martedì, giugno 27, 2006

E ora si apre la caccia alla Lega

A sinistra, al di là delle dichiarazioni di facciata, l'hanno capita bene e nessuno si sta facendo illusioni. I festeggiamenti per la vittoria referendaria sono già archiviati, e nemmeno un'affermazione solida come quella uscita dalle urne per il "no" può garantire più di qualche ora di sorrisi. I problemi che erano sul tappeto alla vigilia del voto sono ancora tutti lì, nello stesso ordine nel quale erano stati lasciati sabato: una maggioranza sempre più impalpabile al Senato; lo sfascio totale dinanzi a ogni decisione di politica estera; l'impossibilità (contabile, prima che politica) di varare una manovra e una Finanziaria 2007 che riescano a tenere insieme risanamento e rilancio dei consumi. Saranno questi temi a decidere la sorte del governo Prodi.
L'unica variabile nuova, rispetto a tre giorni fa, è la Lega. Ed è su essa che si apre infatti la grande partita politica dell'estate. Affossata la devolution, il Carroccio è a un bivio: riprendere la via extra-istituzionale al cambiamento (quella, per intendersi, la cui parola d'ordine è "secessione"), o proseguire nel percorso istituzionale, tenendosi però le mani libere ed essendo pronta a dialogare con tutti, pur restando (almeno oggi, domani chissà) agganciata alla Cdl.
Chi è al governo ha sempre qualcosa in più da offrire, ed è nell'interesse di Romano Prodi e dei Ds fare alla Lega un'offerta appetibile di dialogo sulle riforme. Piero Fassino ha appena sondato il terreno con Roberto Maroni. Se la proposta, alla riapertura delle Camere dopo la pausa estiva, dovesse suscitare l'interesse della Lega, il minimo che l'Unione potrebbe attendersi in cambio è un atteggiamento morbido del Carroccio al Senato, almeno sin quando questa nuova "fase costituente", o comunque la si vorrà chiamare, non sarà conclusa. Per Prodi e Fassino trovare un modo per non morire a Palazzo Madama, problema dei problemi, sarebbe il modo migliore di dare un senso duraturo alla vittoria referendaria.
Silvio Berlusconi, ovviamente, ha l'esigenza opposta: impedire al Carroccio di entrare in fase di trattative con la sinistra. E il modo migliore nel quale può riuscirci è accettare la richiesta di dialogo che avanzeranno Prodi e i Ds, costringendoli così a scoprire le loro carte (ammesso che ne abbiano) dinanzi alla Cdl e, soprattutto, dinanzi agli altri partiti della sinistra. Accentrando poi su di sé la rappresentanza della Cdl al tavolo delle riforme, Berlusconi dovrebbe scongiurare eventuali fughe a sinistra della Lega (vale anche per l'Udc).
Le carte in mano a Berlusconi per scongiurare la diaspora leghista sono due. La prima è sempre il suo amico Umberto Bossi, tendenzialmente contrario a intese con l'Unione. Ma su Bossi, che comunque non disegna alcun corteggiamento, pesa anche l'incognita dello stato di salute, che si riflette anche sul suo peso all'interno del partito, sebbene la leadership del Senatùr, al momento, resti ufficialmente indiscussa. La seconda carta di Berlusconi è la sinistra dell'Unione: Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani. Sono e restano gli alleati più fedeli di Prodi, ma vedono come una pietra tombale sul loro futuro di governo ogni ipotesi di "maggioranza variabile" o di accordo con qualsiasi componente della Cdl. Al momento, la seconda carta sembra assai più affidabile della prima.

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