lunedì, giugno 19, 2006

Caso Savoia, approfittiamone per ridiscutere la legge sulla prostituzione

di Fausto Carioti
Dunque, il pubblico ministero dal cognome intraducibile, Henry John Woodcock, ha scoperto che alcuni ricchi vanno con le prostitute, e che nei posti che frequentano i milionari, tipo il casinò di Campione, è facile trovare signorine piacenti disposte a concedersi in cambio di adeguato compenso. Non per sminuire la portata dell’inchiesta, per carità, ma se il piatto forte delle indagini che hanno condotto a tredici arresti è questo, non si capisce dove sia la ciccia. Da sempre uomini ricchi in cerca di sesso facile e giovani disinibite a caccia di soldi sono fatti per intendersi: ognuno ha qualcosa che l’altro vuole, ed è disposto a cederlo in cambio di qualcosa che l’altro ha. Non occorre quindi aver studiato Adam Smith per capire che sono destinati a finire dentro lo stesso letto anche senza l’aiuto della mano invisibile o del lenone di turno. Poi, siccome non è vero che il mercato è classista, l’esperienza non è limitata ai soli ricchi, ma - democraticamente - possono accedervi anche i meno abbienti, sebbene, come per ogni altro prodotto, con il ridursi del budget la qualità dell’offerta ne risenta.
Incurante di tanto interesse verso la più antica e diffusa forma di scambio spontaneo, la normativa italiana, riformata dalla legge Merlin nel 1958, colloca quelli legati alla prostituzione tra i “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” e, in nome del principio per cui la meretrice è sempre vittima di un losco traffico gestito da altri, colpisce «chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui» (una definizione talmente vaga da aver permesso incriminazioni basate su motivazioni ridicole), ma non punisce né la prostituta (a meno che non adeschi, ma si tratta di reato che viene contestato sempre più di rado) né il suo cliente: i loro comportamenti, secondo formula giuridica tartufesca, sono ritenuti “illegittimi, ma non illeciti”.
Le domande sono tante. Alla più importante, e cioè se la legge Merlin sia servita a limitare la prostituzione, la risposta è un “no” secco. Il mercato del sesso, si passi la battuta, oggi “tira” come non mai: compagnia a pagamento viene offerta per strada, su Internet, negli annunci sui giornali, per tutti i gusti e tutte le tasche. Il difficile, semmai, per i clienti deve essere quello di orientarsi in un’offerta sempre più vasta e - come dire - diversificata. Altri problemi da considerare sono la diffusione delle malattie per via sessuale, la sicurezza, l’ordine pubblico, la dignità di certi quartieri, sottratti per metà della giornata a chi vi abita per diventare luogo di incontri a pagamento. Agli spazzini, il mattino dopo, il compito di cancellare le tracce per poter continuare a fingere che nulla sia accaduto. Ultima, ma non per importanza, la condizione delle professioniste del sesso: rispetto a quando lavoravano nelle case chiuse, la loro vita è migliorata o peggiorata? Quelle che non hanno clienti dal portafoglio principesco, in che condizioni vivono? Più si guardano i risultati che ha prodotto, più la normativa attuale appare inadeguata e ipocrita.
Ecco, non sarebbe male se la scoperta dell’acqua calda fatta dal dottor Woodcock diventasse il pretesto per aprire una riflessione politica sulla sensatezza della normativa italiana in materia di prostituzione, invece che avviare l’ennesimo tormentone giudiziario in cui tutti moraleggiano, ma alla fine del quale ogni cosa resta come prima, prostitute in piazza comprese. Non si tratta di liberalizzare il sesso a pagamento, perché più libero di così non potrebbe essere. Si tratta, invece, di discutere se legalizzarlo e sottoporlo a regole: di ordine pubblico, sanitarie e fiscali.

© Libero. Pubblicato il 18 giugno 2006.