venerdì, giugno 30, 2006

L'Unità perde copie e soldi? Colpa del governo Berlusconi

giovedì, giugno 29, 2006

Urne (funerarie)

Clemente Mastella, ministro della Giustizia, Udeur: «Se il centrosinistra non ritrova la sua unità sull'Afghanistan, allora è meglio tornare a votare».

Massimo D'Alema, ministro degli Esteri, Ds: «E' in gioco la credibilità di una maggioranza politica, che non può che contare sulla maggioranza parlamentare anche per le sue scelte di politica estera».

Arturo Parisi, ministro della Difesa, Dl: «Se la maggioranza di centrosinistra venisse meno sull'Afghanistan sarebbe necessario tornare alle urne e sciogliere il Parlamento».

Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, Prc: «La conseguenza inevitabile di una rottura con il centrosinistra sulla politica estera è la caduta del governo, le elezioni anticipate o la formazione di una nuova maggioranza neocentrista».

mercoledì, giugno 28, 2006

Così la sinistra straccia il regolamento e mette il bavaglio al Senato

Il regolamento del Senato parla chiaro. All'articolo 93 stabilisce che esistono una cosa chiamata "questione pregiudiziale", ovvero la richiesta «che un dato argomento non debba discutersi», e una cosa chiamata "questione sospensiva", vale a dire la richiesta che «la discussione o deliberazione debba rinviarsi». Esse possono essere proposte «da un Senatore prima che abbia inizio la discussione». Particolare fondamentale: «La discussione non può proseguire se non dopo che il Senato si sia pronunziato su di esse». Insomma, qualunque senatore, purché lo chieda nei tempi debiti, può proporre la questione pregiudiziale o lo sospensiva, che hanno la precedenza su tutto. Esse debbono essere messe ai voti: se passano, la richiesta è accolta. Sembra tutto molto comprensibile. E invece no.
Martedì 27 giugno il senatore forzista Lucio Malan annuncia che il giorno dopo, in vista della discussione sul decreto di "spacchettamento" dei ministeri, intende avanzare la questione pregiudiziale. Il resoconto stenografico della seduta pomeridiana di martedì 27 giugno riporta testualmente le seguenti parole di Malan: «Preannuncio alla Presidenza che domani sul provvedimento seguente, dopo che sarà esaurita con il voto la discussione del disegno di legge in esame (...), intendo prendere la parola per presentare una questione pregiudiziale, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento. Comunico anche l'intenzione da parte del collega senatore Stracquadanio di fare lo stesso, mentre il senatore Pastore intende porre una questione sospensiva. (...) Deposito anche la mia richiesta per iscritto».
Colui che presiede l'aula, il diessino Gavino Angius, non ha (né può avere) alcunché da obiettare. Anzi, fornisce tutte le rassicurazioni possibili: «Senatore Malan, lei non deve avere dubbi sul fatto che saranno preservate tutte le sue prerogative e l'esercizio di esse nella prossima seduta, in quelle future come in quelle passate. (...) Quello che lei ha annunciato rimane sul resoconto ma, lo ripeto, le prerogative sue e dei colleghi ai quali ha fatto riferimento, nonché anche quelle degli altri, saranno assolutamente preservate».
Nella seduta successiva, quella della mattina di mercoledì 28 giugno, le cose vanno però diversamente. Franco Marini, giunto da poco a presiedere la seduta, appena si apre la discussione sul decreto "spacchetta-ministeri", ovvero quando si arriva al momento in cui dovrebbero essere affrontate la questione pregiudiziale annunciata da Malan e la questione sospensiva chiesta da Pastore, passa la parola direttamente al governo, intenzionato a chiedere la fiducia. Marini così viola l'articolo 93 e prova a stabilire un precedente (inaudito in un Parlamento) della primazia del potere esecutivo sul legislativo.
Il resoconto stenografico, particolarmente istruttivo, è il seguente:

PRESIDENTE (Marini). L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 379. Il presidente della 1a Commissione, senatore Mancino, mi ha comunicato che, malgrado tre riunioni della Commissione, non è stato raggiunto un accordo sulla relazione da svolgere in Assemblea e che pertanto non potrà esporre la sua relazione. Ha chiesto di parlare il ministro per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali, onorevole Chiti.

PASTORE (FI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. No, senatore Pastore. Il rappresentante del Governo ha diritto di chiedere la parola quando lo ritiene.

PASTORE (FI). Ma io ho chiesto la parola!

PRESIDENTE. Ministro Chiti, vada avanti!

MALAN (FI). Presidente, si vergogni! Nessuno lo ha mai fatto. Avevamo chiesto noi la parola! (Vibrate proteste del senatore Pastore, che insieme al senatore Malan e ad altri senatori del centro-destra si avvicina al banco del Governo).

PRESIDENTE. Senatore Pastore, la richiamo all'ordine. (Vivissime proteste dal centro-destra).
Invito il Ministro a intervenire.


PASTORE (FI). E' un abuso!

MALAN (FI). Si legga il Regolamento, Presidente!

PRESIDENTE. Senatore Malan, la richiamo all'ordine.

MALAN (FI). Avevo chiesto la parola anche ieri, Presidente! (Vivissime proteste dal centro-destra. Coro dal centro-destra: "Venduti! Venduti!").

CHITI, ministro per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Signor Presidente, come preannunciato nella Conferenza dei Capigruppo di ieri, il decreto-legge n. 181...

ALBERTI CASELLATI (FI). Non è possibile!

MALAN (FI). Ministro, lei non può parlare!

VOCI DAL CENTRO-DESTRA. Fuori! Fuori!

PRESIDENTE. Senatore Malan, la richiamo nuovamente all'ordine.

SCHIFANI (FI). Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ha diritto di parlare il rappresentante del Governo.

CHITI, ministro per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Il Governo pone la fiducia sul decreto-legge n. 181, recante disposizioni urgenti in materia di... (Vivissime e vibrate proteste dai banchi del centro-destra).

MALAN (FI). Non può parlare il Ministro! (Il senatore Malan lancia il Regolamento del Senato verso il banco della Presidenza).

PRESIDENTE. Senatore Malan, la censuro e la espello dall'Aula. (Applausi dal centro-sinistra).
Senatore Malan, fuori dall'Aula!


GUZZANTI (FI). Vergogna! Golpista! (Vivissime proteste dai banchi del centro-destra. Numerosi senatori del centro-destra si avvicinano ai banchi del Governo).

PRESIDENTE. Sospendo la seduta per venti minuti.

Leggere questi documenti, e comprenderli, è importante. Perché tantissimi quotidiani racconteranno questa vicenda come l'ennesimo «golpe» della «destra eversiva».

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martedì, giugno 27, 2006

E ora si apre la caccia alla Lega

A sinistra, al di là delle dichiarazioni di facciata, l'hanno capita bene e nessuno si sta facendo illusioni. I festeggiamenti per la vittoria referendaria sono già archiviati, e nemmeno un'affermazione solida come quella uscita dalle urne per il "no" può garantire più di qualche ora di sorrisi. I problemi che erano sul tappeto alla vigilia del voto sono ancora tutti lì, nello stesso ordine nel quale erano stati lasciati sabato: una maggioranza sempre più impalpabile al Senato; lo sfascio totale dinanzi a ogni decisione di politica estera; l'impossibilità (contabile, prima che politica) di varare una manovra e una Finanziaria 2007 che riescano a tenere insieme risanamento e rilancio dei consumi. Saranno questi temi a decidere la sorte del governo Prodi.
L'unica variabile nuova, rispetto a tre giorni fa, è la Lega. Ed è su essa che si apre infatti la grande partita politica dell'estate. Affossata la devolution, il Carroccio è a un bivio: riprendere la via extra-istituzionale al cambiamento (quella, per intendersi, la cui parola d'ordine è "secessione"), o proseguire nel percorso istituzionale, tenendosi però le mani libere ed essendo pronta a dialogare con tutti, pur restando (almeno oggi, domani chissà) agganciata alla Cdl.
Chi è al governo ha sempre qualcosa in più da offrire, ed è nell'interesse di Romano Prodi e dei Ds fare alla Lega un'offerta appetibile di dialogo sulle riforme. Piero Fassino ha appena sondato il terreno con Roberto Maroni. Se la proposta, alla riapertura delle Camere dopo la pausa estiva, dovesse suscitare l'interesse della Lega, il minimo che l'Unione potrebbe attendersi in cambio è un atteggiamento morbido del Carroccio al Senato, almeno sin quando questa nuova "fase costituente", o comunque la si vorrà chiamare, non sarà conclusa. Per Prodi e Fassino trovare un modo per non morire a Palazzo Madama, problema dei problemi, sarebbe il modo migliore di dare un senso duraturo alla vittoria referendaria.
Silvio Berlusconi, ovviamente, ha l'esigenza opposta: impedire al Carroccio di entrare in fase di trattative con la sinistra. E il modo migliore nel quale può riuscirci è accettare la richiesta di dialogo che avanzeranno Prodi e i Ds, costringendoli così a scoprire le loro carte (ammesso che ne abbiano) dinanzi alla Cdl e, soprattutto, dinanzi agli altri partiti della sinistra. Accentrando poi su di sé la rappresentanza della Cdl al tavolo delle riforme, Berlusconi dovrebbe scongiurare eventuali fughe a sinistra della Lega (vale anche per l'Udc).
Le carte in mano a Berlusconi per scongiurare la diaspora leghista sono due. La prima è sempre il suo amico Umberto Bossi, tendenzialmente contrario a intese con l'Unione. Ma su Bossi, che comunque non disegna alcun corteggiamento, pesa anche l'incognita dello stato di salute, che si riflette anche sul suo peso all'interno del partito, sebbene la leadership del Senatùr, al momento, resti ufficialmente indiscussa. La seconda carta di Berlusconi è la sinistra dell'Unione: Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani. Sono e restano gli alleati più fedeli di Prodi, ma vedono come una pietra tombale sul loro futuro di governo ogni ipotesi di "maggioranza variabile" o di accordo con qualsiasi componente della Cdl. Al momento, la seconda carta sembra assai più affidabile della prima.

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lunedì, giugno 26, 2006

Provano a fregarsi anche i Simpson

Che nostalgia per gli apparatnik di una volta, per quei compagni dalle categorie solide, robuste come i televisori da 120 chili l'uno che uscivano in quei giorni dalle fabbriche sovietiche. Manichei quanto si vuole, ma vivaiddio refrattari ai facili entusiasmi e alle ideologie alla moda, alle contaminazioni fatue. Gente con cui litigare era un piacere. Oggi, sostituite le ideologie con i veltronismi, i sinistri si propongono con idee dello spessore di un foglio di carta velina, una profondità d'analisi che non riesce ad andare oltre sillogismi da prima elementare, tipo «è trendy, quindi è di sinistra».
Così, con la stessa superficialità con cui, accanto a figure grandi e tragiche come Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti e Leon Trotsky hanno provato (cito solo i casi recenti) a mettere nel loro album di famiglia le foto di signori del calibro di don Lorenzo Milani, Giovanni Paolo II, Albert Einstein e Marilyn Monroe, stanno cercando adesso di fregarsi Homer Simpson e famiglia.
Qui, su Repubblica.it, è possibile vedere il servizio relativo a quella che è a tutti gli effetti una signora notizia: tempo un anno (07-07-2007) e le avventure dei Simpsons arriveranno nelle sale cinematografiche. Il servizio inizia come si deve: la notizia è messa in testa, il montaggio è divertente. A un certo punto, però, si capisce dove il tutto voglia andare a parare: i Simpsons, con una scelta di vocaboli che messi in fila così non si vedevano da qualche decennio, sono descritti come creature «alternative al sistema televisivo dominante» (sic), insomma un prodotto della controcultura americana. La gente che li osserva in televisione (tipo l'autore di questo blog...) dichiara automaticamente di fare parte di un gruppo che «non si riconosce nelle scelte di Bush». Strumentalizzazione un tanto al chilo che si poggia sulla citazione del misconosciuto liberal di turno, ovviamente canadese, e del suo libro "generazionale" che nessuno all'estero sembra aver preso sul serio (gli interessati possono leggere, alla pagina linkata, i voti e i commenti inviati dai lettori ad Amazon, specie quello del lettore che scrive: «Turner probably could have spared us his rather nebulous take on the Simpsons' place in the political landscape of today, and I will admit that some of this book reads a bit like a textbook for a course at some small liberal arts college»).
Si potrebbe notare che tra i personaggi più maltrattati dalla serie ci sono icone liberal come Bill Clinton e Al Gore (al pari dei loro corrispettivi repubblicani). Oppure che i Simpsons sono un prodotto delle factory di Rupert Murdoch, tycoon accompagnato da una solida fama di conservatore, sebbene - e sensatamente - non disdegni di trattare e raggiungere accordi anche con governi di sinistra, quando ne vale la pena. Di certo, non si tratta di una produzione "alternativa" all'establishment televisivo: semmai, al contrario, ne rappresenta uno dei maggiori successi recenti.
La verità, come spesso capita, è molto banale: i Simpsons non sono né liberal né conservative, non guardano in faccia a nessuno. Non se lo possono permettere: l'unica cosa cui tengono sono i soldi, cioè l'audience. E' per questo che sono fatti così bene: sono un prodotto del capitalismo anglosassone, l'unica cosa che funzioni su questo pianeta.

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sabato, giugno 24, 2006

Tutte le bugie della sinistra sul referendum

Basta leggere le dichiarazioni di quasi tutti gli esponenti dell'Unione o sfogliare i quotidiani d'area per capire come l'informazione sul referendum, a sinistra, sia ridotta al riciclaggio dei peggiori luoghi comuni. «Vogliono spaccare in due l'Italia», titola oggi lucidamente l'Unità (strano, di solito dicono che la vogliono spaccare in venti pezzi). Incalza truculento Romano Prodi: «La devolution spacca l'Italia in due, tra ricchi e poveri». Per il peggiore presidente della Repubblica che qui si ricordi siamo davanti allo «stravolgimento totale della costituzione». Mentre la ministra Rosi Bindi dà prova del suo perenne conflitto con la logica sostenendo che la riforma della costituzione fatta a norma della costituzione è «una manovra anticostituzionale» (si presume perché non l'hanno fatta loro, a differenza di quel capolavoro che è il federalismo di Bassanini). Insomma, stanno dando ancora una volta il peggio di loro stessi, ricorrendo alla demonizzazione più becera senza spiegare, testi alla mano, la fondatezza delle cose che dicono.
La verità è che su tutti i temi oggetto della polemica in materia di devolution (sanità, scuola, sicurezza) la riforma costituzionale della Cdl o non cambia nulla o riforma in senso addirittura centralista il testo attuale della Costituzione, quello ridisegnato dall'Ulivo due legislature fa.
Discorso identico per i poteri del premier, spauracchio agitato per far credere agli indigeni che è pronto l'avvento del nuovo Mussolini: in realtà il Parlamento resta sovrano e il premier, che pure guadagna alcuni poteri, rimane ostaggio, più di quanto non lo sia oggi, della sua stessa maggioranza.
E per capirlo basta saper leggere. Basta confrontare il testo attuale della Costituzione con il disegno di legge costituzionale che lo modifica.

Premier forte? Magari
Altro che deriva plebiscitaria e democrazia in pericolo. Nella riforma della Cdl del premier forte non c'è nemmeno l'ombra. Come disse a suo tempo Daniele Capezzone, contrario alla riforma per motivi esattamente opposti a quelli del resto del centrosinistra, il premier «è ridotto a "Re Travicello" esposto ai veti e ai ricatti dei suoi "alleati"». Tutto vero: il primo ministro conquista qualche potere, ma resta ostaggio della sua maggioranza. Può sciogliere le camere, ma può essere spedito a casa da singole componenti della sua stessa coalizione. La "norma antiribaltone", infatti, (nuovo articolo 94 della Costituzione) stabilisce che il primo ministro si dimetta «qualora la mozione di sfiducia sia stata respinta con il voto determinante di deputati non appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni». Insomma, il premier non può sostituire la sua base parlamentare con un'altra ed è quindi condannato a subire inerte i diktat di ogni componente della sua maggioranza.
Il suo potere di sciogliere le camere, inoltre, può essere vanificato dai deputati qualora questi, entro venti giorni, presentino e approvino, «con votazione per appello nominale dai deputati appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni in numero non inferiore alla maggioranza dei componenti della Camera, una mozione nella quale si dichiari di voler continuare nell'attuazione del programma e si designi un nuovo primo ministro», come stabilisce il nuovo articolo 27 della costituzione. Da qualunque lato la si voglia guardare, dunque, è il parlamento così come uscito dal voto degli elettori che tiene il premier per le palle, e non certo il contrario.

Sanità
Oggi, come stabilisce il testo attuale della costituzione riformato dall'Ulivo (articolo 117, terzo comma), la sanità è inserita tra le materie a legislazione concorrente, per le quali «spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato». Sembra confuso? Lo è.
Da domani, una volta varata la devolution (art. 39 del disegno di legge costituzionale), la «tutela della salute» esce dalle materie a legislazione concorrente per entrare in quelle a potestà legislativa esclusiva dello Stato. Alle Regioni va poi la potestà legislativa in materia di «assistenza e organizzazione sanitaria». Quindi, con la devolution, la legislazione in materia sanitaria apparterrà allo Stato, la parte organizzativa alle Regioni. Le Regioni, quindi, potranno legiferare, ma solo all'interno della cornice creata dallo Stato. Lo spiegava bene, all'epoca, un bravo costituzionalista di area diessina come Stefano Ceccanti.
Potrà apparire ancora confuso, e magari lo è, ma di certo non rappresenta un decentramento né un incasinamento rispetto alla situazione attuale, voluta dalla sinistra. In questi anni, infatti, nessuno ha capito bene come debba funzionare la sanità «a legislazione concorrente».

Scuola
Oggi allo Stato appartengono le «norme generali sull'istruzione». Il resto della materia è soggetto a legislazione concorrente, «salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale» (art. 117, comma 3 della Costituzione).
Con la devolution, le «norme generali sull'istruzione» restano potestà esclusiva dello Stato. Mentre «organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche», nonché «definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione» diventano potestà legislativa esclusiva della Regione.
Cambia qualcosa? No. Come spiegava ancora Ceccanti, quelle che la devolution assegna direttamente alle Regioni «sono competenze già concesse dal titolo V riscritto dal centrosinistra. E la sentenza 13/2004 della Consulta conferma appunto che le Regioni hanno già quello che la devolution prevede».

Energia, Tlc e infrastrutture
Oggi, si legge nella Costituzione (art. 117, comma 3), «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia», «ordinamento della comunicazione» e «grandi reti di trasporto e di navigazione» sono materie a legislazione concorrente.
Con la devolution, «produzione strategica, trasporto e distribuzione nazionali dell'energia», «ordinamento della comunicazione» e «grandi reti strategiche di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza» diventano materie a legislazione esclusiva dello Stato.
Centralizzazione, quindi.

Sicurezza
Con la devolution, niente polizia regionale. Ma solo «polizia amministrativa regionale e locale». La polizia amministrativa locale già esiste. La differenza è che, con la devolution, le Regioni che vorranno potranno creare una polizia regionale in grado di svolgere solo funzioni puramente amministrative, analoghe a quelle vigili urbani. Che già operano a livello locale. A livello di sicurezza, non cambia nulla.

Clausola di salvaguardia nazionale
Nella devolution spunta la clausola di difesa dell'interesse nazionale (art. 45). In sostanza, un nuovo comma dell'articolo 127 della Costituzione. Che assegna al governo il potere di chiedere alla Regione prima, e se la Regione non fa nulla al Parlamento poi, di annullare una legge regionale qualora ritenga che essa o parte di essa «pregiudichi l'interesse nazionale della Repubblica». Prima una simile norma non c'era, l'Ulivo non ci aveva pensato.

Altro che Italia spaccata in due.

Update. A risultato ottenuto (61,7% per i "no", 38,3% per i "sì"), qui si sottoscrive quanto scritto da Mario Sechi.

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venerdì, giugno 23, 2006

Ma non è uno scontro di civiltà

Kuala Lumpur, Malesia. Lina Joy si è convertita al cristianesimo nel 1998. Ha chiesto che venisse tolta la parola “Islam” dalla sua carta d’identità (che esprime la religione di appartenenza) prima all’anagrafe e poi alla Corte di Appello. Richiesta rifiutata: essendo di etnia malay, Lina Joy è considerata «d’ufficio» musulmana e «non può cambiare religione». Tutte le questioni religiose dei malay vanno giudicate dalla corte islamica e non dalle leggi generali del Paese. Se non verrà riconosciuta come cristiana, sarà costretta a sposare un musulmano con rito musulmano e dovrà sottostare alle leggi islamiche su matrimonio ed eredità.
Il resto della storia qui, su Asia News.

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La crisi del Manifesto e i compagni cannibali

Andrà a finire che il Manifesto si salverà, perché al momento giusto confindustriali, sarti e miliardari alla perenne ricerca di una legittimazione per il fatto di esistere e di essere così ricchi metteranno mano al portafoglio, come sempre accaduto nelle precedenti crisi del quotidiano di via Tomacelli. Poi, si può discutere sul perché questa legittimazione i parvenue a sei zeri se la vadano a cercare dai comunisti, ultimi autorizzati a legittimare chicchessia, ma questo è un altro discorso.
Il Manifesto si salverà, e continuerà a fare la sua bella lotta di classe e a spalare letame su quella ricca borghesia che l'ha tirato fuori dal letame stesso, e sarà comunque una buona notizia, perché è mille volte meglio un giornale in più che un giornale in meno (vedi alla voce pluralismo e bla bla annesso, tutta roba che qui si sottoscrive a occhi chiusi).
Però quel libero mercato che il Manifesto detesta ha la sue buone ragioni per voler vedere fallito il quotidiano comunista. A che serve un quotidiano visceralmente antiberlusconiano, filopalestinese, anti-Bush, quando Corriere della Sera, Repubblica e Stampa ti danno un'informazione ideologicamente identica (salvo gli sprazzi di qualche sempre più isolato editorialista, utile come foglia di fico) a quella del Manifesto, ma assai più completa? A che serve comprare il Manifesto quando i giornalisti delle testate della buona borghesia scrivono ogni giorno le stesse cose, e spesso sono stati prelevati di peso (vedi la Jena) dal Manifesto o da testate affini? Il Manifesto risolverà il suo problema congiunturale (portare un po' di soldi in cassa), ma il suo problema strutturale resterà e non sarà risolvibile, perché riguarda l'impostazione dei nove decimi della stampa italiana.

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giovedì, giugno 22, 2006

L'Italia ha vinto perché è di sinistra

Non sforzatevi troppo per trovare la frase più imbecille del post-partita. E' questa.

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No global, non colpevoli per legge

Una notiziola su Repubblica di oggi. Tutta da leggere.

mercoledì, giugno 21, 2006

Prodi davanti al rompicapo afghano

Riassumendo. Se Romano Prodi non mette la fiducia sul decreto che rifinanzia la missione italiana in Afghanistan e aumenta il contingente militare italiano (prezzo da pagare per scappare dall'Iraq e mantenere rapporti decenti con Washington, se non si fosse capito), ufficializza la fine politica della sua maggioranza, perché alcuni senatori dell'Unione voteranno contro il decreto. Che comunque passerà grazie al voto favorevole dell'Udc. Sarà la certificazione del fatto che la politica estera può essere gestita solo da una maggioranza diversa da quella con cui Prodi è andato al governo. E' la soluzione più probabile, perché è anche la meno rischiosa: Prodi perde la faccia (tanto...), ma non la poltrona.
Se Prodi invece mette la fiducia sul provvedimento, fa rientrare, mugugnanti, buona parte dei dissidenti (facendo accrescere le tensioni dentro l'Unione ben oltre i livelli di guardia), ma rischia comunque di perderne per strada un pugno, e tanti bastano a cambiare gli esiti del voto a palazzo Madama e a mettere le sorti del suo governo nelle mani dei senatori a vita, dal momento che l'Udc non ha alcuna intenzione di votare la fiducia a Prodi.
Terza soluzione: il governo cede alle pressioni della sinistra pacifista e non vara alcun aumento delle truppe italiane in Afghanistan, sconfessando in modo clamoroso l'impegno preso pubblicamente dal ministro della Difesa Arturo Parisi. La maggioranza tiene, ma Parisi può cambiare mestiere. Salta l'accordo con gli Stati Uniti: l'Italia diventa ufficialmente la macchietta dell'alleanza atlantica. Prodi perde la faccia (tanto...).
Morale: comunque vada, Prodi è destinato a pagare un prezzo politico elevato al caos che domina nella sua coalizione in materia di politica estera.

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martedì, giugno 20, 2006

Nessuno voti Caino: parte il blog

A me l'idea che tutti (esclusi autori di stragi di massa e tagliatori di teste, anche io ho i miei limiti) possano avere una seconda opportunità piace molto. E' una cosa liberale. Mi piace molto anche la filosofia del "nessuno tocchi Caino". Però tra il dare una seconda possibilità a chi ha ammazzato e portarlo in Parlamento a rappresentare la nazione c'è una certa differenza. E, per quanta umana solidarietà possa avere nei confronti di Caino, Abele continua a starmi un po' più caro. Insomma, penso prima ai parenti degli uccisi e al loro dolore, poi al resto.
Qui, in questo blog, sono in arrivo tutte le informazioni per aderire alla campagna "Nessuno voti Caino", promossa dal sindacato di polizia Sap e da un'associazione che rappresenta familiari delle vittime del terrorismo. Obiettivo: raccogliere cinquantamila firme per una proposta di legge popolare che renda ineleggibili gli autori di certi reati. Non si tratta di punirli una seconda volta. Si tratta, semplicemente, di non volerli vedere eletti in Parlamento.

Perché Saddam è meglio vivo che morto

di Fausto Carioti
Ieri, a Baghdad, il pubblico ministero ha chiesto la condanna a morte di Saddam Hussein per l’uccisione di 148 abitanti del villaggio sciita di Dujail, ordinata dal rais nel 1982. Ad ascoltare solo ciò che dice la pancia, ci sarebbero molti buoni motivi per accettare con favore l’accoglimento di una simile richiesta da parte del tribunale. E di certo, se questa dovesse essere accolta, non varrebbe la pena di versare troppe lacrime per il dittatore deposto, condotto a giudizio per una parte comunque piccola dei suoi crimini. Ciò nonostante, la speranza è che la chiamata di Saddam nei giardini delle delizie descritti dal Corano, tra frutti abbondanti, vino che non dà ebbrezza e vergini perenni, avvenga per mano di madre natura, e non del plotone di esecuzione. Detta altrimenti, è meglio che nessuno tocchi Saddam.
A chi ha qualche soldo da puntare, il consiglio è di non scommetterlo sulla vita dell’ex dittatore. Intanto il diritto e le consuetudini giudiziarie mediorientali non fanno ben sperare sulla sorte di qualunque imputato, qualora questo sia riconosciuto mandante di 148 omicidi. Ma Saddam non è certo un imputato qualunque e il nodo, manco a dirlo, è politico. La regola non scritta, ma sempre applicata, è che i cambiamenti di regime cruenti trovino il loro culmine nel sacrificio pubblico del tiranno deposto: vale dappertutto - e in Italia ne sappiamo qualcosa - ma vale soprattutto in Medio Oriente. E poi in certi Paesi l’esibizione del cadavere del Nemico continua ad avere un forte valore simbolico, utile ad aumentare lo sconforto nei suoi seguaci, a dare fiducia ai suoi oppositori e a marcare agli occhi di tutti l’entrata ufficiale nel nuovo ordine di cose. Insomma, tutto sembra portare verso la stessa direzione.
Però, se l’obiettivo è quello di trasformare l’Iraq nel (difficile) laboratorio di un nuovo possibile Islam, un Paese del Corano dal volto umano che diventi esempio di tolleranza per Stati confinanti come Iran e Arabia Saudita, dove la barbarie prevale ancora sui diritti, il processo a Saddam rappresenta un’occasione irripetibile. Dichiarare che la nuova democrazia (perché questo è oggi l’Iraq, e non certo grazie ai pacifisti) è più forte degli spettri del passato, al punto da potersi permettere di rispettare la vita del tiranno di un tempo, che tanto ormai non spaventa più nessuno, darebbe al mondo il segnale più evidente che la transizione irachena si sta compiendo nel modo migliore. Non per Saddam, dunque, ma per l’Iraq.
Post scriptum. Ovviamente, qualora Saddam dovesse essere condannato a morte, i primi a intingere il pane nella sentenza sarebbero gli esponenti della sinistra antioccidentale, amici di tutti i dittatori di sinistra, pronti a tirare fuori dai cassetti i soliti slogan ammuffiti sul boia «amerikano» e sullo «Stato fantoccio» iracheno. Ma gli avvocati del macellaio Fidel Castro e di mille altre cause indecenti non hanno alcuna legittimità per giudicare la pagliuzza nell’occhio altrui. Decenza imporrebbe loro di tacere.

© Libero. Pubblicato il 20 giugno 2006.

lunedì, giugno 19, 2006

Caso Savoia, approfittiamone per ridiscutere la legge sulla prostituzione

di Fausto Carioti
Dunque, il pubblico ministero dal cognome intraducibile, Henry John Woodcock, ha scoperto che alcuni ricchi vanno con le prostitute, e che nei posti che frequentano i milionari, tipo il casinò di Campione, è facile trovare signorine piacenti disposte a concedersi in cambio di adeguato compenso. Non per sminuire la portata dell’inchiesta, per carità, ma se il piatto forte delle indagini che hanno condotto a tredici arresti è questo, non si capisce dove sia la ciccia. Da sempre uomini ricchi in cerca di sesso facile e giovani disinibite a caccia di soldi sono fatti per intendersi: ognuno ha qualcosa che l’altro vuole, ed è disposto a cederlo in cambio di qualcosa che l’altro ha. Non occorre quindi aver studiato Adam Smith per capire che sono destinati a finire dentro lo stesso letto anche senza l’aiuto della mano invisibile o del lenone di turno. Poi, siccome non è vero che il mercato è classista, l’esperienza non è limitata ai soli ricchi, ma - democraticamente - possono accedervi anche i meno abbienti, sebbene, come per ogni altro prodotto, con il ridursi del budget la qualità dell’offerta ne risenta.
Incurante di tanto interesse verso la più antica e diffusa forma di scambio spontaneo, la normativa italiana, riformata dalla legge Merlin nel 1958, colloca quelli legati alla prostituzione tra i “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” e, in nome del principio per cui la meretrice è sempre vittima di un losco traffico gestito da altri, colpisce «chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui» (una definizione talmente vaga da aver permesso incriminazioni basate su motivazioni ridicole), ma non punisce né la prostituta (a meno che non adeschi, ma si tratta di reato che viene contestato sempre più di rado) né il suo cliente: i loro comportamenti, secondo formula giuridica tartufesca, sono ritenuti “illegittimi, ma non illeciti”.
Le domande sono tante. Alla più importante, e cioè se la legge Merlin sia servita a limitare la prostituzione, la risposta è un “no” secco. Il mercato del sesso, si passi la battuta, oggi “tira” come non mai: compagnia a pagamento viene offerta per strada, su Internet, negli annunci sui giornali, per tutti i gusti e tutte le tasche. Il difficile, semmai, per i clienti deve essere quello di orientarsi in un’offerta sempre più vasta e - come dire - diversificata. Altri problemi da considerare sono la diffusione delle malattie per via sessuale, la sicurezza, l’ordine pubblico, la dignità di certi quartieri, sottratti per metà della giornata a chi vi abita per diventare luogo di incontri a pagamento. Agli spazzini, il mattino dopo, il compito di cancellare le tracce per poter continuare a fingere che nulla sia accaduto. Ultima, ma non per importanza, la condizione delle professioniste del sesso: rispetto a quando lavoravano nelle case chiuse, la loro vita è migliorata o peggiorata? Quelle che non hanno clienti dal portafoglio principesco, in che condizioni vivono? Più si guardano i risultati che ha prodotto, più la normativa attuale appare inadeguata e ipocrita.
Ecco, non sarebbe male se la scoperta dell’acqua calda fatta dal dottor Woodcock diventasse il pretesto per aprire una riflessione politica sulla sensatezza della normativa italiana in materia di prostituzione, invece che avviare l’ennesimo tormentone giudiziario in cui tutti moraleggiano, ma alla fine del quale ogni cosa resta come prima, prostitute in piazza comprese. Non si tratta di liberalizzare il sesso a pagamento, perché più libero di così non potrebbe essere. Si tratta, invece, di discutere se legalizzarlo e sottoporlo a regole: di ordine pubblico, sanitarie e fiscali.

© Libero. Pubblicato il 18 giugno 2006.

sabato, giugno 17, 2006

Più avanti, più su, più giù, più oltre

di Fausto Carioti
Sul serio: se ne sentiva la mancanza. Era dal lontano 13 giugno 2006 che dagli intellettuali italiani non partiva un’iniziativa in difesa della democrazia e della sacralità della costituzione, ovviamente minacciate dai propositi eversivi di Umberto Bossi e della Casa delle Libertà. Claudio Abbado, Umberto Eco, Inge Feltrinelli, Dacia Maraini e altri intellettuali milanesi avevano avvertito gli italiani che «alcuni diritti fondamentali, da tempo acquisiti, sono oggi in pericolo» a causa della riforma disegnata dalla Cdl. Quindi, tre lunghi giorni di sonno delle coscienze, che hanno fatto temere il peggio per la fibra morale del Paese. Ora, finalmente, un raggio di luce nel buio della democrazia: la costituzione italiana riceverà il premio Strega, massima onorificenza letteraria italiana. Un riconoscimento, spiegano gli organizzatori, voluto dalla «unione di scrittrici e scrittori, intellettuali, donne e uomini di cultura promossa da Goffredo e Maria Bellonci, che assegna annualmente il premio». Due piccioni con una fava. Da un lato, finalmente, si assegna lo Strega a un libro che è stato letto da qualcuno, oltre che dai giurati. Ed è una bella novità. Dall’altro, con il puntuale rinnovarsi della liturgia dell’appello alle masse alla vigilia della chiamata alle urne, si mantiene viva la funzione salvifica dell’intellettuale di sinistra, ben descritta da Stefano Satta Flores, prototipo della categoria, in “C’eravamo tanto amati”: «L’intellettuale è più avanti, più su, più giù, l’intellettuale è più oltre».
L’edizione speciale del premio Strega sarà assegnata alla costituzione durante una cerimonia che si terrà in Campidoglio il 21 giugno. Lo ritirerà, in nome e per conto della costituzione, Oscar Luigi Scalfaro, scelto probabilmente anche per la sobria imparzialità che caratterizzò la sua azione nei sette anni trascorsi al Quirinale e che gli elettori di centrodestra ancora oggi ben ricordano e apprezzano nel modo dovuto. Per l’occasione, la Utet ha pubblicato un’edizione speciale della costituzione. Lì, nell’introduzione, il linguista Tullio De Mauro, ex ministro dell’Istruzione ai tempi dell’Ulivo e per decenni organico al Pci, loda l’impegno di chi contribuì a «tessere la trama civile e democratica dell’Italia rinata alla libertà». Un De Mauro, si presume, animato dallo stesso senso dello Stato con cui, nel 1971, assieme ad altri intellettuali, firmò una lettera aperta al procuratore della repubblica di Torino, dichiarandosi solidale con chi gridava «lotta di classe, armiamo le masse» e condividendo la volontà di «combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento». Prevedibile come il suo voto in favore del governo Prodi, poi, ieri è arrivata la dichiarazione di Carlo Azeglio Ciampi, il quale ha annunciato che al referendum del 25 e 26 giugno voterà contro la riforma costituzionale della Cdl, in sintonia con il centrosinistra.
In attesa di mettere nella teca il prezioso volume della Utet, ci si può interrogare su quale sia la reale anomalia italiana. Se sia nella devolution e nel premierato disegnati da Umberto Bossi, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, o in una classe intellettuale che, invece di essere fattore di cambiamento ed evoluzione del Paese, come dovrebbe avvenire in un Paese avanzato, si batte solo per la conservazione dell’esistente. Se abbia senso, ad esempio, che mentre altrove le costituzioni e le altre leggi importanti vengano riscritte per adeguarsi a un mondo che cambia, qui in Italia basti annunciare il proposito di mettere mano a un testo scritto sessant’anni fa per essere automaticamente accusati di eversione. Se sia normale che chi difende a spada tratta ogni articolo della costituzione finga di non vederne uno dei più importanti: l’articolo 138, che stabilisce la procedura di revisione dalla carta, eventualità che i costituenti avevano previsto e regolato.
Per inciso, la fondazione Magna Carta, vicina all’ex presidente del Senato Marcello Pera, ha presentato un documento firmato da 42 costituzionalisti e accademici che chiedono di votare “sì” al referendum. Un documento privo di quell’odio ideologico e dei toni da crociata che caratterizzano quasi tutti gli appelli lanciati da sinistra in questi giorni. Spiega in che modo il testo costituzionale riscritto dalla Cdl rafforzi i poteri del primo ministro, affidi al presidente della Repubblica un vero ruolo di garanzia, superi l’anomalia italiana del bicameralismo perfetto, riduca - meritoriamente - di un quinto il numero dei parlamentari e metta una pezza ai molti errori introdotti dal federalismo voluto dall’Ulivo, anche restituendo allo Stato funzioni che erano state affidate alle regioni da parte del centrosinistra (che ora, ovviamente, grida allo smembramento dell’Italia per mano della Cdl).
Forse ha ragione Paolo Flores D’Arcais, nel denunciare, assieme a Dario Fo, Carlo Lucarelli ed Erri De Luca, che «premi come lo Strega sono il segno di un grave deterioramento di stile. I giornali smettano del tutto di darne notizia, finché non vi ritorneranno garanzie di correttezza e trasparenza». Oddio, il direttore girotondino di Micromega e gli altri intellettuali di sinistra queste cose le hanno dette nel maggio del ’98, ma a leggerle bene è come se le avessero pronunciate ieri, tanto suonano attuali. Niente da dire: quando uno è più avanti, è più avanti.

© Libero. Pubblicato il 17 giugno 2006.

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venerdì, giugno 16, 2006

C'è un Prodi che ha detto una cosa sensata. Non è Romano

La notizia è di quelle grosse. C'è un Prodi in grado di non dire banalità, di fare discorsi politicamente e logicamente coerenti. Di comportarsi da cattolico adulto, ovvero non a perenne rimorchio della sinistra. Almeno nelle occasioni importanti. Vittorio, fratello di Romano, europarlamentare, eletto ovviamente nelle liste dell'Ulivo, ha votato "no" al finanziamento della ricerca sulle staminali embrionali.
La sua posizione l'ha spiegata così: «Sono convinto che l'embrione non vada considerato una cosa da utilizzare in maniera disinvolta, bensì una persona. E poiché la nostra convivenza è basata sul rispetto della persona, da questo la ricerca non può prescindere, nemmeno se è a fine di bene per altre persone. (...) La mia convinzione deriva da un'osservazione: nel processo di formazione di una persona l'unica vera discontinuità è data dalla fecondazione dell'ovulo con uno spermatozoo. E siccome si forma una cellula con il patrimonio genetico di una persona, la mia scelta non può che essere conseguenziale».
Lineare, impeccabile. Allontanarsi dal ragionamento su quella «unica vera discontinuità» equivale infatti ad arrampicarsi sugli specchi. Una posizione, peraltro, opposta a quella che il governo Prodi ha preso attraverso il ministro Fabio Mussi.
Va da sé che vedere non solo l'Unione sfasciata su un tema così importante, ma la stessa famiglia del premier trovarsi agli antipodi, conferma il grande caos in cui si trova la sinistra. Vale ormai per ogni argomento, dalle tasse alla politica estera, ma quando sul tavolo appaiono certi temi vale ancora di più.

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giovedì, giugno 15, 2006

Per sopravvivere Prodi è costretto a giocarsi tutto

Alla fine Romano Prodi ha preso l'unica decisione logica, nonché la più rischiosa: giocarsi il tutto per tutto ogni volta al Senato. Il voto di fiducia annunciato per il provvedimento di riordino dei ministeri (che di fatto abroga la riduzione dei dicasteri introdotta dall'Ulivo con la riforma Bassanini, complimenti per la coerenza) è il primo di una lunga serie di votazioni di fiducia che verranno. Una mossa obbligata, perché è l'unica in grado di costringere tutti i senatori interessati alla sopravvivenza del governo dell'Unione (inclusi quelli a vita e gli eletti all'estero) ad essere presenti in aula, condizione indispensabile per riuscire a far passare ogni provvedimento. Una mossa rischiosissima, perché basta perdere una volta e vanno tutti a casa.
Il recente voltafaccia del senatore dell'Italia dei Valori Sergio De Gregorio e l'atteggiamento in apparenza ondivago, in realtà calcolatissimo, del senatore indipendente eletto all'estero Luigi Pallaro, che qual piuma al vento vota ora con l'Unione e ora con la Cdl, assieme al serrato corteggiamento cui i partiti del centrodestra sottopongono i peones dell'Unione più vulnerabili, alla veneranda età dei senatori a vita e agli impegni intercontinentali degli eletti all'estero, renderanno ogni votazione di fiducia un appuntamento vietato ai deboli di cuore. E se c'è una regola nella politica italiana, è che alla lunga (ma spesso anche alla breve) le spinte entropiche hanno la meglio sulla tendenza all'ordine. Se qualcosa si può sfasciare, in Italia di solito si sfascia.
Nessuno, nemmeno nella Cdl, si fa illusioni che il governo cada già alla prossima votazione di fiducia, che avverrà dopo il referendum: queste votazioni riescono però a logorare la maggioranza, ad accumulare risentimenti nei senatori dell'Unione, a far crescere in loro la tentazione di annusare l'aria che tira dalla parte opposta per vedere di nascosto l'effetto che fa. Che la situazione a palazzo Madama sia disperata per il centrosinistra lo dicono per primi quelli della stessa maggioranza. Il Manifesto ieri ha scritto chiaro e tondo che ci sono due fronti ad altissimo rischio nell'Unione: quello dei cattolici («ove su tutte le scelte che riguardano la bioetica - e magari la religione in generale - si formasse in Parlamento una maggioranza diversa da quella che sostiene il governo, la situazione diventerebbe in breve insostenibile») e quello dei dipietristi (senatori che il leader dell'Italia dei Valori «ha frettolosamente messo insieme, e sulla cui fedeltà allo stesso Di Pietro ogni dubbio è lecito», scrive sensatamente il Manifesto). Enrico Boselli, leader dello Sdi, dice ora che il rischio di cadere per un soffio è concretissimo, mentre Clemente Mastella già ipotizza che il famoso panettone finirà per mangiarlo qualcun altro.
Del panettone sentiremo parlare molto nei prossimi mesi, comunque vada il referendum sulla devolution. Perché è chiaro che la partita si gioca tutta sulla Finanziaria e i suoi emendamenti, destinati ad essere la via crucis della maggioranza. Nella migliore delle ipotesi Prodi e Tommaso Padoa Schioppa a palazzo Madama dovranno ingoiare i diktat dei De Gregorio di turno in materia di stanziamenti clientelari: se ogni voto è decisivo, ogni senatore ha un potere contrattuale (in linguaggio politicamente scorretto: potere di ricatto) enorme. Nell'ipotesi peggiore per l'Unione (e come detto basta che questa si verifichi una volta sola, dato che si tratterà di votazioni di fiducia), game over. Basteranno un raffreddore o un'influenza di troppo, reali o fasulli che siano. E la Finanziaria si vota in autunno.

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mercoledì, giugno 14, 2006

Il curriculum giusto

Segnalazioni per rifiuto di indicazioni sulla propria identità personale; produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope; agevolazione dell'uso di suddette sostanze; reati contro l'ordine pubblico; oltraggio, resistenza e violenza; reati contro l'incolumità pubblica; lesioni personali; blocco stradale; inosservanza dei provvedimenti dell'autorità; reati contro la pubblica amministrazione; danneggiamento; porto abusivo e detenzione di armi; reati contro lo Stato.
Arresto per reati contro l'ordine pubblico; oltraggio, resistenza e violenza.
Condanna per fabbricazione o detenzione di materie esplodenti; oltraggio, resistenza e violenza.
E' il lungo curriculum giudiziario (tutto su Libero di oggi) di Daniele Farina, classe 1964, leader storico del centro sociale Leoncavallo, eletto alla Camera nelle liste di Rifondazione Comunista. Un curriculum che inizia nel 1986 e arriva sino al gennaio del 2006.
A Montecitorio Farina è vicepresidente della Commissione Giustizia.

Update. Ed ecco la risposta di Farina: «Sono stato assolto. Non ho più nessun procedimento in corso che mi riguardi. C'è solo la storia del Leoncavallo che è però una storia collettiva che non riguarda solo me».

martedì, giugno 13, 2006

Italiani, brava gente

Mentre in Italia c'è chi piange la morte del tagliagole, a Bagdad il blogger Mohammed Fadhil, in un post finito tra gli editoriali del Wall Street Journal di oggi, cita la frase, perfetta nella sua crudezza e semplicità, di un commentatore iracheno:

«I used to be against killing people because of their perverted opinions or their anti-freedom doings but after I have seen and lived through their terrorism and anti-humanity extremism I say now that the only solution is to end the life of those who are not even humans. They poison the minds and thoughts of sane people.
People, let the world live in freedom and happiness…
I say it to all the sane and rational people; congratulations on the death of Zarqawi».

Chiosa Fadhil:
«I couldn't agree more, so if you are sane, come celebrate the moment with us, but if not, get prepared to mourn more demons».

Fosse per l'attuale governo italiano, questo qui sarebbe già morto da un pezzo.

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lunedì, giugno 12, 2006

Il governo Prodi disgusta anche la stampa di sinistra

Finché erano Corriere della Sera e Stampa a scaricare Romano Prodi e il suo governo da operetta, i cui ministri fanno a gara a chi spara la bischerata più grossa (soprattutto dopo che il presidente del consiglio, imbarazzato, aveva chiesto loro di non metterlo più nei guai, a conferma del carisma del personaggio), nessuna sorpresa: fa parte della partita che giocano Paolo Mieli e i suoi emuli, che è cosa ben diversa da quella del centrosinistra. Ora, però, hanno iniziato a esprimere il loro disgusto anche Unità e soprattutto Repubblica. Ed è tutto un altro discorso.
Prima il quotidiano di Antonio Padellaro, doverosamente, si vergogna in prima pagina per il nuovo record di sottosegretari imbarcati da Prodi. Non è solo una questione contabile. E' una questione politica: il governo è fatto di 102 uomini perché molti incarichi da sottosegretario sono stati assegnati con il manuale Cencelli, e cioè in base a logiche legate agli equilibri di partito e non alla qualità dei personaggi. Il verde Paolo Cento, ad esempio, è tipo simpatico e pittoresco, ma come sottosegretario all'Economia non ci azzecca nulla. E così molti altri come lui. Col risultato che Prodi è stato costretto, accanto ai sottosegretari che gli hanno imposto i partiti, a metterne altri con un minimo di competenza tecnica (per fare il sottosegretario all'Economia sul serio, ad esempio, occorre conoscere nel dettaglio i meccanismi della finanza pubblica, e aver passato l'esame di Economia Politica 1 è solitamente considerato requisito preferenziale). Moltiplicate questo processo per ogni dicastero e per ogni partito dell'Unione, e arrivate al numero magico di 102 (per ora). Sarebbe da rivedere la registrazione di Tetris, trasmissione condotta da Luca Telese, andata in onda tre giorni dopo il voto. In studio, alla presenza del sottoscritto e di altri due giornalisti, nonché dello stesso Massimiliano Cencelli, due "menti" uliviste come Arturo Parisi e Giovanna Melandri assicurarono che mai e poi mai il governo Prodi sarebbe stato creato tenendo in mano il famoso manuale.
Il carico, però, ce l'ha messo nientemeno che Eugenio Scalfari, nel suo editoriale domenicale dell'11 giugno su Repubblica. Iniziava così: «Il governo Prodi sta dando, almeno per ora, un'immagine di sé scomposta, sciancata, mediocre. Analoghe sensazioni suscita la maggioranza parlamentare che dovrebbe sostenerlo». Proseguiva in questo modo: «Emergono spinte centrifughe nella coalizione di governo, si accentua la nefasta gara mai sopita alla visibilità dei partiti, la corsa agli incarichi, l'affanno delle mediazioni infinite. Continua l'aumento della falange di sottosegretari, le liti sullo spacchettamento delle competenze ministeriali, le dispute su temi che il programma di governo pretendeva d'aver risolto una volta per tutte. Questo il quadro desolante che rischia di dissipare una parte del credito e delle aspettative riposte in Prodi e nella sua squadra, ancora così poco coesa da far temere l'avverarsi delle peggiori previsioni». E - nella parte dedicata agli sconquassi della maggioranza - si concludeva con un sensatissimo avvertimento: «Una cosa debbono temere i dirigenti del centrosinistra: che la verifica sia chiesta a tutti loro da chi ha loro dato consenso e ora dubita dei risultati. Non c'è molto tempo a disposizione, anzi ce n'è assai poco». E sarebbe un peccato, perché qui è da parecchio che non ci si divertiva tanto.

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Livio Garzanti contro la gauche italiana

«Il Sessantotto in Francia è durato due o tre giorni, in Germania li hanno accoppati, da noi è arrivato tardi, alla fine del '69, ed è durato un tempo infinito: una cultura del cavolo, volevano fare gli eroi senza i fucili dei partigiani».
«Quella del Sessantotto è la stessa cultura di tanti ministri voltagabbana di oggi. Potrei dare lezioni sulla moralità degli inglesi o dei francesi e sulla fragilità dell'intellettuale italiano».
«Giulio Einaudi non l'ho mai conosciuto, ma era un presuntuso senza cultura propria. Ha imposto la sua forma di presunzione a tutta la cultura italiana. Era un comunista megalomane».
Chi parla è l'editore Livio Garzanti, in un'intervista tutta da leggere sul Corriere della Sera.

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venerdì, giugno 09, 2006

Al Zarkawi è morto e a sinistra c'è chi lo piange

di Fausto Carioti
Nunc est bibendum, adesso si può brindare. La morte di un uomo può essere una bella notizia, se l'uomo in questione era il giordano Abu Musab al Zarqawi, terrorista islamico, tagliatore di teste, organizzatore di attentati e responsabile (fu lui a dare il via libera agli esecutori) della strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, in cui morirono diciannove italiani. Nessuno si illude che la sua uccisione, avvenuta mercoledì per mano americana e resa nota solo ieri, basti a trasformare l'Iraq in una Svizzera musulmana. Ma le due bombe da 230 chilogrammi lanciate dagli F-16 statunitensi sul tagliatore di teste sono state un brutto colpo per la premiata macelleria islamica di al Qaeda, di cui al Zarqawi era il rappresentante in Mesopotamia. La sua uccisione vuol dire molte morti e molte sofferenze in meno. Soprattutto, la foto del suo cadavere - subito diffusa dal Pentagono - fa bene al morale di chi pensa che il terrorismo debba essere contrastato con le armi, e non con le chiacchiere e il "dialogo". (C'è sempre qualcuno che preferisce dialogare con i macellai piuttosto che assumersi le proprie responsabilità. Anche negli anniTrenta, in Europa, c'era chi preferiva discutere gli equilibri geopolitici insieme ad Adolf Hitler piuttosto che trovare il coraggio di affrontarlo con le maniere forti. A loro Winston Churchill, nel 1938, disse: «Potevate scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore. Avrete la guerra». Con il terrorismo islamico la morale non cambia).
La morte di al Zarqawi fa poi giustizia di tutte le dietrologie che a sinistra, ma in minima parte anche in una certa destra, si erano create attorno alla sua figura. Le abbiamo lette tutti: quelle tesi cospiratorie che hanno facile presa sugli individui già imbevuti di odio antiamericano, teorie secondo le quali al Zarqawi e Osama Bin Laden “fanno comodo” agli stessi americani, i quali si sarebbero guardati bene dallo stanarli proprio per poter continuare a usarli come pretesto per “occupare” Iraq e Afghanistan. Sostengono questi deliri gli stessi che vanno in televisione a dire che gli attentati dell’11 settembre sono stati organizzati dalla Cia, perché non riescono a concepire che venga commesso un qualunque crimine nel mondo che non sia addebitabile a Washington. La verità è che al Zarqawi, il più giovane e pericoloso della cupola di al Qaeda, ora è cadavere, e gli altri vertici dell’organizzazione - quelli ancora in vita - si preoccupano soprattutto di nascondersi.
Così, adesso che il terrorista è stato ucciso dagli americani, gli antioccidentali italiani si trovano spiazzati e divisi. Da una parte (la madre degli imbecilli è sempre incinta) quelli che sostengono che al Zarqawi è stato ucciso perché non più “funzionale” al disegno “imperialista” a stelle e strisce, in base al principio che per ogni balla che viene confutata occorre crearne un’altra assai più grande. Dall’altra, quelli che proclamano «un giorno di lutto» e piangono la morte dell’«importante capo guerrigliero», come fanno i compagni del campo antiimperialista, amici e finanziatori della sedicente resistenza irachena. Al Zarqawi come Che Guevara, ci è mancato solo il fotografo di regime (per Guevara fu Alberto Korda, autore dell’immagine più famosa dell’assassino argentino) che ne tramandasse ai posteri l’icona da stampare sulle magliette dei bamba di domani.
I capi di Stato che hanno a cuore la sconfitta del terrorismo ieri hanno festeggiato. Il presidente americano, George W. Bush, ha rilasciato una dichiarazione lunga e realistica, nella quale l’ottimismo finale è apparso giustificato, non un semplice espediente retorico: «Ci attendono giorni duri in Iraq, che metteranno alla prova la pazienza del popolo americano. Eppure gli sviluppi di queste ultime 24 ore ci danno una nuova fiducia nel risultato finale di questa lotta: la sconfitta della minaccia del terrorismo e un mondo più pacifico per i nostri figli e nipoti». Soddisfazione anche da parte del primo ministro inglese, Tony Blair, che ha ribadito la «totale determinazione» del suo governo a portare avanti la guerra al terrorismo. Commenti non molto diversi sono arrivati da tutti i leader occidentali. Di uno solo, fino a tarda serata, non vi erano tracce: Romano Prodi.
Il presidente del consiglio italiano, più che alla notizia di cui ieri ha discusso tutto il mondo, è apparso interessato a definire “folkloristici” i suoi alleati, a ribadire il suo disprezzo per gli elettori del centrodestra e a dire alla stampa tedesca che Silvio Berlusconi ha «schiavizzato» l’Italia, per poi smentire chi ha pubblicato le sue parole e farsi da questo smentire a sua volta. Insomma, un premier imbarazzato e imbarazzante, avvolto nei problemi della sua coalizione al punto da trascinarseli appresso anche quando parla all’estero, e allo stesso tempo incapace di far sentire la propria voce sullo scenario internazionale nelle occasioni più importanti, persino con una banale dichiarazione. C’è da capirlo: la fine di al Zarqawi, per lui, non poteva arrivare in un momento peggiore. Appena il suo governo ha annunciato il ritiro di tutti i militari italiani dall’Iraq, gli americani hanno mostrato sul tavolo dell’obitorio la prova che il terrorismo si può sconfiggere, a condizione di avere una forte volontà politica di combatterlo. Proprio ciò che manca al governo Prodi. Ha scelto il disonore, e se alla fine non avrà la guerra sarà solo per merito di altri.

© Libero. Pubblicato il 9 giugno 2006.

Post scriptum. Come sempre in questi casi, non ci si può perdere il bravissimo Enzo Reale.

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giovedì, giugno 08, 2006

Senatori a vita vs Sovranità popolare

di Fausto Carioti
Possono i senatori a vita ribaltare il giudizio degli elettori, consegnando il Senato a una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne? La risposta, in punta di diritto, è ovvia: a norma della Costituzione niente vieta ai sette di essere la stampella che terrà in piedi Romano Prodi e il suo governo da qui alla fine della legislatura. Da un punto di vista politico, però, lo stravolgimento degli equilibri usciti dalle urne per mano di chi non è stato eletto da nessuno (tre senatori a vita sono tali “di diritto”, in quanto ex presidenti della Repubblica, e quattro lo sono per nomina presidenziale) rappresenta un calcio alla sovranità popolare.
Se il ruolo dei sette era importante prima, ora lo è ancora di più. Le elezioni dei presidenti di commissione a palazzo Madama hanno aperto la strada al passaggio del senatore Sergio De Gregorio dall’Unione alla Cdl. De Gregorio ieri si è fatto eleggere presidente della commissione Difesa con i voti del centrodestra e in aperta contrapposizione con la candidata dell’Unione. Ufficialmente resta un esponente dell’Italia dei valori, ma col suo gesto ha messo un piede fuori dal centrosinistra. Qualora dovesse concretizzarsi il passaggio di De Gregorio al centrodestra (le trattative sono in corso), nell’aula di palazzo Madama, contando solo gli eletti in Italia, la Cdl avrebbe 156 voti, contro i 153 dell’Unione. Nemmeno gli eletti all’estero per i due schieramenti riuscirebbero a fare la differenza: i quattro dell’Unione e l’esponente della Cdl servirebbero solo a portare la bilancia in parità. E siccome per avere la fiducia un governo deve ottenere la maggioranza, tutto finirebbe nelle mani del sesto dei senatori provenienti dall’estero: il volubile Luigi Pallaro, eletto come indipendente in Sud America. La sopravvivenza del centrosinistra sarebbe così affidata a un signore ottantenne che non fa parte dell’Unione e che, incidentalmente, nemmeno paga le tasse in Italia.
Per questo Prodi ha un bisogno disperato dei senatori a vita. La scelta di campo dei sette, però, apre una serie di problemi. Problemi costituzionali innanzitutto, perché, come spiega il professor Girolamo Cotroneo nell’articolo accanto, i presidenti della Repubblica hanno nominato senatori a vita quasi esclusivamente «uomini politici» privi di quegli «altissimi meriti in campo sociale, scientifico, artistico e letterario» richiesti dalla Carta. Problemi politici, perché, attacca il costituzionalista Nicolò Zanon, con simili nomine «una parte dell’Italia è stata tagliata fuori».
Questioni che non sfuggono ai senatori a vita dotati di maggiore sensibilità. Carlo Azeglio Ciampi ha scelto di non partecipare alla votazione per eleggere il presidente della commissione Finanze, preferendo farsi rappresentare da un altro senatore del gruppo misto. In pratica non è cambiato nulla, ma col suo gesto Ciampi ha riconosciuto la fondatezza dell’invito a non votare fatto il giorno prima dalla Cdl ai senatori a vita. Francesco Cossiga invece aveva chiesto ai suoi sei “colleghi” di non partecipare alla votazione per la fiducia al governo Prodi. Solo dopo aver ricevuto risposta negativa ha scelto di dare la fiducia all’esecutivo, spiegando però che «se il mio voto fosse stato determinante avrei ritenuto non corretto alterare la volontà del Senato espressa dal popolo con un voto, il mio, che non deriva da quella volontà». Lo stesso Cossiga ha annunciato la presentazione di un disegno di legge per togliere ai senatori a vita il diritto di voto. Tra tante riforme costituzionali che appaiono più o meno astruse agli occhi dei cittadini, questo sarebbe un intervento comprensibile da chiunque, basato su un principio forte come il rispetto della volontà popolare. Sino ad allora, non resta che appellarsi alle coscienze dei diretti interessati.

© Libero. Pubblicato l'8 giugno 2006.

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Il secondo tragico Prodi

Se con le sue uscite sulla stampa internazionale Silvio Berlusconi appariva spesso come una macchietta (complice anche un giornalismo tutt'altro che benevolo nei suoi confronti), per l'intervista odierna di Romano Prodi su Die Zeit, ripresa in parallelo da Repubblica, si può dire solo è che è stato l'esordio più disastroso che si ricordi da parte di un presidente del consiglio sulla stampa internazionale.
Prodi è riuscito in un colpo solo a far incavolare avversari e alleati. Ha cavalcato gli stereotipi più beceri dei girotondini, inventandosi che «questo paese è stato in passato schiavizzato. Il precedente premier poteva fare e disfare a suo piacimento». Ha di nuovo definito gli elettori di centrodestra una massa di ignoranti («circa il 70 per cento dei laureati hanno votato per me») lobotomizzati dal televisore («meno ore le persone trascorrono davanti alla TV più sono propense a votare centrosinistra. E' la legge matematica della postdemocrazia») nonché, ovviamente, evasori fiscali (gente per cui «non c'è nulla di male a frodare il fisco, non c'è nulla di male a parcheggiare in seconda fila»). Così facendo, il premier che dichiara di voler unire il Paese è riuscito a insultare metà dell'elettorato italiano e a far incavolare il centrodestra.
Quel che è peggio (per lui) nella stessa intervista è riuscito a far imbestialire gli alleati di governo, senza i quali non sopravviverebbe manco un giorno, definendo «folklore» Rifondazione Comunista e Comunisti italiani.
Più che un'intervista, dunque, una gaffe continua. Per di più commessa sulla stampa internazionale, dove ogni politico si sforza di dare il meglio di sé e di fare la figura del grande statista. Una gaffe alla quale l'ufficio stampa di palazzo Chigi nella serata del 7 giugno ha cercato di mettere una pezza dicendo che, insomma, Die Zeit si era sbagliato (vi ricorda qualcosa?) e riscrivendo le due frasi più controverse dell'intervista: Silvio Berlusconi «ha trasformato e non schiavizzato l'Italia», mentre il passaggio sui "folkloristici" alleati andrebbe riscritto così: «Anche da noi ci sono componenti radicali come Rifondazione Comunista e i Comunisti italiani, ma se paragonate al vostro Lafontaine sono moderate».
I primi a non farsi abbindolare sono gli stessi alleati di Prodi, già scottati dalla trombatura della senatrice pacifista Lidia Brisca Menapace, che si è vista sfilare la presidenza della commissione Difesa dall'"alleato" Sergio De Gregorio (Idv) nel silenzio imbarazzato di Prodi, il quale preferisce perdere la faccia piuttosto che un senatore. Marco Rizzo, europarlamentare dei Comunisti italiani, chiede «una diretta smentita di Prodi» all'intervista e avverte che «il senso di lealtà alla coalizione non può essere in nessun modo ridicolizzato, tanto più che sui temi della pace e del lavoro la nostra pazienza viene messa costantemente a dura prova». Intanto il direttore di Die Zeit conferma, punto per punto, la trascrizione dell'intera intervista.

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mercoledì, giugno 07, 2006

Referendum, perché votare sì (inclusa risposta a Fassino)

«Non si trova un solo costituzionalista disposto a difendere l'impianto della riforma costituzionale fatta dalla Casa delle Libertà»: parole di Piero Fassino. La Fondazione Magna Carta ne ha trovati invece 42, tra costituzionalisti e altri accademici. Insieme hanno firmato il seguente appello a votare per il "sì":

Il referendum confermativo del 25 e 26 giugno sulla riforma costituzionale costituisce un’importante occasione per compiere una scelta di modernizzazione delle nostre istituzioni.
Il testo sottoposto a referendum:
1. rafforza la figura del Primo ministro quale leader responsabile di una coalizione; rafforza i poteri del governo in Parlamento e i poteri del Primo ministro all’interno del governo e della maggioranza; egli può nominare e revocare i ministri, come è dappertutto fuorché in Italia, e può proporre al Capo dello Stato lo scioglimento anticipato, potere bilanciato da quello attribuito alla Camera di evitare lo scioglimento stesso mediante l’approvazione di una mozione nella quale la maggioranza espressa dalle elezioni indichi il nome di un nuovo Primo ministro;
2. affida al Presidente della Repubblica un ruolo di garanzia, disciplinando l’esercizio dei poteri presidenziali di più immediata valenza politica (nomina del Primo ministro e scioglimento) in modo da ridurre il rischio di dannosi dualismi;
3. supera finalmente, con una scelta coraggiosa, il bicameralismo indifferenziato (un’assurda anomalia italiana), limitando il rapporto fiduciario alla sola Camera dei deputati; si tratta di una scelta essenziale, sia per realizzare un assetto di tipo federale, che presuppone l’istituzione di una Camera federale come sede di raccordo tra Stato e Regioni, sia per evitare che un’eventuale divaricazione nella composizione politica delle due Camere pregiudichi la governabilità e lo stesso bipolarismo;
4. riduce di un quinto il numero totale dei parlamentari;
5. corregge in più punti le irragionevoli soluzioni introdotte nei rapporti Stato-Regioni dalla revisione costituzionale operata nel 2001 dal centrosinistra. Quella riforma ha minato gravemente la funzionalità del nostro sistema normativo e istituzionale e ha provocato un fortissimo contenzioso tra Stato e Regioni, ha diffuso incertezza tra i cittadini, le imprese, gli operatori economici. Il testo ora proposto al voto dei cittadini reintroduce il limite dell’interesse nazionale, riconduce allo Stato una serie di materie impropriamente inserite tra le materie di competenza regionale e, nonostante quel che sostengono parole d’ordine falsificanti, attribuisce in esclusiva alle Regioni competenze legislative (in tema di sanità, istruzione e polizia amministrativa) che esse già possiedono.
La riforma non “spezza l’unità del Paese” – anzi la ricrea – né impone la “dittatura del premier”. Essa introduce, invece, innovazioni che consolidano a livello costituzionale l’evoluzione reale della forma di governo, assicurando i necessari cambiamenti istituzionali per la definitiva trasformazione della nostra in una democrazia dell’alternanza, in sintonia con le grandi democrazie europee, ferma restando la intangibilità dei principi fondamentali della Costituzione vigente.Se prevarrà il “No”, la spinta conservatrice pregiudicherà per molti anni a venire qualsiasi tentativo riformatore della Carta del 1948 che non è più adeguata ad affrontare le grandi sfide del nostro tempo.
Non ci nascondiamo il fatto che la riforma meriti di essere successivamente integrata con alcuni correttivi, che riguardano in particolare:
- il complesso procedimento legislativo che appare farraginoso, e che rischia di determinare conflitti di competenza tra le due Camere paralizzando l’iter formativo della legge;
- la forma di governo, ove alcune rigidità finiscono per attribuire poteri di veto e di ricatto a componenti minoritarie della maggioranza;
- la composizione e il ruolo del Senato, non pienamente rappresentativo delle Regioni e dotato di poteri decisionali che pregiudicherebbero la funzione di indirizzo del Governo;
- lo statuto dell’opposizione solo abbozzato e che va rafforzato.
Queste incongruenze e difetti riguardano però, in particolare, quelle parti della riforma che entrerebbero in vigore solo in un secondo momento: nel 2011 o nel 2016. E’ questa un’opportunità che consente di conciliare l’esigenza di emendare con urgenza il Titolo V con quella di apportare correzioni, da effettuarsi con metodo auspicabilmente bipartisan, alle parti della riforma che necessitano ancora di riconsiderazione. Del resto, lo stesso Presidente della Repubblica, nel suo messaggio dopo il giuramento, ha affermato che dopo il voto “si dovrà comunque verificare la possibilità di nuove proposte di riforma capaci di raccogliere il necessario largo consenso in Parlamento”.
Per queste ragioni, i sottoscritti ritengono che il “Si” alla riforma costituisca oggi l’unica possibile scelta per rendere le nostre istituzioni adeguate alle mutate esigenze della società italiana e per giungere a una riforma condivisa e quindi alla legittimazione reciproca degli schieramenti politici.

E si appellano a quanti non hanno abbandonato la speranza che il nostro Paese possa rinnovare le sue istituzioni, perché votare “Sì” al referendum significa impedire che l’ennesima occasione vada perduta.

L'elenco dei firmatari.

Unione, primo patatrac al Senato

Prima occasione buona al Senato, primo flop dell'Unione. Di quelli che fanno male e lasciano il segno. Lidia Brisca Menapace, pacifista e antimilitarista "senza se e senza ma", candidata dell'Unione alla presidenza della Commissione Difesa e sicura di farcela, tanto da parlare come se l'incarico lo avesse già ottenuto, è stata, come si dice nell'elegante gergo parlamentare, trombata. Vittima di un'imboscata organizzata dalla Cdl d'intesa con Sergio De Gregorio, senatore dell'Italia dei Valori ed ex forzista, che già aveva minacciato di non votare la fiducia al governo Prodi. Lo stesso De Gregorio è stato eletto presidente della Commissione Difesa, ottenendo 13 voti: tutti quelli della Cdl più il suo. La rifondarola Menapace ha avuto 11 voti. Se De Gregorio, circuito dai forzisti, non avesse fatto l'accordo con l'opposizione, sarebbe finita 12 a 12, e in questo caso la 82enne Menapace, in quanto più anziana della commissione, avrebbe prevalso su qualunque candidato della Cdl. Con questo gesto De Gregorio mette un piede fuori dall'Unione e apre, in prospettiva, nuovi scenari sui rapporti di forza tra i due schieramenti al Senato. La sinistra dell'Unione - comprensibilmente - si incavola e dichiara aperto «un problema politico» all'interno della coalizione. I lavori parlamentari sono appena iniziati è già siamo alla prima verifica di maggioranza. Come si è detto: sarà dura, ma ci sarà da divertirsi.

Sullo stesso argomento: "Le regole del Senato e le paure della sinistra".

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Beppe Grillo dice qualcosa di destra

«La carità cristiana la può esercitare chi è stato vittima del reato. La legge deve invece essere solo applicata. Se nei mesi successivi alla scarcerazione alcuni degli ex detenuti dovessero stuprare, rubare, uccidere, allora il cittadino avrà tutto il diritto di fare causa al dipendente ministro della giustizia. Le persone lese gravemente dall’azione criminale dagli amnistiati dovrebbero citare in giudizio il mastellonesempreinpiedi». Sembra Carlo Giovanardi o Ignazio la Russa. E invece è Beppe Grillo. E qui si condivide.

sabato, giugno 03, 2006

Una partita politica 2 - Borrelli si schiera

Da un lato il Milan, dove si fa evidente una certa sindrome da accerchiamento, riflesso anche delle vicissitudini giudiziarie di Silvio Berlusconi e dell'arrivo di Francesco Saverio Borrelli alla guida dell'ufficio indagini della Federcalcio. Dall'altro lato lo stesso Borrelli; il commissario straordinario della Figc, Guido Rossi; la Juventus; il giornale "cugino" dei bianconeri, La Stampa. Che parlano ormai la stessa lingua e dicono le stesse cose. E cioè che Luciano Moggi non era il solo a falsare i meccanismi del campionato. Altri, per conto di altre squadre, facevano un lavoro assai simile e altrettanto fruttuoso.
Il 2 giugno tra Torino e Milano sono volati i proiettili dell'artiglieria pesante. La giornata è stata aperta da un articolo durissimo apparso sulla Stampa e richiamato con grande evidenza in prima pagina. Argomento: un presunto scambio di favori poco leciti tra i rossoneri e l'Udinese. Dove volesse andare a parare l'articolo del quotidiano di casa Agnelli era evidente sin dalle prime righe: «Dopo un anno di intercettazioni, analisi e ricostruzioni, i magistrati di Napoli una cosa credono di averla capita. Di fianco al sistema Moggi esisteva - sostengono - un sistema Milan. Diverso, forse meno ramificato, sicuramente non meno efficace». Occhio alle parole: «Non meno efficace». Vuol dire che il Milan era «sicuramente» in grado di interferire sul regolare svolgimento delle gare almeno quanto la Juventus. Parole pesantissime, visto che la Juventus ha un piede e mezzo in serie B.
A questo attacco ad alzo zero ha risposto subito Adriano Galliani, vicepresidente del Milan e presidente della Lega Calcio: «Cercano di far passare il concetto secondo cui il sistema Juve e il sistema Milan fossero la stessa cosa. Non è così: c'era solo il sistema Juve, e tutti gli altri erano i danneggiati. (...) E' evidente e ovvio, e appare chiaro anche a un bambino, che è in atto uno scorretto tentativo proveniente da Torino, attraverso anche i suoi quotidiani politici e sportivi, e avvocati, di coinvolgere il Milan per alleggerire la posizione di chi tutti sappiamo».
Anche qui, occhio alle parole: Galliani parla di un «sistema» che faceva capo alla Juventus. E' una parola importante, perché nel giro di qualche ora ritorna. Stavolta la pronuncia Borrelli, in un intervento che suona come una risposta chiara e diretta ai vertici del Milan: lo scandalo che sta venendo a galla, dice l'ex capo del pool di Mani Pulite, «non è un sistema, ma una rete molto estesa». Una «rete», non un «sistema». Vuol dire che, secondo il capo della giustizia sportiva della Federcalcio, Galliani ha torto marcio. Borrelli, del resto, è in totale sintonia con Guido Rossi, il quale il primo giugno, parlando dello scandalo, aveva detto che si era aspettato di trovare una situazione «molto più circoscritta». Ricordare che la nomina di Borrelli a capo dell'Ufficio indagini della Figc fu accolta da Franzo Grande Stevens, avvocato degli Agnelli e presidente della Juventus, con salti di gioia («Borrelli è una persona di prim'ordine, mi levo il cappello. Sono sicuro che farà bene») può aiutare a inquadrare meglio l'intera vicenda.
Berlusconi e i suoi, che dimenticando ogni principio garantista avevano scritto da soli e con larghissimo anticipo la condanna della Juventus, indicandola come unica colpevole dei mali del calcio italiano, e si erano spinti a chiedere la "restituzione" degli ultimi due scudetti vinti dai bianconeri, rischiano ora di diventare vittime del gioco pericoloso che loro stessi avevano contribuito a montare.

Update di mercoledì 7 giugno. Berlusconi conferma quanto qui è stato scritto sinora e attacca: «Stanno tirando dentro il Milan, ma il Milan ha vinto sul campo».

Sullo stesso argomento:
"Una partita politica"
"Perché la Juventus tifa Borrelli"
"La politica, il calcio e i garantisti a ore"

Post scriptum. Ne approfitto per spiegare che non sempre la moderazione dei commenti, spesso attivata anche in questo sito, funziona come si deve. Ad esempio tre commenti (di Furio, di Marco e di Otimaster) al post "L'arcobaleno che non ti aspetti" mi sono spuntati fuori con colpevole ritardo, e solo oggi li ho pubblicati. Mi scuso ovviamente con i tre amici.

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venerdì, giugno 02, 2006

Un coniglio rosso, con occhi rossi, in campo rosso

Uno dei migliori articoli di Antonio Socci, e lo dice uno che se li legge tutti. Inizia così:

Giuliano Ferrara ha scritto che lo stemma araldico di Giorgio Napolitano dovrebbe essere un coniglio bianco in campo bianco. Tale è stato il coraggio temerario che ha mostrato, in mezzo secolo, da leader comunista che (dicono) dentro di sé dissentiva dal comunismo. Ieri Ferrara, dopo che il neopresidente ha firmato la grazia per Bompressi, si è detto pentito di quel giudizio. Mi chiedo perché. Quella firma sarebbe un atto di coraggio? Io penso che lo stemma del presidente possa cambiare solo così: coniglio rosso, con occhi rossi, in campo rosso.
E’ tipico “coraggio” rosso anche quello che ha portato un altro simbolo del popolo di Sinistra, il vignettista Vauro, a uscire con un libro di pernacchie contro papa Wojtyla, morto da un anno. Il dirigente comunista, oggi presidente della Repubblica, e il vignettista più fanatico dei giornali di Sinistra, sono accomunati da certa assenza di vergogna, di stile e una vera mancanza di “pìetas”, quel sentimento universale che induce almeno al rispetto delle persone morte, che hanno sofferto e che sono ancora piante da chi era loro legato. Su tutto sembra prevalere invece l’appartenenza tribale.


Il resto qui, sul sito di Socci.

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giovedì, giugno 01, 2006

Una partita politica

Inutile girarci attorno. Quella che si sta giocando attorno allo scandalo che ha coinvolto gli ultimi campionati di calcio italiani è una partita politica, prima ancora che sportiva. E l'interesse, data per penalizzata la Juventus, a questo punto è soprattutto per il verdetto che riguarderà il Milan. Cioè Silvio Berlusconi: colpevole o innocente? Truffatore o truffato?
Che sia una questione politica è scritto nei fatti. Lo è perché la giustizia sportiva è stata data in appalto dalla sinistra a Francesco Saverio Borrelli, nemico numero uno di Berlusconi. Perché alla guida della Federcalcio è stato messo Guido Rossi, un esperto di diritto societario vicinissimo alla sinistra (dal 1987 al 1992 fu parlamentare indipendente eletto nelle liste del Pci). Perché Berlusconi è il presidente del Milan, e il connubio tra calcio e politica è stato, sin dalla nascita di Forza Italia, uno dei tratti distintivi della sua grande avventura da capopopolo, non a caso avviata, nel gennaio del 1994, proprio con una metafora calcistica: «Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica...». Un Milan penalizzato ritorcerebbe contro Berlusconi il transfert calcio-politica che sinora è stato uno dei veicoli del suo successo (non a caso, appena la legge glielo ha consentito, cioè appena smessi i panni di presidente del Consiglio, ha annunciato il suo ritorno alla presidenza del club di via Turati).
Inutile dire che a sinistra, persa la possibilità di liberarsi dell'odiato avversario tramite la giustizia ordinaria, più di uno sogni quantomeno di ridimensionarlo grazie alla giustizia sportiva. La presenza di Borrelli nel ruolo di giudice di Berlusconi autorizza simili sogni. E la frase pronunciata oggi da Rossi («Non mi aspettavo di trovare una situazione così grave, credevo fosse molto più circoscritta») significa, né più né meno, che il commissario straordinario della Federcalcio ritiene che la Juventus non sia la sola squadra inguaiata di brutto nello scandalo, e che le colpe degli altri non siano poi incomparabili rispetto a quelle di Luciano Moggi. L'impressione è che per Berlusconi il Borrelli 2 possa rivelarsi più pericoloso del Borrelli 1.

Update del 2 giugno. E oggi La Stampa scrive: "C’è il Milan nel mirino. Di fianco al sistema Moggi esisteva - sostengono i magistrati di Napoli - un sistema Milan. Diverso, forse meno ramificato, sicuramente non meno efficace".

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