venerdì, giugno 22, 2007

Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - 1a parte

L'ultimo libro delle edizioni Libero-Free (il diciannovesimo, poi dicono che non esiste mercato per le idee a destra di Jeremy Rifkin) è una perla. "Verdi fuori, rossi dentro. L'inganno ambientalista" tocca uno dei temi abituali di questo blog. Gli autori sono due scienziati di primissimo livello: Franco Battaglia, docente di Chimica Ambientale all'università di Modena e vicepresidente dell'Associazione Galileo 2001, e Renato Angelo Ricci, professore emerito all'università di Padova, presidente onorario della Società Italiana di Fisica e presidente dell'Associazione Galileo 2001.

Pubblico, in tre parti, un capitolo del libro, nella convinzione che qualcuno dei lettori di questo blog andrà in edicola e caccerà di tasca 2,50 euro (l'equivalente della mancia che lasciamo al cameriere della pizzeria) per acquistare l'intero volume e leggersi tutti gli altri. Il libro è in vendita in edicola a partire da oggi, venerdì 22 giugno. Merita davvero.

Secondo il Terzo Rapporto dell’Ipcc (Comitato internazionale sui cambiamenti climatici) – un organismo intergovernativo che comprende scienziati da 100 Paesi – “il riscaldamento globale previsto per il prossimo secolo potrebbe risultare senza precedenti negli ultimi 10.000 anni”. Ma secondo Richard Lindzen, uno degli estensori di quel rapporto e membro dell’Accademia nazionale delle scienze americana, “la possibilità di un eccezionale riscaldamento globale, anche se non escludibile, è priva di basi scientifiche”.

Il riscaldamento globale è ritenuto essere la conseguenza di vari fattori tra cui anche un incremento della concentrazione atmosferica di gas-serra (soprattutto CO2 e, in misura molto minore, metano e altri gas-serra). Siccome nell’ultimo secolo sono progressivamente aumentati sia l’uso mondiale dei combustibili fossili sia le concentrazioni atmosferiche di CO2, si potrebbe pensare che, assumendo che questi aumenti continuino senza sosta, il raggiungimento di livelli pericolosi sia solo questione di tempo, e che più aspettiamo più difficile potrebbe essere affrontare il problema.

Il sillogismo logico, secondo alcuni, sarebbe allora il seguente:

1. i gas-serra stanno aumentando senza sosta,

2. ogni cosa che aumenta senza sosta raggiunge prima o
poi livelli catastrofici,

3. la catastrofe non può evitarsi se non si blocca quell’aumento.

Ma, piaccia o no, le cose non sono così semplici. Ad esempio, le previsioni del futuro riscaldamento globale assumono che la crescita di popolazione s’interromperà in alcuni decenni: se così non fosse, avremmo ben altro – prima ancora del riscaldamento globale – di cui preoccuparci. E, d’altra parte, dovesse la popolazione mondiale stabilizzarsi, il timore dell’aumento senza sosta dei gas-serra non sarebbe più giustificato.

Secondo altri, invece: non vi è alcuna evidenza che il riscaldamento sia reale; ammesso che lo sia, esso è minimo e non vi è alcuna evidenza che sia stato indotto dalle attività umane; e, infine, esso potrebbe essere addirittura benefico.

Naturalmente, finché nessuna delle due parti comprende solo isolati casi di dissenzienti (e non è questo il caso), non ha importanza sapere quale pensiero ha il maggior numero di sostenitori: i risultati della scienza non si acquisiscono a maggioranza. Poniamoci allora le seguenti quattro domande: Il riscaldamento globale è reale? Qualora lo fosse, la causa dominante è l’effetto serra d’origine antropica? Qualora anche questo fosse il caso, quale aumento di temperatura media globale potremmo realisticamente attenderci fra, poniamo, 100 anni? E, infine, l’aumento realisticamente prevedibile in caso di contributo antropogenico determinante, apporterà, globalmente, danni o benefìci?

Il riscaldamento globale è reale?
Anche se misure dirette in grado di fornire informazioni sulle temperature medie globali sono state effettuate solo recentemente, vari dati indiretti (in particolare le concentrazioni relative di 16O e 18O nelle “carote” di ghiaccio estratte in Groenlandia) ci permettono di concludere che attualmente la Terra si trova tra due ere glaciali (che avvengono ogni 100.000 anni circa). Durante l’ultima era glaciale le temperature erano di 10 gradi inferiori ad ora e non è escluso che il pianeta sia più caldo adesso che non in ogni altro periodo degli ultimi 1000 anni; un riscaldamento, quello di questo millennio, che è avvenuto gradualmente per ragioni certamente indipendenti dalle attività umane.

Il problema che nasce è se per caso queste ultime abbiano o no, sul riscaldamento globale, un’influenza significativa rispetto a cause naturali. A questo scopo, è necessario limitarsi a osservare le variazioni negli ultimi 150 anni, cioè dall’avvento dell’industrializzazione. Ebbene, vi è concordanza nella comunità scientifica che le misurazioni di temperatura effettuate da stazioni sulla Terra rivelano valori che negli ultimi 150 anni sono aumentati di circa mezzo grado. I maggiori aumenti si sono registrati nei periodi 1910-1945 e 1975-2000. Però – va detto e questo è importante – nel periodo 1945-1975, senza che ci sia mai stata alcuna diminuzione delle emissioni antropiche, si è osservato non un aumento ma una diminuzione di temperatura.

Se però ci si chiede se queste misurazioni corrispondano alla temperatura media globale, ci si imbatte in una prima seria difficoltà: non vi è garanzia che l’aumento osservato non sia da attribuire al fatto che nell’intorno delle stazioni di misura si sviluppava, nei decenni, un’urbanizzazione, e che è ad essa che dovrebbe attribuirsi quell’aumento. L’assenza di quella garanzia nasce anche dal fatto che i tentativi di aggiustare i dati in modo tale da tenere conto di questo “effetto da urbanizzazione” – mediante soppressione dei dati più recenti dalle stazioni “incerte” – aumenta l’incertezza sull’analisi finale, visto che si ha bisogno di dati abbondanti e accurati proprio in riferimento ai tempi più recenti. Per farla breve: potrebbe benissimo essere che il riscaldamento osservato successivamente al 1975 (circa 0.15 gradi per decennio) sia da attribuirsi totalmente all’effetto dell’urbanizzazione attorno alle stazioni di misura.

Nel periodo successivo al 1975 si ha però disponibilità di dati satellitari. I satelliti non registrano la temperatura della Terra, ma quella dell’atmosfera, misurando la quantità di radiazione a microonde emessa dalle molecole che costituiscono l’aria sino a circa 8 km di distanza dalla Terra. Le misure satellitari sono più attendibili, sia perché i satelliti riescono a campionare contemporaneamente una porzione di globo più ampia, sia perché esse non sono viziate dall’effetto di urbanizzazione. Ebbene, il risultato è che le misure satellitari non registrano l’aumento di temperatura registrato dalle misure sulla Terra. Un risultato, questo, che trova conforto nelle misure effettuate, sin dal 1960, dai palloni aerostatici, dai quali, pure, non si registra alcun aumento di temperatura.

Una curiosa osservazione che spesso viene avanzata dai media è la seguente: riferendosi ad un evento climatico eccezionale, e a “prova” dei cambiamenti climatici in atto, si osserva che quell’evento «non accadeva da 120 anni!». Non si pensa, però, che se non accadeva da 120 anni, allora 120 anni fa è accaduto: come mai? (...) È vero, ad esempio, che nel 1998 e nel 2003 si registrarono record di alte temperature (si veda Italia e Germania), ma è altrettanto vero che le temperature più alte mai registrate in Spagna, Finlandia, Usa, Alaska e Argentina furono registrate tutte in data anteriore al 1915 (nel 1881 in Spagna), e la temperatura più alta mai registrata al mondo fu registrata, in Libia, nel 1922. Così come la temperatura più bassa mai registrata in Germania fu registrata nel 2001 e, nel mondo, nel 1983. Interessante anche il record del Regno Unito, ove la temperatura più bassa mai registrata fu di -27.2 C, e fu registrata negli anni 1895, 1982 e 1995: cioè oggi come 100 anni fa.

Qual è il contributo d’origine antropica al presunto
riscaldamento globale?
Stabilite le incertezze su cui si fonda l’esistenza stessa del riscaldamento globale, passiamo a valutarne, nell’ipotesi che esso sia reale, il contributo antropogenico. Indubbiamente, i gas-serra (innanzi tutto acqua, e poi anidride carbonica) tengono la Terra calda: senza di essi, avremmo 33 gradi di meno. Ma l’anidride carbonica (il secondo componente naturale, dopo il vapore acqueo, responsabile dell’effetto serra “naturale”) è anche immessa nell’atmosfera dall’uomo ogni volta che si bruciano combustibili fossili. Effettivamente, si osserva che, nel tempo, le concentrazioni atmosferiche di CO2 e le temperature hanno seguito un comportamento parallelo: a diminuzioni o aumenti delle prime corrispondono diminuzioni o aumenti delle seconde. È però importante essere consapevoli del fatto che comportamenti paralleli di questo tipo non implicano necessariamente una relazione di causa-effetto; e, dovesse essa esserci, non rivelano qual è la causa e quale l’effetto. In particolare, sembra che gli aumenti di temperatura alla fine delle ultime tre ere glaciali abbiano preceduto (e non seguito) corrispondenti aumenti di concentrazione di CO2. Purtroppo, le incertezze di questo dato non permettono di assumerlo per assodato e definitivo. In ogni caso, non vi è dubbio che la Terra potrebbe riscaldarsi per altre ragioni – l’attività solare, ad esempio - che disturbino il bilancio tra la radiazione proveniente dal Sole e quella che la Terra rispedisce indietro nello spazio.

Alcuni, infatti, ritengono che le variazioni di temperatura registrate negli ultimi 150 anni siano da attribuire esclusivamente a variazioni dell’attività solare. In particolare, il numero delle macchie solari (osservabili facilmente con un modesto telescopio) è stato accuratamente registrato negli ultimi 400 anni (e segue un ben noto ciclo con periodo di 11 anni). Ed effettivamente, esattamente come avveniva tra concentrazione di CO2 e temperatura della Terra, si è osservato che, nel tempo, l’attività solare e le temperature hanno seguito un comportamento parallelo (...).

Solo che, in questo caso – dovesse esserci una relazione di causa-effetto – non ci sarebbero dubbi sull’attribuzione della causa e dell’effetto. Va però detto che il tentativo di valutare, dagli aumenti osservati di attività solare, la consistenza degli aumenti di temperatura attesi, ha portato alla conclusione che questi sono inferiori agli aumenti di temperatura osservati. Allora, vi è, forse, ancora spazio per attribuire all’uomo almeno una parte dell’aumento di temperatura osservato (ammesso che esso sia reale). Per cercare di togliersi il dubbio non c’è altro da fare che affidarsi a modelli matematici e tentare di simulare la realtà al calcolatore.

Questi modelli sono, essenzialmente, dello stesso tipo di quelli che si usano per fare le previsioni meteorologiche, anche se vi sono alcune fondamentali differenze su cui qui non è il caso di soffermarsi. Comunque, ecco in breve come funzionano, almeno per la parte più simile ai modelli di previsione del tempo:

1. la superficie della Terra è suddivisa in cellette bidimensionali da una griglia tracciata lungo i meridiani e i paralleli, e l’atmosfera sopra ogni celletta è quindi suddivisa in strati: l’intera atmosfera è così ripartita in tante “scatole”;

2. entro ognuna di esse si fissano, ad un particolare istante di tempo, i valori delle grandezze fisiche significative (temperatura, pressione, umidità, velocità e direzione del vento, etc.);

3. si usano le equazioni del modello per far evolvere nel tempo la situazione iniziale, calcolando i valori futuri delle grandezze fisiche significative in ogni “scatola”.

L’attendibilità di un modello dipende dalla sua capacità di predire... il passato: si parte dalle condizioni iniziali, poniamo, nel 1860; si usa il modello per riprodurre le condizioni presenti; se queste non sono riprodotte, si modificano le condizioni iniziali e i parametri del modello sino a che non si ottengono da esso previsioni in accordo col futuro (rispetto al 1860) che conosciamo già (cioè sino ad oggi). Questo modo di procedere è senz’altro il migliore possibile, viste le enormi difficoltà del problema; ma non bisogna dimenticare che variando a piacimento un gran numero di parametri si è in grado di riprodurre qualunque cosa si voglia: la verità è che un modello costruito su un numero sufficiente di parametri è in grado di riprodurre tutto e il contrario di tutto da qualunque insieme di dati.

Ad ogni modo, l’Ipcc, in un rapporto firmato da 515 (sic!) autori, osserva che i modelli matematici riprodurrebbero l’attuale riscaldamento globale solo a patto che siano incluse le emissioni antropogeniche di gas-serra, e pertanto conclude che “tenendo conto dei pro e dei contro dei fatti, sembra che vi sia una ben distinguibile influenza umana sui cambiamenti climatici”. Alcuni ritengono la conclusione azzardata. Innanzitutto, a causa dei limiti già detti inerenti a modelli che contengono un gran numero di parametri. In secondo luogo, perché molti modelli considerati dall’Ipcc falliscono quando s’includono in essi i contributi provenienti dagli aerosol, che sono particelle – principalmente di solfati – che si formano dalle emissioni vulcaniche e antropogeniche: includendo gli aerosol, le temperature calcolate dai modelli sono inferiori a quelle osservate. Infine, perché modelli diversi danno risultati molto diversi tra loro, a causa della difficoltà connessa alla trattazione delle masse di nuvole; per includerle appropriatamente nei modelli, bisognerebbe dividere l’atmosfera in “scatole” molto più piccole, e quindi molto più numerose, fatto che renderebbe però impraticabili i già complessi calcoli.

In alcuni casi i modelli hanno dimostrato una più che soddisfacente attendibilità: quando, nel 1991, in seguito alla gigantesca eruzione del vulcano Pinatubo nelle Filippine, la temperatura media globale diminuì di 0.5 gradi, una diminuzione che fu osservata e anche “prevista” dai modelli. L’evento, tuttavia, non può non farci riflettere: se basta un’eruzione vulcanica per diminuire di 0.5 gradi in un anno la temperatura media globale, qual è il senso di preoccuparsi di un’eventuale contributo antropogenico che sarebbe stato la causa di un aumento di 0.6 gradi in 150 anni?

Sembrerebbe, ancora una volta, che il contributo antropogenico alle variazioni di temperatura media globale sia ben mascherato da contributi naturali, ben più importanti e sui quali poco o nulla possiamo fare se non, ove possibile, adattarci.

(1 - continua).

© Libero - Free.

Addendum.
Sul trattato di Kyoto, da questo stesso blog:
Negazionismo ambientalista
Il protocollo di Kyoto fa bene a chi non lo firma

Letture fortemente consigliate:
What is at risk is not the climate but freedom, di Vaclav Klaus
Global Cooling, su The Right Nation

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