giovedì, dicembre 14, 2006

Anche se dirlo non è trendy, la verità è che la globalizzazione fa bene al Terzo Mondo

Non lo dite ai noglobal, non andate a raccontarlo a Fausto Bertinotti: non capirebbero, e li costringereste ad andare a ripescare qualche libro di Naomi Klein in cui c'è scritto che il libero mercato rende tutti più poveri. La verità, però, è che lo scambio internazionale di merci, cioè la globalizzazione, sta facendo un gran bene al Terzo Mondo. Niente di cui essere stupiti: già l'India, negli ultimi trent'anni, grazie all'entrata nel grande gioco mondiale del libero mercato, è riuscita a ridurre il proprio numero di poveri dal 51% al 22% della popolazione, e nelle aree urbane della Cina lo stesso processo sta avvenendo a velocità ancora più elevata. Dal 2001, da quando cioè è entrata nel Wto, l'organizzazione mondiale del commercio, la Cina è diventata la quarta potenza economica mondiale, il terzo maggior esportatore del pianeta (sarà il primo nel 2010) e ha quasi raddoppiato il proprio prodotto interno lordo (da 1.300 miliardi di dollari ai 2.200 miliardi del 2005).

Adesso arrivano le previsioni della Banca Mondiale per il 2007 (qui il comunicato stampa). Nell'anno in corso i Paesi in via di sviluppo avranno una crescita economica, in media, del 7%. Nel 2007 e nel 2008 questa crescita sarà superiore al 6%, più che doppia rispetto alla crescita economica dei Paesi ricchi, dove il Pil dovrebbe aumentare mediamente del 2,6%. «I Paesi in via di sviluppo, che solo due decenni fa procuravano il 14% delle importazioni dei Paesi ricchi, oggi ne forniscono il 40%, e per il 2030 con ogni probabilità ne forniranno il 65%. Contemporaneamente, la domanda di importazioni da parte dei Paesi in via di sviluppo si sta rivelando una delle locomotive dell'economia mondiale». Di questo passo, nel 2030, il numero di persone che vivono con meno dell'equivalente di un dollaro al giorno si sarà dimezzato: da 1,1 miliardi scenderà a 550 milioni. Nello stesso tempo, 1,2 miliardi di abitanti dei Paesi in via di sviluppo - il 15 per cento della popolazione mondiale - saranno entrati a far parte del "ceto medio globalizzato", al quale appartengono oggi 400 milioni di individui del Terzo mondo.

Ovvio, tutto questo porta con sé squilibri enormi, ma l'alternativa è tra essere tutti uguali nella miseria più nera e avere redditi molto diversi in un paese che cresce. Ed è scontato che quegli squilibri saranno più evidenti e ingiusti in quei Paesi, come la Cina, dove la mancanza di libere elezioni impedisce ai cittadini di spedire a casa una oligarchia desiderosa solo di tenere per sé la più grande quota possibile dei dividendi della globalizzazione.

Chi dice che la globalizzazione per arricchire il nord del pianeta debba impoverire il sud del mondo dice una cosa che non ha alcun senso logico né alcuna corrispondenza empirica. E' la riproposizione del solito ragionamento, caro alla sinistra, per cui la ricchezza è una quantità determinata, fissa, un grande gioco a somma zero, nel quale ci si arricchisce solo impoverendo gli altri. Ma è un ragionamento bovino. Il petrolio dei Paesi arabi, prima che in occidente fosse inventato e si diffondesse il motore a scoppio, non valeva nulla. Ha un grande valore adesso perché tecnologia e libero scambio hanno creato un mercato globale in cui ci si sposta soprattutto grazie a motori alimentati da derivati del petrolio, e la chimica ha trovato il modo di trasformare la molecola del petrolio nelle più diverse materie plastiche, che poi vengono commercializzate ovunque. Questo ha creato benessere, comodità e ricchezza per tantissimi: per chi usa le automobili e gli oggetti in plastica, per chi li produce e - soprattutto - per chi ha in casa un giacimento di greggio.

Un grande gioco a somma positiva, dunque, nel quale - come ovvio - alcuni hanno guadagnato più di altri. Perché non è vero che la ricchezza è una quantità data. La stupidità dell'uomo la può distruggere, la sua intelligenza può crearne di nuova laddove prima c'era qualcosa di valore zero. La sabbia vale zero, un processore basato sul silicio - se c'è libertà di venderlo e comprarlo - può avere un valore altissimo. E' tutto molto elementare, uno quasi si vergogna a scriverlo, ma pare che siano in tanti a non arrivarci.

Sugli stessi argomenti, su questo blog:
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"Institutions matter": i liberisti e la globalizzazione
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