lunedì, giugno 26, 2006

Provano a fregarsi anche i Simpson

Che nostalgia per gli apparatnik di una volta, per quei compagni dalle categorie solide, robuste come i televisori da 120 chili l'uno che uscivano in quei giorni dalle fabbriche sovietiche. Manichei quanto si vuole, ma vivaiddio refrattari ai facili entusiasmi e alle ideologie alla moda, alle contaminazioni fatue. Gente con cui litigare era un piacere. Oggi, sostituite le ideologie con i veltronismi, i sinistri si propongono con idee dello spessore di un foglio di carta velina, una profondità d'analisi che non riesce ad andare oltre sillogismi da prima elementare, tipo «è trendy, quindi è di sinistra».
Così, con la stessa superficialità con cui, accanto a figure grandi e tragiche come Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti e Leon Trotsky hanno provato (cito solo i casi recenti) a mettere nel loro album di famiglia le foto di signori del calibro di don Lorenzo Milani, Giovanni Paolo II, Albert Einstein e Marilyn Monroe, stanno cercando adesso di fregarsi Homer Simpson e famiglia.
Qui, su Repubblica.it, è possibile vedere il servizio relativo a quella che è a tutti gli effetti una signora notizia: tempo un anno (07-07-2007) e le avventure dei Simpsons arriveranno nelle sale cinematografiche. Il servizio inizia come si deve: la notizia è messa in testa, il montaggio è divertente. A un certo punto, però, si capisce dove il tutto voglia andare a parare: i Simpsons, con una scelta di vocaboli che messi in fila così non si vedevano da qualche decennio, sono descritti come creature «alternative al sistema televisivo dominante» (sic), insomma un prodotto della controcultura americana. La gente che li osserva in televisione (tipo l'autore di questo blog...) dichiara automaticamente di fare parte di un gruppo che «non si riconosce nelle scelte di Bush». Strumentalizzazione un tanto al chilo che si poggia sulla citazione del misconosciuto liberal di turno, ovviamente canadese, e del suo libro "generazionale" che nessuno all'estero sembra aver preso sul serio (gli interessati possono leggere, alla pagina linkata, i voti e i commenti inviati dai lettori ad Amazon, specie quello del lettore che scrive: «Turner probably could have spared us his rather nebulous take on the Simpsons' place in the political landscape of today, and I will admit that some of this book reads a bit like a textbook for a course at some small liberal arts college»).
Si potrebbe notare che tra i personaggi più maltrattati dalla serie ci sono icone liberal come Bill Clinton e Al Gore (al pari dei loro corrispettivi repubblicani). Oppure che i Simpsons sono un prodotto delle factory di Rupert Murdoch, tycoon accompagnato da una solida fama di conservatore, sebbene - e sensatamente - non disdegni di trattare e raggiungere accordi anche con governi di sinistra, quando ne vale la pena. Di certo, non si tratta di una produzione "alternativa" all'establishment televisivo: semmai, al contrario, ne rappresenta uno dei maggiori successi recenti.
La verità, come spesso capita, è molto banale: i Simpsons non sono né liberal né conservative, non guardano in faccia a nessuno. Non se lo possono permettere: l'unica cosa cui tengono sono i soldi, cioè l'audience. E' per questo che sono fatti così bene: sono un prodotto del capitalismo anglosassone, l'unica cosa che funzioni su questo pianeta.

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