giovedì, dicembre 07, 2006

Ricontarle tutte, ricontarle subito

di Fausto Carioti

Con tutti gli avvocati che si ritrova, tra quelli cui ha dato un posto in parlamento (e non sono pochi) e quelli che tiene a libro paga (e sono assai di più), Silvio Berlusconi farebbe bene a prestarne un paio al povero Enrico Deaglio, compagno giornalista caduto in disgrazia. È grazie alla bufala di Diario, il settimanale che Deaglio dirige, e alla figuraccia che ha fatto rimediare all’Unione, che ieri la sinistra si è trovata col cerino acceso in mano ed è stata costretta a dare il via libera alla riconta di tutte le schede dubbie in sette regioni. Il Cavaliere ha ottenuto così una prima, parziale soddisfazione alle richieste che avanza - inascoltato sino a ieri - dalla notte degli scrutini. Nessuno è stato disposto ad ascoltare lui, ma tutti adesso sono costretti a dare un seguito a ciò che hanno chiesto gli stessi leader dell’Unione.

Il merito, appunto, va alla rivista di sinistra diretta da Deaglio, che aveva mandato nelle edicole un documentario su presunti brogli avvenuti nella notte delle elezioni politiche. Un polpettone dietrologico che prendeva il via nientemeno che da Portella della Ginestra (anno del Signore 1947) per dimostrare che i dati del voto del 9 e 10 aprile scorso sarebbero stati manipolati per via telematica, su ordine di Berlusconi e con la regia del ministro dell’Interno Beppe Pisanu. Doveva essere l’avvio per una serie di inchieste giudiziarie dagli sviluppi clamorosi. È bastato che i magistrati guardassero il dvd e parlassero con Deaglio per trasformare lui e il regista del documentario, Beppe Cremagnani, da grandi accusatori negli unici veri indagati, con l’accusa di aver diffuso notizie false in grado di turbare l’ordine pubblico.

Quella dei brogli commessi dal Viminale, infatti, è una balla clamorosa. I risultati ufficiali delle elezioni sono proclamati nei giorni seguenti al voto dalla corte di Cassazione, che fa la somma dei numeri riportati sui verbali cartacei dei seggi. Quindi non è possibile alcuna alterazione informatica dell’esito elettorale. Il ministero dell’Interno non viene in contatto né con le schede votate né con i verbali. E anche se il Viminale, che la notte delle elezioni diffonde i dati ufficiosi ricavati sommando i numeri ricevuti dalla prefetture, fornisse numeri taroccati, nel giro di pochi giorni sarebbe sbugiardato nel modo più clamoroso dal conteggio ufficiale della Cassazione. Tutto questo tra gli addetti ai lavori è cosa nota, ma Deaglio e Cremagnani, evidentemente ignari di tali meccanismi, sono cascati nell’errore.

Il disastro - per la sinistra - è che i due non ci sono cascati di soli, ma hanno trascinato nel baratro con loro - assieme a tanti elettori dell’Unione convinti di avere in mano la prova definitiva della mafiosità di Berlusconi - anche un bel po’ di teste più o meno pensanti del centrosinistra. Il segretario dei Ds, Piero Fassino, appena arrivata nelle edicole l’inchiesta di Deaglio, con tono perentorio aveva avvisato che «deve essere fugato ogni dubbio per la serenità della vita democratica del Paese. Siano la magistratura e gli organi deputati del Parlamento a verificare la regolarità delle operazioni». Anche Silvio Sircana, portavoce di Romano Prodi, chiedeva «una verifica complessiva e definitiva sui risultati elettorali». E non ci sono dubbi che Sircana non parla se Prodi non condivide. Figurarsi se non si accodava il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, subito pronto a prendere le panzane per oro colato: «Che ci sia stato un tentativo di inquinamento del voto a me non stupisce, perché Berlusconi è capace di tutto». Antonio Di Pietro chiedeva la creazione di una commissione d’inchiesta e tanti a sinistra si fregavano le mani all’idea di poter inchiodare Berlusconi.

La sensazione che le accuse di Deaglio fossero fondate contagiava, uno dopo l’altro, anche i grandi quotidiani, dove basta poco per portare a galla l’antiberlusconismo viscerale di certi direttori e opinionisti. Tutto questo contribuiva ad alzare l’attenzione degli italiani verso ciò che era accaduto quella notte. Quando la procura di Roma ha smontato la tesi di Deaglio, era ormai troppo tardi per tornare indietro. E la grande manifestazione di sabato scorso a Roma, in cui dal palco e dalla piazza è venuta, forte e chiara, la richiesta di ricontare le schede, ha lasciato il segno anche a sinistra. Così, ieri, quando i senatori dell’Unione si sono trovati tra le mani la proposta del perfido forzista Lucio Malan, che li inchiodava alle richieste fatte poche settimane prima dai loro stessi leader, non hanno potuto fare altro che limare il testo in un paio di punti, d’intesa con i senatori del centrodestra, e alzare la mano per far ricontare le schede bianche, nulle e contestate in sette regioni, oltre a prevedere - nelle stesse regioni - un controllo a campione sulle schede valide.

È chiaro che la Cdl, uscita sconfitta di strettissima misura dalle elezioni, ha tutto l’interesse a ricontare le schede. Ma non è scritto da nessuna parte che l’esito di questa operazione debba ribaltare il risultato elettorale. L’ultima cosa cui debbono abbandonarsi adesso gli elettori e gli esponenti del centrodestra sono quindi i facili entusiasmi («il rischio vero è che il primo a illudersi sia proprio Berlusconi», spiegava ieri sera un parlamentare forzista molto vicino al Cavaliere). La riconta dei voti, in sé, non è né di destra né di sinistra, ma serve ai due poli per fare finalmente chiarezza e spazzare via le dietrologie e i veleni.

Solo che, così com’è stata decisa ieri in Senato, l’operazione servirà a ben poco. Primo, perché riguarda solo una parte minima delle schede: settecentomila tra bianche, nulle e contestate, oltre al piccolo campione di schede valide. Secondo, perché i tempi promettono di essere lunghissimi: almeno tre, quattro mesi, spiegano i senatori che hanno disegnato il meccanismo. Così non si fa chiarezza: così si gonfiano illusioni e aspettative almeno sino ad aprile, cioè a un anno dal voto, e durante questi mesi i dubbi e le illazioni andranno crescendo. E anche se il nuovo conteggio dovesse dare un verdetto clamoroso, non cambierebbe nulla, perché esso riguarda solo una quota minima delle schede.

Per questo è necessario ricontare, subito, tutte le schede, quelle valide e quelle nulle, quelle del Senato e quelle della Camera, quelle di tutte le regioni italiane e quelle degli italiani all’estero. Se, come è probabile, sarà confermata la risicata vittoria del centrosinistra, ci metteremo tutti il cuore in pace. Ma se l’operazione dovesse ribaltare l’esito del voto, il governo, il parlamento e le cariche che questo parlamento ha nominato non avrebbero altra scelta che dimettersi all’istante. Da questa operazione, insomma, dipendono moltissime cose della massima importanza. Presto e bene non vanno insieme, specie quando di mezzo c’è la politica, ma se c’è una volta in cui rapidità e precisione sono ambedue indispensabili è proprio questa.

© Libero. Pubblicato il 7 dicembre 2006.

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