martedì, gennaio 27, 2009

Caso Genchi, fuori le carte

di Fausto Carioti

Oltre un milione di contatti telefonici archiviati. Trecentonovantamila italiani controllati. Di questi, qualcuno, forse qualche centinaio, fanno parte del gotha della politica, delle forze dell’ordine e della magistratura. Il resto, ovvero la stragrande maggioranza, sono comuni mortali, ignoti alle grandi cronache. Alcuni avranno i loro buoni motivi per essere oggetto delle attenzioni di Gioacchino Genchi, l’orecchione delle procure. Moltissimi altri nemmeno sanno che le loro telefonate sono state controllate e analizzate, i loro rapporti professionali e confidenziali analizzati da un software creato apposta per farsi gli affari loro, per capire dove e quando e con chi parlassero. Ecco, è in casi come questo che la politica dovrebbe dare il meglio di sé. E lo stesso dovrebbero fare la magistratura e i suoi consulenti, iniziando proprio da Genchi. Servirebbero trasparenza e chiarezza. Invece si continua a tramare nell’ombra, allo scopo di rendere la questione incomprensibile ai cittadini.

Di sicuro, sinora, c’è che Genchi, 49 anni, vicequestore di polizia in aspettativa sindacale, trasformatosi in zelante consulente delle procure, aveva allestito un grande orecchio informatico che non intercettava (giura lui, e fino a prova contraria gli si deve credere), ma analizzava i tabulati telefonici di centinaia di migliaia di persone per studiarne i contatti. Non è ancora certo invece, ma è comunque assai probabile, che tutta questa attività fosse legale, perché autorizzata dai magistrati titolari delle indagini. Di sicuro c’è anche che Genchi non è il solo. Ce ne sono altri che fanno il suo mestiere. Genchi ha la fama, comunque, di essere il più bravo, quello che ha le apparecchiature e i software migliori e quindi, probabilmente, quello che gestisce la quota maggiore di questo mercato tanto particolare. Di sicuro, perché i dati sono stati dati in Parlamento dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, c’è anche che oltre centomila italiani sono intercettati regolarmente dalle procure, e siccome ognuno di questi parla ogni giorno con una trentina di persone, di fatto gli intercettati sono tre milioni.

Ci sarebbe abbastanza materiale per fare un dibattito politico di quelli seri, se non altro perché il fenomeno riguarda tutti (con tre milioni di italiani intercettati e chissà quanti milioni il cui traffico telefonico è stato “analizzato” da Genchi e i suoi colleghi, chi non fa parte della categoria degli spiati può stare certo di averne uno in famiglia o tra i conoscenti). Le domande cui dare una risposta sono tutt’altro che banali. A quanta libertà siamo disposti a rinunciare per avere un po’ di sicurezza in più? È indispensabile mettere sotto controllo un numero così alto di italiani? È giusto che incaricate di fare simili indagini siano ditte private? Chi impedisce che copino i dati che ci riguardano per rivenderseli a qualcun altro o tenerli da parte, magari per ricattarci tra qualche anno? È giusto firmare faldoni di fogli a tutela della privacy ogni volta che siamo davanti a uno sportello pubblico, quando poi ci sono signori pagati con le nostre tasse per farsi i fatti nostri nel pieno rispetto della legge? A chi devono rendere conto il tizio che ci spia e il magistrato che gli ha dato via libera? Alla loro coscienza o a qualcosa di più solido? Possono le alte cariche della Repubblica, al corrente di segreti di Stato, finire in questo tritacarne?

Tutte domande destinate a restare senza risposta, perché gli interessi veri sono altri. A Berlusconi, smanioso di fare la riforma della giustizia, la vicenda del signor Genchi adesso torna comoda. Peccato che arrivi con anni di ritardo: la storia dell’orecchione era già apparsa sulla Stampa di Torino il 4 ottobre del 2007. Sino a oggi, il Cavaliere non se ne era interessato. Ora denuncia che si tratta dello «scandalo più grande nella storia della Repubblica». Conoscendo la sua vocazione libertaria sarà anche in buona fede mentre lo dice, ma la scelta dei tempi appare strumentale. Anche i suoi avversari, attestati sulle colonne di Repubblica, sembrano avere l’unico scopo di delegittimare l’operato del premier per difendere i procuratori, senza nemmeno chiedersi se certe pratiche siano decenti o meno. Genchi, come quelli della sua categoria, si difende con linguaggio obliquo, parlando pure troppo per uno che fa il suo mestiere e dando l’impressione di lanciare messaggi criptati che pochi sono in grado di capire. Insomma, ognuno pensa ai fatti propri e ai propri amici: per tutti, i milioni di italiani spiati ogni giorno sono solo un mezzo per ottenere altri fini.

Dai veleni si esce in un solo modo: parlando chiaro. E spetta al governo e al parlamento farlo, e cioè innanzitutto a Berlusconi. Con una grande operazione verità: tolta la parte dell’«archivio Genchi» che riguarda i servizi e i loro segreti di Stato, escluso il materiale strettamente legato alle indagini giudiziarie ancora in corso, il resto deve diventare pubblico al più presto. È giusto sapere quanti di noi sono stati controllati, e per quale motivo. Quanti sono i colleghi di Genchi e quanto li paghiamo. Il materiale che si trova in questi archivi, invece che restare rinchiuso per anni in qualche garage di periferia, deve essere distrutto. Fuori le carte, insomma. E poi, se la situazione è così indecente, si faccia subito una nuova legge, che spunti le unghie agli spioni e ai loro datori di lavoro. Se lo scandalo è davvero evidente come dice Berlusconi, nessuno avrà la faccia tosta di opporsi.

© Libero. Pubblicato il 27 gennaio 2009.

Etichette: ,