martedì, dicembre 05, 2006

Il clan Micromega abbandona Prodi

di Fausto Carioti

Il filosofo comunista Gianni Vattimo non si fa più illusioni: «Meglio davvero lasciare che Prodi cada al più presto». Lidia Ravera è triste: «Credevo che mandare a casa il governo Berlusconi mi avrebbe procurato un flash di beatitudine, che mi sarei sentita libera. Non è stato così». La scrittrice, ahilei, ha appena scoperto che «la maggioranza degli italiani è più berlusconiana di Berlusconi». Se la prende con questi italiani, li insulta scaricando su di loro tutto il proprio odio antropologico, ma lo sfogo non sembra aiutarla a stare meglio. Marco Travaglio, invece, è incavolato nero: avesse saputo quello che avrebbero combinato Romano Prodi, Piero Fassino e gli altri, il 9 aprile non sarebbe andato a votare. Onnipresente, nelle inquietudini di tutti, lo spettro del «Caimano Tris», l’incubo del ritorno di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.

Per assistere alla dolorosa seduta di autocoscienza della sinistra più depressa e rancorosa occorre andare in edicola, mettere mano al portafogli e cacciare fuori 10 euro, in cambio dei quali ci si fa dare Micromega. È vero, di solito non ne vale la pena: è dal 1994 che la rivista edita da Carlo De Benedetti e Lucio Caracciolo ripete che Berlusconi è il male personificato e che chi lo vota è delinquente e/o cerebroleso, e dopo dodici anni il concetto lo abbiamo chiaro più o meno tutti, e soprattutto tutti abbiamo capito che senza Berlusconi Micromega avrebbe già chiuso da un pezzo. Stavolta, però, i 10 euro sono ben spesi. Sessanta pagine di “dibbattito” a sinistra, di tormento interiore, di travasi di bile consumati alla luce del sole, di illusioni già infrante dopo cento giorni di governo Prodi e definitivamente seppellite a duecento albe dalla vittoria dell’Unione. Sessanta pagine di pentimenti, di volti e firme più o meno noti, molti dei quali ammettono, nero su bianco, di avere commesso un tragico errore il giorno delle elezioni.

Il via all’autoflagellazione l’ha dato il direttore della rivista, Paolo Flores D’Arcais, un paio di mesi fa. In una lettera aperta all’amico e compagno Nanni Moretti chiedeva: «Dove abbiamo sbagliato?». Perché l’errore, ammetteva, è stato grosso, se «i partitocrati del centrosinistra stanno realizzando - ad abundantiam - proprio tutto ciò contro cui ci sentimmo obbligati a scendere in piazza quando erano all’opposizione». La reazione ventilata era, nientemeno, la rottura: dichiarare «esplicitamente, solennemente, collettivamente, che se i partiti di centro-sinistra non daranno soddisfazione a quel “cahier de doléance” minimalista che sono le richieste stranote in fatto di conflitto d’interessi, giustizia, pluralismo televisivo eccetera, non li voteremo più. Anche a rischio che in questo modo vinca per una terza volta Berlusconi». Certo, è vero che D’Arcais e i suoi, anche a sinistra, alla resa dei conti non rappresentano quasi nessuno. Alla primarie dell’Unione, il candidato espressione della loro mitica “società civile”, tale Ivan Scalfarotto, ebbe lo 0,6% dei voti. Anche percentuali tanto ridicole, però, in un Paese dove le elezioni si vincono o si perdono per 24mila schede, possono avere un peso decisivo.

Ora, nel numero in edicola, all’appello-minaccia di Flores D’Arcais risponde il meglio degli antiberlusconiani di professione. Vattimo, si diceva, è uno che non la manda dire: «Se si va avanti ancora per qualche mese così - non dico tutta la legislatura - la sinistra “che avanza”, con i suoi restanti suffragi elettorali che magari potrebbero anche arrivare al quindici per cento, non avrà più alcun peso parlamentare. (...) Meglio davvero lasciare che Prodi cada al più presto, e che si faccia un nuovo governo di centro». Motivo di tanta disperazione è la presa d’atto che «la cultura di governo che vediamo in opera oggi è la solita cultura dei governi che si sono succeduti in Italia in questi anni. Davvero la smandrappata manovra finanziaria con cui Prodi promette di risanare il paese segna un cambio, e un cambio in meglio?». Vattimo, che non a caso insegna filosofia teoretica, ha capito bene anche qual è il ruolo suo e degli altri: «Sociologicamente, noi amici di Micromega siamo come Prodi, degli esterni che servono (si chiamavano utili idioti) a mediare con tutta quella zona di società che non sta nel partito, o nei partiti, e che conta in quanto, e quando, porta voti».

La Ravera preferisce prendersela invece con l’altra metà d’Italia. «La mostrificazione è già avvenuta. E probabilmente è irreversibile. Mezza Italia è sua, di Sua Emittenza. Anche se se ne è andato. Loro sono ancora lì, ancora suoi sudditi. Televedenti e telepazienti. Un gregge». Un gregge sì, ma non mansueto: «È gente facile da incendiare, torvamente dedita ai propri interessi. Gente», prosegue la serena analisi della Ravera, «che non si è mai fatta educare neppure alla socialdemocrazia, che si sente garantita da chi sta peggio, poiché consente loro la minima soddisfazione di non sentirsi gli ultimi. È gente che, manovrata a dovere, può far cadere un governo, può mettere in mora un parlamento, può persino rimettere sul piedistallo della dittatura qualche uomo-forte o uomo della provvidenza o uomo dei media». Stessa stima per l’Italia e i suoi elettori nelle parole del politologo Marco Revelli. Il quale, certo, è deluso dalla sinistra («A duecento giorni di vita del governo Prodi, la sensazione di disillusione non è minore di quella dei primi cento giorni, anzi»), ma ritiene che il problema vero sia «l’Italia barbara incanaglita e radicalizzata da questi mesi di opposizione».

I più, però, hanno l’onestà di prendersela con coloro che hanno votato. Marco Travaglio, tanto per cambiare, è il più cattivo: «Personalmente, se avessi saputo che il primo atto del nuovo parlamento in materia di giustizia sarebbe stata la nomina di Mastella a ministro della Giustizia e il secondo l’indulto di tre anni per i reati commessi sino al 2 maggio 2006 per salvare Previti, Berlusconi e Consorte, il 9 aprile non sarei andato a votare. Sarei andato a fare una rapina in banca e oggi mi godrei felicemente il bottino». Critico anche Dario Fo, ma non al punto da voler gettare a mare la maggioranza di cui fa parte sua moglie: «Non c’è dubbio che in questi primi mesi di governo ci siano stati degli autentici disastri, dei gravi errori. L’indulto, per esempio». L’importante, però, è restare sul carro per cercare di modificarne la direzione, non scenderne. Il riesumato Scalfarotto, che sul carro non è mai salito, lo sfascerebbe volentieri: «Non credo di poter di nuovo votare un governo di questo genere, non credo di poter farlo semplicemente perché ho a cuore il mio Paese».

© Libero. Pubblicato il 5 dicembre 2006.

Post scriptum. Un grande in bocca al lupo a Umberto e agli altri amici di Frontiera Ovest, quindicinale online al suo battesimo. Se le promesse del primo numero saranno mantenute, tra molto tempo saremo ancora qui a parlarne.

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