sabato, aprile 14, 2007

Un tesoretto, quattro prese in giro

Romano Prodi ha appena spiegato, in una lunga lettera al Corriere della Sera, come intende usare il cosiddetto "tesoretto", ovvero la quota di gettito fiscale superiore alle attese che il governo oggi si trova in mano - a detta dei ministri inaspettatamente, e comunque solo grazie all'azione dell'attuale esecutivo - e può spendere per fare un po' di regalini pelosi agli elettori in coincidenza con la campagna elettorale per le amministrative. In ballo ci sono 10 miliardi di euro, 7,5 dei quali, però, serviranno alla riduzione del deficit. Restano quindi, da usare pronto cassa, 2,5 miliardi. Da dividere in tre parti: «Due di queste tre parti (il 66%)», scrive Prodi, «andranno, in diverse forme, a favore di chi, lavoratore, pensionato o disoccupato, affronta con maggior difficoltà il cammino delle propria esistenza. (...) Il restante terzo (33%) andrà alle imprese e alle politiche per la crescita, lo sviluppo e gli investimenti».

Si tratta di una enorme presa in giro. Primo motivo: perché il "tesoretto" che Prodi adesso vuole utilizzare a fini clientelari è tutto tranne che imprevisto. Come sa chiunque bazzichi un po' i numeri e i bollettini dell'agenzia delle Entrate. Come già si è scritto qui a novembre, «il gettito fiscale è in crescita forte e costante da prima che Visco e Prodi tornassero al governo e da ben prima che varassero la manovra di luglio. (...) Già nei primi tre mesi del 2006, prima delle elezioni, le entrate tributarie erano aumentate del 7,6% e il gettito Iva era cresciuto dell’8%. Mentre il governo Prodi stava nascendo, le entrate fiscali, trainate dalla ripresa dell’economia e dai provvedimenti firmati dal governo Berlusconi, lievitavano con percentuali a due cifre: a maggio il gettito dei tributi complessivi era cresciuto del 16,3% e quello prodotto dall’Iva del 13,6%. A settembre, quando i tecnici del governo si sono seduti per scrivere la Finanziaria, i dati delle entrate fiscali nei primi sette mesi dell’anno (+12,6% il gettito complessivo, +9,4% il gettito Iva) erano già noti».

Siccome si tratta di numeri che tutti gli addetti ai lavori conoscono, pochi giorni fa lo stesso identico ragionamento è apparso in un editoriale di Luca Ricolfi pubblicato sulla Stampa:
Le entrate tributarie, al netto delle una tantum della Finanziaria 2006, erano cresciute in modo imprevisto già nel primo trimestre del 2006, e nel resto dell’anno - ossia dopo l’insediamento del governo Prodi - non sono cresciute a un ritmo più rapido che nel primo trimestre. Se il confronto viene fatto con il 2005, l’accelerazione post-elezioni è minima: da +7,9% a +8,6%. Se il confronto viene fatto con il 2004 (il gettito 2005 ha un profilo temporale anomalo), l’accelerazione post-elezioni è addirittura negativa, nel senso che le entrate rallentano la loro corsa dopo le elezioni (da +11,6% a +7,8%). In breve, l’extra-gettito di cui ora si dà mostra di stupirsi, era perfettamente visibile già a metà dell’anno scorso, ai tempi della due diligence e del Dpef, ed era largamente consolidato in autunno, ai tempi del dibattito sulla Finanziaria.
Se l'esistenza del tesoretto era ampiamente prevista già un anno fa e il governo ha fatto finta di nulla, è solo per motivazioni politiche. Avessero ammesso l'esistenza di un gettito fiscale in forte ripresa, Romano Prodi, Vincenzo Visco e gli altri esponenti del governo e dell'Unione avrebbero dovuto riconoscere che Berlusconi aveva lasciato conti pubblici assai più in ordine ed un'economia assai più pimpante di quanto il centrosinistra avesse detto sino ad allora. In sostanza, avrebbero dovuto ammettere di aver basato la loro campagna elettorale su una serie di dati falsi. E questo non si fa. Così i ministri hanno scelto di insistere con le invenzioni (seconda presa in giro) per non rendere un riconoscimento postumo a Berlusconi.

Non solo. Aver gridato al buco nei conti pubblici anche quando non ce ne era bisogno ha dato al governo (terza presa in giro) il pretesto di calare una mazzata fiscale sulle teste dei contribuenti. "Deus vult", Dio lo vuole: dobbiamo risanare i conti pubblici disastrati lasciati da Berlusconi e Tremonti, non abbiamo alternative. Invece le alternative c'erano, e la scelta che è stata presa è stata solo politica, non certo contabile. Risultato: il varo di una manovra da 35 miliardi, composta per il 70 per cento da nuove entrate, e pressione fiscale nell'anno 2007 al 47,7%, vicina ai massimi storici, quando solo due anni prima era del 44,4%. L'unico ruolo che il governo Prodi ha avuto nell'aumento del gettito fiscale, dunque, non è aver dato impulso all'economia - come provano a farci credere a sinistra, smentiti dai fatti che indicano il gettito Iva in crescita già da un anno - ma aver aumentato le imposte nel 2007.

Quarta presa in giro, la redistribuzione del tesoretto. Prima hanno tolto i soldi alle famiglie, ora promettono di restituirli e pretendono di essere applauditi. Ma l'operazione non è a costo zero per il contribuente, tutt'altro. Perché grazie alla manovra che ha giustificato con un allarme infondato, il governo si è potuto permettere di aumentare le sue spesucce clientelari. In altre parole, solo una parte di quello che hanno pagato le famiglie torna indietro. In più adesso il governo, a poche settimane dalle elezioni amministrative, può usare quei soldi come meglio crede, e cioè redistribuirli nel modo che ritiene politicamente più efficace in vista del voto.

L'idea di usare quei soldi nel modo più corretto nei confronti del contribuente, e cioè abbassando le tasse, non li sfiora nemmeno. Perché meno tasse uguale meno gettito, e cioè meno spesa pubblica con copertura già garantita e meno mance pre-elettorali. Certo, si tratta di interventi che sono finanziati con un giro di vite fiscale, ovvero con il rallentamento dell'economia e l'ennesima riduzione della competitività. Ma questo è un governo che campa alla giornata, e la politica dell'aumento delle imposte riesce a soddisfare sia le pulsioni dirigiste e socialiste diffuse nella maggioranza, sia la disperata necessità del governo di sostenere una campagna elettorale perenne, facendosela pagare con i soldi degli elettori.

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