto di umana pietà qualora l’esibizionista di turno abbia più di cinquant’anni, e a parte che una canna ha ammesso di essersela fatta pure Gianfranco Fini, e sai che sballo e sai che trasgressione, la domanda è: a quale scopo gli esponenti dell’Unione ieri hanno partecipato alla “spinellata” davanti a Montecitorio? Gratta gratta, rispunta il vecchio vizietto della peggio gioventù modello Ecce Bombo: sbattere in faccia agli altri il proprio “vissuto”, il proprio privato, le proprie frequentazioni, il proprio corpo, nella presunzione che al resto del mondo gliene freghi qualcosa. Ma il resto del mondo li guarda, sbadiglia e tira dritto.
Fanno così con tutto. L’omosessualità è diffusa a destra come a sinistra. Però un candidato omosessuale di destra è un candidato e basta, e non ci racconta chi frequenta sotto le coperte. Mentre il candidato omosessuale di sinistra smania per dirci che si candida in quanto omosessuale, ti fa il gioco di parole sulla sua “diversità”, come Nichi Vendola ha fatto sui suoi manifesti. E non capiscono, per cantarla con Lucio Dalla, che oggi l’impresa eccezionale è «essere normale». Perché si può essere gay ed essere contro i pacs, così come si può essere etero e voler legittimare le unioni omosessuali. Si può essere proibizionisti dopo aver fumato qualche spinello e si può essere antiproibizionisti per profonde convinzioni liberali come Antonio Martino, il quale di certo - come il suo maestro, il nobel per l’Economia Milton Friedman - non saprebbe distinguere un etto di hashish da una vaschetta di Nutella andata a male. Ma la sinistra italiana questo concetto tanto banale non riesce a farlo proprio: sono ancora vittime dei loro vecchi slogan, per cui alla fine “tutto è politica”. Non hanno capito nemmeno che i loro stessi elettori sono - giustamente - i primi a fregarsene di simili noiosissimi cliché. Il diessino Franco Grillini, che dell’argomento se ne intende, dice che gli omosessuali «sono tra il cinque e il dieci per cento» della popolazione. Ebbene, anche se i gusti di Ivan Scalfarotto, candidato depresso alle primarie dell’Unione, erano noti a tutto il popolo della sinistra, questo non gli ha consentito di superare lo 0,6% dei voti. Perché - questo è il bello - si può essere omosessuali e votare per un candidato etero, o viceversa. Se tutti quelli che hanno acceso uno spinello o hanno tirato su con il naso un po’ di polverina dovessero essere antiproibizionisti, negli ultimi trent’anni avremmo avuto governi monocolore composti dai soli Radicali. Ma gli elettori dimostrano di avere molta più fantasia e molti più interessi di chi pretende di rappresentarli.
Insomma, la sinistra - partecipando a quella Woodstock dei poveri cui si è assistito ieri davanti a Montecitorio - voleva sensibilizzare gli elettori sulla necessità di cambiare la nuova legge sulle droghe, ma ha finito per compiere l’ennesimo gesto di disobbedienza infantile. Poteva fare di più e di meglio. Ad esempio poteva chiedere al proprio candidato premier, Romano Prodi, una bella dichiarazione chiara e forte sull’impegno a cancellare subito la legge nel caso l’Unione vinca le elezioni. Così gli elettori avrebbero appreso che l’Unione, almeno su una-cosa-una, ha le idee chiare. Potevano fingere di essere una coalizione politica matura e responsabile, pronta a governare, che rispetta le leggi dello Stato anche se non le condivide, perché sa che questo deve fare chi si presenta agli elettori per andare al governo, da dove peraltro potrà riscrivere tutte le norme che vuole. Facendo come hanno fatto ieri danno invece l’impressione di pensarla come Silvio Berlusconi, il quale si dice convintissimo che questi al governo non ci andranno mai. Quelli di ieri sembravano già rassegnati, interessati come erano al premio di consolazione. «Che bello, due amici, una chitarra e uno spinello. E una ragazza giusta che ci sta. E tutto il resto che importanza ha?».

© Libero. Pubblicato l'8 febbraio 2006.

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A cosa serve l'università

Ritenendolo una lettura istruttiva in materia di avalutatività accademica, copio e incollo, riproducendone la formattazione, un recente invito spedito via email dall'ufficio stampa della facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università La Sapienza a professori, giornalisti ed altre categorie interessate.

Io partecipo, io scelgo, io governo.
Le Primarie dell’Unione: prove tecniche di comunicazione

Mercoledì 8 febbraio, ore 12.00, Aula Wolf – Facoltà di Scienze della Comunicazione
Università La Sapienza di Roma Via Salaria, 113


Il 16 ottobre 2005 oltre quattro milioni di cittadini si recano ai seggi organizzati dall’Unione per scegliere il candidato premier del centrosinistra alle elezioni politiche: un grande successo che apre la strada a un nuovo modo di far politica.

Il fenomeno “primarie” è stato analizzato nel libro “Io partecipo, io scelgo, io governo. Le primarie dell’Unione: prove tecniche di comunicazione” (editore l’Unità-Europa) realizzato dall’Osservatorio sui Media in campagna elettorale “Mediamonitor” (attivato dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma) in collaborazione con Articolo 21. Il volume sarà presentato mercoledì 8 febbraio alle ore 12 presso l’Aula Wolf della stessa Facoltà.

Prenderà parte all’evento tutto il gruppo degli autori, fra questi: Vannino Chiti, Coordinatore Primarie dell’Unione, Giuseppe Giulietti, Responsabile comunicazione Primarie dell’Unione, Antonio Padellaro, Direttore de l’Unità, Federico Orlando di Articolo 21, Mario Morcellini Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione; parteciperanno, inoltre, gli studenti della Facoltà che prendono parte all’Osservatorio Mediamonitor.

Mediacentro
Ufficio Stampa Facoltà di Scienze della Comunicazione
Università La Sapienza di Roma


Commento. Il lettore più attento avrà potuto apprezzare gli sforzi sostenuti dal preside della facoltà, Mario Morcellini, per tenere gli studenti ben lontani dal rovente dibattito politico di queste settimane, ed evitare così di influenzare il loro atteggiamento nei confronti delle coalizioni politiche in competizione. Sforzi confermati dal sobrio equilibrio del testo (garantito da formule imparziali come «un grande successo che apre la strada a un nuovo modo di far politica», riferito alle primarie della sinistra); dalla scelta di un libro da presentare che tratta un argomento del tutto sganciato dalle imminenti consultazioni politico-elettorali, dotato per di più di un titolo che correttamente rifugge dalla logica dei soliti slogan ("Io partecipo, io scelgo, io governo. Le primarie dell’Unione: prove tecniche di comunicazione"); dalla partnership della facoltà con una istituzione non schierata (Articolo 21); dalla scelta di collaborare con un editore libero da legami con la politica (l'Unità-Europa); dalla presenza di politici e giornalisti scelti con criteri rigorosamente bipartisan (Vannino Chiti, Giuseppe Giulietti, Antonio Padellaro, Federico Orlando). Cautele, quelle di Morcellini, tanto più ammirevoli in quanto usate all'interno di una università pubblica, finanziata con il denaro di tutti i contribuenti.

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martedì, febbraio 07, 2006

Qui non si bestemmia, ma si difende il diritto alla bestemmia

Tocca a Daniel Pipes, editorialista politicamente scorretto del New York Sun e di altre testate, ridurre la questione ai suoi termini essenziali: «L'Occidente si batterà in difesa delle sue abitudini, inclusa la libertà di parola, o gli islamici imporranno il loro modo di vivere all'Occidente? A conti fatti, non c'è spazio per i compromessi: o gli occidentali si terranno stretta la loro civiltà, incluso il diritto all'insulto e alla bestemmia, oppure no. Più specificatamente: gli occidentali si adegueranno a una differenza di trattamento, per la quale gli islamici sono liberi di insultare l'ebraismo, il cristianesimo, l'induismo e il buddismo, mentre Maometto, l'Islam e i musulmani hanno il diritto di immunità dagli insulti? I musulmani abitualmente pubblicano vignette assai più offensive di quelle danesi. Debbono essere autorizzati a insultare gli altri mentre loro sono esentati da simili insulti?».
La mia risposta: qui non si bestemmia, ma si difende il diritto alla bestemmia. O sì, o no. Tertium non datur. E voi, da che parte state?

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Quell'abisso che separa Islam e Occidente (by G. Orsina)

di Giovanni Orsina
Guardandole con occhi occidentali mentre sul televisore scorrono le immagini dei disordini di Damasco e Beirut, non è facile davanti alle vignette su Maometto fare a meno di chiedersi: e per questi disegni così tanto rumore? Misuriamo così, concretamente, l’abissale divario di sensibilità, e suscettibilità, che sul terreno religioso separa l’Islam dall’Occidente; e sul terreno della politica l’ostilità che nei nostri confronti s’è accumulata in certe fasce del mondo musulmano. Ostilità della quale l’omicidio di padre Santoro in Turchia potrebbe essere l’ennesima manifestazione.
Nessuno di noi può fare a meno di chiedersi in quale modo questo divario e questa ostilità debbano essere gestiti. Nessuno di noi può ignorare che, qualunque decisione prenderemo, sarà gravida di conseguenze. Non pochi in Occidente, in Italia ad esempio Ciampi, Pisanu e Prodi, hanno reagito a questa vicenda sottolineando in generale l’esigenza che le convinzioni religiose non siano svilite né messe in berlina, in particolare l’assai scarso senso politico dimostrato da chi deride l’Islam nel clima storico dei nostri anni. Ed è evidente che quei non pochi hanno ragione, così in generale come in particolare. Questa ragione, tuttavia, porta con sé un corollario e un limite, dei quali dobbiamo essere consapevoli. Il corollario è che quando parliamo di convinzioni religiose è di tutte le religioni che stiamo parlando. Certamente sbaglia chi offende nella sua fede musulmana un tassista di Aleppo o un impiegato di Riad; ma che cosa dovremmo dire, allora, di chi urta la suscettibilità cristiana di un commesso palermitano o di una maestra torinese? Perché nessuno può ignorare quanto l’Occidente sia andato avanti nella demolizione dei suoi propri luoghi sacri: nella satira certamente, ma anche nella letteratura, nel teatro, nella cinematografia - a cominciare dal lontano 1930, anno in cui Gesù Cristo partecipò a un’orgia ne «L’Age d’or» di Luis Buñuel e Salvador Dalí. E non può valere il principio per il quale quel che è nostro possiamo farlo a pezzi, mentre quel che è d’altri dobbiamo tutelarlo, perché a quel che è nostro tengono ancora tanti dei nostri, e la loro sensibilità sarebbe ingiusto ignorarla. Né possiamo dire che chi s’offende di più e reagisce peggio va trattato meglio, perché ciò significherebbe premiare la prepotenza. Se rispetto per le religioni dev’essere, dunque, lo sia per tutte, a cominciare dalla nostra.
Ma questo rispetto, dicevo, deve pure avere un limite: non può, non deve, essere fissato in una legge. Per quanto robustamente possiamo appellarci alla salvaguardia delle convinzioni altrui, per quanto fortemente possiamo criticare chi non le rispetta, i nostri appelli e le nostre critiche si fermano sul terreno della responsabilità morale. Sono secoli che in Occidente discutiamo della libertà di espressione e dei suoi limiti. Ci abbiamo messo secoli a capire quant’è difficile disciplinarla, e quanto incombe il rischio che la disciplina si allarghi sempre di più, e alla fine la libertà se la mangi tutta. Di suscettibilità, in questi secoli, ne abbiamo fatte a pezzi una moltitudine: religiose, anzitutto; ma anche morali, culturali, sessuali. Erano suscettibilità che venivano dalla nostra tradizione. Eppure chi si offendeva ha dovuto imparare a offendersi in privato; ha dovuto imparare la difficile arte della tolleranza. La via che abbiamo percorso in questi secoli è diventata la strada maestra dell’Occidente, e indietro non possiamo né dobbiamo tornare.
Per questo la giusta disapprovazione per chi con un disegno urta i sentimenti dei musulmani non può che accompagnarsi a un rifiuto infinitamente più intransigente opposto a chi condanna a morte il disegnatore, o ne incendia l’ambasciata. Chi brucia la bandiera danese, infatti, non se la sta prendendo solamente con le vignette inopportune, ma attaccando un paese intero se la prende con il sistema politico e sociale che quelle vignette le ha rese possibili. Ovvero se la prende con il diritto di libera manifestazione del pensiero, quel diritto che il premier danese Rasmussen ha richiamato quando si è rifiutato di chiedere scusa, affermando correttamente che uno Stato libero non è responsabile di quel che affermano i suoi cittadini. E tanto lo disprezza, quel sistema, tanto lo giudica imbelle, che si vuole sostituire ad esso, e giustiziare i colpevoli di propria mano. La frattura con la nostra tradizione di tolleranza e pluralismo non potrebbe essere più profonda. La necessità di salvaguardare quella tradizione non potrebbe essere più pressante.
© Il Mattino. Pubblicato il 6 febbraio 2006.

Update importante. «Secondo la rete turca Ntv, il giovane omicida di padre Santoro avrebbe detto dopo la confessione di essere rimasto sconvolto dalle caricature del profeta Maometto pubblicate in vari paesi europei». Il resto qui, sul sito dell'agenzia Ansa.

Per chi se la fosse persa. La ricetta con cui il premier turco Tayyip Erdogan bussa alle porte della Ue: limitare la libertà di stampa.

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sabato, febbraio 04, 2006

Pensierini politicamente scorretti sulle vignette e l'Islam

Per trovare qualche ragionamento lucido e liberale sulla vicenda delle vignette che hanno ispirato ai fondamentalisti islamici una nuova fatwa in terra europea bisogna leggere due periodici americani: il settimanale neocon The Weekly Standard e la rivista libertarian Reason.
«Una cosa è condannare il Jyllands-Posten (il quotidiano danese che per primo ha pubblicato le vignette, ndAcm)», scrive il Weekly Standard, «per avere offeso milioni di persone. E una cosa molto differente è criticare i danesi o altri governi, dal momento che una simile critica presume che il governo debba controllare i media. (...) Il premier danese Rasmussen deve dire agli ambasciatori egiziani e agli altri non solo che questi non sono affari che riguardano il governo danese, ma anche che, essendo loro ambasciatori di Paesi, e non di religioni, non sono nemmeno affari loro. Gli ambasciatori, specialmente i sauditi, potranno rispondere che loro non fanno una simile distinzione. La nostra risposta deve essere, forte e chiara, che noi una simile distinzione la facciamo, e che proteggere la libertà religiosa ci obbliga a difenderla nei nostri rapporti con gli altri».
E ancora: «Dobbiamo essere molto chiari nella distinzione tra tolleranza religiosa e libertà religiosa. La tolleranza religiosa significa che non dobbiamo insultare la religione altrui, ed è una buona cosa. Ma la libertà religiosa significa essere liberi di respingere la religione degli altri e persino di insultarla. Il governo deve incoraggiare i suoi cittadini a essere tolleranti l'uno con l'altro, ma il suo compito principale è proteggere i diritti e le libertà dei suoi cittadini. Il fatto che talvolta qualcuno possa sentirsene offeso è uno dei costi della libertà».
Da applausi, per lucidità e scorrettezza politica, anche il ragionamento di Reason: «Il caso del Jyllands-Posten scatena disordini, ma a conti fatti è un passo avanti nella giusta direzione sia per i musulmani sia per i laici. In un mondo ideale, o quantomeno in un mondo appena migliore di questo, nessuno disegnerebbe caricature di Maometto, perché non ci sarebbe alcuna esigenza di provocare i musulmani. Noi non viviamo in un simile mondo, così la cosa migliore che possiamo fare è far sì che la controversia divampi. E' l'unico modo di pulire l'aria». Quanto al ragionamento fatto dall'amministrazione americana, che ha condannato la pubblicazione delle vignette con l'evidente timore che questa estremizzi l'opinione pubblica islamica in un momento delicato (ma quando non lo è?) della guerra al terrorismo, esso deve essere respinto, poiché «la libertà di parola va difesa anche se indebolisce la lotta al terrorismo».
Se Weekly Standard e Reason mettono nero su bianco più o meno quello che ti aspetti, la gradita (e purtroppo breve) sorpresa è stata il settimanale giordano Shehann. Il cui direttore, Jihad Al-Mumani, ha pubblicato tre delle dodici vignette incriminate e (come raccontato qui) si è rivolto così ai suoi lettori: «Cosa fa più male all'Islam: uno che si impegna a disegnare il profeta oppure un musulmano con addosso una cintura esplosiva che si fa saltare a una festa di matrimonio ad Amman o in qualunque parte del mondo? Oppure lo sgozzamento di un ostaggio davanti alle telecamere al grido di Allah Akbar?». Parole sensate e molto coraggiose, visto dove sono state scritte. Ovviamente, subito dopo aver mandato in tipografia queste sue idee tanto eretiche, il direttore di Shehann è stato licenziato.
Se ad Amman c'è chi prova a tenere alta la testa, pagando un caro prezzo, in Europa c'è chi il capo lo china per indole naturale. Il bollito ha già detto di aver trovato quelle vignette di cattivo gusto, spiegando che «questo è un periodo in cui ci sono grandi sensibilità sulla convivenza tra culture e religioni diverse e sarebbe auspicabile tenerne conto. Quelle caricature erano del tutto inappropriate e certamente irrispettose». Insomma, il ragionamento opposto a quello di Reason: teniamoci buoni gli intolleranti e comportiamoci come ci dicono loro, altrimenti si arrabbiano. Quando si dice la libertà prima di tutto.
Stesso registro, del resto, adottato dalle Nazioni Unite. Dove l'alto commissario per i Diritti umani, la canadese Louise Arbour, già a dicembre, dinanzi alle minacce islamiche contro il Jyllands-Posten, aveva difeso la libertà d'espressione secondo tradizione della casa, dichiarando il proprio «disappunto» per la pubblicazione delle vignette, aprendo un'inchiesta per razzismo, chiedendo spiegazioni ufficiali al governo danese (alla faccia della libertà di stampa) e scrivendo, in una lettera ai Paesi islamici, le seguenti parole: «Comprendo il vostro atteggiamento verso le immagini che sono apparse nel giornale. Ritengo allarmante ogni comportamento che disprezza le credenze altrui. Si tratta di cose inaccettabili».
Ora. Se il "cattolico adulto" Romano Prodi giudica «inappropriate e irrispettose» le dodici vignette e se l'alto commissario Onu per i Diritti umani le ritiene «allarmanti e inaccettabili», chissà che toni preoccupati avranno usato i due (Prodi è stato presidente della Commissione europea) nei confronti dell'Arabia Saudita e di tutti gli altri Stati islamici riguardo al trattamento che ogni giorno questi riservano ai cristiani e ai fedeli di altre religioni. Chissà che parole di fuoco, chissà quali prese di posizione coraggiose.

See also: Voltaire, salvaci (da noi stessi)

Update. Buona domenica a tutti. Moderazione commenti attivata sino a lunedì (forse lunedì sera, vedremo). Statemi bene.

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