venerdì, gennaio 30, 2009

Cesare Battisti, Redentore dell'Umanità

di Fausto Carioti

Ecco cosa succede quando un assassino viene difeso dal governo francese e da quello brasiliano, trasformato in una bandiera della libertà da intellettuali à la page come Bernard-Henri Lévy e Gabriel García Márquez, vezzeggiato dalla première dame Carla Bruni Sarkozy, messo a libro paga da case editrici centenarie del calibro di Gallimard, osannato dal solito migliaio di imbecilli che sul web mischiano ignoranza crassa a criminalità politica. Succede che l’assassino si mette a parlare come se fosse il Redentore. Che da volgare macellaio, quale è, si trasforma nel Salvatore dell’umanità. Se riesce a sfangarla lui, in questo mondo buio c’è ancora un barlume di luce. Se lo sbattono in prigione e gettano via la chiave, come merita, tutto è perduto. Cesare Battisti è arrivato a questo livello. Se si tratti di delirio o paraculaggine, se insomma ci faccia o ci sia, non è dato saperlo, né ha molta importanza. Le sue parole, però, meritano di essere studiate bene, per capire quale mostro sia stato creato in questi anni.

Intervistato dalla rivista brasiliana Istoé, che al povero martire ha dedicato la copertina e un servizio agiografico, Battisti ha commentato il gesto con cui il ministro trotzkista Tarso Genro (per inciso: uno degli esponenti di riferimento del movimento no-global) gli ha concesso lo status di rifugiato politico in Brasile, bloccandone così l’estradizione in Italia. «La sua decisione è molto importante non solo per me, Cesare Battisti, ma per l’umanità. È necessario che l’Italia rilegga la propria storia», ha detto il terrorista. Marina Petrella, altra assassina rossa amica della gauche caviar, rifugiata in Francia, quando ha saputo che stavano per estradarla in Italia ha detto di essere entrata in depressione e ha ottenuto dalla magistratura francese la libertà condizionale per motivi di salute. Battisti, che non è tipo da usare simili mezzucci, ha deciso di volare più alto, ergendosi a simbolo dell’umanità oppressa e mascherando la sua battaglia per non scontare l’ergastolo in Italia con un fine alto e trascendente. Da pluriomicida conclamato a vittima del «fascismo» italiano e del «grande mafioso Berlusconi». Il lupo si veste da agnello, e la platea lo applaude commossa.

Dal suo essere di sinistra, oltre alle amicizie nei circoli culturali più influenti del mondo, Battisti ha preso tutta la spocchia. Come ha detto al giornale brasiliano, non sono lui e gli altri esempi della “peggio gioventù” cresciuta a pane e P38 che devono «rileggere» la loro storia, per capire gli errori che hanno fanno e magari, un anno di questi, ammettere di avere sbagliato tutto, ma quella democrazia italiana che li ha sconfitti.

E dire che la vicenda di Battisti è talmente banale, così terra-terra, che non meriterebbe alcun dibattito politico. Nel 1977, all’età di 23 anni, Battisti lascia una carriera da delinquente comune già ben avviata per abbracciare la lotta armata. Da un punto di vista culturale ed ideologico è ancora alla prima elementare, ma è freddo e spietato e quelli sono anni in cui uno così, che non si fa problemi a sparare, vale più di un intellettuale. Entra nei Pac, i Proletari armati per il comunismo, un gruppo di terroristi rossi specializzati in operazioni di bassa macelleria, come le spedizioni punitive contro i nemici della rivoluzione. Insieme a loro, stabiliranno i giudici, nel giro di un anno Battisti ucciderà quattro persone: il maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, colpito alle spalle; i negozianti Lino Sabbadin e Pierluigi Torregiani; l’agente della Digos Andrea Campagna. Le sentenze che lo hanno condannato a due ergastoli dicono che contro Santoro e Campagna fu Battisti a premere il grilletto. Nelle altre due occasioni si limitò ad azioni di copertura o pianificazione.

Arrestato nel giugno del 1979, due anni dopo evade dal carcere di Frosinone. Nel 1990 viene ammanettato a Parigi, ma lo scarcerano dopo pochi mesi: la “dottrina Mitterrand” garantisce una vita tranquilla ai terroristi, specie se rossi. Intanto, approfittando dei lunghi periodi di libertà, si è messo a scrivere dell’argomento che conosce meglio: morti ammazzati. Diventa un autore noir di successo e i salotti parigini fremono d’eccitazione quando tra gli invitati c’è lo scrittore terrorista. Tornato in prigione nel 2004 e scarcerato dopo poco, con l’aiuto dei servizi segreti francesi e la benevolenza di alcuni personaggi del governo transalpino riesce a fuggire in Brasile, dove viene di nuovo arrestato due anni fa. Va da sé che nega di avere ammazzato chicchessia, ma contro di lui ci sono valanghe di testimoni, tra cui i suoi ex compagni di mattanze e la fidanzata di allora.

Fosse un terrorista di destra, starebbe marcendo in carcere da decenni e ci saremmo tutti scordati di lui. Ma è un terrorista di sinistra, e così la scrittrice parigina Fred Vargas, una delle pasionarie che difendono Battisti, è stata portata dalla Bruni all’Eliseo, a parlare con Sarkozy. Il quale, ha fatto sapere la Vargas, si è detto d’accordo «sul fatto che il caso della Petrella e quello di Cesare erano simili». E visto quanto Sarkozy si è speso per la Petrella, a pensare male si rischia di indovinarci anche stavolta.

Per questo Battisti ha bisogno di ergersi a martire internazionale della libertà, a emblema delle ingiustizie del regime berlusconiano. Per questo è costretto a circondarsi della solita cricca di filosofi e intellettuali impegnati e si fa scudo con i loro appelli. Perché se torna ad essere un semplice condannato all’ergastolo con sentenza definitiva per delitti di terrorismo, che poi è quello che è, per lui è finita.

© Libero. Pubblicato il 30 gennaio 2009.

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