lunedì, giugno 12, 2006

Il governo Prodi disgusta anche la stampa di sinistra

Finché erano Corriere della Sera e Stampa a scaricare Romano Prodi e il suo governo da operetta, i cui ministri fanno a gara a chi spara la bischerata più grossa (soprattutto dopo che il presidente del consiglio, imbarazzato, aveva chiesto loro di non metterlo più nei guai, a conferma del carisma del personaggio), nessuna sorpresa: fa parte della partita che giocano Paolo Mieli e i suoi emuli, che è cosa ben diversa da quella del centrosinistra. Ora, però, hanno iniziato a esprimere il loro disgusto anche Unità e soprattutto Repubblica. Ed è tutto un altro discorso.
Prima il quotidiano di Antonio Padellaro, doverosamente, si vergogna in prima pagina per il nuovo record di sottosegretari imbarcati da Prodi. Non è solo una questione contabile. E' una questione politica: il governo è fatto di 102 uomini perché molti incarichi da sottosegretario sono stati assegnati con il manuale Cencelli, e cioè in base a logiche legate agli equilibri di partito e non alla qualità dei personaggi. Il verde Paolo Cento, ad esempio, è tipo simpatico e pittoresco, ma come sottosegretario all'Economia non ci azzecca nulla. E così molti altri come lui. Col risultato che Prodi è stato costretto, accanto ai sottosegretari che gli hanno imposto i partiti, a metterne altri con un minimo di competenza tecnica (per fare il sottosegretario all'Economia sul serio, ad esempio, occorre conoscere nel dettaglio i meccanismi della finanza pubblica, e aver passato l'esame di Economia Politica 1 è solitamente considerato requisito preferenziale). Moltiplicate questo processo per ogni dicastero e per ogni partito dell'Unione, e arrivate al numero magico di 102 (per ora). Sarebbe da rivedere la registrazione di Tetris, trasmissione condotta da Luca Telese, andata in onda tre giorni dopo il voto. In studio, alla presenza del sottoscritto e di altri due giornalisti, nonché dello stesso Massimiliano Cencelli, due "menti" uliviste come Arturo Parisi e Giovanna Melandri assicurarono che mai e poi mai il governo Prodi sarebbe stato creato tenendo in mano il famoso manuale.
Il carico, però, ce l'ha messo nientemeno che Eugenio Scalfari, nel suo editoriale domenicale dell'11 giugno su Repubblica. Iniziava così: «Il governo Prodi sta dando, almeno per ora, un'immagine di sé scomposta, sciancata, mediocre. Analoghe sensazioni suscita la maggioranza parlamentare che dovrebbe sostenerlo». Proseguiva in questo modo: «Emergono spinte centrifughe nella coalizione di governo, si accentua la nefasta gara mai sopita alla visibilità dei partiti, la corsa agli incarichi, l'affanno delle mediazioni infinite. Continua l'aumento della falange di sottosegretari, le liti sullo spacchettamento delle competenze ministeriali, le dispute su temi che il programma di governo pretendeva d'aver risolto una volta per tutte. Questo il quadro desolante che rischia di dissipare una parte del credito e delle aspettative riposte in Prodi e nella sua squadra, ancora così poco coesa da far temere l'avverarsi delle peggiori previsioni». E - nella parte dedicata agli sconquassi della maggioranza - si concludeva con un sensatissimo avvertimento: «Una cosa debbono temere i dirigenti del centrosinistra: che la verifica sia chiesta a tutti loro da chi ha loro dato consenso e ora dubita dei risultati. Non c'è molto tempo a disposizione, anzi ce n'è assai poco». E sarebbe un peccato, perché qui è da parecchio che non ci si divertiva tanto.

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