martedì, giugno 26, 2007

A Conservative Summer 2007 - Part 1

Appuntamento al 13 luglio (giorno più, giorno meno). Auguri per una vacanza felice a chi parte nel frattempo.

Post pubblicati su questo blog nelle ultime ore:
- Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - Conclusioni
- Il velo islamico sì, l'anello cristiano no
- 125 a 16 (ovvero: come leggere la stampa americana)

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Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - Conclusioni

Terza e ultima parte del capitolo "Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto", estratto dal libro "Verdi fuori, rossi dentro. L'inganno ambientalista", diciannovesimo volume dei "Manuali di conversazione politica" pubblicati da Libero-Free. Il libro è scritto da Franco Battaglia, docente di Chimica Ambientale all'università di Modena e vicepresidente dell'Associazione Galileo 2001, e Renato Angelo Ricci, professore emerito all'università di Padova, presidente onorario della Società Italiana di Fisica e presidente dell'Associazione Galileo 2001. Il volume costa appena 2,50 euro ed è in vendita in edicola a partire da venerdì 22 giugno. Che aspettate a comprarlo?

Conclusioni
In conclusione, nell’ipotesi che effettivamente l’uomo contribuisca significativamente al riscaldamento globale, non c’è da attenderselo, realisticamente, superiore a 2-3 gradi da qui al 2100. Ma, in questo caso, esso avrebbe, nel complesso, effetti benèfici per l’umanità. Naturalmente, sarebbe insensato che l’umanità si sforzi di raggiungere artificialmente la temperatura che si ritenga essere la migliore possibile. Ma, allo stesso modo, dovremmo convenire che sarebbe parimenti insensato ogni sforzo, per di più in nome di un vago principio di precauzione, per evitare di raggiungere quella condizione ideale.

Un’ultima osservazione va fatta, in ordine al presunto eccezionale ed eccezionalmente rapido cambiamento climatico di cui saremmo testimoni: d’eccezionale non c’è né l’attuale presunto cambiamento climatico né la sua rapidità. Un fatto è certo: il clima del pianeta può radicalmente cambiare, come le ere glaciali inconfutabilmente attestano. Cinquant’anni fa, quando ancora si riteneva che ciò potesse avvenire solo con tempi dell’ordine delle decine di migliaia d’anni, ci si è confrontati con l’evidenza che seri cambiamenti climatici avvennero anche nell’arco di pochi millenni; ridotti a pochi secoli dai risultati delle ricerche nei successivi 20 anni, e ulteriormente ridotti ad un solo secolo dai resoconti scientifici degli anni 1970-1980. Oggi, la scienza sa che cambiamenti climatici, nel passato, sono avvenuti anche nell’arco di pochi decenni.

Nel 1955, datazioni al carbonio-14 effettuate su reperti scandinavi rivelarono che il passaggio, circa 12.000 anni fa, da clima caldo a clima freddo, avvenne durante un millennio. Un periodo che fu definito “rapido”, vista l’universale convinzione che tali cambiamenti potevano avvenire solo in tempi di decine di migliaia d’anni. Conferme vennero da altre ricerche: ad esempio, quella dell’anno successivo che accertò che l’ultima era glaciale finì col “rapido” aumento di un grado per millennio della temperatura globale media; e quella di 4 anni dopo, secondo cui vi furono nel passato, e nell’arco di un solo millennio, aumenti di temperatura anche di 10 gradi. E altre ancora, finché nel 1972 il climatologo Murray Mitchell ammetteva che le evidenze degli ultimi 20 anni forzavano a sostituire la vecchia visione di un grande, ritmico ciclo con quella di una successione rapida e irregolare di periodi glaciali e interglaciali all’interno di un millennio.

Anche se, allora, il timore dominante era la possibilità che la fine del secolo avrebbe potuto segnare l’inizio di un periodo glaciale con evoluzione rapida (cioè in pochi secoli) verso condizioni “fredde” catastrofiche per l’umanità), non mancava, tuttavia, chi avvertiva del pericolo opposto: il riscaldamento globale a causa delle emissioni umane. In quello stesso 1972, infatti, il climatologo M. Budyko dichiarava che alla velocità con cui l’uomo immetteva CO2 nell’atmosfera, i ghiacciai ai poli si sarebbero completamente sciolti entro il 2050. Insomma, ancora 30 anni fa gli scienziati non si erano messi d’accordo se un’eventuale minaccia proveniva dal troppo freddo o dal troppo caldo.

Mentre erano concordi su una cosa, che di troppo era certamente: la loro ignoranza. E invocarono – giustamente – maggiori risorse. Grazie alle quali andarono in Groenlandia ove, dopo 10 anni di tenace lavoro, estrassero, dalle profondità fino ad oltre 2 km, “carote” di ghiaccio di 10 cm di diametro. Dalle analisi dell’abbondanza relativa degli isotopi dell’ossigeno nei diversi strati di ghiaccio (il più profondo dei quali conserva le informazioni sulle temperature di 14mila anni fa) si ebbe la conferma che drammatiche diminuzioni di temperatura erano avvenute in pochi secoli. Ma fu solo nel 1993 che gli scienziati rimasero, è il caso di dire, di ghiaccio: quando scoprirono, da nuovi carotaggi, che la Groenlandia aveva subito aumenti di anche 7 gradi nell’arco di soli 50 anni; e, a volte, con drastiche oscillazioni anche di soli 5 anni!

Anche se «questi rapidissimi cambiamenti del passato non hanno ancora una spiegazione», come dichiara un recente rapporto dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana, la scienza ha accettato l’idea di un sistema climatico la cui variabilità naturale si può manifestare anche nell’arco di pochi decenni. Non c’è nessuna ragione – di là da quella che ci rassicura psicologicamente – per ritenere che essi non debbano manifestarsi oggi. Vi sono invece tutte le ragioni per ritenere che quella secondo cui l’uomo avrebbe influenzato i cambiamenti climatici sia un’idea – come tutte quelle dei Verdi, ad essere franchi – priva di fondamento; e per ritenere, semmai, che sono i cambiamenti climatici ad aver influenzato l’uomo e il percorso della civiltà.

Una cosa senz’altro certa è che i vincoli del protocollo di Kyoto (ridurre del 5%, rispetto a quelle del 1990, le emissioni di gas serra da parte dei paesi industrializzati) avrebbero effetto identicamente nullo sul clima: nell’atmosfera vi sono 3000 miliardi di tonnellate di CO2, l’uomo ne immette, ogni anno, 20 miliardi di tonnellate, di cui 10 provengono dai paesi industrializzati, e pertanto il protocollo di Kyoto equivarrebbe a immettere nell’atmosfera 19.5 miliardi di tonnellate di CO2 anziché 20 miliardi. Un primo passo, dicono gli ambientalisti; ma anche montare su uno sgabello è un primo passo per raggiungere la Luna! (Né, d’altra parte, veniamo informati di quali sarebbero gli altri passi). Insomma, la temuta temperatura che l’umanità potrebbe dover sopportare nel 2100, se si applicasse il protocollo di Kyoto verrebbe ritardata al 2101! Senonché, gli sforzi economici conseguenti allo rendere operativo quel protocollo sarebbero disastrosi: nel caso dell’Italia, quel disastro – è stato valutato – comporterebbe, tra le altre cose, la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro per ridotta produttività.

(3- Fine)

© Libero - Free.

Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - 1a parte
Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - 2a parte

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lunedì, giugno 25, 2007

Il velo islamico sì, l'anello cristiano no

Si può pensare quello che si vuole della verginità prematrimoniale (personalmente ritengo che chi la pratica si perda qualcosa, ma siccome è una scelta che paga sulla sua stessa pelle, e non su quella altrui, affari suoi). Però non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che chi la sceglie ha tutto il diritto di essere rispettato. Eppure, in un mondo in cui ogni esempio di "diversa sensibilità culturale", dal pantheismo al burqa, dallo zoroastrismo al culto di Wicca sino a Scientology, è difeso e spesso incoraggiato (è così bello poterci beare di come siamo ben disposti verso la diversità altrui, e quindi moderni), la verginità prematrimoniale sembra essere uno dei pochi esempi di "dissonanza" da reprimere.

Accade a Londra (hat tip: Michelle Malkin). Dove una scuola ha vietato alle studentesse di indossare il cosiddetto "anello della purezza". Un banalissimo cerchietto d'argento che sta a indicare l'impegno dei giovani cristiani a non avere rapporti sessuali prima del matrimonio (anello che, detta come va detta, svolge anche una sua indubbia funzione sociale nel "mercato" delle relazioni tra i due sessi: chi è in cerca di avventure facili, una volta visto l'anello capisce subito che deve rivolgersi altrove, risparmiando così tempo e fatica).

Ovviamente - e qui è il punto della faccenda - nella scuola gli studenti islamici sono autorizzatissimi a indossare indumenti - come il velo femminile, il hijab - che indicano in modo ancora più chiaro l'appartenenza religiosa di chi li porta e la volontà di marcare le distanze con l'altro sesso.

«La vera ragione per questa estrema ostilità verso chi indossa l'anello della purezza è l'avversione nei confronti del messaggio di astinenza sessuale, che è "contro-culturale" e contrario all'atteggiamento della società e alla politica del governo. Questo messaggio della tradizione giudeo-cristiana viene soppresso», ha scritto Lydia Playfoot, la ragazza protagonista della vicenda.

Difficile darle torto. Essendo la cultura dominante nell'establishment politico e culturale quella di derivazione sessantottina, non c'è da stupirsi che quello cristiano sia oggi l'unico messaggio religioso "contro-culturale". Commento di un lettore sul London Telegraph: «Avesse deciso di presentarsi a scuola con un osso infilato nel naso, probabilmente glielo avrebbero permesso». Difficile dare torto anche a lui.

Stesso argomento (più o meno), su questo blog: La ballerina inglese che sfida la censura del politicamente corretto.

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domenica, giugno 24, 2007

125 a 16 (ovvero: come leggere la stampa americana)

Quando leggiamo i giornali americani, quando i quotidiani italiani ci fanno credere che persino l'orgoglioso mondo dei media statunitensi, con la schiena dritta per definizione, baluardo di democrazia, non ne può più dell'amministrazione Bush, quando leggiamo Vittorio Zucconi ed Ennio Caretto che citano i loro colleghi d'oltreoceano, coraggiosi e indipendenti eppure così vicini alle posizioni della sinistra italiana, ecco, in tutti questi casi, da adesso in poi, teniamo presente questa inchiesta di Msnbc:

MSNBC.com identified 143 journalists who made political contributions from 2004 through the start of the 2008 campaign, according to the public records of the Federal Election Commission. Most of the newsroom checkbooks leaned to the left: 125 journalists gave to Democrats and liberal causes. Only 16 gave to Republicans. Two gave to both parties.
Post scriptum. Tranquilli, in Italia è diverso. Simili cose qui non succedono, della dignità professionale si ha un altro concetto. Un giornalista non darebbe mai i suoi soldi ai politici. Figuriamoci. Semmai se li farebbe dare. Formato cash, formato consulenza o formato posto di lavoro in Rai.

Post-post scriptum. A proposito di Stati Uniti e di establishment liberal: applausi per Rudy.

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sabato, giugno 23, 2007

Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - 2a parte

Seconda parte (di tre) di un capitolo del libro "Verdi fuori, rossi dentro. L'inganno ambientalista", diciannovesimo volume dei "Manuali di conversazione politica" pubblicati da Libero-Free. Il libro è scritto da due scienziati di primissimo livello: Franco Battaglia, docente di Chimica Ambientale all'università di Modena e vicepresidente dell'Associazione Galileo 2001, e Renato Angelo Ricci, professore emerito all'università di Padova, presidente onorario della Società Italiana di Fisica e presidente dell'Associazione Galileo 2001. Il libro costa appena 2,50 euro ed è in vendita in edicola da venerdì 22 giugno.

Quali temperature potremmo attenderci fra 100 anni?
Se si assumono attendibili le misure satellitari e le si estrapola da qui a 100 anni, per allora la temperatura media globale sarà aumentata di mezzo grado, con un’incertezza di 1.5 gradi. Se invece – come fa l’Ipcc – si assumono fedeli le misure dalle stazioni a Terra e si attribuisce esclusivamente all’uomo la causa del riscaldamento globale, le previsioni da qui a 100 anni dipendono da molteplici considerazioni (economiche, politiche, tecnologiche, etc.) sullo sviluppo dell’umanità; e che si riflettono, alla fine, sulla reale consistenza futura di emissioni di gas serra.

Ebbene, l’Ipcc, assumendo fedeli le temperature registrate sulla Terra e attribuendo all’uomo la principale responsabilità del riscaldamento, esamina 40 possibili scenari, prende nota dei due scenari che prevedono l’aumento minore e l’aumento maggiore di temperatura, e conclude che per il 2100 ci si deve attendere un aumento di temperatura compreso fra 1.4 e 5.8 gradi. Curiosamente, l’Ipcc non riporta né l’incertezza di ciascun valore di temperatura previsto da ciascuno degli scenari, né la probabilità che questi scenari hanno di realizzarsi. Ad esempio, gli scenari che prospettano i maggiori aumenti di temperatura sono quelli che assumono che tutti i paesi in via di sviluppo avranno nel frattempo raggiunto standard di vita uguali a quelli dei paesi industrializzati. Un’assunzione, questa, che, anche se desiderabile col cuore, sembra francamente lontana da ogni oggettiva realtà delle cose. Anche se noi che scriviamo possiamo prenderci la libertà di essere così “politicamente poco corretti”, l’Ipcc, un organismo intergovernativo comprendente rappresentanze da un centinaio di paesi, molti dei quali in via di sviluppo, non può evidentemente prendersi quella stessa libertà. Certamente non sino al punto da escludere dai propri rapporti quei fantasiosi scenari. Se si fa questa “scrematura” (ed è stata fatta in studi indipendenti) l’aumento massimo di temperatura da attendersi per il 2100 (nell’ipotesi che siano le attività umane le responsabili principali del presunto global warming) non è superiore a 3 gradi. Se invece il contributo antropogenico fosse irrisorio, dai dati disponibili sull’attività solare possiamo attenderci, fra 100 anni, variazioni di temperatura comprese fra –1.0 e 2.0 gradi.

Un eventuale riscaldamento globale, che sia di realistica entità, sarebbe dannoso o benèfico per l’umanità?
Una comune affermazione è quella che si fa in occasione di eventi climatici catastrofici.

Ad esempio, si dice che solo nei più recenti anni si sono avuti uragani così frequenti e così intensi. Ma è vero? La tabella 2 riporta i 24 uragani più intensi (tutti quelli di forza 4 e 5) registrati negli anni 1850-2004. Ebbene, come si vede, ve ne furono 11 nei 76 anni compresi fra il 1852 e il 1928, e 13 nei 76 anni compresi fra il 1928 e il 2004; e, tra i primi 14 (tutti quelli di forza 5), ne occorsero 7 negli anni 1852-1928 e 7 negli anni 1928-2004: sostenere di essere in presenza di un evidente e marcato aumento di uragani ci sembra quanto meno precipitoso, se non azzardato.

Ciò premesso, è chiaro che – a meno di credere che la temperatura oggi sia esattamente la migliore concepibile – è ragionevole pensare che il mondo potrebbe trarre benefìci da modeste variazioni di temperatura. Bisogna stabilire se questi benefìci verrebbero da una modesta diminuzione o da un modesto riscaldamento.

L’incidenza di mortalità è certamente correlata alle temperature: sia il caldo che il freddo estremo favoriscono i decessi, ma è stato dimostrato che condizioni di freddo estremo causano un’incidenza doppia di mortalità rispetto alle condizioni di caldo estremo. Inoltre, se si tiene conto del fatto che un eventuale global warming comporterà maggiori aumenti di temperatura nelle stagioni fredde che non in quelle calde, si può concludere che, rispetto alla mortalità umana, un modesto global warming avrebbe effetti benèfici.

Gli scenari dell’Ipcc prevedono, per il 2100, un innalzamento dei mari compreso fra 9 e 90 centimetri. Ma bisogna osservare due fatti. Innanzi tutto, il mondo riesce benissimo ad affrontare questo problema, come testimonia l’Olanda, col suo imponente sistema di dighe che la difende dal mare. Naturalmente, si potrebbe obiettare che un paese come il Bangladesh, la cui popolazione vive, per il 25%, in zone costiere a circa un metro sul livello del mare, potrebbe non essere in grado, per la sua povertà, a prendere le adeguate misure protettive. Non bisogna tuttavia dimenticare che i “peggiori” scenari previsti dall’Ipcc si realizzerebbero solo se anche i paesi poveri raggiungessero lo stesso benessere economico dei paesi ricchi, per cui, in quel caso, come oggi l’Olanda, anche il Bangladesh saprebbe come affrontare il problema.

In secondo luogo, va precisato che il livello del mare sta aumentando da millenni. Da quando la Terra è uscita dall’ultima glaciazione, il livello del mare è aumentato di ben 100 metri, per due cause principali: la fusione dei ghiacciai e la dilatazione termica delle acque. La prima, è un evento in corso a partire dalla fine dell’ultima era glaciale, e non ha avuto alcuna accelerazione nell’ultimo secolo. Anzi, non è escluso che un clima più caldo possa interromperla, in conseguenza di aumentate precipitazioni, che ai poli si depositerebbero come neve.

I benefìci sull’agricoltura da un modesto global warming sono indubbi. Anzi, in questo caso l’aumento di temperatura è sinergico con l’aumento di concentrazione di CO2: nelle serre tecnologicamente più avanzate si pompa, appunto, CO2 per ottenere rendimenti più alti.

(2- continua)

© Libero - Free.

Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - 1a parte

Addendum. A proposito di Kyoto: La Cina è prima al mondo per l'inquinamento dell’aria, superati gli Usa

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Ultime notizie dalla Confcommercio pakistana

Nei posti civili le associazioni dei commercianti fanno cose come questa e questa. Nei posti incivili si occupano di altro.

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venerdì, giugno 22, 2007

In difesa della dignità del presidente del Consiglio

Piccolo appello in difesa della dignità del presidente del Consiglio, Romano Prodi, e della carica che ricopre. Un appello di due parole, rivolto a lui medesimo: si dimetta. E' l'unico modo che ha per evitare di subire l'ennesima umiliazione per mano dei "suoi". L'altra volta fu Massimo D'Alema, stavolta è Walter Veltroni.

Nel caso non si fosse capito, stanno defenestrando Prodi. Anzi, lo hanno già scaricato. Buttato via come una vecchia ciabatta. Il presidente del Consiglio per primo sapeva benissimo quanto questo rischio fosse forte. Perciò aveva chiesto che alla guida del partito democratico non fosse messo un "segretario" o un "presidente" forte, ma un semplice speaker. Una scelta diversa sarebbe stata il segnale che erano pronti a fargli le scarpe. E poi voleva che i tempi non fossero così rapidi: sarebbe suonato come un ceffone all'attuale leader della coalizione. Perché andare di fretta quando le elezioni politiche - calendario alla mano - si faranno solo nel 2011? Stringere i tempi sarebbe stato un atto di sfiducia plateale nei confronti del governo e delle sue pretese di durare l'intera legislatura per portare a termine il programma. Prodi stesso aveva detto che lui, tra quattro anni, non si sarebbe candidato. Insomma, era dispostissimo a farsi da parte, ma chiedeva solo di farlo senza subire umiliazioni, nei modi e nei tempi "naturali".

E invece. E' andata che il leader del Pd l'hanno fatto subito, e l'incarico lo daranno a una figura che più forte non si poteva: quel Veltroni detestato da tanti, pieno di limiti (soprattutto agli occhi degli elettori del Nord), ma pur sempre ultima carta giocabile per salvare la sinistra italiana dal baratro. A ottobre sarà leader del partito democratico, ma è scontato sin d'ora che sarà il candidato premier del centrosinistra alle prossime elezioni. Tutti, Massimo D'Alema compreso, adesso si aggrappano al sindaco di Roma come cozze allo scoglio durante la tempesta. Veltroni è l'ultima speranza di ciò che resta dell'Unione. Prodi è la zavorra dalla quale liberarsi il prima possibile.

Davvero difficile che Prodi non l'abbia capito. Per questo, se non vuole passare alla storia come una macchietta senza partito candidata due volte come testa di paglia dai post-comunisti (che nel secondo caso per fargli piacere si sono inventati persino qualche milione di inesistenti elettori alle primarie dell'Unione) e poi da questi puntualmente scaricata e rimpiazzata appena non gli serviva più, faccia un gesto forte, di alta dignità politica. Ha sempre detto di non essere "un uomo per tutte le stagioni", di non voler fare "il Re Travicello" e altre cose simili. Bene. Adesso ci faccia capire se diceva sul serio o scherzava. Ds e Margherita, preparandogli lo "scivolo", il pensionamento anticipato, hanno fatto l'unica scelta razionale per provare a sopravvivere. Adesso sta a Prodi fare la cosa giusta. Si dimetta, esca a testa alta da palazzo Chigi prima che quelli che ce l'hanno messo lo caccino via con ignominia. Se non lo fa per se stesso, lo faccia almeno per l'istituzione che rappresenta.

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Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - 1a parte

L'ultimo libro delle edizioni Libero-Free (il diciannovesimo, poi dicono che non esiste mercato per le idee a destra di Jeremy Rifkin) è una perla. "Verdi fuori, rossi dentro. L'inganno ambientalista" tocca uno dei temi abituali di questo blog. Gli autori sono due scienziati di primissimo livello: Franco Battaglia, docente di Chimica Ambientale all'università di Modena e vicepresidente dell'Associazione Galileo 2001, e Renato Angelo Ricci, professore emerito all'università di Padova, presidente onorario della Società Italiana di Fisica e presidente dell'Associazione Galileo 2001.

Pubblico, in tre parti, un capitolo del libro, nella convinzione che qualcuno dei lettori di questo blog andrà in edicola e caccerà di tasca 2,50 euro (l'equivalente della mancia che lasciamo al cameriere della pizzeria) per acquistare l'intero volume e leggersi tutti gli altri. Il libro è in vendita in edicola a partire da oggi, venerdì 22 giugno. Merita davvero.

Secondo il Terzo Rapporto dell’Ipcc (Comitato internazionale sui cambiamenti climatici) – un organismo intergovernativo che comprende scienziati da 100 Paesi – “il riscaldamento globale previsto per il prossimo secolo potrebbe risultare senza precedenti negli ultimi 10.000 anni”. Ma secondo Richard Lindzen, uno degli estensori di quel rapporto e membro dell’Accademia nazionale delle scienze americana, “la possibilità di un eccezionale riscaldamento globale, anche se non escludibile, è priva di basi scientifiche”.

Il riscaldamento globale è ritenuto essere la conseguenza di vari fattori tra cui anche un incremento della concentrazione atmosferica di gas-serra (soprattutto CO2 e, in misura molto minore, metano e altri gas-serra). Siccome nell’ultimo secolo sono progressivamente aumentati sia l’uso mondiale dei combustibili fossili sia le concentrazioni atmosferiche di CO2, si potrebbe pensare che, assumendo che questi aumenti continuino senza sosta, il raggiungimento di livelli pericolosi sia solo questione di tempo, e che più aspettiamo più difficile potrebbe essere affrontare il problema.

Il sillogismo logico, secondo alcuni, sarebbe allora il seguente:

1. i gas-serra stanno aumentando senza sosta,

2. ogni cosa che aumenta senza sosta raggiunge prima o
poi livelli catastrofici,

3. la catastrofe non può evitarsi se non si blocca quell’aumento.

Ma, piaccia o no, le cose non sono così semplici. Ad esempio, le previsioni del futuro riscaldamento globale assumono che la crescita di popolazione s’interromperà in alcuni decenni: se così non fosse, avremmo ben altro – prima ancora del riscaldamento globale – di cui preoccuparci. E, d’altra parte, dovesse la popolazione mondiale stabilizzarsi, il timore dell’aumento senza sosta dei gas-serra non sarebbe più giustificato.

Secondo altri, invece: non vi è alcuna evidenza che il riscaldamento sia reale; ammesso che lo sia, esso è minimo e non vi è alcuna evidenza che sia stato indotto dalle attività umane; e, infine, esso potrebbe essere addirittura benefico.

Naturalmente, finché nessuna delle due parti comprende solo isolati casi di dissenzienti (e non è questo il caso), non ha importanza sapere quale pensiero ha il maggior numero di sostenitori: i risultati della scienza non si acquisiscono a maggioranza. Poniamoci allora le seguenti quattro domande: Il riscaldamento globale è reale? Qualora lo fosse, la causa dominante è l’effetto serra d’origine antropica? Qualora anche questo fosse il caso, quale aumento di temperatura media globale potremmo realisticamente attenderci fra, poniamo, 100 anni? E, infine, l’aumento realisticamente prevedibile in caso di contributo antropogenico determinante, apporterà, globalmente, danni o benefìci?

Il riscaldamento globale è reale?
Anche se misure dirette in grado di fornire informazioni sulle temperature medie globali sono state effettuate solo recentemente, vari dati indiretti (in particolare le concentrazioni relative di 16O e 18O nelle “carote” di ghiaccio estratte in Groenlandia) ci permettono di concludere che attualmente la Terra si trova tra due ere glaciali (che avvengono ogni 100.000 anni circa). Durante l’ultima era glaciale le temperature erano di 10 gradi inferiori ad ora e non è escluso che il pianeta sia più caldo adesso che non in ogni altro periodo degli ultimi 1000 anni; un riscaldamento, quello di questo millennio, che è avvenuto gradualmente per ragioni certamente indipendenti dalle attività umane.

Il problema che nasce è se per caso queste ultime abbiano o no, sul riscaldamento globale, un’influenza significativa rispetto a cause naturali. A questo scopo, è necessario limitarsi a osservare le variazioni negli ultimi 150 anni, cioè dall’avvento dell’industrializzazione. Ebbene, vi è concordanza nella comunità scientifica che le misurazioni di temperatura effettuate da stazioni sulla Terra rivelano valori che negli ultimi 150 anni sono aumentati di circa mezzo grado. I maggiori aumenti si sono registrati nei periodi 1910-1945 e 1975-2000. Però – va detto e questo è importante – nel periodo 1945-1975, senza che ci sia mai stata alcuna diminuzione delle emissioni antropiche, si è osservato non un aumento ma una diminuzione di temperatura.

Se però ci si chiede se queste misurazioni corrispondano alla temperatura media globale, ci si imbatte in una prima seria difficoltà: non vi è garanzia che l’aumento osservato non sia da attribuire al fatto che nell’intorno delle stazioni di misura si sviluppava, nei decenni, un’urbanizzazione, e che è ad essa che dovrebbe attribuirsi quell’aumento. L’assenza di quella garanzia nasce anche dal fatto che i tentativi di aggiustare i dati in modo tale da tenere conto di questo “effetto da urbanizzazione” – mediante soppressione dei dati più recenti dalle stazioni “incerte” – aumenta l’incertezza sull’analisi finale, visto che si ha bisogno di dati abbondanti e accurati proprio in riferimento ai tempi più recenti. Per farla breve: potrebbe benissimo essere che il riscaldamento osservato successivamente al 1975 (circa 0.15 gradi per decennio) sia da attribuirsi totalmente all’effetto dell’urbanizzazione attorno alle stazioni di misura.

Nel periodo successivo al 1975 si ha però disponibilità di dati satellitari. I satelliti non registrano la temperatura della Terra, ma quella dell’atmosfera, misurando la quantità di radiazione a microonde emessa dalle molecole che costituiscono l’aria sino a circa 8 km di distanza dalla Terra. Le misure satellitari sono più attendibili, sia perché i satelliti riescono a campionare contemporaneamente una porzione di globo più ampia, sia perché esse non sono viziate dall’effetto di urbanizzazione. Ebbene, il risultato è che le misure satellitari non registrano l’aumento di temperatura registrato dalle misure sulla Terra. Un risultato, questo, che trova conforto nelle misure effettuate, sin dal 1960, dai palloni aerostatici, dai quali, pure, non si registra alcun aumento di temperatura.

Una curiosa osservazione che spesso viene avanzata dai media è la seguente: riferendosi ad un evento climatico eccezionale, e a “prova” dei cambiamenti climatici in atto, si osserva che quell’evento «non accadeva da 120 anni!». Non si pensa, però, che se non accadeva da 120 anni, allora 120 anni fa è accaduto: come mai? (...) È vero, ad esempio, che nel 1998 e nel 2003 si registrarono record di alte temperature (si veda Italia e Germania), ma è altrettanto vero che le temperature più alte mai registrate in Spagna, Finlandia, Usa, Alaska e Argentina furono registrate tutte in data anteriore al 1915 (nel 1881 in Spagna), e la temperatura più alta mai registrata al mondo fu registrata, in Libia, nel 1922. Così come la temperatura più bassa mai registrata in Germania fu registrata nel 2001 e, nel mondo, nel 1983. Interessante anche il record del Regno Unito, ove la temperatura più bassa mai registrata fu di -27.2 C, e fu registrata negli anni 1895, 1982 e 1995: cioè oggi come 100 anni fa.

Qual è il contributo d’origine antropica al presunto
riscaldamento globale?
Stabilite le incertezze su cui si fonda l’esistenza stessa del riscaldamento globale, passiamo a valutarne, nell’ipotesi che esso sia reale, il contributo antropogenico. Indubbiamente, i gas-serra (innanzi tutto acqua, e poi anidride carbonica) tengono la Terra calda: senza di essi, avremmo 33 gradi di meno. Ma l’anidride carbonica (il secondo componente naturale, dopo il vapore acqueo, responsabile dell’effetto serra “naturale”) è anche immessa nell’atmosfera dall’uomo ogni volta che si bruciano combustibili fossili. Effettivamente, si osserva che, nel tempo, le concentrazioni atmosferiche di CO2 e le temperature hanno seguito un comportamento parallelo: a diminuzioni o aumenti delle prime corrispondono diminuzioni o aumenti delle seconde. È però importante essere consapevoli del fatto che comportamenti paralleli di questo tipo non implicano necessariamente una relazione di causa-effetto; e, dovesse essa esserci, non rivelano qual è la causa e quale l’effetto. In particolare, sembra che gli aumenti di temperatura alla fine delle ultime tre ere glaciali abbiano preceduto (e non seguito) corrispondenti aumenti di concentrazione di CO2. Purtroppo, le incertezze di questo dato non permettono di assumerlo per assodato e definitivo. In ogni caso, non vi è dubbio che la Terra potrebbe riscaldarsi per altre ragioni – l’attività solare, ad esempio - che disturbino il bilancio tra la radiazione proveniente dal Sole e quella che la Terra rispedisce indietro nello spazio.

Alcuni, infatti, ritengono che le variazioni di temperatura registrate negli ultimi 150 anni siano da attribuire esclusivamente a variazioni dell’attività solare. In particolare, il numero delle macchie solari (osservabili facilmente con un modesto telescopio) è stato accuratamente registrato negli ultimi 400 anni (e segue un ben noto ciclo con periodo di 11 anni). Ed effettivamente, esattamente come avveniva tra concentrazione di CO2 e temperatura della Terra, si è osservato che, nel tempo, l’attività solare e le temperature hanno seguito un comportamento parallelo (...).

Solo che, in questo caso – dovesse esserci una relazione di causa-effetto – non ci sarebbero dubbi sull’attribuzione della causa e dell’effetto. Va però detto che il tentativo di valutare, dagli aumenti osservati di attività solare, la consistenza degli aumenti di temperatura attesi, ha portato alla conclusione che questi sono inferiori agli aumenti di temperatura osservati. Allora, vi è, forse, ancora spazio per attribuire all’uomo almeno una parte dell’aumento di temperatura osservato (ammesso che esso sia reale). Per cercare di togliersi il dubbio non c’è altro da fare che affidarsi a modelli matematici e tentare di simulare la realtà al calcolatore.

Questi modelli sono, essenzialmente, dello stesso tipo di quelli che si usano per fare le previsioni meteorologiche, anche se vi sono alcune fondamentali differenze su cui qui non è il caso di soffermarsi. Comunque, ecco in breve come funzionano, almeno per la parte più simile ai modelli di previsione del tempo:

1. la superficie della Terra è suddivisa in cellette bidimensionali da una griglia tracciata lungo i meridiani e i paralleli, e l’atmosfera sopra ogni celletta è quindi suddivisa in strati: l’intera atmosfera è così ripartita in tante “scatole”;

2. entro ognuna di esse si fissano, ad un particolare istante di tempo, i valori delle grandezze fisiche significative (temperatura, pressione, umidità, velocità e direzione del vento, etc.);

3. si usano le equazioni del modello per far evolvere nel tempo la situazione iniziale, calcolando i valori futuri delle grandezze fisiche significative in ogni “scatola”.

L’attendibilità di un modello dipende dalla sua capacità di predire... il passato: si parte dalle condizioni iniziali, poniamo, nel 1860; si usa il modello per riprodurre le condizioni presenti; se queste non sono riprodotte, si modificano le condizioni iniziali e i parametri del modello sino a che non si ottengono da esso previsioni in accordo col futuro (rispetto al 1860) che conosciamo già (cioè sino ad oggi). Questo modo di procedere è senz’altro il migliore possibile, viste le enormi difficoltà del problema; ma non bisogna dimenticare che variando a piacimento un gran numero di parametri si è in grado di riprodurre qualunque cosa si voglia: la verità è che un modello costruito su un numero sufficiente di parametri è in grado di riprodurre tutto e il contrario di tutto da qualunque insieme di dati.

Ad ogni modo, l’Ipcc, in un rapporto firmato da 515 (sic!) autori, osserva che i modelli matematici riprodurrebbero l’attuale riscaldamento globale solo a patto che siano incluse le emissioni antropogeniche di gas-serra, e pertanto conclude che “tenendo conto dei pro e dei contro dei fatti, sembra che vi sia una ben distinguibile influenza umana sui cambiamenti climatici”. Alcuni ritengono la conclusione azzardata. Innanzitutto, a causa dei limiti già detti inerenti a modelli che contengono un gran numero di parametri. In secondo luogo, perché molti modelli considerati dall’Ipcc falliscono quando s’includono in essi i contributi provenienti dagli aerosol, che sono particelle – principalmente di solfati – che si formano dalle emissioni vulcaniche e antropogeniche: includendo gli aerosol, le temperature calcolate dai modelli sono inferiori a quelle osservate. Infine, perché modelli diversi danno risultati molto diversi tra loro, a causa della difficoltà connessa alla trattazione delle masse di nuvole; per includerle appropriatamente nei modelli, bisognerebbe dividere l’atmosfera in “scatole” molto più piccole, e quindi molto più numerose, fatto che renderebbe però impraticabili i già complessi calcoli.

In alcuni casi i modelli hanno dimostrato una più che soddisfacente attendibilità: quando, nel 1991, in seguito alla gigantesca eruzione del vulcano Pinatubo nelle Filippine, la temperatura media globale diminuì di 0.5 gradi, una diminuzione che fu osservata e anche “prevista” dai modelli. L’evento, tuttavia, non può non farci riflettere: se basta un’eruzione vulcanica per diminuire di 0.5 gradi in un anno la temperatura media globale, qual è il senso di preoccuparsi di un’eventuale contributo antropogenico che sarebbe stato la causa di un aumento di 0.6 gradi in 150 anni?

Sembrerebbe, ancora una volta, che il contributo antropogenico alle variazioni di temperatura media globale sia ben mascherato da contributi naturali, ben più importanti e sui quali poco o nulla possiamo fare se non, ove possibile, adattarci.

(1 - continua).

© Libero - Free.

Addendum.
Sul trattato di Kyoto, da questo stesso blog:
Negazionismo ambientalista
Il protocollo di Kyoto fa bene a chi non lo firma

Letture fortemente consigliate:
What is at risk is not the climate but freedom, di Vaclav Klaus
Global Cooling, su The Right Nation

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mercoledì, giugno 20, 2007

Prova scritta di terzomondismo

«La fine del colonialismo moderno e l’avvento del neocolonialismo tra le cause del fenomeno dell’immigrazione nei Paesi europei. Illustra le conseguenze della colonizzazione nel cosiddetto Terzo Mondo, soffermandoti sulle ragioni degli imponenti flussi di immigrati nell’odierna Europa e sui nuovi scenari che si aprono nei rapporti tra i popoli». Una sfilza di luoghi comuni terzomondisti da sembrare il titolo di un convegno organizzato da Rifondazione Comunista. Ma è molto peggio di questo: è la traccia del sedicente "tema storico" appioppato agli studenti della maturità dal ministero dell'Istruzione. Lo svolgimento, in realtà, è inutile. E' tutto già scritto nel titolo: ogni colpa è dell'occidente, che ha impoverito territori un tempo - notoriamente - avanzatissimi e ricchissimi. E la gente oggi scappa da quei Paesi per colpa del neocolonialismo, cioè della globalizzazione. Ottimo modo per indurre nelle nuove generazioni sensi di colpa ingiustificati, astio verso l'occidente (casomai non ce ne fosse già abbastanza) e diffidenza nel libero mercato, unica cosa in grado di far uscire l'uomo dalla miseria. L'idea che gli immigrati fuggano da Paesi caratterizzati da povertà millenaria, governi liberticidi e tiranni corrotti manco ha sfiorato l'anonimo estensore.

La seconda perla è la traccia del tema sull'XI canto della Divina Commedia: sbagliata di brutto, ma nell'Italia di oggi quasi non fa notizia.

Degna conclusione di un anno scolastico trascorso all'insegna dei pusher in un Paese il cui governo è sotto schiaffo perenne dei comunisti.

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lunedì, giugno 18, 2007

Prodi e il Pd, eutanasia di una nullità politica

Per capire la reale statura politica di Romano Prodi occorre rileggersi, alla luce degli eventi di oggi, l'intervista da lui rilasciata a Repubblica il 30 maggio. Appena 19 giorni fa.
"D'ora in poi cambia la musica. O si fa come dico io, o prendere o lasciare".

Nonostante il suo ultimatum, ora c'è il dissenso di chi vuole anticipare i tempi, ed eleggere insieme alla costituente anche il leader. Lei non è d'accordo?
"Per me l'idea di scindere il leader dal premier è assolutamente inaccettabile. È un modo di riproporre i vizi della vecchia politica. Le due figure, il leader e il candidato premier, devono coincidere: è nella natura stessa del partito democratico, che nasce come partito per il governo e per la governabilità".

Quindi la costituente chi può nominare, se non un leader?
"Nominerà un coordinatore, un reggente. Meglio ancora uno speaker. Il vero leader sarà nominato più in là, e sarà anche il candidato premier. Questo è il patto".

Opta per questa scelta "minimalista" perché teme un pericoloso dualismo. Non è così?
"La mia storia parla per me. Io non faccio battaglie personali. Voglio uno spazio per governare davvero, e poi me ne andrò come ho promesso. Ma se non ho lo spazio per governare, me ne vado subito. A fare il Re Travicello proprio non ci sto".
Notare il profluvio di termini ultimativi: "prendere o lasciare", "assolutamente inaccettabile", "questo è il patto", "se non ho lo spazio me ne vado subito".

Oggi, 18 giugno, si è appreso che:

1) Contrariamente a quanto voleva Prodi, il leader del nuovo partito sarà eletto contestualmente all'assemblea costituente del Pd.

2) Contrariamente a quanto voleva Prodi, il leader del Pd e il premier saranno due figure diverse: Prodi, infatti, non potrà candidarsi alla guida del nuovo partito.

3) Contrariamente a quanto voleva Prodi, alla guida del Pd non sarà eletto né un "coordinatore" né un "reggente", tantomeno uno "speaker". Ma un leader vero e proprio. "Un segretario forte", come lo stesso presidente del Consiglio, fingendosi soddisfatto, l'ha definito oggi. Con tutti i rischi di dualismo e scarsa governabilità che questo comporterà (obiezione possibile: tanto, peggio di così il governo non può fare. Obiezione accolta).

4) Contrariamente a quanto voleva Prodi, i suoi ultimatum hanno fatto ridere Ds e Margherita, pronti a scaricarlo senza battere ciglio. Appena questi hanno fatto la voce grossa e gli hanno sbattuto in faccia i sondaggi della sua enorme impopolarità (al comitato dei 45 che si è riunito oggi erano presenti anche due sondaggisti), lui si è messo a cuccia. Ha fatto marcia indietro su tutto. E ora prova a spacciare questa sua ennesima sconfitta come una grande vittoria.

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domenica, giugno 17, 2007

Cinquecento piccole ragioni per l'antipolitica

di Fausto Carioti

Poi si lamentano perché l’antipolitica avanza. E grazie: se la politica è questa. Per capire la cifra della “casta” italiana, la sua vera dimensione etica, basta confrontare due numeri. Il primo, 630, è il totale dei deputati in carica. Il secondo, 120, è il numero dei portaborse che i recalcitranti onorevoli, messi alle strette e obbligati a regolarizzare i loro collaboratori, hanno “gratificato” di un contratto. Se si considera che solo alla Camera sono stati censiti 683 assistenti parlamentari (per un deputato che divide il portaborse con un collega ce ne sono molti che ne hanno almeno due a servizio), il conto è presto fatto. Tolti i pochi portaborse messi sotto contratto dai partiti, restano circa 500 deputati che mantengono “in nero” il loro principale dipendente. Niente contributi previdenziali, niente assistenza sanitaria, spesso niente ferie estive pagate, libertà di licenziare con uno schiocco di dita. E questi sono gli stessi politici che fanno la morale agli imprenditori e varano leggi per scovare e punire chi evade il peggior fisco d’Europa. Con quale credibilità?

Anche perché la truffa degli onorevoli - rigorosamente bipartisan - in questo caso è duplice. La prima vittima è il dipendente. La seconda è il contribuente italiano. Il quale i soldi al parlamentare, per il mantenimento dei suoi collaboratori, li versa ogni mese. Dei 13.689 euro che compongono la “busta paga” base del deputato (rimborsi per i trasporti e le telefonate sono esclusi), infatti, ben 4.190 euro, erogati tramite il gruppo parlamentare, servono a “rimborsare” gli onorevoli delle spese sostenute per i loro uffici a Montecitorio o nel collegio elettorale. Si tratta di un rimborso forfetario deciso con una semplice delibera, anni fa, dall’ufficio di presidenza della Camera. Per questa somma il parlamentare non deve fornire alcun rendiconto. Gli arriva in tasca «a prescindere», come avrebbe detto Totò (uno che di imbrogli e onorevoli tromboni se ne intendeva). A prescindere dal fatto che il deputato quei soldi li usi tutti, ne usi una parte sola o se li tenga per sé, e a prescindere anche dal fatto che li spenda per pagare gli stipendi dei suoi collaboratori o giri l’intera somma al suo spacciatore (non è un’illazione, è cronaca: il test delle Iene rivelò che 16 deputati su 50 avevano da poco fumato uno spinello o sniffato cocaina. Risultato: per poco non finivano in carcere. Le Iene).

Il presidente equo e solidale della Camera, Fausto Bertinotti, ha provato a fare il duro con i parlamentari. In gioco, del resto, c’è anche la sua faccia: se gli uffici di Montecitorio pullulano di gente reclutata in nero, lui, ex sindacalista, uomo di ultrasinistra che tratta lo statuto dei lavoratori come un rabbino tratta la Torah, non ci rimedia una gran bella figura. Ha fissato prima un termine, il 13 maggio, per far decidere ai deputati quali portaborse dovessero essere regolarizzati (gli altri, gli “esuberi”, licenziati: anche questo è molto di sinistra). Poi il termine è stato prorogato di un mese. E nei giorni scorsi si è scoperto che la macchina che doveva fare i “badge” ai nuovi assunti si è improvvisamente guastata. Intanto tutto continua come prima. E i portaborse che hanno in tasca qualcosa di simile a un contratto sono appena 120 (54 dei quali erano già in regola all’inizio della legislatura).

Le facesse un imprenditore, le irregolarità che commettono i deputati, vivrebbe nell’angoscia di un’irruzione della guardia di Finanza o degli ispettori Inps, temerebbe una denuncia da parte dei dipendenti. Ma simili cose a Montecitorio non possono accadere. Nessun portaborse è tanto coraggioso e tanto stupido da denunciare un deputato, e le forze dell’ordine non possono mettere piede in parlamento. Giustamente: fa parte della sacrosanta autonomia degli eletti dal popolo il fatto che siano fuori dalla portata di polizia e militari. Solo che certi privilegi i parlamentari debbono mostrare di meritarseli. Ed è proprio quello che non sta accadendo.

© Libero. Pubblicato il 16 giugno 2007.

sabato, giugno 16, 2007

Superiorità culturale della sinistra


Dalla prima pagina di Liberazione, quotidiano di Rifondazione Comunista, del 15 giugno 2007.

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venerdì, giugno 15, 2007

Con questi al governo l'opposizione è inutile - 2

Il centrodestra (con l'unica eccezione della Lega, spaventata dal referendum e intenzionata davvero a chiudere la legislatura il prima possibile) si agita quando è inquadrato dalle telecamere, ma in realtà moltissimi suoi esponenti sperano che Romano Prodi resti al governo ancora per qualche tempo. Magari sino al 2009. Spiegano questa posizione con il fatto che tanto Giorgio Napolitano le Camere non le scioglie, e che quindi toccherebbe impelagarsi con un governicchio di larghe intese (perdendo consensi tra gli elettori, che simili inciuci le detestano). Piuttosto, dicono, meglio tenersi Prodi, anche perché ogni settimana che resta al governo la sinistra perde l'ennesimo punto di consenso.

Due piccoli problemi. Il primo: questo governo sta massacrando i contribuenti, soprattutto quelli del ceto medio (lo dicono apertis verbis anche tantissimi esponenti di Ds e Margherita). Alla Cdl gliene frega qualcosa dei ceti che dovrebbe rappresentare, o no? Il secondo problema riguarda lo stesso centrodestra. Siamo sicuri che il governo Prodi faccia perdere fiducia solo al centrosinistra, e non stia screditando invece l'intera classe politica - e quindi anche l'opposizione, sebbene in misura minore?

L'impressione è che alla fine il problema lo risolveranno i compagni. Prima pagina di Liberazione, organo ufficiale di Rifondazione Comunista:
«Se il governo Prodi mette mano alle pensioni, in pensione ci va lui. Anticipata».
Non resta che prenderli in parola. Anche perché speranze alternative, al momento non se ne vedono.

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mercoledì, giugno 13, 2007

Chi (e come) sta lavorando al dopo Prodi

di Fausto Carioti

Una fase politica, quella che aveva consentito a Romano Prodi di vincere di misura le elezioni e governare per oltre un anno, si è appena chiusa. In queste ore si sta aprendo una fase nuova, in cui a Prodi stavolta tocca la parte del tacchino alla vigilia di Natale. La sua sostituzione a palazzo Chigi potrà non essere immediata (anche se a destra come a sinistra c’è chi lavora affinché lo sia), ma il punto non è questo. Il punto è che, dopo la prova di piazza di sabato scorso e dopo la batosta rimediata alle elezioni amministrative, anche a sinistra si è diffusa la convinzione che i presupposti su cui si basava il suo governo non solo non esistono più, ma si sono addirittura rovesciati.

Sinora il governo Prodi è nato e si è retto (male) sulla presunzione di riuscire a incanalare le pulsioni tribali della sinistra anticapitalistica in un percorso di civiltà politica. Lo scorso fine settimana si è capito che si tratta di una scommessa persa. Gli elettori (e anche molti eletti) dei partiti di sinistra sabato hanno scelto con le loro gambe: hanno lasciato Franco Giordano, Oliviero Diliberto e compagni a piazza del Popolo, soli come cani in chiesa, e hanno scelto di sfilare con gli antagonisti, il cui corteo si apriva con uno striscione di aperta sfiducia all’esecutivo: «No war, no Bush, no alle politiche di guerra del governo Prodi». Due settimane prima, le urne avevano punito gli stessi partiti e la loro pretesa di stare con la protesta e con il governo: Rifondazione ha perso un terzo dei suoi voti. La morale, per Prodi, è amarissima: più stanno vicini a lui e al suo governo, più questi partiti tendono ad azzerare i loro consensi. Politicamente parlando, Prodi oggi è un appestato. Sono gli stessi leader di queste sigle a riconoscerlo, quando - come hanno fatto Franco Giordano del Prc e Paolo Cento dei Verdi - avvertono di avere abbandonato la linea della lealtà per abbracciare la politica delle mani libere nei confronti dell’esecutivo, senza escludere nulla, nemmeno l’uscita dalla maggioranza.

Cresce poi l’aspettativa - e il diretto interessato non fa nulla per smentirla - che Clemente Mastella staccherà la spina a Prodi appena avrà la certezza che la legislatura si è avviata in modo inesorabile verso quel referendum promosso da Mariotto Segni per cambiare la legge elettorale a danno dei piccoli partiti. Gianfranco Fini in questi giorni racconta che «esiste già un’intesa di massima tra Mastella e Berlusconi, che dovrebbe portare l’Udeur fuori dal governo alla fine del mese». Se entro il 28 giugno, infatti, la commissione Affari costituzionali del Senato non avrà steso una proposta di legge elettorale condivisa da buona parte della maggioranza e dell’opposizione, ben difficilmente i tempi consentiranno di cambiare in corsa le regole del voto per evitare il referendum. Sempre per quella data, Prodi dovrà aver raggiunto con i partiti della maggioranza l’accordo su come e a chi aumentare le pensioni, su come spendere il “tesoretto” e su come realizzare l’alta velocità ferroviaria tra Torino e Lione. I partiti a sinistra dei Ds hanno deciso di cavalcare tutti questi temi per rifarsi uno straccio di verginità agli occhi degli elettori. Ma la loro ricetta è opposta a quella del partito democratico, in disperato bisogno di recuperare consensi al nord. Per ognuno dei contendenti è in gioco la sopravvivenza, e alla fine chi rischia di lasciarci le penne è il governo Prodi.

Davanti all’occasione che si prospetta, il centrodestra resta diviso tra chi vuole andare alle urne il prima possibile, come Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, e chi punta invece a rimandare l’appuntamento almeno al 2009, come Pier Ferdinando Casini. I motivi sono chiari: Berlusconi perché l’anagrafe lo logora, Casini perché vuole far logorare Berlusconi, Bossi perché vuole evitare il referendum e sa che sciogliere le Camere è il modo più efficace per riuscirci. Fini non freme per andare al voto subito e si risparmierebbe volentieri un’altra candidatura del Cavaliere, ma se capisce che Berlusconi ha buone carte in mano alla fine non lo lascerà solo.

Giorgio Napolitano non ha alcuna intenzione di indire nuove elezioni in tempi rapidi, e lo farà solo se lasciato senza alternative. Quindi, almeno il tentativo di mettere in piedi un nuovo governo andrà fatto. Berlusconi lo sa e, tramite Gianni Letta, ha avuto un abbocco con Franco Marini, presidente del Senato e uomo di punta della Margherita. Sapendo che Prodi cadrà non appena sarà pronta un’alternativa più o meno condivisa per rimpiazzarlo, il Cavaliere guarda a lui come una delle possibili soluzioni. Marini non disdegna certi corteggiamenti. Ma ha fatto sapere al Cavaliere le sue condizioni: «Un governo simile non dovrà riformare solo la legge elettorale, ma anche la carta costituzionale, e per fare questo avrà bisogno di almeno due anni di lavoro». Dovrà durare quindi sino al 2009. Il partito democratico, infatti, vuole almeno due anni di tempo per riprendersi dalla defenestrazione di Prodi e costruire una nuova candidatura, con ogni probabilità quella di Walter Veltroni. La scadenza del 2009 trova d’accordo anche Casini, che assieme a Marini ha costruito un asse abbastanza solido. Berlusconi vuole tempi più rapidi, e per adesso ha rifiutato. Ma il Cavaliere sa benissimo che su qualcosa dovrà cedere, e la data del 2009, è la novità di queste ore, resta per lui un ripiego, ma non rappresenta più un tabù. L’importante sarà arrivarci senza essersi sfibrati facendosi coinvolgere in governi di larghe intese, impopolari tra gli elettori.

«Berlusconi si sta tenendo aperte tante piste, come fa sempre», racconta un parlamentare azzurro molto vicino al Cavaliere. «Ma alla fine non credo proprio che finirà per mettersi nelle mani di un marpione della politica come Marini, che avrebbe lo scopo principale di indebolirlo agli occhi degli elettori». Lo scenario più probabile, spiega, «è quello di un governo che si farà verso ottobre-novembre, con un premier più debole di Marini, come potrebbe essere Lamberto Dini. Un governo composto solo da gente di sinistra e da qualche tecnico non sgradito alla Cdl, e che nasca dicendo che il suo scopo principale è cambiare la legge elettorale per andare al voto nel 2009. Per noi questa è la soluzione che minimizza i rischi, e davanti ad essa potremmo scegliere di astenerci o, in certi casi, di garantire una sorta di appoggio esterno».

Anche un simile scenario, però, è tutt’altro che scontato. Per questo resta aperta la terza strada, quella che il corso degli eventi potrebbe imboccare per inerzia: fine in tempi rapidi del governo Prodi, minato dal referendum e dai contrasti sulla spesa sociale, e, accertata l’ingovernabilità del Paese, ricorso alle urne già nel 2008. Così bello che Berlusconi non ci crede. Però ci spera.

© Libero. Pubblicato il 13 giugno 2007.

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Il patto di Rudolph Giuliani con gli americani

Ci sono due modi di presentarsi agli elettori come candidati alla guida di un Paese. Uno è questo, e i risultati, dopo poco, sono questi. L'altro è il modo serio. Rudolph Giuliani, candidato alle primarie del partito repubblicano americano, ha scelto il secondo.

Il suo programma si articola in dodici punti, appena presentati. Dodici impegni ("commitments") dinanzi agli elettori: chiari, semplici, concreti.

1) Io manterrò l'America all'offensiva nella Guerra al Terrore.

2) Metterò fine all'immigrazione illegale, renderò sicuri i nostri confini e identificherò ogni individuo presente nella nostra nazione che non sia cittadino americano.

3) Ristabilirò la disciplina fiscale e taglierò gli sprechi di Washington.

4) Ridurrò le tasse e riformerò il codice fiscale.

5) Imporrò il principio della responsabilità ("accountability") a Washington.

6) Condurrò l'America verso l'indipendenza energetica.

7) Darò agli americani più controllo su, ed accesso a, prestazioni sanitarie economicamente accessibili, offerte tramite soluzioni di libero mercato.

8) Aumenterò le adozioni, diminuirò gli aborti e proteggerò la qualità della vita dei nostri figli.

9) Riformerò il sistema legale e nominerò giudici rigorosi nell'interpretazione delle leggi.

10) Assicurerò che ogni comunità in America sia preparata per affrontare attacchi terroristici e disastri naturali.

11) Garantirò accesso all'educazione di qualità a ogni ragazzo in America, dando ai genitori il diritto di scegliere la scuola che preferiscono ("real school choice").

12) Aumenterò la partecipazione americana nell'economia mondiale e rafforzerò la nostra reputazione nel mondo.

Addendum. Qui l'ultimo sondaggio di Rasmussen Reports in vista delle primarie del partito repubblicano.

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lunedì, giugno 11, 2007

Con questi al governo l'opposizione è inutile

Fanno tutto loro. L'opposizione potrebbe trasferirsi nella villa di Silvio Berlusconi alle Bermuda e godersi la scena sul megatelevisore al plasma del Cavaliere.

Intervista a Massimo D'Alema, diessino e ministro degli Esteri, su Repubblica di oggi:
«Io spero che Rifondazione, il Pdci, i Verdi, traggano il giusto insegnamento da quello che è accaduto. Loro si devono rendere conto che il giochino che chi sta al governo poi va anche a fare i cortei per la strada non funziona più. L'opinione pubblica non lo capisce, e quindi non lo approva».
Intervista a Franco Giordano, segretario di Rifondazione Comunista, su Repubblica di oggi:
«Mai più due piazze. La prossima volta saremo con i movimenti, anche se la piattaforma non dovesse convincerci».

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sabato, giugno 09, 2007

Bush a Roma: edizione pre elettorale del Tg1

Piccola ma istruttiva lezione su come funziona il servizio pubblico televisivo. Il Tg1 dell'ineffabile Gianni Riotta, nell'edizione più vista, quella delle 20 (roba da 6,4 milioni di telespettatori a botta), stasera ha mandato in onda il servizio sui riti tribali che si sono svolti a Roma nel pomeriggio. «In testa, con i Cobas, a tenere il primo striscione, "No war, no Bush", alcuni dei parlamentari della sinistra», dice - testuale - la voce della giornalista. Ma lo striscione in questione, pur essendo in cima al corteo, non viene mai inquadrato per intero. Strano. La chiamano televisione apposta perché abbina immagini alle parole. Come mai?
Perché, come sa chiunque abbia visto la manifestazione, lo striscione che apriva il corteo era questo. E quella che ha raccontato la giornalista era solo una parte della verità. La notizia vera era che i manifestanti, e tra loro gli esponenti di partiti che fanno parte della maggioranza di governo, sono scesi in piazza per gridare «No war, no Bush, no alle politiche di guerra del governo Prodi». Ma la seconda parte della frase, che poi era anche la più interessante, guarda caso la giornalista non l'ha letta, e le telecamere non l'hanno inquadrata. Insomma, si è trattato di una protesta di sinistra rivolta in primo luogo contro il governo di sinistra, ma il Tg1 questa notizia non l'ha data.

Comprensibile: tra poche ore si vota per il secondo turno delle amministrative, e il povero Prodi, sponsor di Riotta, ha già un piede e mezzo nella fossa. Ci manca solo che i telespettatori - magari a Genova e provincia - vengano a sapere che il suo governo fa schifo pure a quelli di sinistra.

Addendum. Qui l'edizione del Tg1 in questione (da RaiClick, di solito disponibile solo per 24 ore dopo la messa in onda. Il servizio inizia a 16 minuti e 10 secondi dall'avvio del filmato).

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venerdì, giugno 08, 2007

Bush a Roma. Sarebbe uno scontro di civiltà. Se solo ce ne fossero due

Da una parte il primo presidente americano che ha avuto il coraggio (o l'ingenuità) di non rimpiazzare un dittatore con un altro, nella convinzione che la democrazia si possa esportare. Dall'altra quelli che della democrazia se ne fregano. Perché ritengono che solo alcuni abbiano il diritto di averla: gli altri - gli iracheni, gli afgani - chi se ne frega. E hanno anche la faccia di dire che i razzisti non sono loro.

Da una parte chi ha fatto tornare le ragazze afgane nelle scuole. Dall'altra quelli che se fosse per loro al governo ci sarebbero ancora i talebani. Però si riempiono la bocca con la causa femminista.

Da una parte chi continua a pagare, con la vita dei propri soldati, un po' di sicurezza anche per noi. Come ha sempre fatto. Dall'altra quelli che vogliono scappare via, abbandonando quel barlume di democrazia e di civiltà che è appena nato (ed è costato così tanto) nelle mani dei tagliagole.

Da una parte quelli che vanno orgogliosi di ciò che stanno facendo i soldati italiani, americani e i loro alleati. Dall'altra quelli che quei soldati gli vanno bene solo da morti, così possono gettarli in faccia ai loro avversari politici. E fanno a quei morti l'ultimo affronto, il più vergognoso: perché fingono di non sapere che in quella missione ci credevano così tanto da metterci in gioco la loro stessa vita.

Da una parte quelli che conoscono la storia e la geografia e sanno che Israele è l'unica democrazia del Medio Oriente, l'unico posto in cui gli arabi possono toccare con mano la società aperta. Dall'altra quelli che Israele la vogliono cancellare dalle cartine geografiche. Oppure si "accontentano" di boicottare le sue aziende, i suoi cittadini e le sue università. Che poi equivale a uccidere comunque lo Stato d'Israele, ma in modo più politicamente corretto.

Da una parte quelli che sanno che il libero mercato è lo strumento migliore per produrre ricchezza, e l'unico mezzo in grado di redistribuirla in base ai meriti. Dall'altra quelli che il capitalismo lo odiano perché meriti non ne hanno mai avuti, e sono così ottusi e arroganti da pretendere la redistribuzione di una ricchezza che, fosse per loro, non sarebbe mai stata prodotta.

Da una parte quelli che sanno che la libertà è un bene fragile e prezioso, che si paga col sangue e non è mai conquistato per sempre. Dall'altra quelli che Raymond Aron definiva «privi di pietà per le debolezze delle democrazie, disposti a giustificare i più turpi delitti, purché commessi in forza di una giusta dottrina».

Da una parte quelli cui dobbiamo oggi la nostra libertà. Dall'altra quelli che non hanno ancora risposto alla domanda: «Scusa, ma tu che sei pacifista e ripudi la guerra "senza se e senza ma", Hitler come te lo saresti tolto dalle palle?».

Verrebbe da definirlo uno scontro di civiltà. Se solo le civiltà a confrontarsi fossero due, e non una sola.

Addendum di domenica 10 giugno. Sullo stesso argomento, questo il post pubblicato al termine della manifestazione:
Bush a Roma: edizione pre elettorale del Tg1

See also:
"Le ali della libertà", su 1972
"Welcome, Mr. President", su The Right Nation
"Bush in Italia e la retorica dei comunisti", su Giulia NY

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giovedì, giugno 07, 2007

Quello contro i Ds non è un complotto. E' peggio

Tra pochi giorni - forse tra poche ore - ci divertiremo tutti con i testi delle intercettazioni sul caso Unipol che riguardano i vertici dei Ds. Avete presente Piero Fassino che diceva a Gianni Consorte: «Ci siamo comprati una banca»? Roba del genere. Insomma, sarà divertente. E sarà gustoso vedersi anche l'ennesima dose di coltellate alle spalle che voleranno tra esponenti della Margherita e diessini, con i primi che si fregano le mani dinanzi all'ennesimo sputtanamento del Botteghino. Del resto, fu proprio Francesco Rutelli, due anni fa, a definire «avventurosa» e figlia di «legami trasversali e poco chiari» la scalata Unipol alla Bnl appoggiata dai Ds, scatenando l'ira di Fassino e compagni. Da allora, non è cambiato niente, se non che diessini e margheritini, da alleati che erano, si sono fusi in un unico partito. Pur continuando a destarsi.

La vera incognita politica, però, non riguarda cosa c'è nei nastri le cui sbobinature saranno presto di dominio pubblico. Occorrono infatti non tre, ma almeno quattro narici per credere sul serio al dogma della superiorità morale della sinistra. La domanda vera, quella che ha gettato nel panico metà della sinistra, è: per quale motivo, come se fosse scattato un ordine, all'improvviso Repubblica e Stampa, aggregandosi al Corriere della Sera, hanno iniziato a sparare addosso ai Ds e ai prodiani? Notare: si tratta di tre quotidiani che, nella campagna elettorale del 2006, si schierarono apertamente per l'Unione.

I politici, dietrologi per definizione, tendono sempre a interpretare certe cose come frutto di qualche complotto a tavolino. Complotto che in realtà non c'è quasi mai, e di certo non c'è questa volta. Però c'è di peggio, per chi si trova nel mirino. Ci sono i segnali che si colgono un po' ovunque: nelle votazioni al Senato, negli imbarazzi di Prodi, nella libertà con cui ormai tutti i suoi alleati gli camminano sulle scarpe e lo contraddicono, nei dossier che ricominciano a filtrare dalle procure, nel referendum elettorale del riesumato Mariotto Segni (che induce certi, come Clemente Mastella, a preferire la fine traumatica della legislatura alla fine traumatica del proprio partito), negli esiti delle elezioni amministrative. Segni che portano ormai tutti gli osservatori (anche gli stessi esponenti di sinistra, a microfoni spenti) a ritenere prossima la fine del governo.

Insomma, la battaglia che si è aperta sui giornali in questi giorni non riguarda Prodi, dato già (forse sbagliando) per trapassato. Ma il dopo Prodi. Scontato che non si vada subito al voto, resta da capire: chi guiderà il prossimo governo? Sarà un esecutivo a matrice tecnica o a matrice politica? Quali saranno gli equilibri su cui esso si reggerà? Quali saranno le grandi operazioni che dovrà affrontare?

Come noto, i giornali hanno degli editori, che di solito sono grandi gruppi imprenditoriali e finanziari. Non dettano direttamente la linea ai giornali, ma i giornali - specie nei momenti topici come questo - stanno bene attenti a fare qualcosa di sgradito al proprio editore. E i grandi gruppi non hanno mai nascosto - adesso meno che mai - le loro preferenze per governi a bassa caratura politica e ad alta connotazione tecnica o istituzionale, che lasciano loro margini di libertà assai più ampi. La lettura più corretta della partita che si è aperta è proprio questa. Con i Ds ammaccati e umiliati dalle accuse giudiziarie e dagli attacchi dei principali quotidiani, la gestione del dopo-Prodi potrà più facilmente imboccare una soluzione politicamente debole (la battaglia contro la politica lanciata dai grandi giornali, piaccia o meno, è il tratto caratterizzante di questo periodo, e il presidente di Confindustria non ha perso un momento per cavalcarla).

Non occorre un complotto studiato a tavolino: ognuno sa come comportarsi. C'è la convinzione che una fase si stia chiudendo e l'obiettivo di tutti, adesso, è trovarsi nella migliore posizione possibile appena la fase nuova inizierà. Quando il corso degli eventi imbocca una direzione ritenuta ineluttabile, la cosa più intelligente da fare, per dirla con Marx, è impegnarsi, ognuno a proprio modo, per «alleviare le doglie del parto della Storia».

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mercoledì, giugno 06, 2007

Sventolando l'Union Mohammed

Brandelli di vecchia Europa che se ne vanno, nuovi segni di Eurabia che spuntano. In Gran Bretagna, entro la fine del prossimo anno, il nome più diffuso per i nuovi nati sarà Mohammed (incluse le sue tanti varianti, come Muhammad, Mohammad e Muhammed). Sarà così scalzato dalla prima posizione il più tradizionale dei nomi inglesi, Jack (nome che, anche se per tutt'altri motivi, è stato dato pure alla bandiera d'Oltremanica).

Gli studiosi interpellati dal Times, che ha dato la notizia, spiegano che - ovviamente - stiamo assistendo al risultato della sempre maggiore presenza in Gran Bretagna di immigrati islamici (le cui donne hanno un tasso di fertilità più alto di quelle "autoctone"), e dalla volontà, sempre più frequente, di dare ai loro figli il nome del profeta.

Chi dice infatti che l'Europa si sta secolarizzando, sbaglia: il fenomeno riguarda solo l'Europa cristiana. In quella islamica il processo è esattamente opposto. E le nuove generazioni, anche se nate in Gran Bretagna, si mostrano più radicali dei loro genitori.

Dal recente sondaggio condotto da Channel 4 sugli islamici inglesi emerge che:

- solo il 44% dei giovani musulmani inglesi (età compresa tra i 18 e i 24 anni) considera la Gran Bretagna il proprio paese (tra gli over 45 la media è del 55%);

- i giovani musulmani inglesi desiderano la sharia più dei loro genitori. Quelli che preferirebbero vivere sotto la sharia che sotto la legislazione inglese sono il 34% nella fascia d'età tra 18 e 24 anni, il 32% nella fascia compresa tra i 25 e i 44 e il 23% tra gli over 45.

- il 31% dei giovani islamici inglesi ritiene che gli attentati di Londra fossero "giustificati" dall'appoggio di Londra alla guerra al terrorismo (tra i musulmani inglesi over 45 l'adesione a questa tesi scende al 14%);

- il 51% dei giovani islamici inglesi è convinto che dietro agli attentati dell'11 settembre si nasconda una cospirazione degli Stati Uniti e di Israele (nelle fasce d'età superiori questa convizione è propria "solo" del 43% della popolazione);

- il 24% dei giovani musulmani (e il 21% di quelli di seconda generazione) è convinto che le ragazze non debbano andare a scuola (contro il 17% della media degli islamici inglesi).

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martedì, giugno 05, 2007

Famiglie più forti, società più ricca. Il caso americano

Famiglie più unite fanno una società più ricca. E la famiglia più unita, quella che regge meglio alle intemperie, è quella basata sul matrimonio (civile o religioso ha poca importanza). Detta in altre parole: una politica che voglia creare una società più forte e più benestante deve assolutamente passare dal sostegno della vituperata "famiglia tradizionale" (qui in Italia, più modestamente, come primo passo ci si potrebbe accontentare della semplice rinuncia alla vessazione fiscale). Dopo la monumentale analisi dei Tories inglesi sul caso della Gran Bretagna, arrivano i dati sugli Stati Uniti, ben riassunti da un recente articolo dell'Economist.

Primo dato, incontrovertibile: le fasce alte e medio alte della popolazione americana sono caratterizzate, oltre che dal benessere, da un basso tasso di rottura dei matrimoni. «Solo il 4% dei figli di madri laureate sono nati al di fuori del matrimonio. E il tasso di divorzi tra le donne laureate è crollato. Di quelle che si sono sposate tra il 1975 e il 1979, il 29% si sono divorziate nel giro di dieci anni. Ma di quelle che si sono sposate tra il 1990 e il 1994, ha divorziato solo il 16,5%».

Secondo dato: la fasce più basse sono caratterizzate da un'alta propensione a sfasciare il proprio matrimonio. Tra le donne che non sono riuscite a finire il liceo, il tasso di divorzi è assai più alto, ed è in aumento. Era del 38% per quelle che si sono sposate la prima volta negli anni 1975-79; è stato del 49% per quelle sposate tra il 1990 e il '94. Il 15% delle americane che non hanno finito il liceo ha avuto figli al di fuori del matrimonio.

Affari loro, verrebbe da dire. Se solo questo non avesse serie ripercussioni sulla mobilità sociale. I dati del think tank conservatore Manhattan Institute dicono che i figli della middle class che hanno l'opportunità di crescere con i loro genitori biologici vanno meglio a scuola, ottengono lavori migliori e creano a loro volta famiglie integre. I figli di genitori single non sposati o di genitori divorziati vanno peggio a scuola, ottengono lavori peggiori e tendono a fare figli al di fuori del matrimonio. Risultato: se i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri, è soprattutto perché i figli dei ricchi hanno ottime probabilità di vivere in una famiglia unita, di imitarne i comportamenti e di diventare ancora più ricchi, mentre i figli dei poveri avranno buone chances di vivere in una famiglia sfasciata, avere a loro volta unioni traballanti e impoverirsi ancora di più.

I numeri confermano. Il 92% dei ragazzi le cui famiglie guadagnano oltre 75.000 dollari l'anno vivono con i due genitori. Mentre nelle famiglie con reddito annuale inferiore ai 15.000 dollari solo il 20% dei figli ha questa fortuna. E grazie, viene da dire: è ovvio che le famiglie con due genitori hanno un reddito più alto. Due stipendi sono più di uno. Ma non è solo questo. E' anche che il matrimonio è "a wealth-generating institution", un'istituzione in grado di generare ricchezza. I dati della Rutgers University dicono che chi si sposa e resta sposato sino alla fine dei suoi giorni, in media, al momento della dipartita - e nonostante tutte le spese affrontate per mantenere la famiglia - si trova quattro volte più ricco di coloro che non si sono mai sposati.

Un'unione fissa e "dura" da rompere, infatti, responsabilizza chi ne fa parte. Come notano gli studiosi dell'Urban Institute, «sposarsi aumenta subito e di parecchio le ore di lavoro svolte». Gli uomini sposati tendono a lavorare più duro, a prendere meno droghe e bere meno alcolici. Come risultato, guadagnano tra il 10 e il 40% in più di uomini single dotati del loro stesso curriculum. Il matrimonio è anche un ottimo incentivo a investire il risparmio nel modo più fruttuoso (e l'investimento migliore, nel lungo periodo, è l'educazione dei figli), nonché una formidabile forma di divisione del lavoro: ognuno dei due sposi fa quello che gli riesce meglio e, come insegnava Adam Smith, il risultato è una maggiore ricchezza comune. Il matrimonio, ovviamente, rappresenta anche la migliore assicurazione possibile qualora uno dei due coniugi cada in disgrazia economica.

Il caso inglese, dunque, trova solide (e intuibilissime) analogie sull'altra sponda dell'oceano. Confermando che ogni progetto di costruire una società forte e benestante deve partire dalla famiglia. Proprio il contrario di quello che sta facendo la politica italiana. La quale dovrebbe incentivare la solidità delle famiglie, tutelando quella ricchezza che, con lavoro e sacrifici, riescono a mettere da parte. Invece vede in quella ricchezza soprattutto un bottino sul quale mettere le mani. Come ricorda l'esempio di Gaetano Quagliariello:
Proviamo a immaginare la storia parallela di due giovani amici Giovanni e Antonio i quali - terminati gli studi - prendono percorsi di vita differenti. Giovanni decide di sposarsi; Antonio di vivere da single. I due amici sono abbastanza fortunati e riescono anche a trovare un lavoro che gli procura un buon reddito - 40.000 euro lordi all'anno - con discrete prospettive di crescita. Cosa accade loro dal punto di vista fiscale? Giovanni con moglie a carico che non lavora, perché sta cercando di completare gli studi, paga imposte per 10.830 euro. Antonio, il single, contribuisce invece per 11.520 euro. Morale: la giovane coppia paga solo 690 euro di imposte dirette in meno, pari all'1,7% del proprio reddito, anche se quel reddito serve a sostenere l'esistenza di due persone.

La situazione diviene ancora più iniqua dopo dieci anni. I nostri amici si sono impegnati nel lavoro e hanno raddoppiato il loro reddito annuo lordo, che ammonta ora a 80.000 euro. A Giovanni nel frattempo sono nati due bei bambini e la moglie, Teresa, ha deciso di consacrare alla loro educazione il suo tempo. Antonio, invece, si conferma «scapolone d'oro» e di metter su famiglia non vuole nemmeno sentirne parlare. Cosa fa il fisco? Lo premia. Gli impone tasse per 27.570 euro mentre a Giovanni, con famiglia a carico, richiederà 27.134 euro all'anno. La differenza è pari a 436 euro, l'1,6% del reddito. E in questo caso le bocche da sfamare sono diventate 4!

lunedì, giugno 04, 2007

Storia di politica e soldi all'ombra del cupolone

di Fausto Carioti

La politica italiana si gioca su due tavoli. Uno è quello dei "pastoni" dei telegiornali, delle sparate a uso e consumo degli elettori. L'altro tavolo, di cui si sa molto meno, spesso è assai più importante del primo. È il luogo degli affari, di solito cementati dal denaro pubblico, tra gente che non te lo aspetti: accordi del tutto leciti, per carità, ma che quando vengono a galla lasciano in bocca uno strano retrogusto. Questa è una di quelle storie. I suoi protagonisti principali sono due pezzi grossi della "casta": il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, e il ministro dei Beni culturali, il leader della Margherita Francesco Rutelli. Cioè un leader della maggioranza e uno dell'opposizione.

La storia inizia la scorsa legislatura. Con Arcus, società pubblica creata nel febbraio del 2004 per volontà dell'allora ministro Giuliano Urbani allo scopo di finanziare iniziative nell'arte, nella cultura e nello spettacolo. Arcus è dotata di un capitale iniziale di otto milioni di euro, versato dal ministero dell'Economia, e gli investimenti che realizza sono decisi dal ministro per i Beni Culturali e dal ministro delle Infrastrutture. Il successore di Urbani, Rocco Buttiglione, nel febbraio del 2006 ne nominò presidente Giorgio Basaglia, uomo udc. In seguito al voto che ha sancito la vittoria di misura dell'Unione, al ministero arriva Rutelli che, forte di alcune "anomalie" segnalate dalla Corte dei conti, decide di commissariare l'azienda. A fare il commissario straordinario chiama prima un suo uomo, il quarantenne Guido Improta, e poi, dallo scorso aprile, il fidato Arnaldo Sciarelli, classe 1947, napoletano, socialista e per lungo tempo tesserato diessino. Lui stesso si definisce «un ufficiale di collegamento della sinistra». Attraverso una sua società, la Geras (un'agenzia delle assicurazioni Ras), fino al luglio 2006 Sciarelli era stato anche il primo azionista privato di Europa, il quotidiano della Margherita, della cui editrice è ancora vicepresidente e sul quale scrive implacabili lenzuolate sul futuro del partito democratico.

Arcus è uno dei tanti centri di potere pubblico a cavallo tra denaro dei contribuenti e politica. Spulciando tra i decreti firmati da Rutelli se ne scopre uno, particolarmente interessante, datato 16 marzo 2007 e preparato di concerto con il ministro delle Infrastrutture. È l'elenco di alcuni interventi finanziati da Arcus per l'anno 2006. Tra le tante spese elargite a diocesi, parrocchie, vicariati e santuari, spiccano i \n750.000 euro destinati al provveditorato opere pubbliche di Campania e Molise per il restauro della torre di Montebello. Che poi altro non è che la torre di Montenero di Bisaccia, paese natale di Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture, uno degli autori del decreto. La torre attende da anni di essere messa a posto, e forse il ministro molisano, mai come in questo caso uomo giusto al posto giusto, riuscirà a fare il miracolo. Ma l'intervento più ingente - 5 milioni di euro - è destinato a Cinecittà Holding. Anche qui, Rutelli gioca in casa: il ministro ha affidato Cinecittà a Francesco Carducci Artenisio, che da responsabile spettacolo della Margherita è diventato amministratore delegato della holding del cinema. Carducci Artenisio, nato a New York, classe 1963, è gentiluomo di sua santità, ovvero membro della Famiglia pontificia, l'élite degli addetti alla persona del papa.

Normale, quindi, che sia davanti a San Pietro che le sorti finanziarie di Cesa si incontrino con l'attività di Rutelli. Qui c'è la sede dell'auditorium romano di via della Conciliazione. La struttura fa capo all'Apsa, l'amministrazione del patrimonio della sede apostolica, ovvero la "banca centrale" del Vaticano, che l'ha data in gestione a una srl romana chiamata "I Borghi". Le visure camerali dicono che questa società è stata fondata il 25 giugno 2004 proprio da Cesa (che nell'atto costitutivo è definito come "dirigente d'azienda"), dal plenipotenziario rutellian-papalino Francesco Carducci Artenisio, che abbiamo già incontrato a Cinecittà, e da Gian Marco Innocenti, dal 2002 vicepresidente dell'Atac, municipalizzata romana che si occupa di trasporti. Nato nel 1962, Innocenti, anch'egli in quota Margherita, è vicino a Enrico Gasbarra, presidente della Provincia di Roma. Particolare interessante: nell'atto costitutivo la sede sociale della srl è fissata al numero 4 di via della Conciliazione, stesso indirizzo dell'auditorium. I Borghi, insomma, è nata apposta per gestire l'edificio del Vaticano, avendo l'affare già in tasca. Da allora ha assunto anche altri incarichi, ma a tutt'oggi quello di via della Conciliazione resta il business principale della società di Cesa e dei suoi amici.

Resta solo da capire da dove arrivino i soldi che finanziano l'attività di questa curiosa srl bipartisan, visto che il capitale messo in pancia alla società al momento della sua creazione, pari a centomila euro, non consente di volare più in alto di tanto. Ma la risposta, a questo punto, è facile. Una convenzione del 5 febbraio scorso tra Arcus e I Borghi garantisce alla società del segretario dell'Udc un finanziamento di seicentomila euro, con cui Cesa e soci hanno potuto coprire buona parte dei lavori di restauro e manutenzione dell'auditorium, effettuati tra luglio e novembre dello scorso anno e costati, in tutto, 1.058.000 euro. Altri 270.000 euro sono stati garantiti per gli stessi lavori dalla Regione Lazio, guidata dall'ulivista Piero Marrazzo. Una mano l'ha data anche la Provincia, riconoscendo a I Borghi un contributo di 1,5 milioni di euro per il periodo dall'aprile del 2005 al marzo del 2008.

Per qualcuno, simili legami economici con i propri rivali elettorali potrebbero essere motivo di imbarazzo. Non per Cesa, il quale assicura che nelle sue attività imprenditoriali non c'è alcun conflitto d'interesse con i suoi incarichi politici. Il 30 ottobre del 2005, all'indomani della sua elezione a segretario dell'Udc, si è dimesso dalla presidenza della srl, che aveva assunto alla nascita della società, lasciandone la guida all'amico Carducci. «L'ho fatto per correttezza, perché non avrei più potuto assicurare una costante presenza e per senso di responsabilità verso il mio partito», ha spiegato Cesa all'allora direttore del Tempo, Franco Bechis, che aveva iniziato a frugare nelle sue vicende societarie. Abbandonata la carica, il segretario dell'Udc continua comunque a possedere il 17% delle azioni de I Borghi e, a quanto risulta, non ha mai disertato un consiglio d'amministrazione della sua creatura.

© Libero. Pubblicato il 3 giugno 2007.

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venerdì, giugno 01, 2007

Bertinotti, Bush e la poltrona

di Fausto Carioti

Indovinello. «Ha fatto guerra alla libertà con il suo fanatismo religioso cercando di colpire i diritti delle donne, i diversi orientamenti sessuali, la ricerca scientifica e la verità della storia». Chi è? Se state pensando a un fanatico islamico tipo il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, lapidatore di adultere, impiccatore di omosessuali, negatore dell'Olocausto e intenzionato a cancellare Israele dalle cartine geografiche, siete fuori strada. Il fondamentalista misogino, omofobo e negazionista è George W. Bush, e chi lo etichetta così sono gli aderenti alla manifestazione romana di sabato 9 giugno, che hanno sottoscritto un manifesto in cui il presidente americano, in procinto di venire in visita ufficiale in Italia, è dipinto come il male assoluto. Tra i rivoltosi, ci sono Rifondazione e i Comunisti italiani. Succederà così che Bush, ospite in Italia del governo Prodi, sarà insultato per strada da partiti che fanno parte dello stesso governo. Un po' come essere invitati a pranzo la domenica e sentirsi dare del bastardo da chi viene ad aprirti la porta. In questo clima disinvolto e surreale, uno come Fausto Bertinotti capita a fagiolo.

La colpa, come al solito, è dei giornalisti. Hanno chiesto al presidente della Camera cosa farebbe se Bush, a Roma, dovesse tendergli la mano. L'eventualità, per inciso, è alquanto remota: la visita del presidente americano prevede una tappa al Quirinale e una a palazzo Chigi. Niente appuntamenti a Montecitorio. La terza carica dello Stato ha comunque voluto manifestare tutto il suo sdegno per il personaggio, replicando: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Come la pensa su Bush, del resto, è noto: «Lui, Berlusconi e Blair potrebbero essere accusati di crimini di guerra», sintetizzò in piazza a Roma, davanti al pueblo unido, nel settembre del 2004. Certo, a leggere il suo curriculum non lo si farebbe così schizzinoso. Per dire: Bertinotti nel gennaio del 1997 sorvolò l'oceano per andare a stringere la mano di Fidel Castro. Sbarcò nell'isola, dove fu accolto con tutti gli onori, grazie alla mediazione di Armando Cossutta, col quale ancora non aveva rotto i rapporti. Dopo aver incontrato il dittatore cubano era commosso: «Sono estremamente emozionato». In effetti non capita tutti i giorni di incontrare uno con tutti quei morti sulla coscienza. Il progetto Cuba Archive, che da qualche tempo ha iniziato a fare il conto dei civili uccisi dalla gloriosa revolución cubana, è arrivato a contare, dal 1959 a oggi, 5.775 fucilazioni, 1.231 esecuzioni sommarie, 984 morti in prigione e 200 "desaparecidos". Che fa un totale di 8.190 cadaveri, ai quali vanno aggiunti i 77.833 "balseros" scomparsi in mare, da soli o con l'"aiuto" della marina militare cubana, mentre cercavano di scappare dall'isola.

Saltellante, nel maggio del 2006, appena nominato presidente della Camera, quello che adesso si schifa a stringere la mano di Bush ha spalancato le porte di Montecitorio al presidente venezuelano Hugo Chavez. Un uomo «formidabile», lo ha acclamato Bertinotti davanti a taccuini e telecamere. «Insieme dimostreremo che un nuovo mondo è possibile», gli ha risposto il guitto arrivato da Caracas. Il quale, da sincero democratico di sinistra, da quando è arrivato al potere, nel 1999, ha represso la libertà di stampa, ha statalizzato tutto quello che poteva espropriare, ha licenziato i dipendenti pubblici scesi in piazza contro di lui e si è fatto dare pieni poteri per fare ciò che vuole senza renderne conto al Parlamento. Ma siccome è uno dei principali nemici di Bush, Bertinotti, orgoglioso, lo ha messo nell'elenco dei suoi amichetti del cuore e lo abbraccia felice. Bisogna capirlo, però. È che con questa storia del Bertinotti di lotta e di governo il compagno Fausto si sta giocando la faccia e il partito. Alle elezioni amministrative dello scorso fine settimana Rifondazione ha perso due punti percentuali, cioè un terzo dei suoi voti. La minoranza del partito attacca Bertinotti e il suo delfino, il segretario Franco Giordano: «Paghiamo il coinvolgimento con il governo Prodi». Dove "coinvolgimento" vuol dire soprattutto la poltrona di presidente della Camera affidata a suo tempo da Prodi a Bertinotti. «Quello se lo è comprato», è l'accusa, manco troppo strisciante, che viene mossa a Fausto dagli oppositori interni. Da qui la necessità, nei momenti cruciali, di dare un segnale forte agli elettori, di convincerli che è ancora uno dei loro. Mica facile.

In teoria, la visita di Bush a Roma sarebbe l'occasione perfetta per mostrarsi in sintonia con i tanti comunisti che scenderanno in piazza per contestare l'"imperialista" yankee. In teoria. Perché in pratica la terza carica dello Stato certi lussi non se li può permettere. Perfidamente, glielo ha ricordato il senatore forzista Gaetano Quagliariello: «Per chi ricopre un incarico istituzionale, stringere la mano è un atto dovuto e basta. Se il presidente della Camera italiana ha un dubbio sull'opportunità di stringere la mano a Bush, ha solo un modo per farlo coerentemente con la nostra storia e la nostra tradizione: si dimetta». Quello che da destra gli dicono in pubblico, da sinistra gliel'hanno spiegato in privato: già di prima mattina, Bertinotti aveva dovuto prendere atto che simili atteggiamenti verso il capo di Stato di una nazione alleata non sono graditi né a Prodi, che in questi giorni ha ben altre rogne da grattarsi, né al Quirinale, dove Giorgio Napolitano tiene molto alla sacralità delle istituzioni.

Così, passati appena venti minuti dalla richiesta di dimissioni avanzata da Quagliariello, Bertinotti, fiutata l'aria, accetta di fare marcia indietro. La fa a suo modo, con un discorso tortuoso come quelli che teneva dal palco quando era il leader del sindacato tessili della Cgil: «Distinguere il privato dal pubblico è un esercizio fondamentale per la difesa delle istituzioni. Al fine di evitare polemiche che non hanno ragione di esistere sulla visita del Presidente degli Usa in Italia, il presidente della Camera conferma che, come sempre, quale che sia la sua opinione, si atterrà strettamente ed esclusivamente al pieno rispetto del suo ruolo, delle norme e delle prassi che lo regolano». In italiano normale, vuol dire che se nei prossimi giorni, durante qualche appuntamento ufficiale, si troverà Bush davanti, gli stringerà la mano. La poltrona è salva. La faccia un po' meno.

© Libero. Pubblicato il 1 giugno 2007.

Della stessa serie:
Il marchio di Bertinotti sulla Mortadella
Le tragicomiche avventure di Bertinotti in Cina

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