mercoledì, aprile 25, 2007

"Infedele", di Ayaan Hirsi Ali

di Fausto Carioti

Compagne femministe, dove siete? Brave opinioniste democratiche di Manifesto, Unità, Repubblica e Liberazione: coraggio. Tanto lo sappiamo tutti che se fosse uscito il libro di una donna incavolata con papa Ratzinger avreste inzuppato la penna nell’odio anticlericale e montato un caso umano, politico e giornalistico, copiandovi e citandovi l’una con l’altra. Invece, ora che avete tra le mani la denuncia di una donna (nera e atea!) contro l’islam e i suoi oscurantismi, tutte zitte. Le poche, pochissime che diranno qualcosa su “Infedele”, la biografia di Ayaan Hirsi Ali che Rizzoli ha appena spedito nelle librerie, lo faranno per imbottire i loro discorsi di distinguo, per dirci che in fondo la chiesa di Roma e l’islam trattano le donne più o meno allo stesso modo, che anche quella italiana è una cultura maschilista, e ripeteranno che Theo van Gogh era un personaggio “controverso”, lasciando intendere che chi gli era vicino non potesse essere poi tanto diverso da lui. Balle, fango.

Morta Oriana Fallaci, Hirsi Ali si è ritrovata in cima alla lista dei nemici dei fanatici islamici. Trentotto anni, somala, nel 2005 è stata citata dal settimanale Time come una delle cento donne più influenti del mondo. Essendo un’autoesiliata dal proprio Paese, e non l’erede del proprietario di un gruppo multinazionale, il riconoscimento vale dieci volte di più. In Italia, di lei abbiamo sentito parlare per la prima volta nel novembre del 2004, all’indomani dell’assassinio di Theo van Gogh per opera di Mohammed Bouyeri, islamico con la doppia cittadinanza marocchina e olandese. Sul corpo del regista, affisso con lo stesso coltello che gli aveva squarciato la gola, c’era un messaggio per lei: «So con certezza, Hirsi Ali, che tu sarai distrutta».

Una condanna a morte. Dovuta al fatto che Hirsi Ali, in Olanda, terra d’immigrazione finanziata con i soldi pubblici e non sottoposta ad alcun controllo, si era impegnata in una battaglia pericolosa: «Che l’intera comunità internazionale in questo secolo acquisti gli strumenti per affrontare la questione musulmana». Aveva portato le sue idee sui giornali, in Parlamento e anche nel film che è costato la vita a Van Gogh, “Submission”, del quale aveva scritto la sceneggiatura.

Hirsi Ali era giunta in Olanda nel 1992 per fuggire da un matrimonio che la sua famiglia aveva combinato con un somalo che viveva in Canada. Già durante gli anni trascorsi in Africa si era allontanata dall’islam, ritenendolo all’origine di molte cose ingiuste e razionalmente inspiegabili, prima tra tutte la sottomissione della donna nei confronti dell’uomo. All’età di cinque anni, come da tradizione della sua terra, fu sottoposta a mutilazione genitale. Oggi scrive che «spesso la gente sostiene che la mia rabbia derivi dall’infibulazione, o dal matrimonio combinato da mio padre. Non dimenticano mai di aggiungere che ciò che è capitato a me è raro, nel mondo musulmano moderno. Queste persone dimenticano che nel mondo centinaia di milioni di donne sono state costrette a matrimoni combinati, e che ogni giorno vengono infibulate seimila bambine».

Ottenuto asilo come rifugiata, riesce a studiare e a laurearsi in Scienze politiche. Dopo l’11 settembre si accorge che l’Olanda non ha capito nulla di come l’islam guarda all’occidente e alle sue libertà, e decide di fare politica attiva: «L’Olanda, questa fortunata nazione dove non succede mai niente, stava cercando di fingere per l’ennesima volta che nulla fosse successo». Gli editorialisti dei quotidiani di Amsterdam non dovevano essere poi così diversi da quelli italiani: «Quasi tutti gli articoli che analizzavano la figura di Bin Laden e il suo movimento esaminavano un sintomo, ma non affrontavano la malattia nel suo insieme, un po’ come se qualcuno pretendesse di studiare Lenin e Stalin senza tenere conto delle opere di Karl Marx. Il Profeta Maometto era la guida morale, non Bin Laden, ed era la guida del profeta che andava valutata».

Intanto Hirsi Ali divorava i testi di Spinoza, John Stuart Mill, John Locke, Immanuel Kant, Voltaire, Bertrand Russell, Karl Popper, trovando in questi filosofi le basi di quella libertà che nel mondo musulmano è ancora un sogno di pochi: «Tutta la vita è risolvere problemi, dice Popper. Non ci sono certezze assolute; il progresso si afferma mediante il pensiero critico». Capisce che il partito laburista, con il quale ha collaborato sino ad allora, non è il posto giusto per una simile sfida, e accetta di candidarsi con il partito liberale. Nel gennaio del 2003 è eletta in parlamento. Un mese dopo si presenta alla sua porta un uomo «chiassoso e scarmigliato»: «Sono Theo van Gogh, ho votato per te». Nel 2004, i due realizzano “Submission”: storie di quattro donne sottomesse agli uomini in nome del corano.

La morte di Van Gogh cambia per sempre il volto dell’Olanda e la vita di Hirsi Ali. Invece di fare muro per difenderla dalle minacce degli islamici, il politicamente corretto establishment olandese dà il via alla gara vigliacca a chi scappa più lontano. È isolata, e la sua presenza diventa motivo d’imbarazzo per lo stesso partito liberale. Dopo un’inchiesta durata appena quattro giorni, nonostante sia una parlamentare, le viene tolta la cittadinanza olandese, usando come pretesto il fatto che, al momento dell’ingresso nel Paese, Hirsi Ali avesse dato generalità in parte false per non essere rintracciata dalla sua famiglia d’origine.

Adesso vive negli Stati Uniti, unico Paese che garantisce sicurezza e libertà a quelli come lei. Lavora a Washington per l’American Enterprise Institute, uno dei più prestigiosi think tank conservatori. È stata una delle ultime persone a bere quello champagne che Oriana Fallaci offriva agli ospiti della sua casa di Manhattan nel periodo finale della sua vita. Più che un brindisi, un passaggio di testimone: «Quando sento affermare che i valori dell’islam sono la compassione, la tolleranza e libertà», scrive Hirsi Ali nella sua autobiografia, «io guardo la realtà, le culture e i governi, e vedo che non è così. Gli occidentali hanno paura di farlo perché temono di essere accusati di razzismo. Ma questa paura deve essere superata».

© Libero. Pubblicato il 25 aprile 2007.

Su Ayaan Hirsi Ali e i tanti come lei, su questo stesso blog: Succede in Europa.

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