mercoledì, dicembre 13, 2006

Web e blog, c'è un problema di responsabilità

E' il solito problema di questo Paese. Tutti bravi a riempirci la bocca con i nostri diritti, ma appena qualcuno ci ricorda che esistono anche i doveri gridiamo allo scandalo. Parliamo di libertà, scordandoci che essa ha senso solo se legata in modo inscindibile alla responsabilità: più libertà chiediamo, più dobbiamo essere pronti ad assumerci nuove responsabilità. E invece, appena si parla di responsabilizzare un minimo quel gran casino che si muove dentro il web, saltano fuori orde di pirla pronti a parlare di censura.

Il web, i blog, sono un grande spazio di libertà. A costo zero, in meno di cinque minuti, ci pongono in grado di mettere online, e quindi di farlo diventare leggibile in tutto il mondo, quello che ci passa per il cervello. Normale che un simile potere abbia dato alla testa a molti, rivelatisi intellettualmente e moralmente non in grado di assumersi le relative responsabilità. Basta fare un giro per il web per capire che i ragionamenti sono pochi, le analisi ancora di meno, e che insomma il valore aggiunto dell'autore latita. In compenso, abbondano gli insulti (a chiunque: leader di destra e di sinistra, per non parlare di quelle guerre tra poveri che sono le gare a insultarsi tra i blogger, e stendiamo un velo sul razzismo vomitato ogni giorno nei confronti di Israele), che provocano a chi li fa il brivido di sentirsi in prima linea contro il potere e contro il nemico. Ma è un brivido inutile, perché è una denuncia che lascia il tempo che trova, e vigliacco, perché a costo zero: tutto questo avviene nella totale impunità.

Parliamo di doveri, allora. Ovvero parliamo dei diritti degli altri, visto che la nostra libertà finisce laddove inizia quella altrui. Esiste il diritto a non essere insultati, a non essere oggetto di notizie false? Certo che esiste, ed è una cosa ben diversa dal diritto di critica. Esempio: se scrivo che il ministro X tratta i contribuenti come sudditi, e mente quando tira fuori dal cilindro i numeri che dovrebbero dargli ragione (e spiego perché le cose non stanno come dice lui) l'ho criticato. Se scrivo che è un bollito, pure (il bollito fa parte delle categorie politiche). Se scrivo che è uno stronzo delinquente, l'ho offeso: qui siamo nel campo della denigrazione personale. La prima strada è la più difficile: meno pittoresca, presuppone il possesso di un minimo di educazione, una certa conoscenza degli argomenti e magari uno straccio di capacità nel cercare i dati e analizzarli. La seconda strada è facilissima, non presuppone niente di tutto questo. E infatti è quella più frequentata. Non è difficile capire che, se l'edizione italiana di Indymedia ha chiuso, è anche perché gli utenti del secondo gruppo erano in misura assai maggiore rispetto a quelli del primo.

Nei tanto vituperati organi d'informazione ufficiale tutto questo non avviene. Chi scrive su un giornale o realizza un servizio per il tg ci mette la faccia e la firma, ed è responsabile di ciò che scrive e dice, assieme al direttore della sua testata. Ha un enorme potere: parlare a centinaia di migliaia, spesso milioni di persone. Ma se sbaglia, paga. Civilmente e/o penalmente. Grandi libertà, grandi responsabilità.

Nella rete, al momento, c'è solo la libertà. Manca la responsabilità. Molto spesso chi offende, o scrive bugie colossali, è un anonimo. Anche quando ha un nome è cognome, ha dalla sua una legislazione ambigua, ancora incapace di disciplinare fenomeni nuovi come il web. Se offendo qualcuno in questo post, chi deve pagare? Il sottoscritto? Chi mi fornisce il sito, cioè Blogger, è responsabile? Sarebbe meglio di no, perché altrimenti potremmo dire tutti addio alla gratuità di certi servizi. Qual è il tribunale responsabile? Quello della città in cui risiede l'offeso? Quello della città in cui risiede l'autore dell'offesa? Quello della città in cui si trovava quest'ultimo quando ha messo online il materiale offensivo, che non è detto coincida con quello precedente? Quello della città in cui risiede la società (magari estera) che ospita il sito in cui è stata pubblicata l'offesa? E nel caso in cui il post sia ripreso da un aggregatore, l'aggregatore è responsabile? E se l'offesa e le falsità sono contenute nei commenti al post?

Insomma, ci sono un minimo di cose che appaiono indispensabili. Serve una legislazione chiara, breve ed efficace, che tuteli il diritto di critica di chi scrive sul web e il diritto a non essere diffamato di chi viene tirato in ballo, e chiarisca bene chi deve pagare quando vengono commessi certi reati.

Serve una facile rintracciabilità, in caso di azione legale, anche a distanza di tempo. Il ministro X (o il fruttivendolo Y) se tra un anno fa una ricerca su Google sul suo nome e scopre che un signore che si firma fausto68 gli ha dato del bastardo, o ha scritto che è fuggito all'estero portandosi appresso la cassa della sua azienda dopo aver violentato la badante rumena, e niente di tutto questo è vero, deve essere in grado di rintracciare nome, cognome e indirizzo di fausto68, portarlo davanti a un tribunale e levargli la pelle.

Serve trasparenza: quando apro un sito, o un blog, la società che mi fornisce il servizio deve avere tutti i miei dati, codice fiscale compreso, e deve farmi sottoscrivere un contratto in cui si stabilisce chiaramente di chi è la responsabilità per ciò che pubblicherò sul sito e quale sarà il tribunale competente a decidere sulle nostre controversie. Se devo denunciare un signore che ha scritto una cosa su un blog messo a disposizione da Blogger, non pretendo che costui metta online il proprio indirizzo, ma devo avere almeno a portata di mouse l'indirizzo e la sede legale italiana di Blogger, per dare al mio avvocato il primo riferimento da cui partire. Così come ogni testata acquistata in edicola è obbligata per legge a pubblicare certi dati "penalmente sensibili" sulla gerenza.

Per fare un esempio recente: YouTube è un sito bellissimo, ma se un magistrato condanna a pagare chi lo gestisce perché degli imbecilli l'hanno usato per mettere online il video del pestaggio di un ragazzo down, tempo due o tre condanne e possiamo scordarcelo. Nessuno pretende che chi mette un video online debba pubblicare anche il proprio nome, cognome e indirizzo, ma è giusto che la parte lesa, cioè il genitore del ragazzo down, sia in grado di rintracciare subito i rappresentanti legali di YouTube in Italia, i quali nel giro di poche ore debbono fornirgli nome e cognome di chi ha pubblicato quel video. E chi usa YouTube per mettere sul web i propri video deve sapere sin dall'inizio quali sono le regole e i rischi che corre. Non si tratta di limitare i diritti di chi mette online un articolo o un video. Si tratta di difendere nel migliore modo possibile i diritti della famiglia del ragazzo down e di chi si trova in una situazione analoga. Simili norme, oggi, non esistono, e le poche esistenti sono assai fumose.

Va da sé che la punizione per chi sgarra deve essere commisurata alla diffusione che è stata data alle sue offese o alle sue menzogne. Il risarcimento per una calunnia apparsa su un sito da 40 visitatori al giorno non deve essere paragonabile ai risarcimenti cui sono condannati i grandi quotidiani, che ogni giorno vengono letti da centinaia di migliaia di persone. Del resto, la minaccia concreta (ripeto: concreta) di una sanzione da 5.000 euro è deterrente sufficiente per convincere buona parte di quelli in malafede a pensarci due volte prima di mettere on line la parte peggiore di loro stessi.

Responsabilizzare il sistema, per inciso, serve anche agli stessi autori dei blog e delle diverse "testate" più o meno anomale che si trovano sul web. Inutile girarci attorno: per quanto schifo facciano spesso i media ufficiali c'è un abisso di credibilità che li separa dalla grandissima parte dei blog e dal resto della roba "alternativa" disponibile su Internet. E questo abisso è dovuto anche al fatto che ognuno è libero di mettere online tutte le cavolate che gli passano per la testa, sapendo che nessuno lo chiamerà mai a risponderne. Non si può pretendere di essere credibili se non si ha il coraggio di essere responsabili di ciò che si scrive.