sabato, settembre 30, 2006

Non lo fo (solo) per piacer mio

A furia di difendere l'aborto e di dipingere il matrimonio come un'istituzione obsoleta, per non dire ridicola (un tempo in Francia e in Italia si sarebbe detto "borghese"), la sinistra statunitense, man mano che avanzano le generazioni, si scopre sempre più con il fiato sul collo: collegi elettorali tradizionalmente fifty-fifty con gli odiati conservatori iniziano a pendere sempre più dalla parte dei Repubblicani, e collegi in cui i Democratici potevano contare su una solida maggioranza stanno diventando seriamente a rischio per Hillary Clinton e compagnia.

Tutto si spiega con il fatto che i figli, pur essendo ovviamente liberissimi di votare in maniera opposta a quella dei loro genitori, nella maggior parte dei casi, nel segreto dell'urna, scelgono di seguire il loro esempio. Il motivo, chiaramente, è che l'educazione impartita dalla famiglia, i discorsi sentiti all'interno delle mura di casa e il mix di valori e stili di vita appresi (libertà, autorealizzazione e imprenditorialità piuttosto che uguaglianza, solidarietà, welfare) contano. Eccome.

Negli Stati Uniti (e probabilmente non solo), tra destra e sinistra vi è un crescente gap demografico, dovuto alle differenze nel tasso dei matrimoni e nel tasso di fertilità. Sia per tradizione sia per un consapevole marketing politico, i repubblicani tendono ad attrarre gli elettori più propensi a sposarsi e a fare figli. I democratici, al contrario, attraggono elettori meno favorevoli al matrimonio e meno portati alla procreazione. La propensione a sposarsi e quella a riprodursi sono ovviamente legate l'una all'altra. Si possono certamente fare figli senza essere sposati, ma chi si sposa nella quasi totalità dei casi lo fa avendo in mente un progetto che comprende anche future generazioni. Chi non si sposa, un simile progetto può averlo come può non averlo. Inoltre, anche elettori tendenzialmente progressisti, una volta sposati e diventati genitori, tendono a guardare alla politica con uno sguardo più conservatore. Mentre è assai più difficile che una coppia di conservatori, una volta sposati e messa su famiglia, inizino ad apprezzare i temi tradizionali della sinistra.

Non solo. In quanto tendenzialmente antiabortisti, i repubblicani avranno più chances di portare a termine l'eventuale gravidanza, laddove i democratici si sentiranno moralmente assai più liberi di valutare se abortire o meno.

E' un trend ovviamente lento, i cui effetti però iniziano a intravedersi. Da due inchieste (sul fertility gap e sul marriage gap) appena uscite su Usa Today si apprende che:

1) Dei 50 collegi elettorali con la più alta percentuale di elettori sposati, i Repubblicani oggi ne controllano ben 49. I Democratici, appena 1;

2) Dei 50 collegi elettorali con la più alta percentuale di elettori adulti che non sono mai stati sposati, i Democratici ne controllano la totalità: 50;

3) Dei 61 collegi in cui meno di metà degli adulti sono sposati, i Democratici ne rappresentano 59, i Repubblicani 2;

4) I Repubblicani rappresentano collegi al cui interno vivono 39,2 milioni di minorenni: 7 milioni più dei Democratici;

5) Dei 30 collegi elettorali in cui la percentuale di bambini che vive con genitori sposati è inferiore alla metà, i Democratici ne rappresentano la totalità: 30;

6) Nelle elezioni presidenziali del 2004, George W. Bush sconfisse John Kerry con quindici punti di distacco tra gli elettori sposati e perse per 18 punti tra gli elettori non sposati.

Come dice la sondaggista Anna Greenberg, «le maggiori differenze nella politica americana sono la religione, la razza e lo status matrimoniale». I Democratici sono formidabili macchine acchiapavoti tra i singles, i gay e gli abortisti. I Repubblicani fanno altrettanto con le famiglie tradizionali. La differenza è che i secondi si riproducono con facilità, i primi tendono a farlo assai meno. Nel lungo periodo, questo potrebbe fare la differenza.

Per saperne di più:
"The Roe Effect - The right to abortion has diminished the number of Democratic voters", sul Wall Street Journal
"No More Babies (Left) To Kiss", su The Right Nation

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venerdì, settembre 29, 2006

Aderisco al Suviet

Dichiarazione di Marco Taradash, portavoce dei Riformatori Liberali:

«La tassazione dei Suv, che verrà introdotta nella prima finanziaria Padoa-Schioppa, non ha alcun senso logico. I Suv sono veicoli a quattro ruote come gli altri, che a parità di cilindrata inquinano come gli altri poiché sono obbligati a rispettare le stesse regole, che vanno a benzina a Diesel o a Gpl o metano come gli altri, che costano come gli altri. E consumano quanto o meno delle normali auto di lusso. Sono usati nell’Italia rurale o montana per ragioni pratiche, in quella urbana per ragioni che non spetta allo Stato sindacare.

L’unica spiegazione di un provvedimento punitivo nei confronti dei possessori di Suv la si può trovare nella subcultura nasi-maoista (sic) che infetta la maggioranza: ancora una volta la sinistra al governo esprime la sua unica ideologia residua, quella della “puzza al naso” contro chi non ha “classe”, e cerca di attribuire ad essa dignità di politica fiscale.

Ma la stupidità non passerà. Di fronte a questa ennesima manifestazione di intolleranza nei confronti di chi non soltanto ha fatto i soldi ma lo dà pure a vedere, così offendendo i veri ricchi (che votano a sinistra, e girano in Ferrari e cabriolet Mercedes) e i falsi poveri (che votano a sinistra, e gli girano), noi Riformatori Liberali ci costituiamo da oggi in Suviet (SUV Incazzati E Terribili). Chiamiamo perciò all’appello contro la tassazione di “classe” tutti i Suvieti d’Italia per manifestazioni popolari e un po’ burine a difesa della libertà, del mercato, e perfino della Nazione (visto che soltanto da pochi mesi l’industria automobilistica italiana ha messo in commercio, con colpevole ritardo, i suoi primi modellli di Suv).

Non crediate che scherziamo».

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giovedì, settembre 28, 2006

Il grande freddo

Mai stato così debole. Romano Prodi esce con le ossa rotte dal confronto parlamentare sul caso Telecom-Rovati, con un coefficiente di leadership ridotto ai minimi termini. Ne esce assai peggio di come c’era entrato, e già non era un bello spettacolo.

Ricordiamolo. Prodi aveva difeso con le unghie Angelo Rovati, il suo collaboratore che, giocando a fare il piccolo Enrico Cuccia, ammazzava il tempo preparando su carta intestata di palazzo Chigi piani di riassetto per Telecom, azienda privata quotata in Borsa, per poi inviarli a Marco Tronchetti Provera (è l’ipotesi di gran lunga più innocentista nei confronti di Prodi e del suo “pseudotesoriere”, le altre si possono solo immaginare). Per non finire travolto in prima persona, Prodi è stato costretto a far dimettere Rovati. Aveva detto che non avrebbe riferito in Parlamento sulla vicenda, perché farlo sarebbe stata “una cosa da matti”. I suoi stessi alleati lo hanno costretto a presentarsi. Goffo il tentativo di fare di necessità virtù: parlando dinanzi all’emiciclo ieri Prodi ha detto che la sua stessa presenza in aula dimostrava “quanto l’accusa di volermi sottrarre al confronto con il Parlamento sia infondata”, laddove bastava leggere i quotidiani vicini alla maggioranza, compresi gli organi di partito, per capire che, se Prodi era lì, è solo perché si tratta di un premier debole, senza partito, incapace di tenere testa a Ds e Margherita, azionisti di maggioranza del suo governo, che lo hanno preso per le orecchie e portato di peso nell’aula di Montecitorio. Aveva detto che avrebbe parlato solo alla Camera, perché il premier “non si presenta mai nei due rami del Parlamento”. Obtorto collo, è stato costretto a fissare una data anche per palazzo Madama, dove è atteso per il 5 ottobre.

Come noto, Prodi avrebbe potuto affrontare il dibattito già nei giorni scorsi, ma ha scelto di ritardare quanto più possibile il momento del confronto sperando che nel frattempo l’attenzione dell’opinione pubblica su quanto fatto da Rovati scemasse e che, magari, ai piani alti di Telecom arrivasse quell’avviso di garanzia di cui si vocifera da giorni. Avrebbe potuto funzionare, ma così non è stato. Prodi ha negato ogni coinvolgimento, preferendo passare per incapace che per intrallazzatore (ma “il cumulo delle cariche non è vietato”, gli ha ricordato un Tremonti in gran spolvero), e cercato in ogni modo di dirottare il baricentro del confronto sul riassetto del capitalismo italiano - molto meno impegnativo, come argomento, del casino creato dal suo braccio destro. Non ci attendeva nulla di diverso. Lo smalto però - materia di cui il professore bolognese già non abbonda di suo - non era certo quello dei giorni migliori.

Qualcosa di più, anzi molto di più, era invece lecito attendersi dai suoi alleati, che si sono limitati a una difesa d’ufficio. Freddissimi, Ds e Margherita hanno lesinato gli applausi al presidente del consiglio, concedendoli col contagocce proprio nel giorno in cui il poveretto (per di più in diretta televisiva) ne avrebbe avuto più bisogno. Il solito Tremonti si è divertito a spargere sale sulle ferite quando ha detto che «D'Alema ha iniziato le sue vacanze convinto della fusione Sanpaolo-Monte dei Paschi di Siena. Durante le stesse, ha letto sul giornale la notizia sulla fusione Sanpaolo-Banca Intesa. Poi, ha letto sul giornale dell'affare Telecom, di un affare che, alla Farnesina, si direbbe del tipo con ritorno non multilaterale, bensì unilaterale». Non sono ferite che si rimargineranno presto.

Il segretario rifondarolo, Franco Giordano, e quello del Pdci, Oliviero Diliberto, nei fatti, anche se non nei toni, hanno attaccato duramente Prodi, criticando la privatizzazione di Telecom (avviata da Prodi) e invocando il riavvio delle statalizzazioni (ricetta che Prodi, almeno a parole, ha giudicato inattuabile anche ieri). Solo l'attaccamento alle poltrone impedisce alla sinistra dell'Unione e a Prodi di guardarsi in faccia e tirare le somme. E’ poi bastato che la Cdl provasse a fingersi unita per mezza giornata per mettere ancora più in risalto il dramma politico del presidente del consiglio.

Per Prodi il cammino della Finanziaria, che sarà varata tra poche ore dal consiglio dei ministri, non potrebbe iniziare sotto peggiori auspici. Oggi si è capito, casomai ce ne fosse bisogno, che non è lui il leader per quale i partiti dell'Unione sono pronti a sacrificarsi.

Il testo integrale del dibattito alla Camera sulla vicenda Telecom-Rovati

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Victor Davis Hanson: il nuovo antisemitismo occidentale è di sinistra

Siamo abituati ad associare l'odio per gli ebrei con la ridicola destra nehanderthaliana che va a letto con gli stivali. Ma questo nuovo veleno, almeno nella sua forma occidentale, è soprattutto un'impresa della sinistra, e spesso della sinistra accademica. E' anche molto più insidioso, data la pretesa superiorità morale della sinistra e la sua influenza nei media prestigiosi e nelle università. Ne vediamo gli sventurati risultati nelle frequenti manifestazioni anti-Israele che si tengono nelle università, dove Israele è associata al nazismo, mentre i media hanno pubblicato immagini taroccate e raccontato in modo schierato gli eventi nel sud del Libano.

Victor Davis Hanson, storico, membro della Hoover Institution e insegnante all'università di Stanford, racconta così "Il nuovo antisemitismo". Una descrizione che si può applicare alla realtà italiana senza cambiarne una virgola.

Stesso argomento su questo stesso blog: "I primi frutti dell'antisemitismo europeo".

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mercoledì, settembre 27, 2006

Vota il peggiore

E' molto facile. Funziona così. Prima si legge questo. Ci si fa un'idea sopra. Poi, dopo attenta riflessione, si risponde alla domanda: è più pericoloso il regista laicista a la page, coraggioso e controcorrente come un tronco alla deriva, che denuncia tutte le religioni e propone di abolirle in nome della suprema religione della Pace, oppure la sovrintendente della Deutsche Oper che se la fa sotto e - per paura di offendere gli islamici, che tanto delle eventuali proteste di cristiani e buddisti non frega niente a nessuno - cancella l'opera (o qualunque cosa essa sia) dal cartellone? Trattasi, va da sé, di due genotipi assai diffusi nell'Europa di oggi.
Il sottoscritto vota per la seconda. Ha sacrosanta ragione il borgomastro che giudica la sua una «decisione sbagliata, che offre a chi combatte i nostri valori la conferma che noi non siamo pronti a difenderli». Per neutralizzare il regista politicamente corretto, infatti, basta infatti ignorare la sua boiata. La seconda è assai più pericolosa. I due, ovviamente, sono l'uno complementare all'altra. Due facce della stessa medaglia: quella dell'Europa che si vergogna di se stessa.

Lettura consigliata: "Intimorire l'Occidente: da Rushdie a Papa Benedetto", di Daniel Pipes.

Update del 28 settembre. Da leggere "Appeasement at the Opera. Mozart falls victim to fear of Muslim rage", sul Wall Street Journal odierno. Passaggio chiave: «Today it was Mozart. Tomorrow perhaps it will be Shakespeare. Or Dante, who after all has a pretty hot place reserved for Muhammad in "The Divine Comedy." It is not--not yet--too late to put a stop to our habit of appeasing a murderous fanaticism that demands privileges and indulgences it refuses to grant to others. The spectacle of Deutsche Oper's decision to cancel "Idomeneo" suggests that the West's dealings with Islam have entered a new phase. Yesterday, we waited until after the Muslims took to the streets before capitulating; today, it appears we have moved on to pre-emptive capitulation».

Relativismo giudiziario 2: i cadaveri dei dhimmi

I legali del gruppo Padma, che ha curato gli interessi dei tre cattolici fucilati in Indonesia, dopo aver fatto stilare un referto da medici cristiani ha denunciato la presenza sui cadaveri di ferite non riconducibili alla fucilazione stessa: Tibo avrebbe due costole rotte e cicatrici sul viso, mentre da Silva è stato trafitto al cuore da un oggetto simile a un pugnale. Tutti e tre, inoltre, hanno i segni di cinque spari nel petto, invece che uno solo. Il governo di Jakarta nega tutto, ma il fatto che il procuratore di Palu abbia voluto dare sepoltura a Tibo e compagni in tutta fretta, senza concedere nemmeno i funerali religiosi, dà credito alle ipotesi che la fucilazione non sia avvenuta secondo le procedure consentite dalla legge internazionale.
Il resto su Asia News.

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domenica, settembre 24, 2006

Intervista a Mughini sul perché l'ordine dei giornalisti va abolito

di Fausto Carioti

Pochi giorni fa, l’ordine dei giornalisti del Lazio ha inviato a Giampiero Mughini un telegramma di convocazione. Intende chiedergli conto degli spot televisivi girati per un noto gestore di telefonini. Ai giornalisti è infatti vietato pubblicizzare qualunque prodotto. Mughini ha scritto una lettera al Foglio, pubblicata ieri, in cui fa sapere di non avere apprezzato il tono «ultimativo e perentorio» di quella convocazione, definisce l’ordine una «burocrazia del nulla» e avverte i mittenti: «Non risponderò né ora né mai, mi mandaste pure trenta telegrammi». Ma di cose da dire Mughini ne ha tante: sul giornalismo italiano, sulle “marchette” e sull’albo dei giornalisti.

Non dica che non si aspettava la reazione dell’ordine.
«La davo per scontata. Me ne sono altissimamente strainfischiato, non avendo dell’ordine alcuna considerazione. Lo considero uno dei tanti enti inutili italiani».

Anche se attesa, la reazione dell’ordine dei giornalisti è riuscita comunque a colpirla.
«È stata molto sgraziata sul piano della forma. Potevano farmi una telefonata in cui, da collega a collega, mi ponevano le loro domande. Invece mi hanno inviato un telegramma come si manderebbe a un inquilino da sfrattare, a un debitore che si rifiuta di pagare. Quel telegramma se lo possono ficcare in quel posto».

Bene che vada la sospendono dall’ordine dei giornalisti.
«Lo do per certo. Tanto, io non mi sono mai sentito un giornalista, anche se sono stato ospite in molti giornali, in alcuni come dipendente e in altri come collaboratore. In questo momento, peraltro, non ho alcun giornale su cui scrivere né alcun rapporto professionale con alcun giornale».

Però lei in tutti questi anni è stato iscritto all’ordine dei giornalisti, e lo è tutt’ora. Perché?
«Sì, pur non avendo mai capito a cosa servisse l’ordine dei giornalisti ho pagato l’iscrizione all’albo sino allo scorso anno, quando ero ancora dipendente di Panorama. Nell’anno 2006 non l’ho ancora pagata. Più per pigrizia che per altro. In tutta la mia vita non ho mai avuto un solo istante di rapporto con l’ordine, né ho mai pensato all’ordine in momenti che pure ritenevo importanti dal punto di vista deontologico».

Ad esempio?
«Il fatto che alcuni giornalisti mi insultassero su un quotidiano avrebbe dovuto richiedere la convocazione di un collegio d’onore».

Chi l’ha insultata?
«Una volta lo fece un giornalista di Repubblica. Era un mio ex collega di Paese Sera, si chiama Alfredo Dondi. Sotto pseudonimo, scrisse che in televisione avevo l’aria dello spastico. Non mi pare fosse un argomento troppo felice».

Non troppo. E lei?
«Io feci l’errore di rivolgermi alla magistratura. Il giudice, che evidentemente era un grande ammiratore di Repubblica, scrisse che quello era un articolo divertente e ironico e mi condannò a pagare le spese. In un’altra occasione Antonio Gnoli, sempre su Repubblica, scrisse che un mio libro stava andando talmente male che la Rizzoli era preoccupata. Chiamai l’addetto commerciale della Rizzoli. Mi disse: “Caro Mughini, se tutti i libri andassero male come il suo faremmo i salti di gioia”. Inviai quindi una lettera a Eugenio Scalfari, chiedendogli di pubblicarla. Non l’ha mai fatto».

La morale della storia?
«La morale è che la prossima volta l’eventuale collega lo aspetterò sotto casa».

L’ordine dovrebbe servire anche a evitare certe soluzioni drastiche.
«L’ordine non esiste. Non ha niente a che vedere con la vita morale, professionale, deontologica e culturale di noi giornalisti. A parte il fatto che noi giornalisti siamo un’entità che non esiste. Ci sono diecimila giornalisti, diecimila pseudo liberi professionisti, ciascuno dei quali si arrangia o fa bene a modo suo, in specializzazioni completamente diverse e in contesti culturali del tutto distanti. Nessuno ha nulla in comune con gli altri. Io non ho nulla in comune con gli altri 9.999 altri giornalisti. Ciò non toglie che io possa stimare molti di loro, come lei o come il suo direttore».

Favorevole all’abolizione dell’albo dei giornalisti, quindi?
«Assolutamente. Se non ho firmato l’appello per l’abolirlo è solo perché io non firmo mai appelli. Ma la perfetta inutilità dell’ordine è notoria. È anche un po’ offensiva l’idea che liberi professionisti siano catalogati e messi in un elenco. Non c’è l’elenco delle puttane, perché mai dovrebbe esserci l’elenco dei giornalisti?».

Nella sua lettera lei sostiene che la sua prestazione pubblicitaria e la sua attività giornalistica sono due cose separate.
«Assolutamente diverse. Io per fare quello spot ho un contratto d’artista e per quella remunerazione verserò i contributi all’Enpals, l’ente previdenziale dei lavoratori dello spettacolo. Non un secondo è messa in gioco la mia identità di giornalista. Ovviamente, se dopo aver fatto quello spot scrivessi un articolo a celebrazione di quel determinato prodotto, io meriterei non l’espulsione dall’ordine, ma la fucilazione civile. Ma io questo non lo farò. A differenza delle ignobili marchette che i giornali pubblicano tutti i giorni».

Qual è il prototipo dell’ignobile marchetta?
«È l’esaltazione del dirigente politico da parte del giornalista amico. Trovo allucinante che alcuni che scrivano di politica facciano apertamente i nomi di leader ai quali sono non affezionati, ma devoti. E non parlo di modi di essere alla Giuliano Ferrara, il quale quel suo ruolo guascone lo ha scelto con spirito di provocazione».

Di chi parla quindi?
«C’è gente alla quale, al pronunciare il nome di Prodi, viene la lacrima agli occhi. Altri hanno la stessa reazione al pronunciare il nome di Berlusconi. Niente nomi però, non è piacevole».

Solo un paio.
«Diciamo che Gad Lerner e Paolo Guzzanti, entrambi miei amici, sviano dall’identità della professione. Parlassero da artisti andrebbe benissimo. Ma come giornalisti no. Perché loro si commuovono».

Chi si salva?
«Tantissimi. Ho già detto della mia stima per Vittorio Feltri. Marco Travaglio è un altro che picchia a destra come a sinistra, e lo stimo anche se condivido solo metà delle cose che dice. Ma quelli che leggo con delizia sono centinaia. Giampaolo Pansa, molti dei collaboratori del Foglio. Sono stra-amico di Aldo Cazzullo. È una lista che non finisce mai, e mi scuso con tutti quelli che non ho citato».

Ma lei riesce a recensire il libro di un amico con lo stesso distacco con cui recensisce il libro di un perfetto sconosciuto?
«Assolutamente no. Recentemente ho scritto proprio dell’ultimo libro di Cazzullo. E ne ho scritto in modo manifesto come del libro di un amico».

Una recensione da artista, quindi. Non da giornalista.
«Da artista, assolutamente».

“Ignobili marchette” ne ha mai fatte?
«Quando stavo a Panorama, una dozzina d’anni fa, l’allora mio direttore mi chiese un’intervista a un noto stilista».

Quale stilista?
«Siccome è morto non lo citeremo. Io non potevo dire di no. Né avrei avuto alcun motivo per farlo. Mentre ci parlavo, lui era come se smussasse le domande. Io ero molto scontento del prodotto che stava venendo fuori. Ma la cosa peggiore fu quando, dopo che avevo consegnato l’articolo, il suddetto intervistato telefonò alla direzione del giornale e chiese di migliorare alcune cose che io gli avevo fatto dire. E in parte gli venne concesso, perché quel signore irrorava Panorama di pagine pubblicitarie. Ne venne fuori non una “ignobile marchetta”, ma comunque una marchetta».

Da renderne conto all’ordine dei giornalisti.
«Se in quell’occasione l’ordine mi avesse telefonato, io avrei sentito il dovere di andare e spiegarmi. Solo che avrei trovato una fila lunga da Roma a Settebagni, perché assieme a me avrebbero dovuto esserci tutti i giornalisti che in quella settimana avevano fatto marchette».

La marchetta come malattia professionale della categoria.
«Un collega mi ha spiegato che alcuni dei giornalisti che scrivono di moda hanno gli armadi pieni di vestiti degli stilisti di cui tessono elogi spietati. Abbiamo visto anche nel giornalismo sportivo: una cosa è amare una squadra, una cosa è telefonare al direttore generale di quella squadra per farsi dire come comportarsi in televisione. E in questo quadro del disonore mandano un telegramma a me, come fossi una colf?».

© Libero. Pubblicato il 24 settembre 2006.

Post scriptum. Il prossimo post è previsto non prima di martedì sera o mercoledì mattina. Sino ad allora, moderazione commenti attivata.

venerdì, settembre 22, 2006

Bianco e maschio? Non puoi fare il poliziotto

Doveva succedere, prima o poi. Il politicamente corretto ha varcato l'ultima frontiera della vergogna e, anche in Europa (negli Usa c'è già una lunga casistica), si è trasformato ufficialmente in razzismo. In nome della affirmative action, un posto di lavoro, per giunta pubblico, è stato vietato a chi è bianco e di sesso maschile. Non è successo in qualche socialdemocrazia del nord Europa, ma in Gran Bretagna. E non a un individuo solo, ma a 108 individui, maschi e bianchi, che si erano presentati per un posto da poliziotto nel distretto di polizia del Gloucestershire e sono stati scartati senza fornire loro alcuna spiegazione credibile. Si è scoperto poi che le loro domande erano state respinte solo perché chi dirigeva il distretto aveva scelto la politica di incoraggiare le diversità all'interno del corpo di polizia, prendendo in considerazione solo le domande presentate da donne e da esponenti delle minoranze etniche.

Lo scandalo (perché di questo si tratta, uno scandalo civile ed anche economico, visto che i soldi dei contribuenti non sono usati per stipendiare il poliziotto migliore, qualunque sia il suo colore della pelle, ma il poliziotto sessualmente ed etnicamente più trendy) è venuto a galla solo perché uno dei 108 candidati, Matt Powell, ha presentato denuncia e - siccome non siamo in Olanda né in Norvegia, ma pur sempre in Inghilterra - l'ha vinta, e adesso gli altri 107 potrebbero imitarlo. L'intera storia è raccontata sul Times.

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Nel caso non si fosse capito

Alle ore 16 di giovedì 21 settembre Romano Prodi era a palazzo Chigi, tornato da New York. A quell'ora era prevista la presenza del rappresentante del governo, il ministro Paolo Gentiloni, dinanzi al Senato, per riferire sulla vicenda Telecom. I tempi tecnici per essere presente in aula, dunque, Prodi li avrebbe avuti. Era lì, a duecento metri da palazzo Madama, barricato nel suo ufficio. Se non lo ha fatto è solo perché è mancata la volontà politica.

Prodi riferirà alla Camera il 28 settembre. Al Senato nei giorni successivi. Perché? Certo, perché spera che, di qui ad allora, si sia attutito il clamore suscitato dal caso Rovati (il suo collaboratore che nel tempo libero, senza averne titolo, scriveva piani di riassetto del gruppo Telecom su carta intestata di palazzo Chigi e li affidava a un corriere delle forze dell'ordine affinché li consegnasse a Marco Tronchetti Provera). Ma non solo. Da qui ad allora, infatti, è convinzione comune che venga ufficializzato l'arrivo di un nuovo, clamoroso avviso di garanzia ai piani alti di Telecom (l'arrivo alla testa del gruppo di Guido Rossi, assai ben visto dalle procure, va letto infatti anche come un gesto di appeasement nei confronti dei magistrati). Prodi potrà così entrare a Montecitorio prima e a Palazzo Madama poi come colui che si è opposto ai progetti di un vertice aziendale su cui la magistratura, poco dopo, ha deciso di indagare. Uno che aveva capito tutto sin dall'inizio, insomma.

C'è di più. Venerdì 29 settembre, il giorno dopo il D-day di Prodi alla Camera, il consiglio dei ministri si riunirà per varare la Finanziaria. In altre parole, il ruolo di Prodi nella vicenda Rovati e nel pasticcio Telecom dovrebbe occupare il titolo principale delle prime pagine dei quotidiani e dei notiziari solo per un giorno. Dal momento del varo della Finanziaria, infatti, l'attenzione del circo Barnum dei media si concentrerà soprattutto sulla manovra per il 2007, mettendo - è l'auspicio del premier - le magagne di Prodi in secondo piano.

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giovedì, settembre 21, 2006

Relativismo giudiziario

I tre cattolici indonesiani in attesa di esecuzione sono stati fucilati. Fabianus Tibo (60 anni), Marinus Riwu (48) e Domingus da Silva (42) sono stati giustiziati alle 01.10 (ora locale). Erano stati condannati come responsabili di un massacro di musulmani avvenuto nel 2000 a Poso, negli scontri interreligiosi che hanno insanguinato la zona fino al 2001. Durante il loro processo, segnato dalle intimidazioni degli estremisti islamici, i giudici si sono rifiutati di ascoltare i testimoni della difesa, che erano pronti a scagionare i tre cattolici.

Qui per sapere di più sull'esecuzione
Qui per sapere di più della loro storia
Qui per capire come vivono i cattolici nell'Indonesia di Allah

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La solitudine di Prodi

di Fausto Carioti

Il Romano Prodi über alles, sotto il cui sguardo compiacente si annunciava la fusione tra Banca Intesa e Sanpaolo (sfidando così i Ds sul terreno loro più congeniale, quello dell'alta finanza), il Prodi decisionista con la mascella volitiva, che portava i soldati italiani in Libano e costringeva tre quarti della Casa delle libertà a dire sì alla "sua" missione, non c'è più. Si è sgonfiato nel giro di poche ore, come un soufflé riuscito male. Al suo posto è riapparso il Prodi debole e nervoso dei momenti peggiori, un po' Tafazzi e un po' Fantozzi, con la fronte sudata e lo sguardo da talpa. Irriso dagli avversari e sopportato con sempre più malcelato fastidio dai suoi alleati. Un uomo solo al comando, molto solo e con poco comando, vista l'irruenza con cui il mondo che lo circonda gli si è rivoltato contro. Un leader di coalizione che sta pagando a caro prezzo il suo peccato originale: quello di non essere il leader di alcun partito. Hai voglia a dire che il suo partito è l'Ulivo e altre amenità del genere. Balle. Nell'ora del pericolo un premier ha bisogno di qualcuno disposto a fargli scudo col corpo, ha bisogno di senatori e deputati e capigruppo e ministri che impongano la sua linea agli alleati. Prodi, al massimo, può contare sul silenzio di un factotum pasticcione come Angelo Rovati, sull'amicizia di Silvio Sircana e sulle profonde elucubrazioni di Arturo Parisi. Col risultato che adesso si trova in prima linea da solo. Ne uscirà vivo, ma con addosso tante di quelle ferite che è in dubbio sin d'ora se a fine dicembre, al termine di quella via crucis chiamata legge Finanziaria, potrà ancora reggersi in piedi.

Gli schiaffi peggiori Prodi li ha ricevuti da sinistra. Il primo segnale, molto chiaro, gli è arrivato il 15 settembre da Ezio Mauro: «Il prossimo incontro tra un grande imprenditore e un capo di governo», ha scritto il direttore di Repubblica, «avvenga a palazzo Chigi o almeno in una prefettura, dove non ci sono consiglieri ma c’è una bandiera della Repubblica». In aperta polemica con Prodi, Gianfranco Pasquino, sull’Unità, il 19 settembre gli ha impartito la lezioncina di democrazia: «Non è mai “una cosa da matti” per il governo accettare il confronto (e, eventualmente, lo scontro) con l’opposizione in Parlamento. Anzi, è il comportamento più raccomandabile dal punto di vista democratico». Lo stesso giorno, il Manifesto lo paragonava nientemeno che al Babau di Arcore, denunciandone «dichiarazioni e gesti che se fossero stati di Berlusconi avrebbero fatto gridare allo scandalo».

Ancora più male, però, ha fatto a Prodi il fuoco amico dei partiti che lo sostengono. I Ds, la Margherita, i radicali e persino Fausto Bertinotti, in pubblico (con toni comprensivi) e soprattutto in privato (con toni spesso ultimativi) lo hanno invitato ad assumersi le sue responsabilità. Rovati, l’uomo che ha dato origine a tutti i guai inviando a Tronchetti Provera un piano di riassetto del gruppo Telecom scritto su carta intestata della presidenza del Consiglio, era il suo più stretto collaboratore: sta a Prodi, dunque, giocarsi la faccia in Parlamento per spiegare una simile ingerenza negli affari di un gruppo privato quotato in Borsa.

È con loro che Prodi ce l’ha più che con chiunque altro: con gli alleati inaffidabili, i quali non hanno capito che se va a fondo lui vanno a fondo anche loro (ma sarà vero? O non sarà, piuttosto, che l’unico che rischia di andare a fondo con Prodi è il futuribile partito democratico, del quale non frega niente a nessuno?). Cornuto e mazziato, il premier è in piena crisi di nervi. Solo una satira militante quale quella italiana potrà farsi sfuggire perle come l’uscita che Prodi, rifiutandosi di andare in Senato, ha dedicato ieri agli alleati, definendosi «per metà primo ministro e per metà assistente sociale», e la gaffe sulla sicurezza di papa Ratzinger: a domanda su chi difenderà il pontefice dalle minacce che arrivano dalla Turchia, il premier ha risposto isterico: «Alla sicurezza del papa ci penseranno le sue guardie, cosa volete che vi dica...». L’incontro che Prodi ha poi avuto con il dittatore iraniano Mahmoud Ahmadinejad non è certo servito a risollevare l’immagine del premier italiano. Normale che nessuno, tra gli alleati, ma anche tra i più stretti collaboratori del presidente del Consiglio, riesca a perdonargli la colossale sequela di errori di comunicazione messi in fila nell’ultima settimana.

Parte dei Ds e della Margherita, oltre ai radicali, guardano poi con orrore all’ipotesi prodiana di trasformare la Cassa depositi e prestiti in una nuova Iri, grazie alla quale saldare le fortune del premier a quelle di Comunisti italiani, rifondaroli e Verdi. L’ipotesi neodirigista vede contraria anche la Confindustria, col risultato che il Sole-24 Ore si è aggiunto alla lista dei quotidiani che ogni giorno esprimono la loro delusione per chi aveva promesso di portare la serietà al governo.

Il risultato è che l’indice di fiducia dell’elettorato nei confronti di Prodi è sceso ai minimi storici: dal 45 per cento di inizio legislatura al 38 per cento. Si tratta di monitoraggi realizzati da Euromedia Research, vicina a Silvio Berlusconi, ma i risultati coincidono, nella sostanza, con le rilevazioni di cui dispone l’Unione. Nei giorni scorsi il quotidiano della Margherita avvertiva Prodi e la maggioranza: «Per la prima volta da almeno tre anni» l’indice che registra la “profezia” degli elettori su chi vincerà le elezioni vede in vantaggio il centrodestra, e anche l’indicatore che registra a chi gli italiani danno la loro fiducia premia la Cdl. La quale, per parlare chiaro, in tutta questa storia sta campando di rendita sugli errori altrui. L’unico impegno che dovrebbe rispettare, e cioè presentarsi a ranghi completi al Senato ogni volta che si vota, riesce puntualmente a disattenderlo. Anche ieri mancavano all’appello cinque senatori: fossero stati presenti, avrebbero garantito la sconfitta dell’Unione per il secondo giorno consecutivo.

© Libero. Pubblicato il 21 settembre 2006.

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mercoledì, settembre 20, 2006

Telecomgate: la strana vittoria della Cdl al Senato

Ma era meglio avere Romano Prodi al Senato nella data proposta dal governo, e cioè il 28 settembre, e una volta lì provare a scuoiarlo a dovere in diretta televisiva, così come impongono i sacrosanti rituali delle repubbliche parlamentari? Oppure hanno fatto bene i senatori della Cdl a cogliere l'occasione della superiorità numerica, a chiedere che il presidente del consiglio appaia in aula il 21 settembre, a cercare il braccio di ferro con la maggioranza (che a palazzo Madama tale non sembra più essere), per vincere (151 voti contro 148), ma dare così la scusa a Prodi di provare a mandare al suo posto il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, visti gli inderogabili (meglio non indagare) impegni internazionali del premier? Insomma: è meglio avere tra le mani un Gentiloni oggi o un Prodi domani?

Meglio un Prodi domani, ovvio. Il bersaglio è lui, mica il ministro margheritino. E allora? Per quale motivo i senatori del centrodestra hanno offerto una simile via di fuga al premier, da parte del quale, conoscendone il coraggio e il momento difficile, era prevedibile la ricerca di ogni possibile pretesto per disertare? Perché è vero che il 28 Prodi dovrà rendere conto alla Camera, ma è vero anche che l'aula che gli è più avversa è quella del Senato, e che, senza la proposta di anticipare i tempi in un ramo del Parlamento, il 28 settembre sarebbe stato il giorno del grande processo a Prodi.

La mossa della Cdl si spiega solo con la volontà di trasformare il Senato in una sorta di Vietnam (il paragone, del resto, lo fanno da tempo i più bellicosi tra gli stessi senatori forzisti, ribattezzatisi non senza autoironia "berluscong"). Un teatro di guerra cruento e impazzito, nel quale non è possibile nemmeno la minima intesa. Uno scenario, per usare le categorie di Max Weber, nel quale la Cdl non agisce più in base alla "razionalità rispetto allo scopo", cioè al calcolo tra mezzi impiegati e risultati ottenuti, ma solo in base alla "razionalità rispetto al valore", dove il valore è terrorizzare l'Unione, usare ogni occasione e ogni cavillo offerto dal regolamento per colpire l'avversario, qualunque sia il prezzo, anche a costo di rischiare di farsi del male da soli (come in questo caso).

Quanto alla decisione di Prodi di venire a riferire dinanzi al Parlamento, è la conferma diretta della debolezza estrema del personaggio all'interno del suo stesso schieramento. Mai visto prima: un presidente del consiglio che la mattina, sfogliando la rassegna stampa, si trova accusato di codardia parlamentare non solo dalla stampa dell'area avversa, ma dall'Unità, da Europa (ovvero dai quotidiani dei due principali partiti della sua maggioranza) e dall'organo del suo azionista occulto, cioè dal Sole-24 Ore, il quotidiano di Confindustria. Tutte testate che chiedono al pavido premier di tirare fuori gli attributi e trovare il coraggio di entrare nell'arena. Di sicuro, anche questo ha influito sul suo ripensamento.

La poltrona di Prodi non è in pericolo, ma le sue quotazioni al momento sono ai minimi storici. Ora che - almeno formalmente - ha accettato il confronto con il Parlamento, è prevedibile che i partiti della sua coalizione e i giornali della sinistra si ricompattino attorno a lui. Resta da capire se la mossa della Cdl al Senato ha indebolito Prodi o - piuttosto - gli ha offerto un'occasione insperata per limitare le ferite.

Post scriptum. Gli interessati agli aspetti finanziari della vicenda Telecom non possono perdersi il post dell'ottimo (come sempre) Phastidio.

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lunedì, settembre 18, 2006

Telecom, tarallucci e vino

Non ci vuole la sfera di cristallo per indovinare dove vanno a parare certe cose in Italia. Primo: Angelo Rovati si è dimesso, spiegando che lo fa per evitare ulteriori rogne a Romano Prodi. Secondo: il presidente del Consiglio non riferirà in Parlamento sul Telecomgate e sull'imbarazzante ruolo ricoperto dal suo uomo-ombra. Al suo posto, a farsi crocifiggere a Montecitorio, manderà il margheritino Paolo Gentiloni, ministro delle Comunicazioni. Il quale, poverino, sulla "ciccia" vera della faccenda, cioè sul progetto di spezzatino del gruppo Telecom inviato chissà perché da Rovati a Marco Tronchetti Provera, non ha proprio nulla da dire. Tanto più che Rovati a palazzo Chigi non ricopriva alcun ruolo ufficiale, ma svolgeva un incarico fiduciario personale affidatogli da Prodi. Il quale, quindi, sarebbe l'unico tenuto a rispondere in aula e a farsi sbeffeggiare dall'opposizione. Questo gli alleati del premier lo sanno benissimo, e nelle ultime ore, durante un'imbarazzante trattativa, glielo hanno fatto notare: gentilmente nelle dichiarazioni ufficiali, con toni ben più espliciti nelle conversazioni private. Però alla fine, con realismo, si è capito che mandare Prodi al massacro non conviene, e che quindi occorre trovare qualcuno che si immoli per conto del premier. Toccherà a Gentiloni, che a questo punto ha un bel favore da farsi restituire da Prodi.

Le sorprese sinora sono state all'ordine del giorno, e quindi non se ne possono certo escludere di nuove. Sviluppi imprevedibili a parte, però, la vicenda, sul fronte politico, pare avviata a risolversi nel più italiano dei modi. Ovvero a tarallucci e vino, salvando le formalità (il governo risponderà comunque al Parlamento) e con un presidente del consiglio un po' più logorato e debole di prima: nei confronti degli alleati, di una Confindustria sempre più perplessa e della stessa opinione pubblica, dove l'immagine del premier si fa ogni giorno più appannata.

Se poi qualcuno, dopo l'indagine aperta dalla procura di Roma (che per ora non vede alcun iscritto nel registro degli indagati), crede che i magistrati capitolini siano disposti a trattare Prodi nello stesso modo con cui i loro colleghi milanesi hanno trattato Silvio Berlusconi, farebbe meglio a tornare al più presto sul pianeta Terra.

Lettura complementare consigliata: "TELECOM/La doppia parabola di Romano Prodi", di Mario Sechi

Update importante del 19 settembre. Romano Prodi riferirà in aula. Con calma: il 28 settembre, al termine di una serie di provvidenziali appuntamenti internazionali, e quando spera che l'affaire Telecom scotti assai meno che oggi. Più che una vittoria del centrodestra, è una vittoria di Ds e Margherita. Vedete cosa vuol dire non avere un partito tuo che ti protegge?

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Quelli che il Papa lo vogliono in ginocchio davanti all'islam

Errore reiterato o faziosità congenita? Dopo essersi inventato le scuse di Ratzinger attraverso il cardinal Bertone, il mainstream dei media italiani insiste e fa sapere al mondo che stavolta il papa in persona ha chiesto scusa all'islam. Nientemeno che prima della recita domenicale dell'Angelus. La versione online del Corriere titola "Il Papa chiede scusa ai musulmani", e taglia e cuce il discorso di Ratzinger in modo che ne esca fuori l'immagine di un papa goffo, che cerca di mettere una pezza al gravissimo errore commesso prostrandosi e riconoscendo urbi et orbi le ragioni dei musulmani. Stessa cosa fanno l'edizione online di Repubblica, che titola "Le scuse del Papa: 'Sono rammaricato. Ma era solo un invito al dialogo'" e parla delle scuse del pontefice come di un gesto senza precedenti «nella storia bimillenaria della Chiesa» (mostrando peraltro una certa ignoranza) e, per quanto conta, l'edizione online dell'Unità ("Il Papa si scusa, ma non basta. Minacce al Vaticano"). E non c'è dubbio che proprio questo, purtroppo, sarà il messaggio che verrà recepito dalla stragrande maggioranza delle persone.

Chi, invece, vuole capire davvero ciò che il papa ha detto nell'occasione della recita dell'Angelus, oltre a leggere il testo integrale del suo intervento sul sito ufficiale della Santa Sede, può leggerne la cronaca su Asia News, l'agenzia stampa di padre Bernardo Cervellera. Un estratto: «Benedetto XVI, come ci si aspettava, ha parlato, prima della recita dell’Angelus, delle reazioni del mondo musulmano alle sue parole, ha chiarito che l’ormai famosa citazione contro Maometto non esprime il suo pensiero (il che è peraltro chiaro dal contesto), ha rinviato alla dichiarazione di ieri del cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ma non ha chiesto scusa. Farlo, come chiedono governi e folle islamici, avrebbe avuto il senso di un’ammissione di colpa, dando in pratica ragione a chi contesta, laddove Benedetto XVI e il Vaticano insistono sul fatto che il discorso non è stato compreso e che esso non contiene un attacco all’Islam».

Per tutte le considerazioni e gli approfondimenti in materia, si rimanda a quanto scritto nel post precedente.

Update. Immancabile, su Repubblica del 18 settembre, il commento di Marco Politi sulla Waterloo vaticana.

Update 2.0. L'editoriale appena scritto da padre Bernardo Cervellera, uno dei pochi che sta raccontando le cose come stanno davvero, si può leggere qui.

Update 3.0. Sandro Magister, imperdibile e intelligente come sempre: "L'irragionevole guerra dell'islam contro Benedetto XVI".

Update 4.0. Intervista di Tommaso Montesano a Bernardo Cervellera, per Libero del 19 settembre: "E' una campagna stampa per infangare la Chiesa".

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sabato, settembre 16, 2006

Ma il Papa non ha chiesto scusa (per fortuna)


Forse è perché siamo talmente abituati alle buffe contorsioni linguistiche dei nostri piccoli politici che ci risulta difficile maneggiare qualcuno che torna sul proprio discorso per ribadirlo - punto per punto - e chiarirlo in ogni dettaglio, senza però fare alcuna marcia indietro. Forse qualcuno invece di fare il giornalista preferisce fare l'anticlericale militante, e si diverte a trattare papa Ratzinger come un Berlusconi o un Prodi qualunque, prima accusandolo di aver sbagliato e poi scrivendo che si è ravveduto e ha chiesto scusa, anche se non è vero. Fatto sta che Benedetto XVI, tramite il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, tutto ha fatto tranne che chiedere perdono all'islam. Anche perché non vi è nulla di cui la Santa Sede debba scusarsi. Certo, Repubblica titola la sua edizione online nel più sbagliato dei modi: "Islam, le scuse del Papa", e ripete l'errore nell'articolo di cronaca: "Il Papa chiede scusa". Anche il Corriere, in prima battuta, annuncia nella home page la Caporetto vaticana: "Le scuse nelle parole del segretario Bertone". Probabilmente tanti quotidiani in edicola domani faranno la stessa scelta. Ma non è così.

Tutto il contrario. La dichiarazione di Bertone (qui, sul sito del Vaticano, il testo integrale, per chi ha voglia di capire davvero), se letta senza l'intenzione di voler ridicolizzare il Papa a ogni costo, è una conferma puntuale e precisa di tutto ciò che Ratzinger ha detto sull'Islam e la Jihad nel suo discorso accademico tenuto nell'aula magna di Ratisbona il 12 settembre. A differenza dei giornalisti italiani, la segreteria vaticana usa le parole nel più preciso dei modi, e tra dispiacersi e scusarsi esiste una differenza abissale. Esempio banale: se per strada una vettura non rispetta il mio diritto alla precedenza e la investo, di sicuro mi dispiace, perché ho arrecato danno al prossimo. Ma siccome sono nel giusto, non ho nulla di cui scusarmi.

Bertone, tra le altre cose, ha detto:

«Il Santo Padre è pertanto vivamente dispiaciuto che alcuni passi del Suo discorso abbiano potuto suonare come offensivi della sensibilità dei credenti musulmani e siano stati interpretati in modo del tutto non corrispondente alle sue intenzioni. D’altra parte, Egli, di fronte alla fervente religiosità dei credenti musulmani, ha ammonito la cultura occidentale secolarizzata perché eviti "il disprezzo di Dio e il cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà".
Nel ribadire il Suo rispetto e la Sua stima per coloro che professano l’Islam, Egli si augura che siano aiutati a comprendere nel loro giusto senso le Sue parole, affinché, superato presto questo momento non facile, si rafforzi la testimonianza all’"unico Dio, vivente e sussistente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini" e la collaborazione per "difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà" (Nostra Aetate, n. 3)"».

Non sono quindi i credenti delle altre religioni, semmai, quelli che debbono prendersela per le sue parole. Ma coloro che fanno dell'offesa a Dio un momento della loro libertà. Ratzinger invita i teologi islamici a spiegare ai fedeli «il giusto senso» delle sue parole pronunciate a Ratisbona: una forma retorica elegante per dire che del suo discorso, complici magari anche interpretazioni strumentali, nel mondo islamico è stato capito poco o niente. Del resto, il racconto fatto il 15 settembre da Beirut dal teologo gesuita Samir Khalil Samir su come è stato "letto" e interpretato il discorso accademico di Ratisbona suscita un misto di ilarità e raccapriccio:

«E' chiaro un fatto: nessuno dei suoi critici, proprio nessuno, ha letto il documento per intero. L’edizione inglese era disponibile da ieri; quella francese non c’è ancora; non vi è alcuna traduzione in qualche lingua orientale. Tutte le critiche si basano dunque sulle poche citazioni e frasi diffuse dalle agenzie occidentali che mettono in rilievo la questione dell’Islam, che nel testo di Benedetto XVI occupa solo circa il 10% del testo globale. (...)
All’inizio il mondo islamico ha reagito con una certa ignoranza. Alcuni hanno detto che il papa ha tenuto all’università di Regensburg un discorso “tecnologico” (e non “teologico”, traducendo male dall’inglese). Solo il giorno dopo sui giornali è venuta la correzione. Questo è un ulteriore segno che nessuno ha capito nulla. Anche i commenti arrivati da musulmani dell’occidente erano superficiali e sono serviti a organizzare il circo delle critiche: su al Jazeera ieri sera vi erano persone che telefonavano e criticavano il papa, ma nessuno sapeva di cosa si discute! Vi sono solo reazioni emotive perché hanno sentito dire che il papa ha parlato di jihad e ha criticato l’Islam. Il che è falso».

Come nota padre Samir, avesse voluto davvero indicare l'islam come una religione violenta, Ratzinger avrebbe avuto ben altre frecce al suo arco, trovandole facilmente anche all'interno dello stesso corano. E comunque non è certo urlando minacce contro il papa e l'occidente che i leader religiosi e politici islamici (ammesso che sia possibile distinguere le due categorie) convinceranno il resto del mondo della natura non violenta della loro religione.

Per essere chiari sino in fondo. Non si tratta di condividere o no quello che hanno detto Ratzinger e il cardinal Bertone sull'occidente: io stesso mi ci riconosco sino a un certo punto. Il punto è se il Vaticano ha fatto o no marcia indietro e si è scusato con l'islam e con chi lo professa. La risposta non può che essere una: "assolutamente no".

Non sono sottogliezze: sono cose importanti. Far credere ai fanatici che le loro minacce riescono a far chinare la testa persino alla massima autorità religiosa occidentale è il modo migliore per indurli a trattarci come carne da macello, a usare la violenza verbale e fisica come normale moneta di scambio nei loro rapporti con noi. E' una cosa ovvia, ma nessuno ha il coraggio di dirla. Oriana, già ci manchi.

Post scriptum. Per un'interpretazione teologica di quanto detto a Ratisbona da Benedetto XVI, rimando all'articolo di padre Samir.

Update del 18 settembre. Gli sviluppi della vicenda sono trattati nel post successivo: "Quelli che il Papa lo vogliono in ginocchio davanti all'islam".

Su questo stesso blog:
"Ratzinger pessimista sull'evoluzione dell'Islam"
"Ratzinger e l'evoluzione dell'Islam, seconda puntata"

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venerdì, settembre 15, 2006

Telecomgate: il primo cambio di vento dall'inizio della legislatura

A ulteriore conferma del fatto che aveva ragione Rudyard Kipling a scrivere che successo e insuccesso sono due grandi impostori, e che come tali debbono essere trattati, Romano Prodi, poche ore dopo aver incassato il sì di due terzi della Cdl alla missione italiana in Libano, si trova nella situazione peggiore da quando è nato il suo governo: messo sotto accusa e lasciato solo dagli alleati dopo che il suo principale collaboratore è stato scoperto con le dita nel vasetto della marmellata. E questo senza che la Casa delle libertà abbia fatto alcunché per meritarselo. Per il centrodestra, infatti, si tratta di un regalo tanto prezioso quanto inaspettato. Niente di nuovo: come scritto più volte, la politica italiana è messa così male che il vero punto di forza dei due schieramenti è l'altrui debolezza. Le dimissioni di Marco Tronchetti Provera dalla presidenza di Telecom Italia, poi, contribuiscono a creare un clima apocalittico attorno all'intera vicenda del Telecomgate e non migliorano certo la situazione di Prodi. Né la consegna dell'indebitatissimo gruppo alla presidenza di Guido Rossi (area ds) rafforza il presidente del consiglio.

L'opposizione vuole processare il premier in parlamento. Come noto, la richiesta è partita dopo che si è saputo che Angelo Rovati, strettissimo collaboratore di Prodi, fino a poco tempo fa incaricato di fare fund raising per il Professore, ha inviato a Tronchetti Provera, su carta intestata di palazzo Chigi, uno studio dettagliato - 28 pagine condite di numeri e grafici - nel quale suggerisce di scorporare la rete telefonica e farla passare sotto il controllo della Cassa depositi e prestiti, diventata ormai ufficialmente la nuova Iri. In altre parole, negli uffici della presidenza del consiglio c'era chi, vicinissimo al premier, sapeva tutto delle intenzioni del presidente di Telecom, al punto da suggerirgli un modo alternativo e condiviso dal governo per ridurre l'indebitamento del gruppo (ovviamente con i soldi dei contribuenti, secondo la migliore tradizione della sinistra). E questo nonostante il presidente del consiglio abbia giurato di non saperne nulla. Per inciso, appare chiaro che il documento preparato da Rovati e portato all'attenzione dei giornali sia saltato fuori proprio dai cassetti dei vertici di Telecom, incavolati per l'atteggiamento di Prodi.

Alle pressioni della Cdl il premier risponde - sincero, almeno in questo caso - che sarebbe «da matti» accettare di riferire in aula sulla vicenda. Ma Prodi in questo momento è solo. Ds e Margherita, freddissimi nei suoi confronti, ancora non hanno mosso un dito per difenderlo. Presto, sebbene obtorto collo, dovranno mettersi al suo fianco, perché se non intervengono rischiano davvero di vedere rovinato il loro investimento. I radicali chiedono addirittura a Prodi di accettare la richiesta della Cdl e rendere conto al parlamento. Gli unici a stare "senza se e senza ma" con il presidente del consiglio sono ancora una volta gli esponenti dell'estrema sinistra, consapevoli del fatto che se salta Prodi si fa un bel governo di larghe intese e loro possono dire addio alle poltrone.

Di solito il capo del governo può sottrarsi al tiro a segno dei parlamentari dell'opposizione inviando al suo posto, a rispondere, un vicepremier o un ministro. Stavolta, però, l'operazione appare difficile, anche se resta tra le soluzioni possibili. Rovati, infatti, non ha alcun rapporto ufficiale con il governo: è un consigliere economico-politico personale di Prodi, al quale è legato da un rapporto di fiducia. Nessun ministro, nessun vicepremier pare quindi avere titolo a rispondere della vicenda. Nessuno, tranne Prodi.

La lista delle domande da porre al presidente del consiglio è lunga. Chi ha autorizzato un suo strettissimo collaboratore a scrivere su carta intestata di palazzo Chigi il piano di riassetto di una società privata quotata in Borsa e a inviarlo al principale azionista della società? Rovati lo ha fatto a nome di qualcuno? Chi lo aiutato a preparare il progetto? Una merchant bank? In cambio di cosa? Ce n'è abbastanza, quantomeno, da indurre Prodi a sconfessare in pubblico l'operato dell'uomo che gli ha trovato i soldi per la campagna elettorale e a dargli (almeno formalmente) il benservito. Ma Prodi ha già detto che non intende far dimettere Rovati dall'incarico di consigliere. E questo, va da sé, aumenta i sospetti della Cdl che Rovati, quando ha assicurato di aver fatto tutto all'oscuro di Prodi, abbia mentito per salvare il suo mentore.

La soluzione più probabile è che molto presto Rovati si dimetta comunque dal suo incarico. Ufficialmente di sua iniziativa, con una bella frase tipo: "Non me lo ha chiesto nessuno, lo faccio per togliere anche la minima ombra di sospetto da Prodi, perché attraverso me è chiaro che vogliono colpire lui". Quanto all'apparizione in parlamento, se la conferenza dei capigruppo respingerà la proposta di chiamare Prodi a rendere conto dell'operato suo e del suo collaboratore, il compito di stanare il premier sarà affidato alle interrogazioni parlamentari che stanno già piovendo a Montecitorio. Insomma, alla fine Prodi o qualcuno di molto vicino a lui dovrà rispondere pubblicamente a tutte le domande. Certo, gli alleati, conoscendone la debolezza, non manderanno Prodi allo sbaraglio, e useranno tutti i meccanismi parlamentari concessi, e forse anche qualcuno di più (a questo serve avere due amici alla presidenza di Camera e Senato) per far uscire indenne dall'aula il presidente del consiglio o il rappresentante del governo che ne prenderà il posto.

A conti fatti, oggi nessuno crede che su questa storia si giochi davvero il futuro del governo. Appare molto difficile, però, che il presidente del consiglio riesca a non uscirne fortemente indebolito dinanzi all'opinione pubblica e ai suoi alleati. Non crisi esplicita, dunque, ma logoramento. Riprendersi, per un governo che non è mai riuscito ad andare in luna di miele con gli elettori e per di più alla vigilia del tour de force della Finanziaria, non sarà semplice. La Cdl non ha nulla da perdere: deve solo alzare il più possibile il livello dello scontro politico in modo da capitalizzare nel modo migliore la manna che le è piovuta dal cielo. Per la prima volta dall'inizio della legislatura il vento sembra aver cambiato direzione.

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1929-2006

«Amo troppo la Vita, mi spiego? Sono troppo convinta che la Vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere il regalo dei regali. Anche se si tratta d'un regalo molto difficile, molto faticoso. A volte, doloroso. E con la stessa passione odio la Morte. La odio più d'una persona da odiare, e verso chi ne ha il culto provo un profondo disprezzo. Anche per questo ce l'ho tanto coi nostri nemici. Coi tagliatori di teste, coi kamikaze, coi loro estimatori, coi loro parenti. " Mamma, Said s'è immolato! E' diventato un martire! Sei contenta, mamma?". "Contentissima, fegato mio. Contentissima! Ringraziamo Allah". Il fatto è che pur conoscendola bene, la Morte io non la capisco. Capisco soltanto che fa parte della Vita e che senza lo spreco che chiamo Morte non ci sarebbe la Vita».

Oriana Fallaci, luglio 2004

giovedì, settembre 14, 2006

Prodi "l'europeo" e la Chiesa sotterranea cinese

di Fausto Carioti

Almeno otto milioni di cinesi guardano con un interesse particolare al viaggio in Cina di Romano Prodi e dei suoi ministri. Sono gli appartenenti alla Chiesa cattolica sotterranea, che fa riferimento al Vaticano. Il messaggio che costoro hanno inviato alle autorità italiane tramite Asia News, l’agenzia stampa di padre Bernardo Cervellera, è inequivocabile: Prodi chieda al governo cinese di rilasciare tutti i vescovi in prigione, o almeno si faccia dare notizie sul loro stato di salute. Il premier italiano dovrebbe impegnarsi anche per convincere i cinesi che la libertà religiosa è indispensabile per la costruzione di una società stabile e in armonia.

In tutto, i cattolici in Cina sono oltre dodici milioni. Agli otto milioni legati alla Chiesa di Roma, costretti a professare la loro fede in clandestinità, occorre infatti aggiungere i quattro milioni che fanno riferimento all’associazione patriottica, ovvero alla chiesa nazionale, creata dal partito comunista cinese nel 1957 con l’intento di tenere i cattolici il più lontano possibile dal Papa, al quale non è riconosciuto alcun potere, nemmeno nella nomina dei vescovi. Di pari passo con il lento disgelo tra il Vaticano e Pechino, queste due comunità si stanno avvicinando. Ma la normalizzazione dei rapporti tra il regime e la Santa Sede passa necessariamente attraverso la scarcerazione dei tanti sacerdoti e dei fedeli imprigionati.

Il primo di cui i cattolici cinesi vorrebbero avere notizie è il vescovo di Baoding, Giacomo Su Zhimin, sequestrato dalla polizia nel 1996 e da allora scomparso. L’anno dopo è stato rapito il suo ausiliario, monsignor Francesco An Shuxin, e sorte analoga è toccata ad alcuni sacerdoti della stessa diocesi. Da allora, di tutti costoro non si hanno più notizie. Se è ancora in vita, Su Zhimin oggi ha 73 anni. «Io chiedo al vostro primo ministro che venga liberato questo vescovo ormai anziano, o almeno si faccia dare notizie sulla sua salute e su dove è sequestrato», è la richiesta inviata a Prodi, tramite padre Cervellera, da un cattolico cinese.

Rovistando nella bottega degli orrori degli eredi di Mao ci si imbatte nella scomparsa di una lunga serie di sacerdoti, tra cui figurano almeno altri quattro vescovi. Nel 2001 è stato prelevato da due automobili monsignor Cosma Shi Enxiang, 83enne, della diocesi di Yixian: le autorità hanno negato qualunque coinvolgimento, e il vescovo risulta ufficialmente sparito nel nulla. Nel 2005 è stato fatto incarcerare monsignor Yao Liang, vescovo ausiliare di Xiwanzi, di 84 anni, assieme a un altro sacerdote e a novanta fedeli. La loro colpa: aver organizzato un pellegrinaggio al monte Muozi, nell’entroterra della Mongolia. Negli stessi mesi è stato arrestato e messo in isolamento monsignor Han Dingxian, 67enne vescovo di Yongnian, che era già stato in carcere per venti anni. E pochi mesi fa è stato il turno di monsignor Giulio Jia Zhiguo, 69 anni, vescovo di Zhending, già sottoposto a ripetuti tentativi di lavaggio del cervello per convincerlo ad aderire all’associazione patriottica. Tutti costoro avevano già avuto modo di conoscere più volte le carceri cinesi.

Di recente, dopo dieci anni di prigionia, è stato liberato monsignor Francesco An Shuxin, vescovo ausiliare di Baoding: ha accettato di essere riconosciuto dal governo, ma senza firmare la sua appartenenza all’associazione patriottica. Spesso, però, i prelati rapiti dalla polizia cinese ricompaiano solo da morti. Moltissimi, poi, i vescovi della chiesa “sotterranea” che vengono sequestrati per periodi più o meno brevi, sottoposti a trattamento di “rieducazione” e riportati nella loro chiesa, dove però è loro impedito qualsiasi contatto con i fedeli o con altri sacerdoti.

È per tutte queste persecuzioni che viene chiesto a Prodi di spendere una parola dinanzi al governo di Pechino. Sarebbe un gesto importante, in linea con la decisione presa dall’europarlamento, che la settimana scorsa ha invitato la Cina a liberare tutti i cristiani detenuti per la loro fede. Ma chissà se stavolta Prodi avrà la voglia - e il coraggio - di fare l’europeo.

© Libero. Pubblicato il 14 settembre 2006.

Letture complementari consigliate:
"La Cina e i Radicali" di Marco Taradash
"Svolte radicali - Emma la cinese" di Mario Sechi

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I primi frutti dell'antisemitismo europeo

Piccoli segnali. Appena percettibili, facili da ignorare. E' sempre così che inizia. Anche la grande pestilenza raccontata da Albert Camus inizia con un topo morto in mezzo al pianerottolo. Che il portiere del palazzo si rifiuta di vedere («Il dottore ebbe un bel dirgli che ce n'era uno sul pianerottolo, del primo piano, e probabilmente morto: la persuasione di Michel restava intatta. Non vi erano sorci in casa; doveva quindi, quello là, essere stato portato da fuori. In breve, si trattava di uno scherzo»).

Tre anni fa il filosofo ebreo francese Alain Finkielkraut lanciava l'allarme nel suo libro "Nel nome dell'Altro": «Quello che si credeva fosse ormai un dato acquisito, oggi, retrospettivamente, ci appare solo come una semplice interruzione. Ed è in Francia, il Paese europeo con il più alto numero d'ebrei, che la parentesi, e nella maniera più brutale, viene chiusa. S'incendiano le sinagoghe, molti rabbini vengono molestati, dei cimiteri profanati, alcune istituzioni comunitarie ma anche delle università devono far ripulire, durante il giorno, i loro muri imbrattati, nella notte, da scritte oscene. Ci vuole del coraggio per indossare una kippa nella metropolitana parigina e in quei luoghi feroci che chiamano cités sensibles; il sionismo è criminalizzato da un numero sempre più ampio d'intellettuali, l'insegnamento della Shoah si rivela impossibile proprio nel momento in cui diventa obbligatorio, la scoperta dell'Antichità lascia gli ebrei in balia dei lazzi infantili, l'ingiuria "sporco ebreo" ha fatto la sua riapparizione in modo mascherato nelle scuole. Gli ebrei hanno il cuore pesante e, per la prima volta dopo la guerra, hanno paura».

Gerusalemme, oggi. La notizia è che gli ebrei francesi stanno lasciando la Francia. Non è un esodo di massa: fosse così, lo avremmo già letto da qualche parte, persino in Italia. E' invece un processo lento ma costante, i cui numeri si fanno ogni anno più importanti. La grande maggioranza di quelli che se ne vanno, ovviamente, sceglie di fare aliya, ovvero di andare a vivere in Israele. Tra il 2000 e il 2005 se ne sono andati in 11.148. Il record si è avuto proprio nel 2005, con 3.300 ebrei immigrati in Israele dalla Francia: il numero più alto degli ultimi 35 anni. Nel 2006, probabilmente, nonostante la guerra con il Libano, saranno ancora di più. Il 25 luglio sono arrivati in Israele dalla Francia 650 immigrati ebrei, il più alto numero che si sia registrato in un solo giorno dal 1971. Il tutto su una popolazione ebrea francese stimata in circa 600mila individui.

I motivi sono diversi, certo. Non tutto si spiega con l'antisemitismo francese. Il richiamo verso la terra promessa sarebbe forte comunque. E il governo di Tel Aviv le sta inventando tutte per convincere gli ebrei francesi a trasferirsi in Israele. Ma è un dato di fatto che questa ondata migratoria è cresciuta con l'aumentare degli attentati contro gli ebrei francesi. «Anche se i motivi per fare aliya variano da una famiglia all'altra», scrive il Jerusalem Post, «nessuno mette in discussione il fatto che essere ebreo in Francia si sia fatto più difficile negli ultimi sei anni. (...) Gli intellettuali francesi sono imperturbabilmente anti-israeliani, e il governo francese ha mostrato spesso pregiudizi pro-arabi e pro-palestinesi, sin dal clamoroso successo di Israele nella guerra dei sei giorni del 1967. Con l'inizio della seconda intifada nel settembre del 2000, gli ebrei francesi hanno iniziato ad assistere a un rapido incremento dell'anti-semitismo, con incidenti e attacchi violenti quali non si vedevano dagli anni Quaranta. Molti di questi incidenti sono stati provocati da immigrati musulmani». Simon Kohana, presidente del Forum francese dei cittadini ebrei, la spiega così: «Abbiamo iniziato a chiederci se possiamo continuare a stare in Francia. Siamo davvero cittadini francesi? Abbiamo la sensazione di essere una popolazione a parte».

Piccoli segnali. E un odore di topo morto che si leva dal primo piano del condominio Europa e si fa sempre più forte.

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mercoledì, settembre 13, 2006

Si parva licet

Per quel poco che conta, qui si condivide la battaglia della famiglia italiana di Cogoleto che ha adottato a termine la piccola Maria, e ora la tiene nascosta per non farla tornare in Bielorussia, dove è stata seviziata da chi la doveva proteggere. Non perché esista il diritto della famiglia italiana ad avere un figlio o a tenere la piccola con sé - diritto che ovviamente non c'è - ma perché esiste e va difeso con le unghie il diritto di Maria a non essere maltrattata.

Certo, un gesto simile rischia di avere ripercussioni serie sulle relazioni tra Italia e Bielorussia (l'ambasciatore di Minsk ha già protestato ufficialmente) in materia di adozioni. E le spese le faranno i piccoli bielorussi che dovrebbero venire in Italia dopo Maria. Tutto vero. Ma da qualche parte un confine va tracciato, e se non lo si traccia per impedire che un essere umano innocente venga riconsegnato ai suoi aguzzini, non si riesce a capire dove altro lo si dovrebbe fissare.

A proposito: sarebbe il caso che la classe politica italiana, dopo aver mostrato tanto interesse per il caso Moggi-Ventura, spendesse almeno altrettante energie per cercare di risolvere nel modo migliore questa vicenda.

Update. Si tenta la strada della soluzione all'italiana, che però la famiglia non condivide, avvertendo che continuerà a tenere la bimba nascosta. Intanto un altro piccolo bielorusso, affidato per le vacanze estive a una famiglia di Ovada (Alessandria), ha raccontato di aver subìto violenze. L'impressione è che se ci fosse la volontà di capire davvero cosa accade a questi bambini si scoprirebbe l'esistenza di un bel verminaio.

martedì, settembre 12, 2006

Su Moggi, la Ventura e la Melandri

di Fausto Carioti

Dunque, Luciano Moggi non ha il diritto di andare in televisione. Non sulle reti Rai, almeno. E Simona Ventura non ha il diritto di invitarlo. Non si stesse parlando di due cose tremendamente serie, e cioè della libertà di espressione e del campionato di calcio, ci sarebbe da ridere. Perché l'accusa a Moggi e alla Ventura viene proprio dalla classe politica italiana, che gli schermi pubblici li monopolizza da sempre. Giuseppe Giulietti (Ds) accusa Moggi di essersi «autocelebrato, utilizzando in modo a dir poco improprio il servizio pubblico». Maurizio Gasparri (An), ex ministro delle Comunicazioni, propone di cambiare nome alla trasmissione della Ventura: invece di “Quelli che il calcio”, dice, dovrebbe chiamarsi “Quelli della truffa” o “Quelli in ginocchio”. Tra i tanti scandalizzati per la puntata andata in onda domenica pomeriggio spicca il consigliere d’amministrazione della Rai Carlo Rognoni (in quota Ds), che intende portare l’affaire Moggi-Ventura all’ordine del giorno dell’odierno consiglio d’amministrazione, per prendere «provvedimenti nei confronti di chi ha sbagliato». Come se i disperati membri del cda Rai non avessero già abbastanza rogne. Indignato anche il ministro Giovanna Melandri (Ds): il suo, però, è un caso a parte, e se ne parla nelle righe finali di questo articolo.

Ora, è chiaro che il motivo vero di simili attacchi non è quello che vogliono farci credere, e cioè il "come" la Ventura ha intervistato Moggi. Semplicemente perché, se dalla Rai dovessero essere bandite le interviste compiacenti, almeno il novanta per cento delle interviste realizzate non dovrebbe mai andare in onda. Prime tra tutte quelle fatte ai politici, i quali su come «autocelebrarsi, utilizzando in modo a dir poco improprio il servizio pubblico», potrebbero scrivere un’enciclopedia a dispense. L’intervista-marchetta sugli schermi pubblici è diventata un’arte raffinatissima, i cui principali beneficiati sono, oggi come ieri, gli esponenti della maggioranza e del governo. Diciamo quindi che i politici ritengono di essere gli unici ad avere diritto all’intervista fatta in ginocchio, con domande generiche e interlocutore che annuisce sorridente. Eppure, se c’è qualcuno che deve essere sottoposto a domande stringenti sul proprio operato sono i nostri parlamentari e governanti, che a differenza di Moggi rappresentano gli elettori italiani e davanti a costoro dovrebbero essere chiamati a rispondere di ciò che fanno.

Il problema vero, dunque, non è il “come”, ma il “chi”. Cioè Moggi. Al quale, pur non avendo ricevuto alcuna condanna definitiva, è vietato parlare in Rai perché dice cose alle quali gran parte dell’establishment di destra e di sinistra nega diritto di cittadinanza nel dibattito italiano. A sinistra, perché i nuovi arrivati al governo hanno la presunzione messianica di dover ricostruire tutto da zero (nel calcio come nell’economia, nella scuola e in ogni altro settore della vita del Paese) e possono riuscirci solo condannando alla damnatio memoriae chi comandava prima di loro. A destra, un po’ perché la squadra di Silvio Berlusconi è - di fatto - controparte di Moggi nel processo, un po’ per banali questioni di fede calcistica (complice l’entrata gratis in tribuna d’onore, i parlamentari sono la categoria italiana a più alta densità di tifosi).

Anche la Ventura, che ha diversi amici ma anche tanti nemici, molti dei quali all’interno della Rai, è una che viene messa nel mirino volentieri. Eppure stavolta ha fatto il suo mestiere. Ha mostrato a tutti lo spettro di Banquo, ha portato davanti alle telecamere il grande assente della prima domenica di campionato. Uno scoop, insomma. Per di più, assicura lei, realizzato a costo zero per l’azienda. Per tutta l’estate l’ex direttore generale della Juventus è stato inseguito da giornali e televisioni che volevano strappargli un’intervista in esclusiva. Per un motivo molto semplice: Moggi fa notizia, fa discutere e si fa seguire con attenzione da tanti, anche da chi è in totale disaccordo con lui. La Ventura lo ha trattato allo stesso modo con cui cura tutti gli ospiti. La sua, dice, «non è una trasmissione in cui si fanno processi». Né lo è mai stata. Stupisce (si fa per dire) che la politica se ne lamenti proprio adesso.

Libero mercato e globalizzazione hanno poi messo in mano al telespettatore un mezzo efficacissimo con cui promuovere o bocciare simili trasmissioni: il telecomando. Chi ha gradito la puntata di “Quelli che il calcio” ed era interessato alle cose che diceva Moggi, è rimasto davanti al teleschermo e ha contribuito alla crescita dell’audience (la puntata ha avuto uno share del 17,4%). Chi si è indignato, avrà cambiato canale: tra reti pubbliche e private, la domenica pomeriggio l’offerta di programmi sportivi è ottima e abbondante. Non è quindi mettendo il bavaglio alle idee che non piacciono alla maggioranza che si fa un servizio ai telespettatori, ma favorendo la libera espressione dei diversi punti di vista. Anche perché chi vuole ascoltare la campana opposta a quella di Moggi non ha che l’imbarazzo della scelta. E c’è da scommettere che, molto presto, tra gli ospiti della Ventura spunterà Candido Cannavò o uno dei tanti altri grandi accusatori di Big Luciano. Ben venga.

Resta da dire di Giovanna Melandri. Ovvero della ministra che, dopo aver sgomitato per farsi inquadrare accanto a Giorgio Napolitano al termine delle partite più importanti della nostra nazionale, si è fatta regalare uno spot in mondovisione dal servizio pubblico mostrandosi sul pullman degli azzurri nella grande festa che si è svolta a Roma la notte dopo la vittoria di Parigi. Cosa c’entrava lei tra Gattuso e Cannavaro? Ha ricoperto forse qualche ruolo nella vittoria italiana in Francia? E ammesso e non concesso che la politica abbia avuto un merito infinitesimale nella conquista della coppa, perché non ha invitato su quel pullman, accanto a lei, il suo predecessore, che di meriti semmai ne avrebbe avuti ben più di lei, ministra da poche settimane? Ecco, quando una così accusa la televisione pubblica di aver dato spazio «eccessivo e inopportuno, senza un vero contraddittorio» a chicchessia, va ben oltre il politicamente criticabile e sprofonda, con pesantezza inesorabile, nelle paludi del ridicolo.

© Libero. Pubblicato il 12 settembre 2006.

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Finanziaria, la casa nel mirino

Prime conferme alle fosche previsioni di Luigi Spaventa sulla Finanziaria. Le funzioni catastali stanno per essere trasferite ai Comuni, i quali saranno liberi così di aggiornare gli estimi, in modo da aumentare il gettito proveniente dalle patrimoniali sugli immobili. In altre parole, a parità di aliquote le tasse sulla casa aumenteranno. Spiega tutto l'imprescindibile Franco Bechis su Italia Oggi.

domenica, settembre 10, 2006

Le voci di quel giorno

"Nun me regge la pompa". E' un modo di dire romano. Vuol dire che il cuore non ce la fa, non riesce a sopportare certi sforzi. Andiamo a Frascati in bicicletta? "No, nun me regge la pompa". Ecco, a me nun regge la pompa di vedere certe cose. Non vedrò mai United 93. Né World Trade Center.

Le voci. Le storie. Sono quelle che mi fanno stare male più di tutto. Le telefonate di chi sapeva che stava per morire. Le ultime parole per chi era a casa. Per chi sopravviveva. E forse ci sarei pure riuscito, quest'anno, a non starci male. Non fosse stato per Peggy Noonan.

E' successo venerdì. Peggy Noonan è l'ex ghost writer di Ronald Reagan e del suo successore alla Casa Bianca George Bush. Per Ronnie ha scritto discorsi come questo. Ora scrive editoriali sul Wall Street Journal. Da queste parti, manco a dirlo, la sua lettura è uno dei due motivi che rendono il venerdì un giorno speciale (l'altro motivo è che il giorno dopo è sabato).

Forse la colpa è proprio dell'automatismo di certi rituali. Apri la pagina dei commenti del Wsj, l'occhio ti cade sulla firma e inizi a leggere cosa ha scritto. E capisci che anche quest'anno la cazzata l'hai fatta. Bella grossa.

E dire che Peggy mi aveva avvisato. L'articolo si intitolava "I Just Called to Say I Love You - The sounds of 9/11, beyond the metallic roar". Più chiaro di così. Sarò stato distratto. Oppure volevo andarmela a cercare. A pensarci bene è più probabile la seconda. L'ho letto.

L'ho letto, e ora sto male e mi rode.

Something terrible had happened. Life was reduced to its essentials. Time was short. People said what counted, what mattered. It has been noted that there is no record of anyone calling to say, "I never liked you," or, "You hurt my feelings." No one negotiated past grievances or said, "Vote for Smith." Amazingly --or not--there is no record of anyone damning the terrorists or saying "I hate them."
No one said anything unneeded, extraneous or small. Crisis is a great editor. When you read the transcripts that have been released over the years it's all so clear.
Flight 93 flight attendant Ceecee Lyles, 33 years old, in an answering-machine message to her husband: "Please tell my children that I love them very much. I'm sorry, baby. I wish I could see your face again."
Thirty-one-year-old Melissa Harrington, a California-based trade consultant at a meeting in the towers, called her father to say she loved him. Minutes later she left a message on the answering machine as her new husband slept in their San Francisco home. "Sean, it's me, she said. "I just wanted to let you know I love you."
Capt. Walter Hynes of the New York Fire Department's Ladder 13 dialed home that morning as his rig left the firehouse at 85th Street and Lexington Avenue. He was on his way downtown, he said in his message, and things were bad. "I don't know if we'll make it out. I want to tell you that I love you and I love the kids."


Ci sto male e mi rode, dicevo. Ora, bisogna capirsi. Chi scrive, nel tempo, si è fatto la sua bella matassina di pelo sullo stomaco. Non proprio modello Franco Califano, ma ci difendiamo comunque bene. Forse ha ragione chi dice che mettere su famiglia aumenta l'empatia e la sofferenza dinanzi a certe storie, che altrimenti sarebbero apparse distanti. Forse.

Così, anche quest'anno mi faccio la mia bella dose di mal di pancia. Certo, penso a chi ci ha lasciato un figlio, una moglie o un genitore, sotto quelle macerie, in quello che doveva essere un giorno come un altro, penso a chi tiene conservata in una scatola la cassetta della segreteria telefonica, ultimo ricordo di chi non è tornato, e so benissimo che il dolore vero è tutt'altra cosa, senza paragoni.

Alla fine, come sempre (per noi miscredenti), la salvezza è individuale. Io, l'11 settembre lavoro. E i momenti in cui non lavoro sto a casa e festeggio il compleanno di mia figlia. Amare la vita più di quanto loro amino la morte: non vedo altra risposta.

Poi, per quanto mi è possibile, cambio canale ogni volta che va in onda un servizio o uno speciale su quel giorno. Tanto è da quattro anni che raschiano il fondo del barile. Quello che avevano da dire lo hanno già detto da un pezzo. Non voglio sentirle quelle voci, non voglio più vedere le immagini dei due che si gettano da una finestra del World Trade Center tenendosi per mano. Nun me regge la pompa. E temo che non mi reggerà mai.

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sabato, settembre 09, 2006

Summer School di Magna Carta: si parla di islam (pump up the volume)

Per chi è ancora sveglio, per chi non ha voglia o non può dormire, per chi vuol saperne di più, grazie a Radio Radicale è possibile ascoltare il testo del dibattito (1h e 48 minuti) su "Cittadinanza, identità e integrazione" che si tenuto venerdì 8 settembre alla Summer School 2006 organizzata da Magna Carta, la fondazione guidata da Gaetano Quagliariello, della quale è presidente onorario Marcello Pera. Ospiti: Souad Sbai, giornalista e presidente dell'Associazione italiana delle donne marocchine, e Mario Scialoja, ambasciatore a riposo e direttore uscente della sezione italiana della Lega mondiale musulmana. Ambedue fanno parte della consulta per l'islam italiano voluta nella scorsa legislatura dal ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu. Moderatore, il sottoscritto.

Si è parlato dell'identità europea e di quella islamica, di legge Bossi-Fini, della carta dei valori che Giuliano Amato sta cercando faticosamente di scrivere assieme ai membri della consulta, dell'Ucoii (ramo italiano della Fratellanza Musulmana), della moschea di Colle Val D'Elsa, di cosa viene insegnato nelle moschee italiane, della condizione delle donne musulmane in Italia e della necessità di varare una commissione d'inchiesta sul loro stato, di Israele, di come gli Stati arabi spendono (male) i loro soldi, del perché la maggioranza silenziosa di islamici che si presentano in Italia solo per lavorare non hanno il coraggio di scendere in piazza per manifestare contro i terroristi della loro stessa religione, dell'ignoranza degli imam presenti in Italia (e non solo), di quali siano i problemi creati - all'islam e a noi occidentali - dalla mancanza di un'autorità religiosa musulmana capace di imporre una lettura condivisa del corano e di molto altro ancora. Ne è uscito fuori un confronto interessantissimo, capace anche di ribaltare diversi luoghi comuni (basta ascoltare cosa dicono Souad Sbai e Mario Scialoja dell'identità europea, della legge Bossi-Fini e dei cinque anni proposti da Amato per la concessione della cittadinanza agli immigrati). Al termine, le domande dei ragazzi che hanno partecipato alla scuola.

Per ascoltare il dibattito.
Per scaricare il dibattito (file mp3) sul proprio hard disk.

Post scriptum. Alcuni di questi temi sono stati affrontati dal teologo Samir Khalil Samir nella sua già citata inchiesta sull'Islam pubblicata su Asia News. Le ultime due puntate (quarta e quinta), scritte dopo il mio post precedente, si occupano proprio dell'ignoranza degli imam e della necessità di reinterpretare il corano, «pieno di contraddizioni interne da sempre evidenti, dovute alle varie circostanze delle “rivelazioni"».

Un Finkielkraut da conservare

Nell'ultimo articolo di Antonio Socci (dovrebbe essere pubblicato presto qui, intanto c'è il pdf) su Silvio Berlusconi c'è una citazione dal grande Alain Finkielkraut ("L'imparfait du présent", mai tradotto in italiano: ma si può?) che merita di essere copiata e incollata:
«E' schiumando di rabbia contro il fascismo in piena ascesa che l'arte contemporanea fa man bassa delle istituzioni culturali. Non c'è nessuna fessura nella corazza dei fortunati del mondo post-sessantottino. Hanno lo stereotipo sulfureo, il cliché ribelle, l'opinione sopra le righe e più buona coscienza ancora che i notabili del museo di Bouville descritti da Sartre ne "La Nausea". Perché essi occupano tutti i posti: quello, vantaggioso, del Maestro, e quello, prestigioso, del Maledetto. Vivono come una sfida eroica all'ordine delle cose la loro adesione piena di sollecitudine alla norma del giorno. Il dogma, sono loro; la bestemmia pure. E per darsi arie da emarginati insultano urlando i loro rari avversari. In breve, coniugano senza vergogna l'euforia del potere con l'ebbrezza della sovversione. Stronzi».

venerdì, settembre 08, 2006

Il terrorista che non c'è

Didascalia inserita da Al Jazeera durante la trasmissione del video del "testamento" di due dei terroristi islamici autori delle stragi dell'11 settembre 2001: "Martyrs of the Manhattan Raid". Martiri, dunque. Il video è stato mandato in onda giovedì 7 settembre.

giovedì, settembre 07, 2006

Spaventa fa paura (pagheremo caro, pagheremo tutto)

Tra tutti gli economisti di area Pci-Pds-Ds, Luigi Spaventa ha rappresentato per anni, per il Bottegone prima e il Botteghino poi, il fiore rosso all'occhiello. Deputato eletto come indipendente nelle liste del Pci nella ottava legislatura (1976-1983), ministro del Bilancio nel governo Ciampi (1993-1994), sfidante (sconfitto) di Silvio Berlusconi nel collegio Roma 1 nelle elezioni del '94, presidente del Monte dei Paschi dal 1997 al 1998, da dove si è trasferito alla guida della Consob, che ha retto sino al 2003, Spaventa a tutt'oggi è organico all'attuale governo e alla maggioranza che lo sostiene, e conosce a menadito tutti i meccanismi della finanza pubblica. In più, non ricoprendo alcun incarico politico, può permettersi il lusso - a differenza di Romano Prodi, Vincenzo Visco e Tommaso Padoa Schioppa - di dire le cose come stanno. E lo ha fatto oggi su Repubblica, in un articolo il cui titolo, "L'ambizione delle riforme", pare fatto apposta per tenere lontano il lettore. Ma che merita invece di essere letto, perché spiega, senza ipocrisie, dove il governo Prodi andrà a prendere i soldi in più che cerca con la nuova Finanziaria.

Preso atto che nel "rigoroso" Dpef decantato da Prodi «troviamo risposte nobili ma generiche: vi si afferma che non basta affidarsi alla riduzione dell'evasione e dell'elusione o alle economie di spesa ottenibili migliorando l'efficienza dell'amministrazione, ma occorre intervenire (senza dire come) sull'apparato del settore pubblico, sul sistema pensionistico, sul servizio sanitario, sulla finanza degli enti decentrati», Spaventa scrive:
«Fra due terzi e la metà della correzione lorda dovrà essere affidato ad aumenti di entrate tributarie. In questo caso sarà difficile evitare misure discrezionali con aumenti di aliquote (non solo sulle cosiddette rendite finanziarie), poiché un recupero di imponibile evaso è stato già messo in conto per 5 miliardi, anche se qualcosa di più si potrà ottenere. La pressione fiscale (rapporto fra entrate tributarie e contributive e prodotto) già aumenterà nel 2006 di un punto rispetto all'anno precedente e, grazie all'aumento imprevisto di gettito, di mezzo punto rispetto alle previsioni, aumenterebbe ancora (di almeno mezzo punto) nel 2007, pur tenendo presente gli effetti di un abbattimento del cuneo fiscale. In definitiva, il governo onorerà il suo impegno, come ormai deve fare: ma, se vale quanto ho detto, forse non nel migliore dei modi, essendovi evidenza che le correzioni ottenute con aumenti di entrate hanno effetti depressivi maggiori di quelle ottenute con riduzioni di spesa pubblica».

Per capirsi: «Fra due terzi e la metà della correzione lorda» vuol dire tra i 20 e i 15 miliardi. E laddove Spaventa parla di aumenti di aliquote «non solo sulle cosiddette rendite finanziarie» si riferisce a un aumento delle imposte sui redditi e a nuove imposte sui patrimoni, non essendo perseguibile la strada di un'innalzamento delle imposte sui consumi da parte di chi, fino a ieri, ci ha dipinto un'Italia dove si moriva di fame alla terza settimana del mese.

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mercoledì, settembre 06, 2006

L'islam è in crisi. Ecco perché

Su Asia News sta uscendo, a puntate, un viaggio nell'islam a firma del teologo egiziano Samir Khalil Samir, che insegna nelle università di Beirut. E' interessante perché ribalta la percezione, così diffusa in Occidente, di un islam sicuro e trionfante (non è il solo a farlo, del resto). «L’osservatore occidentale», scrive, «è sconvolto di fronte al mondo islamico. Esso appare come una forza, una potenza straordinaria, che si muove e che nessuno può fermare. Questo sentimento – che fa paura a molti occidentali - corrisponde a ciò che molti musulmani chiamano la Sahwah, il Risveglio. In realtà questa potenza soffre di una crisi profonda, percepita da tutti i musulmani: l’incapacità di adeguarsi al mondo moderno, di assimilare la modernità. In effetti l’Islam sta vivendo una crisi profondissima. E' un fatto evidente non solo ad osservatori estranei. Ormai non c’è musulmano, pensatore, stampa araba o islamica che non discuta di questo fatto: l’Islam è in crisi. Vi è una differenza. Per gli islamismi radicali – che perseguono un progetto di islam politico – la “colpa” di tale crisi ricade sull’occidente e la sua aggressività. Alcuni fanno risalire questa crisi addirittura alle Crociate; altri alla recente colonizzazione; altri alla creazione dello Stato d’Israele; altri ancora si fermano alle aggressioni americane in Afghanistan e Iraq. In ogni caso, il male dell’Islam viene dal di fuori di esso, dall’altro-da-sé. Vi è però un altro gruppo, sempre più numeroso, il quale afferma che il male è dentro l’Islam. Questa posizione si trova di solito in personalità liberali, negli intellettuali. Anche questi non giungono a dire che il male è proprio dentro il Corano: secondo loro il male è nell’interpretazione che si dà del Corano, dell’Islam come sistema religioso, politico, sociale e culturale. Quantificando a partire dagli interventi che appaiono sulla stampa nei paesi islamici, possiamo dire che le posizioni dell’islamismo radicale sono un buon 20%; la tendenza liberale abbraccia il 10-20%. Tutti sono comunque d’accordo che è ormai necessaria una riforma dell’islam». Chi ha letto Bernard Lewis sa già di cosa si sta parlando.

Perdere la lettura di Samir Khalil Samir, spesso ironica e ricca di aneddoti che ci avvicinano alla comprensione di cose così lontane da noi più di tante teorie, è un peccato da punire con una fatwa rigorosa. Un piccolo e interessantissimo assaggio di ciò che scrive:

«Un segno della crisi dell’islam sono soprattutto le fatwa che vengono prodotte ogni giorno, per ogni aspetto della vita, soprattutto quella delle donne.
In Egitto – dove vi sono i mufti più fantasiosi e prolifici – ogni giornale, radio, televisione ha una rubrica o programma dedicato alle fatwa. Per due o tre volte alla settimana gli spettatori telefonano con le loro questioni e un mufti risponde alle loro domande. Al Cairo vi sono addirittura dei call-center che ti danno la possibilità di ricevere una fatwa seduta stante. È un vero e proprio business: da una parte vi sono specialisti delle fatwa e dall’altra vi è la gente che chiama. Ogni chiamata ha un prezzo maggiorato rispetto alla normale telefonata (anche 10 volte): una parte del ricavato va al businessman che organizza questo mercato religioso, e una parte va allo stesso mufti. La gente ormai chiama da tutto il mondo, e non solo dall’Egitto, per sapere come comportarsi in una situazione o nell’altra della vita quotidiana.
Una domanda che ricorre spesso è se è permesso mangiare con un non musulmano. La richiesta viene soprattutto da businessmen che viaggiano in Germania, in America, a Londra. La risposta, dipendendo dalle conoscenze giuridiche del mufti, potrà essere sì o no. Se mi attengo al testo coranico che dice “Oggi vi sono permesse le cose buone, e vi è lecito anche il cibo di coloro ai quali è stata data la Scrittura, e il vostro cibo è lecito a loro” (5,5), allora si può fare un “pranzo d’affari” con gli occidentali, considerati come appartenenti a “coloro ai quali è stata data la Scrittura”. Ma se considero che gli occidentali sono in genere miscredenti, allora il loro cibo non è halāl ma harām, illecito. Perché lo scopo di tutte le fatwa è di stabilire che cosa è halāl (lecito) e che cosa è harām (illecito).
Un altro campo è quello del come comportarsi con una donna: se si può tenere la sua mano in pubblico; se ci si può baciare fra sposi; come fare l’amore a letto; ecc…. In Egitto baciarsi in pubblico è proibito. Chi lo fa, rischia di essere arrestato. Ma queste fatwa vanno oltre: influenzate dal radicalismo, i mufti proibiscono agli sposi perfino di baciarsi in privato. La tendenza fondamentalista nelle fatwa interviene per proibire agli sposi di mostrarsi nudi reciprocamente; ordinano di fare l’amore solo nell’oscurità, oppure – come propone qualcuno – di mettere fra i due corpi un velo sottilissimo… E di tutto questo se ne parla in modo infervorato alla televisione!
In questi ultimi mesi mi sono divertito ad ascoltare le fatwa più curiose: “uno stiratore (i negozi di stiratori fioriscono da sempre in Egitto) deve o non deve stirare i vestiti di una donna che normalmente non porta il velo islamico?”; “Se una donna esce dal bagno nuda e vi è un cane nell’appartamento, ha fatto qualcosa di lecito o illecito?”. Risposta: “Dipende dal cane. Se è un cane maschio, la donna ha compiuto qualcosa di illecito”».


Il resto del reportage sul business delle fatwa, terza puntata del viaggio di Samir Khalil Samir nell'islam, lo si può leggere qui ("L’ignoranza degli imam blocca lo sviluppo culturale di chi vuole vivere secondo l’islam").
Le puntate precedenti:
1- "Islam sull’orlo dell’abisso, fra violenza e riforma"
2 - "La violenza delle fatwa preoccupa i governi musulmani"

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