martedì, settembre 12, 2006

Su Moggi, la Ventura e la Melandri

di Fausto Carioti

Dunque, Luciano Moggi non ha il diritto di andare in televisione. Non sulle reti Rai, almeno. E Simona Ventura non ha il diritto di invitarlo. Non si stesse parlando di due cose tremendamente serie, e cioè della libertà di espressione e del campionato di calcio, ci sarebbe da ridere. Perché l'accusa a Moggi e alla Ventura viene proprio dalla classe politica italiana, che gli schermi pubblici li monopolizza da sempre. Giuseppe Giulietti (Ds) accusa Moggi di essersi «autocelebrato, utilizzando in modo a dir poco improprio il servizio pubblico». Maurizio Gasparri (An), ex ministro delle Comunicazioni, propone di cambiare nome alla trasmissione della Ventura: invece di “Quelli che il calcio”, dice, dovrebbe chiamarsi “Quelli della truffa” o “Quelli in ginocchio”. Tra i tanti scandalizzati per la puntata andata in onda domenica pomeriggio spicca il consigliere d’amministrazione della Rai Carlo Rognoni (in quota Ds), che intende portare l’affaire Moggi-Ventura all’ordine del giorno dell’odierno consiglio d’amministrazione, per prendere «provvedimenti nei confronti di chi ha sbagliato». Come se i disperati membri del cda Rai non avessero già abbastanza rogne. Indignato anche il ministro Giovanna Melandri (Ds): il suo, però, è un caso a parte, e se ne parla nelle righe finali di questo articolo.

Ora, è chiaro che il motivo vero di simili attacchi non è quello che vogliono farci credere, e cioè il "come" la Ventura ha intervistato Moggi. Semplicemente perché, se dalla Rai dovessero essere bandite le interviste compiacenti, almeno il novanta per cento delle interviste realizzate non dovrebbe mai andare in onda. Prime tra tutte quelle fatte ai politici, i quali su come «autocelebrarsi, utilizzando in modo a dir poco improprio il servizio pubblico», potrebbero scrivere un’enciclopedia a dispense. L’intervista-marchetta sugli schermi pubblici è diventata un’arte raffinatissima, i cui principali beneficiati sono, oggi come ieri, gli esponenti della maggioranza e del governo. Diciamo quindi che i politici ritengono di essere gli unici ad avere diritto all’intervista fatta in ginocchio, con domande generiche e interlocutore che annuisce sorridente. Eppure, se c’è qualcuno che deve essere sottoposto a domande stringenti sul proprio operato sono i nostri parlamentari e governanti, che a differenza di Moggi rappresentano gli elettori italiani e davanti a costoro dovrebbero essere chiamati a rispondere di ciò che fanno.

Il problema vero, dunque, non è il “come”, ma il “chi”. Cioè Moggi. Al quale, pur non avendo ricevuto alcuna condanna definitiva, è vietato parlare in Rai perché dice cose alle quali gran parte dell’establishment di destra e di sinistra nega diritto di cittadinanza nel dibattito italiano. A sinistra, perché i nuovi arrivati al governo hanno la presunzione messianica di dover ricostruire tutto da zero (nel calcio come nell’economia, nella scuola e in ogni altro settore della vita del Paese) e possono riuscirci solo condannando alla damnatio memoriae chi comandava prima di loro. A destra, un po’ perché la squadra di Silvio Berlusconi è - di fatto - controparte di Moggi nel processo, un po’ per banali questioni di fede calcistica (complice l’entrata gratis in tribuna d’onore, i parlamentari sono la categoria italiana a più alta densità di tifosi).

Anche la Ventura, che ha diversi amici ma anche tanti nemici, molti dei quali all’interno della Rai, è una che viene messa nel mirino volentieri. Eppure stavolta ha fatto il suo mestiere. Ha mostrato a tutti lo spettro di Banquo, ha portato davanti alle telecamere il grande assente della prima domenica di campionato. Uno scoop, insomma. Per di più, assicura lei, realizzato a costo zero per l’azienda. Per tutta l’estate l’ex direttore generale della Juventus è stato inseguito da giornali e televisioni che volevano strappargli un’intervista in esclusiva. Per un motivo molto semplice: Moggi fa notizia, fa discutere e si fa seguire con attenzione da tanti, anche da chi è in totale disaccordo con lui. La Ventura lo ha trattato allo stesso modo con cui cura tutti gli ospiti. La sua, dice, «non è una trasmissione in cui si fanno processi». Né lo è mai stata. Stupisce (si fa per dire) che la politica se ne lamenti proprio adesso.

Libero mercato e globalizzazione hanno poi messo in mano al telespettatore un mezzo efficacissimo con cui promuovere o bocciare simili trasmissioni: il telecomando. Chi ha gradito la puntata di “Quelli che il calcio” ed era interessato alle cose che diceva Moggi, è rimasto davanti al teleschermo e ha contribuito alla crescita dell’audience (la puntata ha avuto uno share del 17,4%). Chi si è indignato, avrà cambiato canale: tra reti pubbliche e private, la domenica pomeriggio l’offerta di programmi sportivi è ottima e abbondante. Non è quindi mettendo il bavaglio alle idee che non piacciono alla maggioranza che si fa un servizio ai telespettatori, ma favorendo la libera espressione dei diversi punti di vista. Anche perché chi vuole ascoltare la campana opposta a quella di Moggi non ha che l’imbarazzo della scelta. E c’è da scommettere che, molto presto, tra gli ospiti della Ventura spunterà Candido Cannavò o uno dei tanti altri grandi accusatori di Big Luciano. Ben venga.

Resta da dire di Giovanna Melandri. Ovvero della ministra che, dopo aver sgomitato per farsi inquadrare accanto a Giorgio Napolitano al termine delle partite più importanti della nostra nazionale, si è fatta regalare uno spot in mondovisione dal servizio pubblico mostrandosi sul pullman degli azzurri nella grande festa che si è svolta a Roma la notte dopo la vittoria di Parigi. Cosa c’entrava lei tra Gattuso e Cannavaro? Ha ricoperto forse qualche ruolo nella vittoria italiana in Francia? E ammesso e non concesso che la politica abbia avuto un merito infinitesimale nella conquista della coppa, perché non ha invitato su quel pullman, accanto a lei, il suo predecessore, che di meriti semmai ne avrebbe avuti ben più di lei, ministra da poche settimane? Ecco, quando una così accusa la televisione pubblica di aver dato spazio «eccessivo e inopportuno, senza un vero contraddittorio» a chicchessia, va ben oltre il politicamente criticabile e sprofonda, con pesantezza inesorabile, nelle paludi del ridicolo.

© Libero. Pubblicato il 12 settembre 2006.

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