venerdì, gennaio 02, 2009

Napolitano, ovvero il migliore spot (involontario) per il presidenzialismo

di Fausto Carioti

Giorgio Napolitano ha fatto quello che poteva. Nel suo discorso di fine anno ha detto cose tipo quelle che ci si scambia in ascensore tra vicini di casa che a malapena si conoscono: ha tenuto a far sapere agli italiani che la crisi sarà grave ma non bisogna avere paura, che trovare lavoro ormai è diventato un problema e che i soldi pubblici vanno usati meglio. È anche tornato a dire che bisogna fare le famose «riforme condivise». Tutte cose che in bocca a un presidente dotato di poteri reali avrebbero avuto comunque un certo peso. Ma non è il caso nostro: il presidente della repubblica italiana non ha alcun potere se non quello di esercitare la retorica. Anche la tanto decantata “moral suasion”, la capacità quirinalizia di persuadere gli interlocutori esercitando su di loro la giusta pressione, può poco o niente se rivolta verso una maggioranza o un governo che si riconoscono in un presidente del consiglio il quale, di fatto, ha avuto il suo incarico per volontà diretta degli elettori, e non del Quirinale. Alla fine, il discorso di fine anno di Napolitano si è rivelato il migliore spot possibile (nonché involontario) per un sistema di tipo presidenziale. Cioè per cambiare le cose in modo da avere, anche dalle nostre parti, un presidente della repubblica scelto dai cittadini, capace di far seguire i fatti alle parole perché il governo risponde a lui.

Il rituale del discorso dal Quirinale è diventato incomprensibile per la gente comune. Ha perso anche la sua solennità liturgica e si è trasformato in una farsa, identica a quella che si svolge nel «teatrino della politica» tutti i giorni dell’anno. Da un lato, la prima carica dello stato chiede cose che non può ottenere. Dall’altra, il mondo della politica e le parti sociali fingono di prenderlo sul serio e applaudono. Applausi ipocriti, e Napolitano lo sa benissimo. Perché, finite le congratulazioni, tutti tirano dritto sulla loro strada.

Antonio Di Pietro dice che il suo partito è «pronto e disponibile» ad accogliere l’invito di Napolitano. Ma la verità è che si guarda bene dal sedersi al tavolo delle riforme con Berlusconi, perché l’ex pm sa benissimo che continuerà a sottrarre voti al Partito democratico solo se continuerà a sparare a raffica i suoi «no» contro ogni proposta dell’esecutivo e della maggioranza. Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ha fatto sapere di aver apprezzato il riferimento di Napolitano ai lavoratori in difficoltà. Ma il suo resterà il sindacato che difende i lavoratori ipergarantiti, guarda caso i più sindacalizzati, a scapito di quelli che perdono il posto perché certe tutele non le hanno. Lo stesso Silvio Berlusconi è stato uno dei primi a telefonare a Napolitano per congratularsi. Ma il premier ha un’idea molto chiara delle riforme che vuole introdurre, a cominciare dalla giustizia, e non ha intenzione di snaturarle per «condividerle» con Walter Veltroni. Né si vede perché dovrebbe farlo, dal momento che dalla sua parte c’è la maggioranza degli italiani. Quanto a Veltroni, tutto lascia credere che finché lo guiderà lui il Pd continuerà nella sua linea ondivaga, sospesa tra la tentazione del dialogo con il governo sulle riforme che tornerebbero utili ai due grandi partiti e la demonizzazione del rivale.

Il fatto che i sondaggi dicano che Napolitano ha la fiducia di moltissimi italiani è una bella cosa, ma è dovuta al fatto che i cittadini si accostano a lui nello stesso modo in cui si pongono dinanzi alla figura del papa. Perché così è visto ormai (indipendentemente da chi egli sia) il presidente della repubblica in Italia: un santone laico, che si sgola dicendo cose che tutti a parole condividono, ma che poi, stringi stringi, nessuno mette in pratica. Come il pontefice quando lancia l’appello per la pace nel mondo.

Solo che l’Italia è cambiata, e in questa legislatura la mutazione è netta. C’è un governo che deve la sua forza al voto degli elettori che hanno messo la croce sul simbolo «Berlusconi presidente». C’è una maggioranza che, pur tra alti e bassi, agisce in stretta sintonia con il governo. C’è un’opposizione che lavora non per questo parlamento, che considera ormai partita persa, ma per quello che verrà, candidandosi a prendere il posto che oggi ha il Pdl e accettando quindi la logica del bipolarismo e della responsabilità diretta del governo davanti agli elettori (il simbolo del Pd alle scorse elezioni recava la scritta “Veltroni presidente”). La maggioranza intanto si prepara a riscrivere le regole del gioco, per rendere stabile l’attuale bipolarismo e tramandarlo alle prossime legislature. In un quadro così chiaro, dove la legittimazione diretta ha un ruolo tanto importante, un presidente della repubblica scelto come avviene oggi e dotato degli attuali poteri appare il residuo di un’epoca alla quale nessuno vuole tornare.

Da spettacoli surreali come quello degli ultimi giorni, con un presidente della repubblica che parla di tutto a tutti senza che nessuno gli dia retta, se ne esce solo prevedendo un presidente legittimato dal voto degli elettori, al quale il governo risponda direttamente. Non si tratta di entrare in territori ignoti e pericolosi, come vogliono far credere alcuni da sinistra, ma di prendere atto dei mutamenti già avvenuti nel paese e di rimodellare le istituzioni su questi cambiamenti.

© Libero. Pubblicato il 2 gennaio 2009.

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