lunedì, aprile 30, 2007

La sceneggiata di Arturo

Scene da teatro dell'assurdo. Ma non è Eugène Jonesco: è Arturo Parisi. L'uomo su cui ricade la responsabilità politica della presenza militare italiana in Afghanistan, nella provincia di Herat, quello che dovrebbe spiegare alla nazione ciò che stanno facendo i nostri soldati laggiù, insomma il ministro della Difesa, non solo non ne sa nulla, ma fa sapere a tutti di brancolare nel buio.
Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, è «preoccupato per un eventuale coinvolgimento» dei militari italiani in Afghanistan in «azioni estranee alla missione autorizzata dal Parlamento». Lo riferisce il portavoce del ministro, Andrea Armaro, con riferimento all'offensiva condotta dalle forze Usa e afgane nella provincia di Herat. A questo riguardo, il ministro «ha chiesto con urgenza informazioni più dettagliate al nostro Stato maggiore».
Come fa Parisi a parlare di «eventuale» coinvolgimento, a non sapere se e perché i nostri soldati stanno sparando? Perché si dice «preoccupato» da ciò che sta succedendo? Se non le sa lui, che è a capo della difesa italiana, chi altri le deve sapere queste cose?

Se davvero i soldati italiani, come ipotizza lo stesso ministro, stanno combattendo senza averlo informato (operazioni simili non si decidono da un giorno all'altro, e quella in atto era stata annunciata da mesi), Parisi ha due scelte: o si dimette da ministro, perché il comando italiano in Afghanistan se ne frega di lui e del suo governo, e i nostri militari fanno quello che ritengono più opportuno ignorando il mandato ricevuto dall'esecutivo e ratificato dal Parlamento; oppure fa dimettere i comandanti militari della missione.

Va da sé che Parisi non farà né l'una né l'altra cosa. Perché la sua sceneggiata odierna ha il semplice scopo di non fare incavolare l'ala sinistra della coalizione. Uscite stamattina le notizie sul durissimo combattimento in atto contro i talebani, l'unico modo che il ministro aveva per evitare di essere infilzato dai suoi alleati rifondaroli, verdi e comunisti vari era fingere di cadere dalle nuvole e chiedere lui stesso, per primo, spiegazioni.

A quanto risulta da queste parti, dove di sicuro ne sappiamo meno di Parisi, i soldati italiani impegnati ad Herat non combattono in prima linea assieme agli angloamericani e alle truppe regolari afghane, ma si occupano, assieme agli spagnoli, di "sigillare" i varchi di fuga. Questo consente da un lato di dire che i nostri soldati non partecipano alle operazioni di rastrellamento antiterrorismo, dall'altro dà un senso alla presenza dei militari italiani in Afghanistan. Certo, si tratta di un escamotage ipocrita: simili operazioni di chiusura dei varchi solitamente non si compiono con la moral suasion, ma con l'uso delle armi. Cioè sparando sui nemici in fuga. Chissà se anche stavolta sta succedendo questo. Forse il ministro ha qualche notizia in merito.

Post scriptum. L'ultima volta che si è venuto a sapere che ad Herat si sparava sul serio era il 14 marzo. Ed è successo un mezzo terremoto politico. Su questo blog se ne è scritto qui e qui.

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domenica, aprile 29, 2007

Il bello e il nuovo del governo Prodi

di Fausto Carioti

Nella sinistra italiana c'è del nuovo e c'è del bello. Ma, come disse Gioacchino Rossini al giovane compositore che gli chiedeva un giudizio sulla sua musica, «ciò che vi è di bello non è nuovo e ciò che vi è di nuovo non è bello». Di bello, ma scopiazzato senza ritegno, c'è l'abolizione dell'Ici sulla prima casa. La proposta la lanciò Silvio Berlusconi il 3 aprile del 2006, al termine del duello televisivo con Romano Prodi. Un intervento poco costoso, ma importantissimo, spiegò l'allora premier: «Si tratta di 2,3-2,5 miliardi di mancato gettito. È una sciocchezza, sono facilmente reperibili». Commentò Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani: «Berlusconi è in preda a un delirio. La prossima volta dirà che vuole abolire l'Iva». Passano dodici mesi. Parlando al congresso di ciò che resta del suo partitino dopo l'addio di Armando Cossutta, Diliberto tira fuori dalla kefiah un'idea originale: l'abolizione dell'Ici sulla prima casa. È una proposta, spiega, sulla quale bisogna confrontarsi, perché ha «un suo aspetto di reale equità sociale. Una proposta riformista, perché estende il diritto alla casa».

Stanno messi così male che non solo copiano le idee di Berlusconi, ma gli fregano anche i personaggi televisivi. Pochi giorni prima, lo stesso segretario del Pdci aveva illustrato il "pantheon" del suo partito. Dove un posto d'onore si è scoperto che spetta al dr. House, protagonista della serie di maggior successo delle reti Mediaset: «Lui e George Clooney sono dei nostri», ha affermato Diliberto in versione turista italiano a Las Vegas. Pare che nessuno dei delegati al congresso abbia avuto da ridere o da ridire davanti a tale affermazione, e questo rende il dramma dei pochi comunisti sopravvissuti al crollo delle ideologie ancora più angosciante. Del resto, a Rimini si è scoperto che tra i padri nobili del Pdci figura Giovanni Paolo II, che in fondo è solo l'uomo che più di ogni altro al mondo ha contribuito a chiudere l'epoca di quell'ideologia criminale che i comunisti si ostinano a mantenere in vita. Vista la profondità dell'elaborazione politica, non c'è da stupirsi che Fassino e gli altri vertici dei Ds, un tempo loro strettissimi alleati, si siano vergognati di apparire al congresso dei Comunisti italiani: la delegazione inviata dal Botteghino a Rimini era composta da illustri sconosciuti.

Non che dal congresso della Margherita siano partite proposte più originali. L'idea di abolire l'Ici è stata rilanciata da loro. Per l'esattezza da Francesco Rutelli. Il quale, quando la avanzò Berlusconi, la bocciò senza appello: «Nessuno lo prende sul serio, è l'ennesimo autogol». Adesso, tra le ipotesi inserite in quello che è stato subito chiamato "pacchetto Rutelli", spicca la cancellazione dell'Ici sulla prima casa. Costo stimato: 2,3 miliardi di euro. Stessa cifra indicata da Berlusconi. Il più drastico fu Romano Prodi. Sfoderando la sua competenza da economista, affinata in anni trascorsi alla guida di un modello d'efficienza come l'Iri, disse: «Il bilancio dello Stato non regge neanche un decimo dell'impegno proposto». Ma ora Prodi, scoperto di aver toppato tutti i conti ed ereditati dalla gestione Berlusconi i soldi per realizzarla, si aggrappa all'abolizione dell'Ici per risollevare i sondaggi che vedono colare a picco lui e tutto il suo governo.

Certo, essere di sinistra mica si esaurisce nell'abolizione del balzello sulla prima casa. C'è anche la solidarietà. E qui ci si addentra nel territorio di ciò che è nuovo e non è bello. Meglio che siano gli stessi esponenti della sinistra a spiegarlo. Pagina 6 di Liberazione, quotidiano bertinottiano, in edicola ieri. Titolo dell'articolo: «Prodi non versa la quota. Quattrocento al giorno muoiono di Aids». Succede infatti che il governo dell'Unione (quello equo e solidale) ha smesso di versare il contributo promesso al Fondo globale per la lotta ad Aids, tubercolosi e malaria. Se pagasse, dicono le organizzazioni non governative, ogni giorno verrebbero salvate 443 vite umane. Le parole più chiare sono quelle di Vittorio Agnoletto, eurodeputato rifondarolo: «Purtroppo fino a questo momento il governo Prodi si sta comportando su questo punto peggio del governo precedente, che almeno aveva pagato l'80 per cento della quota italiana». Quello "precedente", ovviamente, era il governo Berlusconi, zeppo di liberisti selvaggi e senza cuore.

Comprensibile la depressione delle Ong terzomondiste. Un esponente della African Medical and Research Foundation dice al Manifesto che la fuga di Prodi dai suoi impegni con il terzo mondo è «inaccettabile, in particolar modo per un governo che sostiene di voler dare un segnale forte rispetto a una mutata politica di solidarietà internazionale». Oltre a non aver rispettato i pagamenti per aiutare le popolazioni malate di Aids, Tbc e malaria, il governo intende tagliare di altri 50 milioni di euro i fondi per la cooperazione internazionale. Denuncia, sempre sul Manifesto, il presidente di Terre des Hommes, una delle Ong più attive negli aiuti all'infanzia: «La schizofrenia del governo in merito alla politica di cooperazione sta raggiungendo livelli di guardia che bisogna evidenziare, per il bene del paziente e di noi tutti».

© Libero. Pubblicato il 29 aprile 2007.

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venerdì, aprile 27, 2007

Se 23 giorni vi sembran pochi

Immigrazione: perché il governo ha sbagliato tutto

di Fausto Carioti

Di solito ce lo insegnano da bambini: prima il dovere, poi il piacere. Non tutti, però, abbiamo avuto le stesse maestre. La sinistra italiana ha scelto la strada opposta: dare diritti agli immigrati senza nulla pretendere in cambio (a parte una croce sulla scheda elettorale, ovviamente). «Io oggi ti do il diritto di voto alle amministrative e domani ti rendo cittadino italiano. Così ti sarai integrato nel tuo nuovo Paese»: questa è la filosofia alla base del provvedimento adottato martedì scorso dal governo Prodi. Era scritto anche nel programma con cui l’Unione si presentò alle elezioni: «L’acquisizione della cittadinanza è il più efficace strumento giuridico di integrazione di cui le democrazie liberali dispongano». I privilegi, insomma, sono visti dalla sinistra come il mezzo per rendere gli immigrati “integrati”, cioè inseriti nella società italiana e ligi alle leggi. Che è come dire: «Ti consegno le chiavi di casa e sarai libero di fare quello che ti pare. Così sono convinto che ti comporterai bene, non ruberai l’argenteria e lascerai il bagno pulito». Un mix letale di utopismo terzomondista e cinismo elettorale. Niente di strano che una filosofia simile, quando è stata adottata in Europa, abbia sempre fallito.

Quello che ha mostrato di funzionare, invece, è l’approccio esattamente contrario: prima mi dimostri di esserti inserito nella società e nel lavoro, di avere imparato la mia lingua, di conoscere la storia e le leggi di quello che vuoi che divenga il tuo nuovo Paese e magari di condividere due o tre principi fondamentali (tipo la parità di diritti e doveri tra uomo e donna e una certa idea di laicità dello Stato). Una volta che ti sarai integrato, ti concederò l’onore di votare e di essere cittadino di questo Paese. È il modello adottato negli Stati Uniti, che non a caso rappresentano la più clamorosa “success story” mondiale di integrazione degli immigrati. Come del resto riconoscono anche i meno faziosi a sinistra, dove Walter Veltroni sbrodola felice ogni volta che può citare l’esempio del “melting pot” d’Oltreoceano.

Dare il diritto di voto e la cittadinanza non trasforma gli immigrati in integrati. In Inghilterra, lo scorso anno la rete televisiva Channel 4 ha fatto realizzare un sondaggio per tastare il polso ai musulmani col passaporto britannico, che in tutto sono 1,6 milioni. Ne è uscito che: il 30% di questi cittadini inglesi preferirebbe vivere sotto la sharia che sotto l’ordinamento legislativo di Sua Maestà; il 28% è convinto che un giorno la Gran Bretagna diventerà uno Stato islamico; il 68% ritiene giusto condannare i cittadini inglesi che insultano l’Islam; il 9% (ovvero oltre centomila individui) ritiene accettabile il ricorso alla violenza in nome della religione.

Alla domanda: «Cosa ti consideri innanzitutto, un musulmano o un cittadino del tuo Paese?» gli islamici inglesi interpellati dal sondaggio condotto con cadenza annuale dal Pew Research Center di Washington hanno risposto in massa (l’81%) di considerarsi islamici. Il 77% è convinto che il senso di appartenenza degli immigrati alla comunità musulmana stia crescendo e l’86% pensa che questa sia una buona cosa. Il 78% degli islamici inglesi pensa che sia in atto una guerra tra islam moderato e islam fondamentalista, e un quarto di loro dice apertamente di sentirsi schierato dalla parte dei fondamentalisti. Questa non è integrazione: è un fallimento.

Non va meglio in Francia. Dove gli islamici transalpini danno risposte appena meno inquietanti di quelle fornite dai loro correligionari inglesi. In compenso ci sono molti di loro in prima fila nella “intifada” delle banlieues, dove spesso il grido «Allah Akbar» accompagna il lancio di pietre sulle auto dei poliziotti. In Francia ci sono 751 “Zones urbaines sensibles”, interi quartieri in cui lo Stato francese riconosce di non avere il potere di imporre la propria legge. In essi vivono 5 milioni di persone, e coincidono con le aree in cui sono concentrati gli immigrati, spesso di seconda e terza generazione e dotati di passaporto francese.

Negli Stati Uniti, agli immigrati è concesso il diritto di voto, anche alle elezioni locali, solo dopo che sono diventati cittadini americani. E avere il passaporto a stelle e strisce non è un diritto che si matura col tempo, ma un onore concesso al termine di un percorso personale. L’immigrato deve dimostrare di aver maturato la capacità di leggere, scrivere e parlare in inglese, la conoscenza della storia e della politica americane, «attaccamento ai principi della Costituzione degli Stati Uniti» e una «disposizione favorevole nei confronti degli Usa».

Bruce Bawer, giornalista e saggista americano trapiantato da qualche tempo nel Nord Europa, la differenza la racconta così: «In America la cittadinanza è vista come un grande onore. Se sei un cittadino, è naturale che tu onori la bandiera a stelle e strisce. È naturale che tu canti l’inno nazionale. La tendenza europea a considerare tutto ciò come l’equivalente di arrestare qualcuno, rinchiuderlo in uno sgabuzzino e obbligarlo a svendere la propria anima puntandogli una pistola alla tempia è terribilmente disastrosa. Negli Stati Uniti, i nuovi cittadini vanno alla cerimonia di concessione della cittadinanza indossando i loro abiti migliori. Portano con sé le loro famiglie, scattano fotografie e piangono e si abbracciano e cantano l’inno nazionale con orgoglio e felicità. Questo vuol dire costruire e mantenere solido un Paese. Quando un Paese inizia a concedere passaporti a persone che non vivono la concessione della cittadinanza in questo modo, che di fatto disprezzano il Paese e i suoi valori, quel Paese è condannato».

© Libero. Pubblicato il 27 aprile 2007.

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giovedì, aprile 26, 2007

Al fianco di Italian Blogs for Darfur

Il più grande difetto dei blog è quello di essere autoreferenziali. Per questo, ogni volta che mettono la testa fuori dal guscio per una causa degna, meritano approvazione e sostegno. Su segnalazione dell'amico Pequenito informo gli interessati di una iniziativa meritoria: il Global Day for Darfur. L'invito, a chi può, è di esserci.
Venerdì 27 Aprile 2007, ore 11.00, alla Camera dei Deputati: conferenza stampa sulla situazione in Darfur.

Domenica 29 aprile, dalle 10 alle 14.00: manifestazione da Piazza Madonna di Loreto, Via dei Fori Imperiali, sino agli info points nei pressi del Colosseo, dove sarà in esposizione la mostra di "Una vignetta per il Darfur".

Per la prima volta in Italia, a Roma, in contemporanea con circa cinquanta Paesi nel mondo, si svolgerà il Global Day for Darfur, grazie all'impegno di Italian Blogs for Darfur, movimento per i diritti umani di cui fanno parte giornalisti, operatori sociali ed esponenti della società civile. Il conflitto in Darfur, nell'arco di quattro anni, ha provocato non meno di 300.000 morti, e ha costretto almeno due milioni di persone alla fuga, destinandole ad una vita da sfollati sia all'interno del Sudan, sia nei campi profughi in Ciad, circostanza che di fatto ha allargato il conflitto anche a questo paese confinante.

Solo assicurando ai cittadini italiani una corretta e completa informazione, possiamo sperare che le istituzioni si mobiliteranno, in tempi utili, per trovare una soluzione al conflitto in corso. Dal Gennaio 2007 l'Italia siede al Consiglio di Sicurezza ONU come membro non permanente e presiede, nella persona dell' On. Marcello Spatafora, ambasciatore dell'Italia presso l'ONU, la commissione per le sanzioni contro il Sudan ( http://www.un.org/sc/committees/1591/index.shtml). Ci aspettiamo quindi che il nostro Paese si adoperi al massimo per porre la questione del conflitto in Darfur all'ordine del giorno della Comunità Internazionale. Per denunciare tutto questo, il prossimo 29 aprile si terrà una manifestazione con partenza alle 10:00 da piazza Madonna di Loreto, lungo via dei Fori Imperiali fino al Colosseo alla quale hanno aderito i Radicali, l'Ugei (Unione Giovani Ebrei d'Italia), le componenti giovanili dei Verdi, le Acli.

Per esporre le ragioni della manifestazione del 29, per sollecitare i mass-media italiani a dare più informazione sul Darfur e per chiedere l'impegno del Parlamento e del Governo italiano, il 27 aprile, alla Camera, si terrà una conferenza stampa, alle 11,00. Saranno presenti gli organizzatori della manifestazione; Marco Beltrandi (Rnp), vice presidente della Commissione di vigilanza Rai, che ha presentato una mozione per chiedere alla Rai di informare di più sul conflitto in atto in Darfur; il Senatore Pianetta (FI), tra i promotori in Senato di un Ordine del Giorno riguardante il Darfur; Irene Panozzo, giornalista e scrittrice esperta di Sudan. Nel corso della conferenza verranno presentate le vignette realizzate da molte firme italiane, tra cui Staino, Vincino e Jacopo Fo, per Italian Blogs for Darfur e che saranno in mostra il 29 aprile nei pressi del Colosseo.

mercoledì, aprile 25, 2007

"Infedele", di Ayaan Hirsi Ali

di Fausto Carioti

Compagne femministe, dove siete? Brave opinioniste democratiche di Manifesto, Unità, Repubblica e Liberazione: coraggio. Tanto lo sappiamo tutti che se fosse uscito il libro di una donna incavolata con papa Ratzinger avreste inzuppato la penna nell’odio anticlericale e montato un caso umano, politico e giornalistico, copiandovi e citandovi l’una con l’altra. Invece, ora che avete tra le mani la denuncia di una donna (nera e atea!) contro l’islam e i suoi oscurantismi, tutte zitte. Le poche, pochissime che diranno qualcosa su “Infedele”, la biografia di Ayaan Hirsi Ali che Rizzoli ha appena spedito nelle librerie, lo faranno per imbottire i loro discorsi di distinguo, per dirci che in fondo la chiesa di Roma e l’islam trattano le donne più o meno allo stesso modo, che anche quella italiana è una cultura maschilista, e ripeteranno che Theo van Gogh era un personaggio “controverso”, lasciando intendere che chi gli era vicino non potesse essere poi tanto diverso da lui. Balle, fango.

Morta Oriana Fallaci, Hirsi Ali si è ritrovata in cima alla lista dei nemici dei fanatici islamici. Trentotto anni, somala, nel 2005 è stata citata dal settimanale Time come una delle cento donne più influenti del mondo. Essendo un’autoesiliata dal proprio Paese, e non l’erede del proprietario di un gruppo multinazionale, il riconoscimento vale dieci volte di più. In Italia, di lei abbiamo sentito parlare per la prima volta nel novembre del 2004, all’indomani dell’assassinio di Theo van Gogh per opera di Mohammed Bouyeri, islamico con la doppia cittadinanza marocchina e olandese. Sul corpo del regista, affisso con lo stesso coltello che gli aveva squarciato la gola, c’era un messaggio per lei: «So con certezza, Hirsi Ali, che tu sarai distrutta».

Una condanna a morte. Dovuta al fatto che Hirsi Ali, in Olanda, terra d’immigrazione finanziata con i soldi pubblici e non sottoposta ad alcun controllo, si era impegnata in una battaglia pericolosa: «Che l’intera comunità internazionale in questo secolo acquisti gli strumenti per affrontare la questione musulmana». Aveva portato le sue idee sui giornali, in Parlamento e anche nel film che è costato la vita a Van Gogh, “Submission”, del quale aveva scritto la sceneggiatura.

Hirsi Ali era giunta in Olanda nel 1992 per fuggire da un matrimonio che la sua famiglia aveva combinato con un somalo che viveva in Canada. Già durante gli anni trascorsi in Africa si era allontanata dall’islam, ritenendolo all’origine di molte cose ingiuste e razionalmente inspiegabili, prima tra tutte la sottomissione della donna nei confronti dell’uomo. All’età di cinque anni, come da tradizione della sua terra, fu sottoposta a mutilazione genitale. Oggi scrive che «spesso la gente sostiene che la mia rabbia derivi dall’infibulazione, o dal matrimonio combinato da mio padre. Non dimenticano mai di aggiungere che ciò che è capitato a me è raro, nel mondo musulmano moderno. Queste persone dimenticano che nel mondo centinaia di milioni di donne sono state costrette a matrimoni combinati, e che ogni giorno vengono infibulate seimila bambine».

Ottenuto asilo come rifugiata, riesce a studiare e a laurearsi in Scienze politiche. Dopo l’11 settembre si accorge che l’Olanda non ha capito nulla di come l’islam guarda all’occidente e alle sue libertà, e decide di fare politica attiva: «L’Olanda, questa fortunata nazione dove non succede mai niente, stava cercando di fingere per l’ennesima volta che nulla fosse successo». Gli editorialisti dei quotidiani di Amsterdam non dovevano essere poi così diversi da quelli italiani: «Quasi tutti gli articoli che analizzavano la figura di Bin Laden e il suo movimento esaminavano un sintomo, ma non affrontavano la malattia nel suo insieme, un po’ come se qualcuno pretendesse di studiare Lenin e Stalin senza tenere conto delle opere di Karl Marx. Il Profeta Maometto era la guida morale, non Bin Laden, ed era la guida del profeta che andava valutata».

Intanto Hirsi Ali divorava i testi di Spinoza, John Stuart Mill, John Locke, Immanuel Kant, Voltaire, Bertrand Russell, Karl Popper, trovando in questi filosofi le basi di quella libertà che nel mondo musulmano è ancora un sogno di pochi: «Tutta la vita è risolvere problemi, dice Popper. Non ci sono certezze assolute; il progresso si afferma mediante il pensiero critico». Capisce che il partito laburista, con il quale ha collaborato sino ad allora, non è il posto giusto per una simile sfida, e accetta di candidarsi con il partito liberale. Nel gennaio del 2003 è eletta in parlamento. Un mese dopo si presenta alla sua porta un uomo «chiassoso e scarmigliato»: «Sono Theo van Gogh, ho votato per te». Nel 2004, i due realizzano “Submission”: storie di quattro donne sottomesse agli uomini in nome del corano.

La morte di Van Gogh cambia per sempre il volto dell’Olanda e la vita di Hirsi Ali. Invece di fare muro per difenderla dalle minacce degli islamici, il politicamente corretto establishment olandese dà il via alla gara vigliacca a chi scappa più lontano. È isolata, e la sua presenza diventa motivo d’imbarazzo per lo stesso partito liberale. Dopo un’inchiesta durata appena quattro giorni, nonostante sia una parlamentare, le viene tolta la cittadinanza olandese, usando come pretesto il fatto che, al momento dell’ingresso nel Paese, Hirsi Ali avesse dato generalità in parte false per non essere rintracciata dalla sua famiglia d’origine.

Adesso vive negli Stati Uniti, unico Paese che garantisce sicurezza e libertà a quelli come lei. Lavora a Washington per l’American Enterprise Institute, uno dei più prestigiosi think tank conservatori. È stata una delle ultime persone a bere quello champagne che Oriana Fallaci offriva agli ospiti della sua casa di Manhattan nel periodo finale della sua vita. Più che un brindisi, un passaggio di testimone: «Quando sento affermare che i valori dell’islam sono la compassione, la tolleranza e libertà», scrive Hirsi Ali nella sua autobiografia, «io guardo la realtà, le culture e i governi, e vedo che non è così. Gli occidentali hanno paura di farlo perché temono di essere accusati di razzismo. Ma questa paura deve essere superata».

© Libero. Pubblicato il 25 aprile 2007.

Su Ayaan Hirsi Ali e i tanti come lei, su questo stesso blog: Succede in Europa.

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lunedì, aprile 23, 2007

Anticipazione da "Eurabia" di Bat Ye’or

Come noto, non è stata Oriana Fallaci a usare per prima il termine "Eurabia" per descrivere l'involuzione islamica dell'Europa. La grande fiorentina l'ha ripreso dalla studiosa egiziana Bat Ye’or ("figlia del Nilo"). La casa editrice Lindau ha appena pubblicato la traduzione italiana del libro più noto di Bat Ye´or, che ha come titolo proprio "Eurabia - Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita". Il volume è disponibile in tutte le librerie.

Per gentile concessione della Lindau, ne pubblico un capitolo. In fondo al post, gli interessati potranno trovare l'indice del libro e il link al sito della casa editrice.
Capitolo 9
L’allineamento culturale: i seminari euroarabi

A partire dagli anni ’70, le politiche europee sull’immigrazione furono assoggettate all’obiettivo del Dialogo Euro-Arabo, imposto dagli stati arabi e dalle loro lobby in Europa: fondere le due sponde del Mediterraneo in una civiltà comune. Ecco perché il DEA progettò l’inserimento massiccio e omogeneo di interi gruppi di immigrati provenienti dal Sud nel tessuto laico europeo. Questi immigrati, che nel giro di due decenni erano diventati milioni, non venivano per integrarsi. In quest’ottica il DEA mise l’accento sulla diffusione più ampia possibile in Europa, sotto l’egida di istituzioni e centri culturali euroarabi, della lingua e della cultura arabe, e sull’insegnamento dell’arabo ai figli degli immigrati.

Al contrario di quanto si potrebbe pensare, la penetrazione culturale araba e islamica in Europa non è dovuta unicamente all’immigrazione di milioni di musulmani, provenienti dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia, che portavano con sé la propria cultura sotto lo stendardo del multiculturalismo. È anche l’espressione di una deliberata scelta della CEE. L’esortazione a salvaguardare le tradizioni degli immigrati veniva da due fonti, la prima delle quali era costituita dagli interessi dei leader politici e religiosi musulmani, ansiosi di mantenere il controllo sui loro connazionali come strumenti di pressione politica e al tempo stesso di diffusione della da‘wah nei paesi d’accoglienza. Questa concezione ha le sue radici nell’islām tradizionale: da sempre la compenetrazione sociale tra musulmani e non musulmani, e l’adozione da parte dei primi di leggi e usanze straniere, è, se non addirittura bandita, quantomeno rigorosamente vietata dalla shari’a, e ha generato una capillare giurisdizione, in vigore in tutto il dār al-islām sin dagli inizi della colonizzazione islamica. Come emerge dalle discussioni del vertice di Lahore e da numerosi altri testi al riguardo, i capi di stato musulmani e i loro leader spirituali guardavano agli immigrati come a un «contingente» islamico in Europa, da consolidare e inquadrare nelle reti dei centri culturali arabi per impedire che si diluisse nella società lassista e dissoluta degli infedeli.

Ma furono gli accordi del DEA, ossia i compromessi tra i governi europei, coordinati dalla Commissione della CEE, a costituire il secondo quadro di riferimento di una migrazione di massa intesa a ricreare in Europa le proprie strutture sociali e religiose, tradizionalmente ostili alle altre culture. Questa linea fu sanzionata a Damasco l’11 settembre 1978, durante l’incontro del DEA che ratificò e confermò le risoluzioni del seminario euroarabo svoltosi all’Università di Venezia dal 28 al 30 marzo 1977, sul tema I mezzi e le forme di cooperazione per la diffusione in Europa della lingua araba e della sua civiltà letteraria.

Organizzato dall’Istituto per l’Oriente di Roma e dalla Facoltà di Lingue, sezione di letteratura araba, dell’Università di Venezia, il seminario rientrava nel contesto del Dialogo Euro-Arabo, ossia aveva l’imprimatur ufficiale del presidente della CEE e dei ministri degli Esteri di tutti i paesi della CEE. I partecipanti arabi provenivano da 14 università dei paesi musulmani, e precisamente Algeria, Arabia Saudita, Egitto, Iraq, Giordania, Qatar, Sudan e Tunisia. Tra gli europei vi erano 19 arabisti delle università europee, il rappresentante del Pontificio Istituto di Studi Arabi di Roma, nonché varie altre personalità legate al mondo islamico. La sessione di apertura si tenne nell’aula magna dell’Università, a Palazzo Ca’ Dolfin. Numerosi esponenti tennero discorsi di benvenuto, tra cui l’ambasciatore Cesare Regard, rappresentante italiano del gruppo europeo di coordinamento del Dialogo Euro-Arabo.

Tra i temi affrontati durante le quattro sessioni di lavoro, presiedute in forma congiunta da un delegato arabo e uno europeo, i relatori europei presentarono il loro rapporto sulla diffusione e la conoscenza della lingua e della cultura araba nei diversi paesi. Gli arabi, dal canto loro, esposero i metodi di insegnamento semplificato dell’arabo agli stranieri seguiti nei loro paesi, e ne raccomandarono l’adozione anche in Europa. Il seminario si concluse con numerose mozioni di intenti, che qui non possiamo riprodurre per intero, ma il cui tenore complessivo era quello di un invito a istituire nelle capitali europee, d’intesa con i paesi islamici, centri per la diffusione della lingua e della cultura araba. L’attuazione di questo progetto comportava l’adozione di molteplici misure, che furono sottoposte all’approvazione tanto dei governi europei quanto dei paesi della Lega Araba. Una di esse prevedeva l’inserimento negli istituti e nelle università europee di professori arabi specializzati nell’insegnamento agli europei. Questa misura si spiega con il divieto per i non musulmani di insegnare l’islām, ancor oggi in vigore nei paesi musulmani. Un’altra implicava il «coordinamento degli sforzi fatti dai paesi arabi per diffondere la lingua e la cultura araba in Europa e per trovare forme adeguate di cooperazione tra le istituzioni arabe operanti in questo settore».

I partecipanti chiesero la creazione di centri culturali euroarabi gemellati nelle capitali europee, finalizzati alla diffusione della lingua e della cultura araba (raccomandazione 2). Chiesero il sostegno delle istituzioni europee, di tipo universitario e non, «interessate all’insegnamento della lingua araba e alla diffusione della cultura araba e islamica». Sollecitarono l’aiuto dei governi per «progetti di cooperazione culturale tra istituzioni europee e arabe, in materia di ricerca linguistica e insegnamento della lingua araba agli europei» (mozione 4). L’esortazione a nominare, nelle istituzioni e nelle università europee, professori arabi che insegnino la loro lingua agli europei è ripetuta nello stesso documento e, praticamente, in tutti quelli degli anni successivi. Quest’insistenza, più volte ribadita, sulla necessità di affidare agli arabi questo insegnamento, mira a tenere l’interpretazione islamica della civiltà araba al riparo da ogni intrusione o critica da parte dei kuffar, e a custodirne l’efficacia ai fini della da‘wah. Questa politica ha di fatto istituito il controllo dei musulmani sull’insegnamento della storia, ma anche di altre discipline, e ha determinato l’orientamento filopalestinese e antioccidentale delle università europee, introducendovi una prospettiva islamica estranea alla loro cultura. È strano che i docenti europei, la cui professione consiste appunto nell’insegnamento della lingua e della civiltà islamica, abbiano deliberatamente accettato di essere definiti incompetenti nel proprio ambito professionale, e si siano volontariamente fatti da parte per permettere a colleghi stranieri di insegnare le loro stesse discipline nelle università e nelle istituzioni europee.

La raccomandazione 10 prevede che l’insegnamento dell’arabo sia collegato alla cultura arabo-islamica e alle tematiche arabe attuali. La n. 11 sottolinea, sia pur con cautela, «la necessità di cooperazione tra specialisti europei e arabi per presentare in modo oggettivo agli studenti e al pubblico europeo colto la civiltà arabo-islamica e le problematiche arabe contemporanee che potrebbero forse attirarli verso gli studi arabi». Per realizzare una perfetta armonia tra le università arabe ed europee, i partecipanti proposero stage per i professori europei nei paesi arabi. Le risoluzioni successive definiscono le forme di cooperazione tra le università arabe ed europee e i loro rispettivi esponenti, ma anche di gestione dei fondi necessari a questo progetto di arabizzazione dell’insegnamento all’interno della CEE.

L’ultima mozione, la n. 19, auspica «la nascita di un comitato permanente di esperti arabi ed europei, incaricati di controllare l’attuazione delle decisioni relative alla diffusione della lingua e della cultura araba in Europa, nel quadro del Dialogo Euro-Arabo». Questo quadro implicava l’approvazione dei ministri degli Esteri dei paesi della CEE e della sua Presidenza, d’intesa con il Segretario della Lega Araba, ma anche degli altri diplomatici rappresentati nella Commissione Generale, i cui lavori si svolgevano a porte chiuse e senza stesura di verbali. Gli opinionisti esperti delle istituzioni del Dialogo hanno elogiato la pragmatica flessibilità della sua struttura, sottolineando che le «porte chiuse» e le modalità informali favorivano una diplomazia discreta, libera dai vincoli dei trattati, ma anche – si potrebbe aggiungere – dal controllo popolare e dalla critica democratica. La scelta del termine «dialogo» per designare una politica informale e discreta, per non dire occulta, è attribuita a Michel Jobert, ministro degli Esteri francese.

Il Seminario di Venezia non solo spianò la strada a un’immigrazione araba e musulmana su vasta scala in Europa, ma pianificò anche la nascita di una cultura comune in grado di abbracciare le due sponde del Mediterraneo. Nel suo libro Le totalitarisme islamiste, Alexandre Del Valle descrive le diverse concezioni politiche che favorirono il sorgere del movimento filoislamico tra l’intellighenzia europea 5. La speranza nella redenzione della decadente Europa a opera dell’islām, unita ad alcune correnti giudeofobiche cristiane, portò a interpretare come una vittoria cristiana la futura distruzione di Israele per mano islamica (cfr. cap. 16). Questo movimento, formato da religiosi, universitari, intellettuali e opinionisti, accompagnò, inquadrò e sostenne le politiche di immigrazione musulmana pianificate dai governi della CEE, così come le attività del DEA.

Fin dal primo incontro a Il Cairo (14 giugno 1975), tutte le sessioni del DEA approvarono risoluzioni per favorire sul piano culturale e professionale gli immigrati arabi in Europa. Queste misure di politica interna europea, correlate alla comune politica euroaraba nei confronti di Israele e dell’OLP, costituivano un blocco inscindibile che fu ratificato nella prima sessione del Comitato Generale di Lussemburgo (18-20 maggio 1976), e ribadito a Tunisi (febbraio 1977), a Bruxelles (ottobre 1977), a Damasco (dicembre 1978) e in tutti i successivi incontri. L’espansione dei mercati europei nei paesi arabi fu sincronizzata con l’arrivo nella CEE di milioni di immigrati musulmani, le cui esigenze religiose, culturali e sociali erano tutelate dalle più alte autorità dei paesi europei di accoglienza. Il 23 aprile 1976, sotto la presidenza di Valéry Giscard d’Estaing, il primo ministro francese Jacques Chirac emanò un decreto che consentiva il ricongiungimento degli immigrati alle loro famiglie. In precedenza, questi entravano in Francia muniti di un permesso di lavoro temporaneo e dovevano ripartire alla sua scadenza. Il decreto Chirac sancì la natura permanente e definitiva dell’immigrazione.

Dall’incontro del 1975 a Il Cairo, che enunciava i principi generali e gli scopi del DEA, emerse che la cooperazione euroaraba apriva nuovi orizzonti a tutti i livelli: politico, economico, sociale e culturale. Esso chiarì che il principale obiettivo della cooperazione in campo culturale era «consolidare e approfondire le basi della comprensione culturale e dell’affinità intellettuale» tra le due regioni. E, in effetti, la diffusione della lingua e della cultura araba, specialmente nelle università, conobbe uno slancio unico nella storia, integrandosi in modo organico con la politica generale del DEA, ordinata, finanziata e sostenuta dai governi euroarabi. Perfino ai tempi della colonizzazione, l’emigrazione europea verso le colonie procedette a ritmi molto più lenti. Anche dopo circa due secoli, le sue cifre, discendenti compresi, non ammontavano che a un’esigua frazione del numero di immigrati musulmani presenti oggi nei paesi europei e occidentali dopo tre soli decenni. Un tale spostamento di popolazioni in un periodo così breve non avrebbe potuto verificarsi senza l’approvazione esplicita di tutti i capi di stato e di governo della CEE e del DEA, la struttura istituzionale da essi creata, che lo appoggiò e neutralizzò le opposizioni.

Avendo incoraggiato questa rapida espansione musulmana, i governi europei dovettero affrontare i problemi correlati dell’alloggio e dell’impiego, come spiega ’Al-Māni:

«Facendo eco alle preoccupazioni dei paesi del Maghreb per i problemi abitativi e occupazionali dei loro concittadini che lavorano in Europa, l’11 dicembre 1978, nel corso dell’incontro di Damasco, il DEA adottò una dichiarazione congiunta sui principi che devono regolare le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati nelle due regioni. La dichiarazione, in 14 punti, insiste sull’uguaglianza economica tra i cittadini dei paesi ospiti e i lavoratori immigrati, e il diritto di tali lavoratori alla rappresentanza legale e alla formazione professionale per sé e per i loro figli».

I testi del DEA parlano di reciprocità, ma si tratta di una clausola puramente teorica, in quanto nessun paese arabo avrebbe mai concesso l’uguaglianza economica e giuridica a migliaia, per non dire milioni, di immigrati europei che si fossero stabiliti presso di loro, poiché l’ha rifiutata per oltre un millennio – e ancor oggi la rifiuta – alle sue minoranze indigene, residui dei popoli precedenti alla colonizzazione musulmana. […]

[…] Così, a partire dagli anni ’70, le politiche migratorie, correlate agli scopi politici del DEA imposti dagli stati arabi e dalle loro lobby europee, non riguardavano un’immigrazione sporadica, fatta di individui desiderosi di integrarsi nei paesi di accoglienza. La nuova immigrazione non aveva niente a che vedere, sul piano politico, economico e culturale, con le domande di asilo politico presentate, prima del 1989, dagli esuli in fuga dai paesi comunisti, né con le successive ondate di lavoratori italiani, spagnoli e portoghesi giunti dalle aree europee economicamente meno sviluppate. Nessuno di questi flussi migratori, infatti, si sviluppò in un quadro di richieste ideologiche e politiche paragonabile a quello del DEA. L’ambizione di congiungere le due sponde del Mediterraneo attraverso una cultura comune indusse a pianificare l’ingresso nel tessuto sociale europeo di masse compatte e omogenee di immigrati provenienti da Sud, che, in due decenni, divennero milioni. Immigrati venuti non per integrarsi, ma con il diritto di imporre ai paesi ospiti la loro civiltà. La politica del DEA si sposava perfettamente con la strategia espressa dal vertice islamico di Lahore e sintetizzata nel progetto dei Fratelli Musulmani.

© Lindau
Indice dell’opera

7 Prefazione

PARTE PRIMA. IL PROGETTO

15 1. Eurabia getta la maschera
25 2. Il retroterra storico
41 3. Si riannodano le file delle ideologie
53 4. L’embargo del petrolio: l’ingranaggio

PARTE SECONDA. LA GENESI DI EURABIA
65 5. La nascita di un blocco politico ed economico euroarabo
77 6. Il nuovo orientamento politico e culturale
87 7. L’ingranaggio: la Comunità Europea, strumento della politica araba
97 8. L’allineamento politico della Comunità Europea
115 9. L’allineamento culturale: i seminari euroarabi

PARTE TERZA. IL FUNZIONAMENTO DI EURABIA
129 10. La politica estera
149 11. Una politica antisionista e antisemita
169 12. La crisi: 2000-2003

PARTE QUARTA. GLI STRUMENTI DI EURABIA
195 13. La nuova cultura euroaraba
217 14. Strategia del dialogo o della da’wah?
231 15. La politica dell’impunità

PARTE QUINTA. L’IDEOLOGIA DI EURABIA
251 16. Il palestinismo, nuovo culto di Eurabia
267 17. L’islamizzazione del cristianesimo
287 18. L’utopia andalusa
307 19. Condizionare le menti

333 Conclusioni
341 Post scriptum all’edizione italiana

353 Appendici
383 Bibliografia
403 Indice dei nomi

La scheda del libro

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domenica, aprile 22, 2007

"Antisemitismo a sinistra"

di Fausto Carioti

Brucia. Dio come brucia il libro di Gadi Luzzatto Voghera. “Antisemitismo a sinistra”, in uscita in questi giorni per Einaudi, è un trapano da dentista dritto sul nervo scoperto della gauche italienne, senza manco l’ombra dell’anestesia. Fa un male cane a) perché dice cose vere; b) perché sono cose che la sinistra, specie quella italiana, in grandissima parte si rifiuta di vedere e di sentire; c) perché chi le scrive è un ebreo di sinistra che a sinistra, nonostante tutto, è rimasto. E quali argomenti tiri fuori contro “uno dei tuoi” che porta alla luce tutte quelle cose inconfessabili che, in cuor tuo, sai benissimo essere vere? Così, con un malanimo simile a quello che a suo tempo ha accolto “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa, la sinistra si trova ora a fare i conti con chi le sbatte in faccia la propria cartella clinica, dove l’antisemitismo, ovviamente mascherato da antisionismo, appare in primo piano come la più grossa delle metastasi.

Una dolorosissima operazione verità, dunque. «Dire che l’antisemitismo e la sinistra sono due concetti incompatibili è storicamente sbagliato e politicamente ipocrita», attacca Luzzatto, quarantaquattrenne storico dell’ebraismo. Non esistono verginelle, insomma, nessuno può dirsi innocente per diritto di nascita, nemmeno chi ha fatto dell’antifascismo la propria ragion d’essere: la comune matrice antifascista degli ebrei e della sinistra italiana «non può in alcun modo chiamare fuori la sinistra stessa dall’infamante accusa di fare un uso talvolta inconscio, spesso spregiudicato, del linguaggio politico antisemita».

Con chi ce l’ha Luzzatto? L’elenco completo sarebbe sterminato e lui stesso elenca solo pochi casi. Menzione doverosa per Massimo D’Alema, il quale poche settimane fa ha detto che c’è bisogno di una comunità ebraica «che sia in grado di esercitare uno stimolo critico nei confronti d’Israele» e ha chiesto agli israeliani di muovere «verso un orizzonte diverso dalla politica che hanno fatto sin qui», politica ovviamente «miope». Tradotto, l’unico ebreo buono è quello che critica Israele in pubblico. Il ministro degli Esteri è in buona compagnia: si tratta di un fenomeno assai diffuso, analizzato e riassunto benissimo da Emanuele Ottolenghi: «La denuncia d’Israele e l’adesione all’ortodossia politica liberal è il passaporto alla piena appartenenza europea per gli ebrei di oggi» (in “Autodafè”, Edizioni Lindau).

Ce n’è anche per Alberto Asor Rosa, secondo il quale gli israeliani, «per non essere più vittime, sono entrati direttamente, quasi senza mediazioni, nel novero dei carnefici». Per Gianni Vattimo, che cita George Steiner: «Il danno più grave che ci ha fatto lo sterminio nazista degli ebrei è stato la nascita dello Stato di Israele». Per Barbara Spinelli, convinta che da Israele debba arrivare «quel mea culpa che fa crudelmente difetto, pronunciato a fronte degli individui palestinesi e in genere dell’Islam». Ce n’è per Fausto Bertinotti, incapace di andare al di là di una visione caricaturale e offensiva dell’ebreo come vittima predestinata delle ingiustizie del mondo (è la base, ovviamente, da cui poter dire che la vittima dei nazisti si è trasformata nel carnefice dei palestinesi). Per i tantissimi strabici della sinistra, dove «non si è disposti a transigere sulla pratica antisemita quando essa è esercitata da gruppuscoli neonazisti europei, mentre si chiudono entrambi gli occhi quando il presidente iraniano Ahmadinejad o il leader di Hezbollah Nasrallah rivendicano apertamente la negazione della Shoàh e auspicano la scomparsa degli ebrei e di Israele dalla faccia della terra».

Punti nel vivo, i primi chiamati in causa già si sono fatti sentire: il quotidiano di Rifondazione Comunista ieri ha dedicato una colonna della prima pagina a una faticosa spiegazione che avrebbe dovuto convincere il lettore che Bertinotti è un amico degli ebrei. Barbara Spinelli venerdì ha risposto alle accuse sulla Stampa, sostenendo che quello di Luzzatto è un dibattito arretrato, che ignora la questione vera e attuale, vale a dire i rapporti tra ebrei e sionismo (in parole povere, la colpa di Luzzatto sarebbe quella di non processare il sionismo).

Niente di nuovo. Già nel 1982, come ricorda Luzzatto, all’indomani dell’attentato alla sinagoga di Roma, Silvia Berti scriveva: «Sarebbe tempo che la sinistra riconoscesse e curasse le sue infezioni, che dicesse basta agli slogan terzomondisti corrosi dalla propria astrattezza, pallidi involucri di se stessi, privi di contenuto storico. Si è cominciato col parlare dello Stato di Israele come di un centro occidentale capitalistico, filo americano e imperialistico. Si è continuato col trasferire sui palestinesi le categorie della storia ebraica; loro, la nuova diaspora; loro, costretti all’esodo; erano loro i nuovi depositari della speranza messianica, i nuovi portatori di un’altra stella di Davide». Un appello inutile: dopo un quarto di secolo, mentre la destra, specie ai piani alti, ha mostrato chiari segni d’evoluzione (l’appoggio netto e indiscusso di Silvio Berlusconi e dei suoi governi alla causa israeliana, il viaggio di Gianfranco Fini a Gerusalemme), a sinistra l’infezione, ignorata, ha continuato a progredire.

L’ebreo, agli occhi della sinistra, da archetipo di borghese sfruttatore e usuraio è diventato vittima per definizione “grazie” alla Shoàh, al genocidio nazista, per poi trasformarsi rapidissimamente, con la creazione dello Stato di Israele, nel suo opposto: il sionista «imperialista e colonizzatore, avamposto dell’Occidente capitalista». A questo punto, la partita per gli ebrei è bella che persa, come ha spiegato con amarezza il filosofo francese Alain Finkielkraut: «I Palestinesi non sono più i nemici degli Israeliani, ma il loro Altro. Essere in guerra con il proprio nemico è una possibilità umana. Fare la guerra all’Altro è un crimine contro l’umanità. Nel primo caso il rapporto è politico e può eventualmente risolversi, malgrado le tentazioni massimalistiche che l’attraversano, con un compromesso. Nel secondo caso si tratta di razzismo, e tutto ciò che è razzista deve scomparire».

Luzzatto però non si arrende all’evidenza da lui stesso documentata, e vuole provare a lavorare per «una politica di sinistra che, sui temi interessati dall’antisemitismo, faccia la differenza, isolando quella grammatica antisemita che per troppo tempo ha goduto di cittadinanza nella sinistra stessa». Auguri sinceri.

© Libero. Pubblicato il 22 aprile 2007.

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venerdì, aprile 20, 2007

Il minimo di coerenza necessaria

Dopo avere passato anni in piazza a gridare "Via l'Italia dalla Nato, via la Nato dall'Italia", dopo aver nutrito l'odio antiamericano, dopo essersi battuti contro la base Nato di Vicenza, dopo aver definito George W. Bush uno dei più più grandi criminali del mondo, dopo aver vomitato tutto il male possibile sulla politica militare della Casa Bianca, beh, dopo tutto questo e molto altro ancora, il minimo che Fausto Bertinotti, Oliviero Diliberto, Gino Strada, Franco Giordano, Dario Fo, Franca Rame, Russo Spena, Paolo Cento, Marco Rizzo e gli altri antiamericani di professione (con tante scuse a quelli che non ho citato) possono fare adesso è chiedere al governo Prodi che l'Italia non sia compresa tra i Paesi protetti dalla scudo spaziale antimissile americano. Intendo una battaglia politica seria, non due parole buttate lì tanto per farsi leggere dagli elettori, nella speranza che poi non ci sia alcun seguito. Mi pare davvero il minimo di coerenza necessaria. E poi vediamo come va a finire.

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Le ragioni dei cinesi

di Fausto Carioti

Eppure siamo tutti cinesi. Guardando ai disordini scoppiati nella Chinatown milanese, imprenditori e contribuenti farebbero bene a realizzare che un po' cantonesi qui in Italia lo siamo tutti, e che spellarsi le mani per applaudire uno Stato che leva l'automobile a un commerciante perché l'ha usata per trasportare qualche scatola di scarpe in negozio è come applaudire il proprio torturatore perché stavolta ha preferito infierire su qualcun altro. Una soddisfazione forse comprensibile dal punto di vista umano, ma di certo alquanto miope: passata la smania momentanea per i cinesi, i prossimi a finire impiccati ai lacci e ai lacciuoli della nostra legislazione torneranno a essere i tartassati italiani. Perché va bene il principio del "rule of law", il rispetto della legge e il fatto che essa debba valere per tutti. Ma se la legge è vessatoria e chi la dovrebbe applicare è forte con i deboli e debole con i forti (almeno a Roma funziona così), incavolarsi è doveroso, qualunque passaporto si abbia in tasca. E tra lo Stato italiano che usa i nostri soldi per metterci i bastoni tra le ruote anche mentre lavoriamo e chi dorme in dieci in una stanza per portarci in tavola involtini primavera a 2 euro e 50 centesimi, non è difficile scegliere chi meriti di essere difeso.

La "rivolta dei cinesi" - che giustamente gli agenti hanno represso con la forza: sul loro intervento contro chi aveva deciso di ricorrere alla violenza non si discute - è scoppiata perché una coppia di commercianti immigrati si è permessa di portare alcune scatole di scarpe in negozio con la loro vettura privata. «Trasporto irregolare», hanno sentenziato i vigili. E la punizione non è stata una multa da cento o duecento euro, come sarebbe sembrato sensato, ma il ritiro del mezzo. «Senza auto non posso lavorare», ha mormorato il negoziante cinese, il quale forse si era illuso che abbandonando la madrepatria si sarebbe lasciato alle spalle pure il socialismo reale e uno Stato che se le inventa tutte per svuotarti le tasche. Benvenuto in Italia: basta guardare le prime cariche dello Stato - un ex comunista alla presidenza della repubblica, un sindacalista a quella del Senato, un comunista irriducibile alla guida di Montecitorio e un burocrate dirigista alla presidenza del Consiglio - per capire chi comanda da queste parti.

Hanno sacrosanta ragione gli imprenditori italiani che chiedono di vedere i loro concorrenti cinesi sottoposti alle stesse leggi che governano tutte le aziende del Paese. Ed è vero che nella comunità cinese in Italia oggi ci sono moltissime aree d'illegalità. La soluzione, come insegnano i testi classici, dovrebbe essere però quella di applicare - a tutti, italiani e immigrati - "pene miti ma certe". Invece accade l'esatto contrario. Le sanzioni sono tutt'altro che sicure, e colpiranno sì e no un trasgressore su cento. In compenso, chi viene scoperto a commettere un reato, fosse pure il trasporto di articoli da negozio sulla propria vettura privata, è costretto a espiare anche le colpe di tutti quelli che la fanno franca. Il risultato è che si continua a violare la legge, confidando nel fatto che le probabilità di essere scoperti sono bassissime. Un esempio da manuale su come sanzioni durissime possano essere allo stesso tempo inefficaci.

Quanto al proposito di applicare la legge in modo che sia uguale per tutti, si tratta di un nobile principio, che però deve essere messo in pratica sul serio. Cosa che oggi non accade. A Roma, per capirsi, il posto migliore dove parcheggiare l'automobile sul marciapiede è piazzale Clodio, davanti al tribunale. Le vetture parcheggiate in aperta violazione della legge sono centinaia, ma contravvenzioni sui parabrezza non se ne vedono. Non è difficile intuire che chi dovrebbe farle preferisce non complicarsi la vita a litigare con i proprietari di quelle automobili, in gran parte magistrati, avvocati e uomini delle forze dell'ordine. Ovvero quelli che le leggi dovrebbero applicarle. Ed è ridicolo accusare i cinesi di sfruttare il lavoro nero dei loro connazionali quando al Senato e alla Camera, come tutti gli addetti ai lavori sanno e come ha mostrato una recente inchiesta televisiva delle Iene, i primi a pagare in nero (e a cifre spesso da fame) i loro collaboratori sono gli stessi parlamentari. Ovvero quelli che le leggi le scrivono.

Come sempre in questi casi, c'è poi il rischio che si passi subito all'equazione «cinesi uguale delinquenti». Mentre basta dare un'occhiata attenta ai numeri per capire che la comunità cinese, assieme alla filippina, è quella che meglio si è saputa adattare alle leggi italiane: gente che, nella grandissima maggioranza dei casi, sgobba sodo dalla mattina alla sera, stringe la cinghia e si guarda bene dal creare problemi di ordine pubblico. I cinesi in Italia, oggi, sono 150mila. Vuol dire che, ogni 100 immigrati, 5 sono di nazionalità cinese. Eppure, se guardiamo dentro le carceri italiane, la presenza dei cinesi è quasi inesistente. Alla fine di marzo, secondo i dati del ministero della Giustizia, nelle nostre prigioni "soggiornavano" 14.571 stranieri, pari al 35% dell'intera popolazione carceraria. Ma i cinesi dietro le sbarre erano appena 238, l'1,6% del totale dei carcerati stranieri. Pur rappresentando la quinta comunità di immigrati in Italia per consistenza numerica, i cinesi sono solo decimi nella classifica dei più denunciati. Una "hit parade" delle illegalità che continua a essere guidata dai marocchini (i quali, pur essendo il 10% degli stranieri, raccolgono quasi il 17% delle denunce), seguiti da rumeni, albanesi, senegalesi e tunisini. Insomma, diciamolo: fossero tutti come i cinesi, l'immigrazione oggi non sarebbe in cima ai nostri problemi.

© Libero. Pubblicato il 20 aprile 2007.

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giovedì, aprile 19, 2007

Come deresponsabilizzare una generazione

Un incentivo (l'ennesimo) al piagnisteo generazionale è appena arrivato dall'Istat. Il cui direttore centrale ha spiegato che i giovani italiani (giovani si fa per dire: si parla di gente più vicina ai 35 anni che ai 25) sono costretti a vivere con i genitori perché sono lavoratori precari e non hanno la disponibilità economica per andare a vivere da soli. Detta altrimenti: se a 34 anni vivo ancora con la mamma la colpa non è mia, ma del pacchetto Treu e della legge Biagi, insomma del mercato del lavoro, insomma della società.

Un ottimo modo per rimuovere dalla coscienza di una generazione quel poco di responsabilità che le resta. E basta leggere il raffronto tra un paio di dati italiani ed europei (all'Istat dovrebbero averne una discreta collezione) per rendersi conto che si tratta di una scusa infondata.

Primo dato: il tasso di precarietà del lavoratore italiano è del tutto in linea con quello europeo. Anzi, negli altri Paesi della Ue, in media, esso è un po' alto. Come ha riferito lo stesso presidente dell'Istat, Luigi Biggeri, parlando davanti alla commissione Lavoro di Montecitorio lo scorso novembre, mentre in Italia la percentuale di lavoratori "precari", cioè con contratto a termine, è il 13% del totale dei lavoratori dipendenti,
nell’Europa a 25 l’incidenza dei contratti a tempo determinato è pari nel secondo trimestre del 2006 al 14,9% dell’occupazione dipendente, (...) con situazioni molto differenziate tra i Paesi. Si va infatti dal 34,4% della Spagna al 13-14% di Francia, Germania e Italia. L’Italia presenta quindi incidenze del lavoro a termine leggermente più basse, anche se non molto diverse, dalla media europea, e ciò è vero sia per i giovani sia per gli adulti.
Secondo dato: il tasso di indipendenza dei giovani italiani dalle loro famiglie è di gran lunga il più basso d'Europa. Un volume dello stesso istituto di statistica ci ricorda come

in Francia, Inghilterra, e in larga parte dei paesi occidentali, all’età di 25 anni la maggioranza dei giovani ha già lasciato la casa dei genitori. Viceversa, in Italia, nella classe d’età 25-29 la grande maggioranza dei giovani in Italia coabita ancora con mamma e papà. Nella fascia 30-34 anni vive ancora con i genitori circa il 40% degli uomini e circa il 20% delle donne.
La spiegazione del «mammoni perché precari», dunque, non regge. I "giovani" italiani hanno un tasso di precariato inferiore alla media europea e a quello che si riscontra in grandi Paesi europei come Francia, Germania e Spagna (l'Inghilterra è un'eccezione). Eppure tendono a lasciare la casa dei genitori assai più tardi dei loro coetanei europei. E' evidente che la spiegazione va cercata altrove. Ed è difficile trovare alibi a una generazione di italiani (che poi è anche quella del sottoscritto, il quale parla di "generazione" solo per comodità di linguaggio, non credendo affatto all'esistenza di una simile cosa) che per spirito d'iniziativa e ricerca dell'indipendenza economica si colloca in fondo alle classifiche europee.

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martedì, aprile 17, 2007

Berlusconi addio, adesso il bersaglio della sinistra è Fassino

di Fausto Carioti

Roba che non si vedeva dal 1993, quando Silvio Berlusconi era ancora "solo" Sua Emittenza e non si era trasformato nell'incarnazione di tutto quello che la sinistra italiana detesta. Si chiama "M", è apparso in edicola ieri per la prima volta ed è il nuovo inserto satirico allegato all'Unità. Sedici pagine nelle quali non compaiono mai, nemmeno una volta, né il nome né la faccia né il conflitto d'interessi né i procedimenti penali né le amicizie pericolose né i tacchi rialzati di Berlusconi. Un Cavaliere inesistente, come se per la sinistra la spina nel fianco non fosse più lui. Per il leader di Forza Italia, il brutto è che è proprio così: la preoccupazione numero uno dei compagni oggi è un'altra, e fossimo in lui cercheremmo di trovare al più presto un modo per tornare in cima agli incubi della maggioranza. Per la sinistra, il brutto è che la nuova rogna da grattare si chiama partito democratico, e il posto di Berlusconi è stato preso dal segretario dei Ds. Il nuovo pericolo pubblico, quello da esorcizzare prendendolo per il sedere, adesso è Piero Fassino, l'uomo che sta guidando ciò che resta del Pci (i Ds), verso la "fusione fredda" con ciò che resta della Dc (la Margherita di Francesco Rutelli).

L'inquietudine di Sergio Staino, che dirige il nuovo giornaletto, e del resto della satira militante, ha le sue buone ragioni. Numeriche, intanto. Secondo gli ultimi sondaggi, post-comunisti e post-democristiani riuniti nel partito democratico oggi otterrebbero il voto del 23% degli elettori. Un anno fa, Ds e Margherita insieme furono votati dal 31,3% degli italiani. Nel 1987, l'ultima volta che alle elezioni politiche si presentarono Dc e Pci con i rispettivi nomi, i due rivali storici ottennero il 60,1% dei voti e il partito comunista da solo fu scelto dal 26,6% degli italiani. Ora, insieme, sulla carta i resti dei due partiti valgono meno di Forza Italia (accreditata del 27% dei consensi), che all'epoca era niente più che un coro da stadio.

Poi ci sono le ragioni che un tempo si sarebbero dette ideologiche. Agli eredi del Pci l'idea di accompagnarsi con Rosy Bindi e gli altri epigoni dello scudo crociato è gradita quanto l'uso del cilicio. Nella prima pagina di "M" c'è la parodia di Vasco Rossi: «E poi ci troveremo a pregar / o in casa del popolo a giocar (...) Voglio un partito che non è mai tardi / di quelli che non dormi mai / voglio un partito / lo voglio pieno di guai». Pagina 3, canzoncina scritta da Staino in commemorazione del 18 aprile del 1948, data della vittoria democristiana sul fronte socialcomunista: «O come è caro quel Mario Scelba / con la sua Celere e Questura / e i comunisti non ne han paura / e presto andranno a fraternizzar». Pagina 11, pubblicità di "Com'era bello il mio Pci", libro di Diego Novelli: «Una nostalgia ragionata del Partito comunista italiano e lo spietato contrappunto con la sinistra di oggi». C'è spazio anche per l'homo novus che dovrebbe costituire l'ossatura del nuovo partito. Lei gli fa: «Pensi di aderire al partito democratico?» e lui, impegnato con fare laido a palparle le parti intime: «Dipende. Se mi offrono una presidenza Asl ci faccio un pensierino».

Come sempre in questi casi, finisce che ci rimette il povero Fassino. Del resto, con chi altri dovrebbero prendersela? Così c'è il Fassino un po' pirla, imbrogliato e mandato allo sbaraglio da Massimo D'Alema (un classico dell'iconografia ulivista), il Fassino che promuove la tariffa telefonica "Accerchiato" («per chi sa farsi mettere in mezzo, da destra e da sinistra»), il solito Fassino scheletrico e malaticcio maltrattato da tutti. Non c'è livore nei confronti del segretario Ds, ma solo un senso di pena ispirato dalla inadeguatezza politica del personaggio. Per un leader di partito, probabilmente il peggiore dei sentimenti che possa ispirare.

Certo, siamo lontani anni luce da certe battute perfide e fulminanti che apparivano su Cuore (che iniziò a vivere anch'esso come inserto satirico dell'Unità) all'inizio degli anni Novanta. Titoli tipo «Ustica, vacilla l'alibi di Cocciolone» oppure «Fiat, successo del progetto qualità totale: a Rieti una Duna si è messa in moto», per non dire dell'infame «Salvo Lima come John Lennon, ucciso da un fan impazzito». Anche se tra gli autori della nuova rivista ce ne sono alcuni del vecchio gruppo di Cuore - a cominciare dallo stesso Staino - il confronto è avvilente.

Saranno gli anni e i chili di troppo, sarà che dopo essere finiti sotto un treno chiamato Berlusconi non sono più gli stessi, sarà che nonostante il governo Prodi (anzi: proprio a causa di esso) gli elettori di sinistra in questo periodo hanno i bioritmi ai minimi storici, e gli autori di satira non fanno eccezione. Fatto sta che ieri riuscire a sorridere mentre si sfogliavano quelle sedici pagine era davvero difficile. In copertina, l'inserto satirico dell'Unità si definisce un «periodico di filosofia da ridere e politica da piangere». Grazie a Fassino e al partito democratico, il secondo obiettivo è stato raggiunto con facilità. Per il primo c'è ancora tanto da lavorare.

© Libero. Pubblicato il 17 aprile 2007.

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sabato, aprile 14, 2007

Il Fronte cristiano combattente, l'islam e la politica che non c'è

di Fausto Carioti

Volessimo imitare quello che fanno tanti esponenti della sinistra in simili occasioni, apriremmo la cassetta degli attrezzi e ne tireremmo fuori la tesi furbetta del “cui prodest”. Suonerebbe più o meno così: l’imbecille che ieri a Milano ha tirato alcune molotov contro la sede dell’organizzazione Islamic Relief e ha rivendicato l’attentato come opera del “Fronte cristiano combattente” non è certo un cristiano. Al contrario, è qualcuno che vuole fare apparire le organizzazioni islamiche, anche le più discusse, come vittime. Quindi, basta pensare a “chi giova” l’attentato di ieri, peraltro compiuto in un orario nel quale non era possibile fare del male a nessuno, per capire chi c’è dietro. Ecco, per fortuna non solo non siamo di sinistra, ma siamo anche estranei a simili dietrologie. Il ragionamento che leggerete è di tutt’altra pasta.

Quando non si hanno prove di alcun genere è bene lasciare parlare i fatti. E i fatti, al momento, dicono che ieri mattina, intorno alle 7, alcune bottiglie incendiarie lanciate da mano ignota hanno danneggiato l’entrata dei locali di Islam Relief Italia, associazione di raccolta fondi per la causa musulmana, in via Amadeo 39. Pochi minuti dopo, una sigla sino a quel momento sconosciuta, il Fronte cristiano combattente, ha rivendicato l’attentato. La stessa voce avrebbe minacciato di morte il direttore di Islamic Relief, Paolo “Abdullah” Gonzaga. Gli investigatori parlano di una probabile “matrice razzista” dell’attentato. Quelli di Islamic Relief, come prevedibile, danno la colpa ai quotidiani che nei giorni scorsi hanno raccontato la recente “tournée” durante la quale l’organizzazione ha raccolto fondi e ospitato predicatori estremisti che inneggiavano alla guerra santa.

Detto l’ovvio, e cioè che si tratta del gesto di qualche delinquente che si spera venga arrestato nel giro di poche ore, tirato un sospiro di sollievo perché nessuno s’è fatto male, resta da capire quello che sta succedendo in Italia attorno al fenomeno dell’immigrazione. La risposta all’attentato di ieri deve essere investigativa e giudiziaria, ma se si vuole impedire che simili cose si ripetano occorre una risposta politica. Proprio quello che adesso manca: il modo con cui l’Italia sta affrontando il fenomeno dell’immigrazione causa forti malcontenti, e l’errore peggiore sarebbe credere che sono tutti malumori ingiustificati, roba da estremisti nostalgici e da pazzoidi più o meno isolati che vanno in giro a fare i crociati del terzo millennio.

Per lungo tempo la politica, varando una sanatoria dopo l’altra (cinque in quindici anni), non ha saputo gestire né il numero né la qualità degli immigrati. Oggi l’Italia ne ospita troppi con un basso livello di qualifica, spesso entrati illegalmente nel nostro paese. Molti di questi clandestini riescono a sopravvivere solo rubando, spacciando o prostituendosi. Esempi tipici, si legge nell’ultimo dossier della Caritas sull’immigrazione, «sono il giovane che, non potendo pagarsi il viaggio della speranza, sia stato indotto a diventare corriere della droga, o il padre di famiglia che stenta a ritrovare nel mercato legale il posto di lavoro perso e si arrangia con espedienti non sempre consentiti dalla legge». Niente di strano se oggi il 33% dei detenuti nelle carceri italiane è straniero.

Lo Stato italiano si rivela incapace persino di rispedire oltre frontiera i clandestini fermati dalla polizia. «Nel 2005», scrive sempre la Caritas, «le persone destinatarie di un provvedimento di allontanamento dal territorio italiano sono state 119.923, di cui quelle effettivamente rimpatriate costituiscono poco meno della metà, il 45,3%, laddove l’anno precedente si trattava del 56,8%». Insomma, anche una volta scoperto, un clandestino ha più probabilità di restare in Italia che di essere rimandato in patria. E il numero di quelli che riescono a farla franca è in aumento. Di contro, il nostro Paese non riesce ad attrarre i “cervelli” stranieri, i lavoratori extracomunitari più qualificati, i quali - sensatamente - preferiscono emigrare in altri Paesi. In quasi tutte le città d’Italia manca una strategia efficace per l’integrazione. Gli immigrati vivono nei loro quartieri-ghetto e quasi sempre finiscono per sposarsi tra loro o con una persona originaria del loro Paese. Proprio grazie ai ricongiungimenti familiari, nel 2005 sono entrati 89.900 immigrati: diecimila in più di quanti se ne siano presentati per lavorare, a ulteriore conferma che l’Italia continua a subire l’immigrazione e ancora non ha imparato a gestirla.

Lo specchio dell’inettitudine della politica è la scelta del ministro dell’Interno, Giuliano Amato, di non usare i propri poteri per espellere i due imam salafiti di Torino sorpresi dalle telecamere di Annozero a invocare lo sterminio degli infedeli, la fine dello Stato d’Israele e la sottomissione delle donne, mentre nelle loro moschee venivano distribuite pubblicazioni legate ad Al Qaeda. Ma non è certo chiudendo gli occhi e facendo finta che tutto vada bene che si risolve il problema. Se al Viminale ci fosse qualcuno, questo sarebbe il momento di rimboccarsi le maniche per evitare che domani accada di peggio.

© Libero. Pubblicato il 14 aprile 2007.

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Un tesoretto, quattro prese in giro

Romano Prodi ha appena spiegato, in una lunga lettera al Corriere della Sera, come intende usare il cosiddetto "tesoretto", ovvero la quota di gettito fiscale superiore alle attese che il governo oggi si trova in mano - a detta dei ministri inaspettatamente, e comunque solo grazie all'azione dell'attuale esecutivo - e può spendere per fare un po' di regalini pelosi agli elettori in coincidenza con la campagna elettorale per le amministrative. In ballo ci sono 10 miliardi di euro, 7,5 dei quali, però, serviranno alla riduzione del deficit. Restano quindi, da usare pronto cassa, 2,5 miliardi. Da dividere in tre parti: «Due di queste tre parti (il 66%)», scrive Prodi, «andranno, in diverse forme, a favore di chi, lavoratore, pensionato o disoccupato, affronta con maggior difficoltà il cammino delle propria esistenza. (...) Il restante terzo (33%) andrà alle imprese e alle politiche per la crescita, lo sviluppo e gli investimenti».

Si tratta di una enorme presa in giro. Primo motivo: perché il "tesoretto" che Prodi adesso vuole utilizzare a fini clientelari è tutto tranne che imprevisto. Come sa chiunque bazzichi un po' i numeri e i bollettini dell'agenzia delle Entrate. Come già si è scritto qui a novembre, «il gettito fiscale è in crescita forte e costante da prima che Visco e Prodi tornassero al governo e da ben prima che varassero la manovra di luglio. (...) Già nei primi tre mesi del 2006, prima delle elezioni, le entrate tributarie erano aumentate del 7,6% e il gettito Iva era cresciuto dell’8%. Mentre il governo Prodi stava nascendo, le entrate fiscali, trainate dalla ripresa dell’economia e dai provvedimenti firmati dal governo Berlusconi, lievitavano con percentuali a due cifre: a maggio il gettito dei tributi complessivi era cresciuto del 16,3% e quello prodotto dall’Iva del 13,6%. A settembre, quando i tecnici del governo si sono seduti per scrivere la Finanziaria, i dati delle entrate fiscali nei primi sette mesi dell’anno (+12,6% il gettito complessivo, +9,4% il gettito Iva) erano già noti».

Siccome si tratta di numeri che tutti gli addetti ai lavori conoscono, pochi giorni fa lo stesso identico ragionamento è apparso in un editoriale di Luca Ricolfi pubblicato sulla Stampa:
Le entrate tributarie, al netto delle una tantum della Finanziaria 2006, erano cresciute in modo imprevisto già nel primo trimestre del 2006, e nel resto dell’anno - ossia dopo l’insediamento del governo Prodi - non sono cresciute a un ritmo più rapido che nel primo trimestre. Se il confronto viene fatto con il 2005, l’accelerazione post-elezioni è minima: da +7,9% a +8,6%. Se il confronto viene fatto con il 2004 (il gettito 2005 ha un profilo temporale anomalo), l’accelerazione post-elezioni è addirittura negativa, nel senso che le entrate rallentano la loro corsa dopo le elezioni (da +11,6% a +7,8%). In breve, l’extra-gettito di cui ora si dà mostra di stupirsi, era perfettamente visibile già a metà dell’anno scorso, ai tempi della due diligence e del Dpef, ed era largamente consolidato in autunno, ai tempi del dibattito sulla Finanziaria.
Se l'esistenza del tesoretto era ampiamente prevista già un anno fa e il governo ha fatto finta di nulla, è solo per motivazioni politiche. Avessero ammesso l'esistenza di un gettito fiscale in forte ripresa, Romano Prodi, Vincenzo Visco e gli altri esponenti del governo e dell'Unione avrebbero dovuto riconoscere che Berlusconi aveva lasciato conti pubblici assai più in ordine ed un'economia assai più pimpante di quanto il centrosinistra avesse detto sino ad allora. In sostanza, avrebbero dovuto ammettere di aver basato la loro campagna elettorale su una serie di dati falsi. E questo non si fa. Così i ministri hanno scelto di insistere con le invenzioni (seconda presa in giro) per non rendere un riconoscimento postumo a Berlusconi.

Non solo. Aver gridato al buco nei conti pubblici anche quando non ce ne era bisogno ha dato al governo (terza presa in giro) il pretesto di calare una mazzata fiscale sulle teste dei contribuenti. "Deus vult", Dio lo vuole: dobbiamo risanare i conti pubblici disastrati lasciati da Berlusconi e Tremonti, non abbiamo alternative. Invece le alternative c'erano, e la scelta che è stata presa è stata solo politica, non certo contabile. Risultato: il varo di una manovra da 35 miliardi, composta per il 70 per cento da nuove entrate, e pressione fiscale nell'anno 2007 al 47,7%, vicina ai massimi storici, quando solo due anni prima era del 44,4%. L'unico ruolo che il governo Prodi ha avuto nell'aumento del gettito fiscale, dunque, non è aver dato impulso all'economia - come provano a farci credere a sinistra, smentiti dai fatti che indicano il gettito Iva in crescita già da un anno - ma aver aumentato le imposte nel 2007.

Quarta presa in giro, la redistribuzione del tesoretto. Prima hanno tolto i soldi alle famiglie, ora promettono di restituirli e pretendono di essere applauditi. Ma l'operazione non è a costo zero per il contribuente, tutt'altro. Perché grazie alla manovra che ha giustificato con un allarme infondato, il governo si è potuto permettere di aumentare le sue spesucce clientelari. In altre parole, solo una parte di quello che hanno pagato le famiglie torna indietro. In più adesso il governo, a poche settimane dalle elezioni amministrative, può usare quei soldi come meglio crede, e cioè redistribuirli nel modo che ritiene politicamente più efficace in vista del voto.

L'idea di usare quei soldi nel modo più corretto nei confronti del contribuente, e cioè abbassando le tasse, non li sfiora nemmeno. Perché meno tasse uguale meno gettito, e cioè meno spesa pubblica con copertura già garantita e meno mance pre-elettorali. Certo, si tratta di interventi che sono finanziati con un giro di vite fiscale, ovvero con il rallentamento dell'economia e l'ennesima riduzione della competitività. Ma questo è un governo che campa alla giornata, e la politica dell'aumento delle imposte riesce a soddisfare sia le pulsioni dirigiste e socialiste diffuse nella maggioranza, sia la disperata necessità del governo di sostenere una campagna elettorale perenne, facendosela pagare con i soldi degli elettori.

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giovedì, aprile 12, 2007

L'imbarazzo di Amato davanti ai due imam di Torino

Sarebbe bello sbagliarsi, ma ormai pare chiaro: Giuliano Amato non farà nulla per rimuovere i due imam salafiti di Torino sorpresi a predicare la violenza dalle telecamere nascoste di Anno Zero. Lui stesso, ieri, parlando alla Camera, ha spiegato la sua ritrosia a ricorrere ai poteri che il ministro dell'Interno ha sin dai tempi della legge Turco-Napolitano. Poteri che gli consentono, «per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato», di «disporre l’espulsione dello straniero anche non residente nel territorio dello Stato».

Tutto quello che Amato intende fare è aspettare le indagini della magistratura. A usare il potere politico di cui dispone, ad esempio facendo visionare e tradurre al Viminale il materiale filmato dalla troupe di Santoro e agire d'urgenza, non ci pensa proprio. Da notare che la procura di Torino al momento ha aperto un fascicolo contro ignoti senza che vi sia indicata alcuna ipotesi di reato (in parole povere: a tutt'oggi non solo non esistono indagati, ma i magistrati ritengono di non avere nemmeno un motivo per indagare qualcuno, e questo Amato lo sa benissimo).

Ricordiamo che:

1) L'imam della moschea di via del Cottolengo è stato filmato mentre sbraitava «Allah uccida tutti i politeisti», assicurava che «gli estremisti», cioè ebrei e cattolici, «saranno distrutti» da Maometto, invocava la distruzione dello Stato d’Israele («Dio dia la vittoria ai suoi schiavi, ai mujaheddin, Allah porti alla vittoria i nostri fratelli in Palestina») e predicava ai fedeli «non vi integrate con gli occidentali», state lontani dagli «infedeli» ebrei e cristiani;

2) Lo stesso Kohaila è stato ripreso clandestinamente mentre invitava a «tenere sottomessa» la donna;

3) Nelle due moschee sono state filmate pubblicazioni come “Il pulpito del jihad”, uno dei giornali di Al Qaeda, in cui si leggono frasi come «non c'è dialogo con gli infedeli, con gli atei nessun compromesso, si uccidono e basta», si loda la capacità dell’organizzazione di Osama Bin Laden «di assorbire i colpi nonostante gli arresti, che non significano niente, perché Al Qaeda è più forte» e il tagliatore di teste Al Zarqawi è indicato ai fedeli come modello da seguire.

Il contenuto di tutte queste immagini è apparso in televisione e/o è stato raccontato sui giornali (qui due articoli del Corriere della Sera).

La richiesta ad Amato di cacciare i due imam, partita da Libero, è stata ripresa da altri organi d'informazione e tradotta in due interrogazioni parlamentari (una della Lega, l'altra dell'Udc). Proprio rispondendo a queste due interrogazioni, Amato ha spiegato la sua linea a Montecitorio. Copio e incollo il testo integrale del dibattito svoltosi in aula sull'argomento, in modo che ognuno possa farsi un'idea senza il "filtro" del sottoscritto o di un qualunque giornalista.

ROBERTO COTA. Signor Presidente, signor ministro, i fatti sono noti e sono stati evidenziati in un servizio della giornalista Maria Grazia Mazzola durante la trasmissione televisiva Anno zero, una trasmissione, possiamo dire, non filoleghista. Tali fatti riguardano due moschee di Torino, nelle quali non si prega, e due imam che predicano odio e violenza e inneggiano al terrorismo. Uno dei predecessori di questi imam è stato espulso, in passato, con un decreto dell'allora ministro Pisanu. Da anni, la Lega Nord Padania denuncia questa situazione in ordine ai sospetti di collegamenti tra le organizzazioni terroristiche e le attività che si svolgono all'interno delle moschee (moschee, si fa per dire!). Da anni, inoltre, la Lega Nord Padania denuncia una situazione particolarmente grave nella città di Torino, nella quale le due moschee in questione insistono in quartieri assolutamente sottratti, signor ministro, al controllo della legalità: sembra di stare in una città araba.

PRESIDENTE. Deputato Cota...

ROBERTO COTA. L'immigrazione islamica è un problema, signor ministro, e al riguardo ci attendiamo da lei parole chiare.

PRESIDENTE. Il ministro dell'interno, Giuliano Amato, ha facoltà di rispondere, per tre minuti.

GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. Signor Presidente, cercherò di essere molto sintetico e schematico perché i quesiti contenuti nell'interrogazione sono numerosi.
Innanzitutto, è in corso un'indagine preliminare della procura della Repubblica di Torino alla quale la Digos collabora. Quindi, sussiste un segreto investigativo che, anche in questa Assemblea, dobbiamo rispettare. In secondo luogo, in quella trasmissione televisiva è stato diffuso un documento filmato parziale, rispetto all'insieme, e non era chiaro se video e audio corrispondessero tra loro. La Digos torinese ha prodotto una prima trascrizione e traduzione della registrazione filmata integrale e la procura della Repubblica ha conferito una consulenza per la traduzione di tutte le frasi pronunciate, anche collocandole nella sequenza in cui sono state pronunciate. Inoltre, è al vaglio della procura la documentazione in arabo mostrata nel filmato. Tutto ciò che al momento posso dire è che, presumibilmente, si tratta di materiale scaricato da siti Internet jihadisti, almeno in buona parte.
Noi conosciamo gli antecedenti di questa situazione e le posso assicurare, onorevole Cota, che valuteremo la situazione in base alle risultanze di ciò che il giudice riterrà o non riterrà di fare. In altri termini, se non perseguirà per reati, valuteremo con il massimo scrupolo se vi siano i presupposti per l'applicazione di provvedimenti che in più casi già sono stati adottati. Se c'è una cosa che non si può dire è che non siano stati applicati provvedimenti di espulsione per motivi di ordine e di sicurezza pubblica nei confronti di soggetti presenti, a diverso titolo, nelle moschee di Torino, Como, Varese, Reggio Emilia, Trino Vercellese e Carmagnola. Se necessario, sarà fatto anche in questa occasione; se non necessario, non saranno adottati provvedimenti, perché sarebbe un errore grave ritenere che qualunque moschea sia luogo di predicazione jihadista; questo non è vero.
Un problema delicato che è stato sollevato e sul quale riflettiamo da molto tempo è quello della registrazione e della formazione delle persone che nel nostro paese assolvono alla funzione di imam.

PRESIDENTE. Signor ministro....

GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. Questo è un problema di particolare importanza, sul quale si deve intervenire.
Anche se violerò il regolamento del question time, visto che ho esaurito i tre minuti di tempo a mia disposizione, mi permetterò di intrattenermi su questo punto quando risponderò all'interrogazione dell'onorevole Volontè.

PRESIDENTE. Il ministro dell'interno non può violare le regole...
Ha facoltà di replicare il ministro... Cota, per due minuti...

ROBERTO COTA. La ringrazio per la «promozione», signor Presidente...
Il ministro dell'interno non può violare le regole, ma gli imam le possono violare, evidentemente. Infatti, le hanno violate e non c'è stata quella presa di posizione chiara che noi abbiamo auspicato. Perché? Perché lei non può fare riferimento, signor ministro, all'inchiesta della magistratura.
Già precedentemente, con riferimento alla posizione dell'imam Bouchta, abbiamo potuto verificare come il ministro dell'interno sia dovuto intervenire proprio perché l'inchiesta della magistratura non ha portato a quei risultati che invece erano necessari per la sicurezza: cioè l'espulsione immediata. Noi oggi avremmo voluto sentire da lei, signor ministro, un impegno sull'espulsione di questi due imam, sulla chiusura delle due moschee in questione e su un'indagine approfondita da svolgere in diverse moschee che sono oggetto di sospetti.
Invece non è stato mandato un segnale chiaro, così come segnali non chiari, ma anzi negativi, questo Governo ha mandato sull'indulto e come segnali negativi sta mandando sul superamento della cosiddetta legge Bossi-Fini: segnali negativi volti a dare spazio all'immigrazione libera! E segnali sbagliati questo Governo li sta dando anche proponendo di allargare indiscriminatamente la cittadinanza a tutti! Ecco, signor ministro, noi le diciamo questo: non vogliamo ancora una volta (Commenti del ministro Amato)... Sì, la prenda così: lei fa il filosofo!

GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. Io non faccio il filosofo!

ROBERTO COTA. Lei fa il filosofo, però ha davanti una situazione che non sta gestendo (Commenti del ministro Amato)! Obiettivamente, lei non è in grado di gestire questa situazione!
Allora noi le diciamo, signor ministro, che non vogliamo trovarci domani ancora nella stessa situazione di oggi, perché in tal caso le diremmo che noi glielo avevamo detto (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania)!

PRESIDENTE. Il deputato Volontè ha facoltà di illustrare, per un minuto, la sua interrogazione n. 3-00805.

LUCA VOLONTÈ. Signor Presidente, per non ripetere ciò che è già stato accennato, anche noi chiediamo al ministro Amato, che ha la capacità di agire nella complessità del proprio ruolo, di spiegarci come mai non siamo ancora arrivati al provvedimento di espulsione nei confronti di questi due imam. Il problema, più che riguardare i luoghi di culto, riguarda le persone, in questo caso questi due imam, che hanno incitato i fedeli dell'Islam o di un certo tipo di Islam a trattare le donne come animali senz'anima e ad usare violenza nei confronti degli appartenenti a tutte le altre religioni monoteiste, in qualche modo confermando un atteggiamento di cui tutto quel filmato, ma non solo, ci ha reso purtroppo tragicamente consapevoli nel nostro paese, dall'omicidio di Hina avvenuto l'estate scorsa ad oggi.
Il provvedimento Turco-Napolitano e il decreto Pisanu consentono a lei, signor ministro, di espellere questi imam.

PRESIDENTE. Il ministro dell'interno, Giuliano Amato, ha facoltà di rispondere, per tre minuti.

GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. Mi scuso, Presidente, se prima ho in parte interrotto il collega che parlava, ma quando ho sentito dire che si vuole concedere la cittadinanza indiscriminatamente a tutti, mi è parso inappropriato che una frase così lontana dalla verità potesse essere pronunciata senza provocare reazioni!
Su questo tema ha ragione l'onorevole Volontè, come ha ragione il collega che prima parlava: se ci sono i presupposti per l'espulsione, è mio dovere - al quale non mi sottraggo - e mia responsabilità espellere e questi presupposti non coincidono con i presupposti per l'azione penale e la condanna penale, questo lo so bene. Ma tra l'espellere una persona sulla base di una trasmissione vista la sera della domenica - l'espulsione la si fa il lunedì mattina - e l'attendere le risultanze di un'indagine penale, ci sarà pure una via di mezzo, che implica l'accertamento diretto da parte del dipartimento di pubblica sicurezza delle circostanze che possono legittimare l'espulsione.
Non è possibile, colleghi deputati - siamo tutti membri del Parlamento della Repubblica, dell'organo più alto dello Stato -, ritenere che ad un provvedimento di espulsione si debba giungere sulla base dell'aver visto una trasmissione televisiva!
Io accredito i mass media del massimo di potenza possibile, ma non fino al punto di sostituire la forza delle regole giuridiche; e quindi, pur consapevole che i presupposti dell'espulsione non siano quelli della condanna penale, ritengo mio dovere avere degli accertamenti adeguati da parte degli organi di polizia.
Se il collega Volontè me lo consente, anche se non me lo ha chiesto espressamente, vorrei riprendere il tema del «chi viene in Italia».
Noi ci troviamo questo problema perché abbiamo a che fare con quello che, secondo le religioni a cui siamo più abituati, è il ministro di culto, una persona di cui ignoriamo le regole di formazione, la provenienza e tutto il resto. È un problema che preoccupa diversi paesi europei; ho avuto modo di parlarne con i miei colleghi francesi e tedesco che hanno la stessa problematica: devo sollecitare il Parlamento a porsi il problema perché posso anche costruire un elenco di pura Polizia degli imam ...

PRESIDENTE. La prego, deve concludere!

GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. ..., visto che siamo a conoscenza di quelle cose, ma non è normativamente forte. La forza può venire qui in due modi, colleghi: o stipulando un'intesa con la confessione religiosa - e però sappiamo quali difficoltà vi siano a fare questo con il frammentato mondo islamico - oppure attraverso il disegno di legge sulla libertà religiosa in cui vi è l'articolo 9, su cui è fermo da tempo il Parlamento...

PRESIDENTE. La prego, ministro!

GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. ..., che ci può permettere di sottoporre ad una verifica da parte del ministro dell'interno i ministri di culto di qualunque religione. Mi auguro che la I Commissione proceda su quella strada.

PRESIDENTE. Il deputato Volontè ha facoltà di replicare.

LUCA VOLONTÈ. Presidente, onorevole ministro, non siamo certo noi coloro che si fanno suggestionare da alcuni commentatori televisivi: con saggezza usiamo la nostra responsabilità e quindi non è di questo che stiamo parlando.
Tra il 29 marzo e l'11 aprile corrono tredici giorni: comprendo che vi sia bisogno ancora di qualche giorno per le indagini e per verificare attraverso di esse i presupposti per l'espulsione, ma immagino e confido che non occorrano altre tre, quattro o cinque settimane; altrimenti vorrebbe dire che vi è una coincidenza tra le indagini che verificano il presupposto che consente al ministro degli interni di agire attraverso il decreto di espulsione e ciò che invece la magistratura sta indagando, e quindi una lentezza del procedimento penale: vi deve essere un delta di tempo fra i due momenti!
Tenga conto, signor ministro, che tale preoccupazione non viene solo dagli ambienti di Anno zero - trasmissione che io vedo il meno possibile -, ma anche dal fatto che qualche giorno fa si è svolto l'Islamic relief in tre città italiane, in cui si è anche inneggiato alla guerra santa; viene a seguito non sono del caso Hina, come le ho ricordato, ma anche di ciò di cui lei si è occupato anche nella Consulta islamica, il cosiddetto caso UCOI - il manifesto contro la Scioah, l'indagine e l'inchiesta nei confronti di due di quegli esponenti, l'apice di quella organizzazione a Roma - proprio per aver offeso il sentimento della verità, prima ancora che della religione ebraica.
È quindi una preoccupazione reale, che lei conosce bene, in virtù della quale la invitiamo a usare, certo, la «carota», la prudenza, la tolleranza, l'intelligenza di cui è portatore, ma talvolta anche il bastone. È utile, infatti, qualora - come lei ha detto - vi siano i presupposti, farli «agire» quei presupposti: di fronte a tale contesto serve un gesto, se ve ne sono le condizioni, forte e chiaro per l'opinione pubblica.
Post scriptum. Per saperne di più sul salafismo: L'Islam Salafita e la piovra del terrorismo islamico, di Samir Khalil Samir.

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mercoledì, aprile 11, 2007

L'Occidentale intervista Bruce Bawer

I lettori di questo blog sanno che da queste parti si ha un debole per Bruce Bawer (il suo libro più importante è questo, il consiglio è sempre il solito: compratelo. Su questo blog lui lo trovate citato, ad esempio, qui, qui e qui). Ora, su umile suggerimento del sottoscritto, l'Occidentale ha fatto a Bawer un'intervista tutta da leggere.

Una pillolina:

Come è potuto accadere che gli immigrati musulmani in Europa siano divenuti spesso così ostili e aggressivi verso paesi che pure sono stati piuttosto generosi nei loro confronti. Cosa è andato storto?

La generosità è proprio parte del problema. Ha fatto da nutrimento a risentimento e autocommiserazione. Ma la generosità è solo un aspetto di quell’attitudine culturale alla sottomissione di una parte delle élite europee che ha incoraggiato il disprezzo dei musulmani europei verso l’Occidente e i suoi valori. Ovviamente questo disprezzo è già parte integrante della cultura musulmana. Nelle scuole, nelle moschee, e nei programmi in lingua araba riversati dalle tv satellitari nelle case dei musulmani europei, viene servita una dieta ricca di disprezzo per la democrazia, per la libertà di parola e di culto, per i diritti individuali, per l’eguaglianza delle donne, per la tolleranza verso i gay e così via. Ma c’è una responsabilità forte delle élite europee politiche e giornalistiche nel rendere tutto questo ancora più pernicioso, quando mancano di difendere con forza quei valori e quelle libertà e di condannare le spinte illiberali che agitano le subculture degli immigrati.

Il resto, gli interessati lo possono leggere direttamente sul sito dell'Occidentale.

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La fine del "fattore C"

di Fausto Carioti

Non c’è niente da ridere, l’argomento è serissimo. La fortuna irradiata da Romano Prodi, quel “fattore C” che sembrava accompagnare dalla nascita il professore bolognese, non c’è più. Da tempo gli influssi benefici emanati dal leader dell’Ulivo sono oggetto di profonde riflessioni filosofiche e politologiche a sinistra. Basta leggere quello che ne ha scritto una delle poche vere teste pensanti della gauche, Edmondo Berselli, direttore di una rivista seria come il Mulino. L’articolo, apparso su Repubblica nell’ottobre del 2004, s’intitolava «Il mago Romano e il “fattore C”», e rappresenta a tutt’oggi il più approfondito studio fenomenologico sulle terga del premier. Berselli fu il primo a chiamarlo con il suo nome: «È il Culo di Prodi. Categoria mitologica che verrà usata per esteso solo questa volta, per rispetto ai lettori e per non sfidare sorti e superstizioni. Come tutti i fenomeni meravigliosi, come un monstrum smisurato e stupefacente, come un prodigio prenaturale, una chimera, una fenice, una cometa, il C. di Prodi è un Ente largamente imprevedibile». «Il dono del mago Romano», ci informava Berselli, «esiste da tempi immemorabili, eppure ricordati religiosamente dai fedeli: i compagni del liceo gli sfregavano la nuca prima delle interrogazioni, convinti che il contatto con gli spigoli vivi della blindatura cranica di Prodi fossero una garanzia di fronte a qualsiasi insegnante». Ecco: oggi, a un anno esatto dalla vittoria dell’Unione alle elezioni politiche si può dire con ragionevole certezza che il monstrum non c’è più. Il “fattore C” è scomparso.

Intendiamoci, per Prodi funziona sempre. Altrimenti non sarebbe ancora a palazzo Chigi, dopo aver vinto le elezioni per un soffio ed essersi ritrovato privo di maggioranza al Senato. Ma tutti quelli che nel frattempo sono stati in qualche modo toccati da lui, sono finiti in disgrazia. Se prima portava fortuna a chiunque gli si avvicinasse (o almeno così ci avevano fatto credere), adesso il “mago Romano” sembra succhiare quel po’ di buona sorte che gli resta dalle sventure altrui. Detta con la stessa schiettezza di Berselli: Prodi di questi tempi pare portare una jella nera a chi gli sta accanto. L’ultimo che ha subito il suo tocco letale è stato il presidente afgano Hamid Karzai. Il quale ha accettato controvoglia la “richiesta” di Prodi di scarcerare cinque tagliagole islamici in cambio della liberazione del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, essenziale per la sopravvivenza del governo italiano. Errore fatale, perché i talebani ci hanno preso gusto e hanno tentato subito il bis. Alla tragedia umana (l’uccisione di Adjmal Naqeshbandi, l’interprete di Mastrogiacomo) si è aggiunta la sconfitta politica: Karzai, per i suoi elettori, ora è l’uomo che valuta la vita di un afgano meno di quella di uno straniero, mentre i suoi nemici rivolgono pensieri di gratitudine al governo italiano che ha fatto liberare cinque loro compagni e vuole far sedere gli allievi del mullah Omar al tavolo delle trattative. «Mai più trattative simili», ha commentato Karzai quando si è reso conto di cosa ha significato dare retta a Prodi.

Non vanno meglio le cose in Italia. I due più stretti collaboratori di Prodi sono finiti nel tritacarne. Prima è toccato ad Angelo Rovati, il consigliere ombra del premier, l’uomo dei numeri, che ha commesso l’errore madornale di spedire a Marco Tronchetti Provera, su carta intestata di palazzo Chigi, uno studio nel quale suggeriva a Telecom di scorporare la rete telefonica e farla passare sotto il controllo dello Stato. Quando l’intromissione del governo negli affari di un’impresa privata è venuta a galla - complice una manina galeotta che ha consegnato ai giornali il documento partito dalla presidenza del Consiglio - Rovati è stato costretto a dimettersi. Ovviamente dopo essersi assunto tutte le responsabilità. Poche settimane fa è toccato al povero Silvio Sircana, appena scelto come portavoce unico del governo, finire in prima pagina fotografato mentre chiedeva informazioni, si presume stradali, a un transessuale sul bordo della strada. Altri ci avrebbero fatto una risata sopra, ma Sircana è personcina sensibile, e appena ha saputo della fotografia è stato ricoverato in ospedale per colica addominale. Da allora continuano a girare le voci che lo vogliono intenzionato a lasciare l’incarico di portavoce di Prodi. Altro che sfregamento scaramantico della nuca.

Restano i vicini “politici” del presidente del Consiglio. Che poi sono quelli che se la passano peggio. Prodi non ha un partito, e quasi può permettersi il lusso di fregarsene dei sondaggi. Ma i Ds, la Margherita e gli altri no. Il partito di Fassino e quello di Rutelli, insieme, un anno fa ottennero il 31,3% dei voti degli elettori. Adesso, uniti in quello che dovrebbe essere il partito democratico, secondo un recente sondaggio apparso su Repubblica.it arriverebbero appena al 25%: due punti in meno di Forza Italia. Il crollo, ovviamente, non risparmia gli altri partiti dell’Unione. Il più malconcio dei suoi alleati è Piero Fassino, che all’emorragia di consensi deve aggiungere la scissione che Fabio Mussi gli sta organizzando dentro al partito. Non bastasse, il segretario dei Ds ha appena rimediato una colossale figuraccia internazionale: l’idea di convocare i talebani alla conferenza di pace sull’Afghanistan l’ha lanciata lui, e i tagliagole l’hanno subito ripagato sgozzando l’interprete di Mastrogiacomo: con tanti saluti alla “proposta Fassino”. Guai uno appresso all’altro pure per Massimo D’Alema, che dopo aver visto il Senato bocciare la “sua” politica estera si è tirato addosso le critiche di tutte le cancellerie occidentali per come ha gestito l’emergenza afgana. Quindi ha dovuto subire Gino Strada, che ha definito «vergognoso» il comportamento della Farnesina dinanzi all’arresto del mediatore di Emergency.

Un amuleto servirebbe anche a Francesco Rutelli. Prima è esplosa la vicenda dei tesseramenti gonfiati della Margherita. Poi i bloggers vicini al suo partito hanno documentato che il congresso romano è stato una buffonata, poiché il quorum ufficiale di 15mila votanti è stato solo fittizio. Ciliegina sulla torta, il video “istituzionale” - diventato subito un cult su Internet - nel quale Rutelli illustrava al mondo le bellezze dell’Italia con un inglese da far inorridire Aldo Biscardi: «Pliz, visit Itali». Resta solo Arturo Parisi. Il quale, poverello, ha appena incassato due schiaffi dal suo stesso governo. Il primo in politica estera, quando la Farnesina ha dato a Strada, e non al Sismi (che dipende dal ministero della Difesa, cioè da Parisi), la gestione delle trattative per liberare Mastrogiacomo. Il secondo sul fronte interno: Prodi, su pressione dei piccoli partiti, è stato costretto a sconfessare tutto l’impegno del suo ministro in favore del referendum per cambiare la legge elettorale. Ora gli ambienti prodiani dipingono Parisi piuttosto distante dal premier. Vista l’aria che tira da quelle parti, non è detto che per lui sia un male. Anzi.

© Libero. Pubblicato il 10 aprile 2007.

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