mercoledì, settembre 20, 2006

Telecomgate: la strana vittoria della Cdl al Senato

Ma era meglio avere Romano Prodi al Senato nella data proposta dal governo, e cioè il 28 settembre, e una volta lì provare a scuoiarlo a dovere in diretta televisiva, così come impongono i sacrosanti rituali delle repubbliche parlamentari? Oppure hanno fatto bene i senatori della Cdl a cogliere l'occasione della superiorità numerica, a chiedere che il presidente del consiglio appaia in aula il 21 settembre, a cercare il braccio di ferro con la maggioranza (che a palazzo Madama tale non sembra più essere), per vincere (151 voti contro 148), ma dare così la scusa a Prodi di provare a mandare al suo posto il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, visti gli inderogabili (meglio non indagare) impegni internazionali del premier? Insomma: è meglio avere tra le mani un Gentiloni oggi o un Prodi domani?

Meglio un Prodi domani, ovvio. Il bersaglio è lui, mica il ministro margheritino. E allora? Per quale motivo i senatori del centrodestra hanno offerto una simile via di fuga al premier, da parte del quale, conoscendone il coraggio e il momento difficile, era prevedibile la ricerca di ogni possibile pretesto per disertare? Perché è vero che il 28 Prodi dovrà rendere conto alla Camera, ma è vero anche che l'aula che gli è più avversa è quella del Senato, e che, senza la proposta di anticipare i tempi in un ramo del Parlamento, il 28 settembre sarebbe stato il giorno del grande processo a Prodi.

La mossa della Cdl si spiega solo con la volontà di trasformare il Senato in una sorta di Vietnam (il paragone, del resto, lo fanno da tempo i più bellicosi tra gli stessi senatori forzisti, ribattezzatisi non senza autoironia "berluscong"). Un teatro di guerra cruento e impazzito, nel quale non è possibile nemmeno la minima intesa. Uno scenario, per usare le categorie di Max Weber, nel quale la Cdl non agisce più in base alla "razionalità rispetto allo scopo", cioè al calcolo tra mezzi impiegati e risultati ottenuti, ma solo in base alla "razionalità rispetto al valore", dove il valore è terrorizzare l'Unione, usare ogni occasione e ogni cavillo offerto dal regolamento per colpire l'avversario, qualunque sia il prezzo, anche a costo di rischiare di farsi del male da soli (come in questo caso).

Quanto alla decisione di Prodi di venire a riferire dinanzi al Parlamento, è la conferma diretta della debolezza estrema del personaggio all'interno del suo stesso schieramento. Mai visto prima: un presidente del consiglio che la mattina, sfogliando la rassegna stampa, si trova accusato di codardia parlamentare non solo dalla stampa dell'area avversa, ma dall'Unità, da Europa (ovvero dai quotidiani dei due principali partiti della sua maggioranza) e dall'organo del suo azionista occulto, cioè dal Sole-24 Ore, il quotidiano di Confindustria. Tutte testate che chiedono al pavido premier di tirare fuori gli attributi e trovare il coraggio di entrare nell'arena. Di sicuro, anche questo ha influito sul suo ripensamento.

La poltrona di Prodi non è in pericolo, ma le sue quotazioni al momento sono ai minimi storici. Ora che - almeno formalmente - ha accettato il confronto con il Parlamento, è prevedibile che i partiti della sua coalizione e i giornali della sinistra si ricompattino attorno a lui. Resta da capire se la mossa della Cdl al Senato ha indebolito Prodi o - piuttosto - gli ha offerto un'occasione insperata per limitare le ferite.

Post scriptum. Gli interessati agli aspetti finanziari della vicenda Telecom non possono perdersi il post dell'ottimo (come sempre) Phastidio.

Etichette: , ,