sabato, gennaio 31, 2009

Se gli inglesi si rivoltano contro i lavoratori italiani

di Fausto Carioti

È lecito, in tempi di crisi come questi, pretendere che i lavoratori nazionali vengano prima di quelli immigrati? In Italia, no. Qui ogni tentativo della manodopera locale di essere presa in considerazione prima di quella straniera è etichettato come inquinamento leghista della coscienza proletaria, e in quanto tale subito represso. I sindacati tappezzano le città di manifesti per dirci che i lavoratori sono tutti uguali, da qualunque parte del mondo vengano. Dalla parità di trattamento, spesso si sconfina addirittura nella “affirmative action”, la disparità in favore dei nuovi arrivati. È così che molte amministrazioni locali sono arrivate a finanziare, tramite prestiti e agevolazioni fiscali, le piccole imprese degli immigrati. Il risultato, ad esempio, è che gli stra-tassati negozianti italiani finanziano, con le loro imposte, i loro concorrenti immigrati, che così riescono facilmente a cacciarli fuori dal mercato. Chi avesse dubbi, vada a fare un giro nelle strade del centro di città come Bologna, e chieda a un fruttivendolo autoctono, se ne è rimasto qualcuno, come se la passa. Tutto molto inclusivo, per usare uno degli aggettivi più in voga di questi tempi. Scelte benedette anche da vescovi, imprenditori e dal novantanove per cento dei politici e dei commentatori. Ma non è così ovunque. E lo sarà sempre di meno, se la crisi continua a mordere e la disoccupazione sale.

Benvenuti nell’Europa unita e solidale. Nel civilissimo Regno Unito, governato dal progressista Labour Party, i compagni lavoratori protestano e scioperano contro gli immigrati che levano loro il posto. Il caso vuole che si tratti di immigrati europei. Italiani e portoghesi, per l’esattezza. I colleghi delle tute blu lasciate a spasso per colpa dei terroni d’Europa manifestano in tutto il paese, in segno di solidarietà. I sindacati si rivolgono al governo, mettono al lavoro gli avvocati e denunciano la perdita dei posti di lavoro inglesi a vantaggio della manodopera importata come «immorale, potenzialmente illegale e politicamente pericolosa». La pubblica informazione e una vasta parte della classe politica, a differenza di quanto accade dalle nostre parti, stanno con loro.

Le proteste sono iniziate nella raffineria Lindsey Oil, nel Lincolnshire, est dell’Inghilterra. All’origine c’è la decisione della Total, che gestisce l’impianto, di affidare i lavori di ampliamento a un’impresa italiana, la Irem, vincitrice di un regolarissimo appalto. La Irem ha bisogno di manodopera specializzata e ha solo quattro mesi di tempo per portare a termine i lavori. Ha quindi previsto, già ai tempi in cui è stato raggiunto l’accordo, di usare i propri dipendenti italiani e portoghesi, addestrati per simili operazioni. Cento sono già al lavoro nel cantiere e altri trecento arriveranno nel giro di un mese.

Una scelta che i lavoratori del luogo non hanno digerito. A centinaia hanno iniziato a protestare, alzando cartelli con la scritta «British jobs for British workers», «Lavori inglesi per lavoratori inglesi», slogan del primo ministro Gordon Brown che adesso rischia di ritorcersi contro il suo autore. Gli scioperi di solidarietà si sono subito estesi nelle raffinerie e nelle centrali elettriche di tutto il paese, inclusi Scozia e Galles. Hanno incrociato le braccia circa duemila lavoratori, in 17 diversi impianti. Per lunedì è prevista una grande manifestazione, e gli organizzatori delle proteste avvertono che le loro iniziative si allargheranno «come incendi» finché italiani e portoghesi non se ne andranno.

Nessuno, da quelle parti, li tratta come xenofobi. Per tutti, sono semplicemente padri e madri di famiglia che difendono il loro diritto alla pagnotta. Iniziando dal principale sindacato nazionale, che si chiama Unite, conta oltre due milioni di iscritti e, manco a dirlo, è di sinistra. «Il governo deve agire rapidamente e pretendere che le compagnie diano ai lavoratori del Regno Unito pari opportunità nella costruzione delle infrastrutture inglesi», si legge nel comunicato scritto ieri dai vertici del sindacato, nel quale si annuncia anche la presentazione di azioni giudiziarie. «È una lotta per il nostro diritto al lavoro, non un attacco razzista», giura un dirigente di Unite.

Gordon Brown nicchia, schiacciato tra gli impegni presi con i suoi connazionali e i regolamenti europei che gli impongono di garantire la libera circolazione dei lavoratori. Tramite un portavoce, il primo ministro inglese fa sapere che il contratto tra la Total e l’azienda italiana era stato siglato quando ancora la crisi non era arrivata e nell’industria delle costruzioni c’era carenza di manodopera qualificata. Quasi un modo per scusarsi di quanto avvenuto. Ma il suo ministro dell’Ambiente, Hilary Benn, anche lui membro del Partito laburista, non ha problemi a schierarsi dalla parte dei manifestanti: «I nostri lavoratori hanno diritto ad avere una risposta», avverte. L’opposizione conservatrice, intanto, chiede al governo di varare nuove norme per garantire ai lavoratori inglesi il diritto di precedenza sugli altri: «Quando le circostanze cambiano, anche le leggi debbono cambiare». Sono in molti, oltremanica, a pensarla così.

Pure i media inglesi sono schierati dalla parte dei lavoratori. La Bbc mette la protesta delle tute blu tra i titoli più importanti del notiziario. Il quotidiano conservatore Daily Mail pubblica la foto di tre operai italiani che lavorano al cantiere: uno mostra ai reporter e agli inglesi che manifestano contro di loro il dito medio, un altro fa il gesto dell’ombrello. Tutti i giornali d’Oltremanica mettono in evidenza che gli italiani e i portoghesi sono alloggiati in «larghe chiatte galleggianti ormeggiate al molo di Grimsby». A sottintendere che, oltre allo stipendio, hanno anche l’alloggio gratis. Un altro tabloid, il Daily Express, raccoglie lo sfogo dei lavoratori del luogo, secondo il quale gli italiani lavorano male e non rispettano le norme di sicurezza.

La guerra tra poveri è iniziata. La speranza è che, alla fine, non siano sempre i lavoratori italiani a rimetterci. In Italia perché lasciati indifesi da sindacati, forze politiche e organi di stampa che, per conformismo buonista e paura di essere accusati di xenofobia, li trattano al pari degli altri. All’estero perché vittime delle scelte autarchiche di sindacati, forze politiche e organi di stampa forse meno equi e solidali dei nostri, ma di sicuro molto più attenti ai bisogni dei loro connazionali.

© Libero. Pubblicato il 31 gennaio 2009.

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venerdì, gennaio 30, 2009

Cesare Battisti, Redentore dell'Umanità

di Fausto Carioti

Ecco cosa succede quando un assassino viene difeso dal governo francese e da quello brasiliano, trasformato in una bandiera della libertà da intellettuali à la page come Bernard-Henri Lévy e Gabriel García Márquez, vezzeggiato dalla première dame Carla Bruni Sarkozy, messo a libro paga da case editrici centenarie del calibro di Gallimard, osannato dal solito migliaio di imbecilli che sul web mischiano ignoranza crassa a criminalità politica. Succede che l’assassino si mette a parlare come se fosse il Redentore. Che da volgare macellaio, quale è, si trasforma nel Salvatore dell’umanità. Se riesce a sfangarla lui, in questo mondo buio c’è ancora un barlume di luce. Se lo sbattono in prigione e gettano via la chiave, come merita, tutto è perduto. Cesare Battisti è arrivato a questo livello. Se si tratti di delirio o paraculaggine, se insomma ci faccia o ci sia, non è dato saperlo, né ha molta importanza. Le sue parole, però, meritano di essere studiate bene, per capire quale mostro sia stato creato in questi anni.

Intervistato dalla rivista brasiliana Istoé, che al povero martire ha dedicato la copertina e un servizio agiografico, Battisti ha commentato il gesto con cui il ministro trotzkista Tarso Genro (per inciso: uno degli esponenti di riferimento del movimento no-global) gli ha concesso lo status di rifugiato politico in Brasile, bloccandone così l’estradizione in Italia. «La sua decisione è molto importante non solo per me, Cesare Battisti, ma per l’umanità. È necessario che l’Italia rilegga la propria storia», ha detto il terrorista. Marina Petrella, altra assassina rossa amica della gauche caviar, rifugiata in Francia, quando ha saputo che stavano per estradarla in Italia ha detto di essere entrata in depressione e ha ottenuto dalla magistratura francese la libertà condizionale per motivi di salute. Battisti, che non è tipo da usare simili mezzucci, ha deciso di volare più alto, ergendosi a simbolo dell’umanità oppressa e mascherando la sua battaglia per non scontare l’ergastolo in Italia con un fine alto e trascendente. Da pluriomicida conclamato a vittima del «fascismo» italiano e del «grande mafioso Berlusconi». Il lupo si veste da agnello, e la platea lo applaude commossa.

Dal suo essere di sinistra, oltre alle amicizie nei circoli culturali più influenti del mondo, Battisti ha preso tutta la spocchia. Come ha detto al giornale brasiliano, non sono lui e gli altri esempi della “peggio gioventù” cresciuta a pane e P38 che devono «rileggere» la loro storia, per capire gli errori che hanno fanno e magari, un anno di questi, ammettere di avere sbagliato tutto, ma quella democrazia italiana che li ha sconfitti.

E dire che la vicenda di Battisti è talmente banale, così terra-terra, che non meriterebbe alcun dibattito politico. Nel 1977, all’età di 23 anni, Battisti lascia una carriera da delinquente comune già ben avviata per abbracciare la lotta armata. Da un punto di vista culturale ed ideologico è ancora alla prima elementare, ma è freddo e spietato e quelli sono anni in cui uno così, che non si fa problemi a sparare, vale più di un intellettuale. Entra nei Pac, i Proletari armati per il comunismo, un gruppo di terroristi rossi specializzati in operazioni di bassa macelleria, come le spedizioni punitive contro i nemici della rivoluzione. Insieme a loro, stabiliranno i giudici, nel giro di un anno Battisti ucciderà quattro persone: il maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, colpito alle spalle; i negozianti Lino Sabbadin e Pierluigi Torregiani; l’agente della Digos Andrea Campagna. Le sentenze che lo hanno condannato a due ergastoli dicono che contro Santoro e Campagna fu Battisti a premere il grilletto. Nelle altre due occasioni si limitò ad azioni di copertura o pianificazione.

Arrestato nel giugno del 1979, due anni dopo evade dal carcere di Frosinone. Nel 1990 viene ammanettato a Parigi, ma lo scarcerano dopo pochi mesi: la “dottrina Mitterrand” garantisce una vita tranquilla ai terroristi, specie se rossi. Intanto, approfittando dei lunghi periodi di libertà, si è messo a scrivere dell’argomento che conosce meglio: morti ammazzati. Diventa un autore noir di successo e i salotti parigini fremono d’eccitazione quando tra gli invitati c’è lo scrittore terrorista. Tornato in prigione nel 2004 e scarcerato dopo poco, con l’aiuto dei servizi segreti francesi e la benevolenza di alcuni personaggi del governo transalpino riesce a fuggire in Brasile, dove viene di nuovo arrestato due anni fa. Va da sé che nega di avere ammazzato chicchessia, ma contro di lui ci sono valanghe di testimoni, tra cui i suoi ex compagni di mattanze e la fidanzata di allora.

Fosse un terrorista di destra, starebbe marcendo in carcere da decenni e ci saremmo tutti scordati di lui. Ma è un terrorista di sinistra, e così la scrittrice parigina Fred Vargas, una delle pasionarie che difendono Battisti, è stata portata dalla Bruni all’Eliseo, a parlare con Sarkozy. Il quale, ha fatto sapere la Vargas, si è detto d’accordo «sul fatto che il caso della Petrella e quello di Cesare erano simili». E visto quanto Sarkozy si è speso per la Petrella, a pensare male si rischia di indovinarci anche stavolta.

Per questo Battisti ha bisogno di ergersi a martire internazionale della libertà, a emblema delle ingiustizie del regime berlusconiano. Per questo è costretto a circondarsi della solita cricca di filosofi e intellettuali impegnati e si fa scudo con i loro appelli. Perché se torna ad essere un semplice condannato all’ergastolo con sentenza definitiva per delitti di terrorismo, che poi è quello che è, per lui è finita.

© Libero. Pubblicato il 30 gennaio 2009.

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giovedì, gennaio 29, 2009

The disagreement


«There is no disagreement that we need action by our government, a recovery plan that will help to jumpstart the economy» ha detto Barack Obama il 9 gennaio. Non è vero. Il "disagreement", il dissenso sulla efficacia di una politica keynesiana, c'è. Eccome. Glielo fanno notare, con un avviso a pagamento pubblicato sui maggiori quotidiani statunitensi, qualche centinaio di economisti, raccolti dal benemerito Cato Institute. I firmatari dell'appello, per rilanciare l'economia, chiedono meno tasse e meno intervento pubblico. E ricordano i precedenti fallimenti di chi ha provato a ridare impulso all'economia aumentando la spesa pubblica, come vuole fare la nuova amministrazione americana.
«Notwithstanding reports that all economists are now Keynesians and that we all support a big increase in the burden of government, we do not believe that more government spending is a way to improve economic performance. More government spending by Hoover and Roosevelt did not pull the United States economy out of the Great Depression in the 1930s. More government spending did not solve Japan's "lost decade" in the 1990s. As such, it is a triumph of hope over experience to believe that more government spending will help the U.S. today. To improve the economy, policy makers should focus on reforms that remove impediments to work, saving, investment and production. Lower tax rates and a reduction in the burden of government are the best ways of using fiscal policy to boost growth».

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mercoledì, gennaio 28, 2009

Picchiare Berlusconi per ferire Veltroni: il partito degli amici di Genchi

di Fausto Carioti

Fossero spiritosi, vista la loro passione per chi controlla le telefonate altrui, sceglierebbero di chiamarsi Partito degli orecchioni. Essendo tetri, stanno pensando di darsi un nome di quelli che nessuno capirà, tipo “Lista dei senza partito”. Insomma, tornano i girotondini. Non si fanno più chiamare così, ma le facce sono sempre quelle che da tempo animano (si fa per dire) la rivista Micromega, quella convinta che esistano due Italie: da un lato i subnormali e i corrotti che votano per il centrodestra, dall’altro la parte sana che si oppone al regime berlusconiano. Loro, manco a dirlo, sono le avanguardie (alquanto incomprese, a onor del vero) di questa resistenza. L’avvilente prestazione del governo Prodi e la seguente vittoria elettorale di Silvio Berlusconi sembravano averli convinti all’autoscioglimento, ma la depressione era solo momentanea. Il loro Viagra è stato lo sfascio del Partito democratico, con le opportunità che esso dischiude. Perché anche il proposito con cui tornano sulla scena è quello di un tempo: randellare Berlusconi con il tema della giustizia per far male al centrosinistra “ufficiale” (ieri i Ds, oggi l’agonizzante Partito democratico) e portare acqua al mulino di Antonio Di Pietro. Iniziano già oggi, con una manifestazione in programma a Roma. E hanno per obiettivo le elezioni europee di giugno.

La novità, piuttosto, è nel restyling iconografico: accanto a quella irsuta di Montenero di Bisaccia ora figura una nuova madonna, dal volto rubicondo. È Gioacchino Genchi, il consulente delle procure che ha analizzato i tabulati telefonici di centinaia di migliaia di italiani per conto del pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris. Il semplice fatto che Berlusconi abbia definito il suo archivio «lo scandalo più grande nella storia della repubblica» basta e avanza a proclamare Genchi santo subito. «Scendo in piazza anche per lui», ha detto il giornalista Marco Travaglio al Riformista, presentando la manifestazione di oggi a sostegno dei pm Luigi Apicella, Clementina Forleo e Luigi De Magistris, alla quale parteciperanno anche Di Pietro e Beppe Grillo. Mentre Micromega ha lanciato un appello online, scritto da Salvatore Borsellino, dove si legge che Genchi «va difeso con ogni mezzo da chi oggi ha a cuore le sorti della Giustizia in Italia». La sinistra giustizialista ha un nuovo idolo.

L’idea di presentarsi alle europee con una lista civica è venuta allo scrittore Andrea Camilleri, l’autore del commissario Montalbano, uno che ha il dente avvelenato con Berlusconi (ma, comprensibilmente, non con i suoi soldi: il caso ha voluto che il nuovo libro di Camilleri uscisse proprio ieri per Mondadori, casa editrice del Cavaliere). Durante una tavola rotonda organizzata da Micromega tra Paolo Flores D’Arcais, l’onnipresente Di Pietro e lo scrittore siciliano, quest’ultimo si è detto «convinto che oggi come oggi il centro-sinistra, così come è organizzato, non sia minimamente in grado di fare una seria opposizione». Walter Veltroni ringrazia. Che fare? Per Camilleri serve una lista che alle europee, «pur rappresentando i senza partito, sia in qualche modo legata a un partito già esistente», che ovviamente è quello dell’ex pm, il quale «rappresenta l’unica vera opposizione». Gongolante dinanzi all’idea di prendere altri voti tra i delusi del Pd, Di Pietro si è detto pronto a dare «fino al 70-75 per cento» delle candidature dell’Italia dei valori a esponenti di questa “lista dei senza partito”.

Sinora, tutte le velleità elettorali dei girotondi e della mitica società civile si sono risolte in un nulla di fatto. Riempire le piazze con attori e comici che sparano su Berlusconi e D’Alema è una cosa, condizionare le scelte di elettori e partiti è un’altra. E non si vede perché stavolta, ammesso che il progetto per le europee vada in porto, dovrebbe succedere qualcosa di diverso, visto anche che l’atteggiamento di contestazione nei confronti del governo sembra essere ai minimi storici. Il problema, dunque, è tutto e solo del Pd. Per il quale rischia di essere letale anche una piccola ulteriore emorragia di voti verso l’Idv o una lista con essa alleata. Ieri sera Veltroni, a Porta a Porta, ha commentato l’annuncio del ritorno dei girotondini nell’agone dicendo che «mancava proprio un partito nuovo». Una stizza che sembra tradire l’inquietudine del segretario del Pd per l’ennesimo imprevisto in vista di quelle che potrebbero essere le sue ultime elezioni da leader.

© Libero. Pubblicato il 28 gennaio 2009.

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Mito da sfatare: la superiorità culturale islamica

Nei paesi occidentali è in atto da qualche tempo, tra le elite politiche e intellettuali, uno sforzo propagandistico che da un lato mira a denigrare il passato dell’Europa, e dall’altro a presentare la storia dell’islam sotto la luce più positiva possibile. Una sua tipica espressione è l’idea della superiorità culturale dell’islam medievale sulla Cristianità europea.

Secondo la versione presente in quasi tutti i manuali scolastici, e accolta perfino dal Consiglio d’Europa, nell’Europa medievale il sapere antico era andato quasi interamente perduto, ma fortunatamente era stato conservato dagli arabi, che lo tradussero nella loro lingua e lo trasmisero in Occidente, permettendo così la rinascita della civiltà europea. Senza l’apporto della cultura islamica l’Europa non avrebbe conosciuto il Rinascimento e lo sviluppo scientifico e tecnologico moderno. Il mondo occidentale ha quindi un grande debito nei confronti dell’islam.

Le ricerche più recenti, come quelle di Sylvain Gouguenheim, professore di storia medievale alla scuola normale superiore di Lione, hanno dimostrato quanto sia inesatto e parziale questo modo di leggere gli avvenimenti passati.
Il resto della recensione di Guglielmo Piombini ad "Aristotele contro Averroè", di Sylvain Gouguenheim, si trova qui.

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martedì, gennaio 27, 2009

Caso Genchi, fuori le carte

di Fausto Carioti

Oltre un milione di contatti telefonici archiviati. Trecentonovantamila italiani controllati. Di questi, qualcuno, forse qualche centinaio, fanno parte del gotha della politica, delle forze dell’ordine e della magistratura. Il resto, ovvero la stragrande maggioranza, sono comuni mortali, ignoti alle grandi cronache. Alcuni avranno i loro buoni motivi per essere oggetto delle attenzioni di Gioacchino Genchi, l’orecchione delle procure. Moltissimi altri nemmeno sanno che le loro telefonate sono state controllate e analizzate, i loro rapporti professionali e confidenziali analizzati da un software creato apposta per farsi gli affari loro, per capire dove e quando e con chi parlassero. Ecco, è in casi come questo che la politica dovrebbe dare il meglio di sé. E lo stesso dovrebbero fare la magistratura e i suoi consulenti, iniziando proprio da Genchi. Servirebbero trasparenza e chiarezza. Invece si continua a tramare nell’ombra, allo scopo di rendere la questione incomprensibile ai cittadini.

Di sicuro, sinora, c’è che Genchi, 49 anni, vicequestore di polizia in aspettativa sindacale, trasformatosi in zelante consulente delle procure, aveva allestito un grande orecchio informatico che non intercettava (giura lui, e fino a prova contraria gli si deve credere), ma analizzava i tabulati telefonici di centinaia di migliaia di persone per studiarne i contatti. Non è ancora certo invece, ma è comunque assai probabile, che tutta questa attività fosse legale, perché autorizzata dai magistrati titolari delle indagini. Di sicuro c’è anche che Genchi non è il solo. Ce ne sono altri che fanno il suo mestiere. Genchi ha la fama, comunque, di essere il più bravo, quello che ha le apparecchiature e i software migliori e quindi, probabilmente, quello che gestisce la quota maggiore di questo mercato tanto particolare. Di sicuro, perché i dati sono stati dati in Parlamento dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, c’è anche che oltre centomila italiani sono intercettati regolarmente dalle procure, e siccome ognuno di questi parla ogni giorno con una trentina di persone, di fatto gli intercettati sono tre milioni.

Ci sarebbe abbastanza materiale per fare un dibattito politico di quelli seri, se non altro perché il fenomeno riguarda tutti (con tre milioni di italiani intercettati e chissà quanti milioni il cui traffico telefonico è stato “analizzato” da Genchi e i suoi colleghi, chi non fa parte della categoria degli spiati può stare certo di averne uno in famiglia o tra i conoscenti). Le domande cui dare una risposta sono tutt’altro che banali. A quanta libertà siamo disposti a rinunciare per avere un po’ di sicurezza in più? È indispensabile mettere sotto controllo un numero così alto di italiani? È giusto che incaricate di fare simili indagini siano ditte private? Chi impedisce che copino i dati che ci riguardano per rivenderseli a qualcun altro o tenerli da parte, magari per ricattarci tra qualche anno? È giusto firmare faldoni di fogli a tutela della privacy ogni volta che siamo davanti a uno sportello pubblico, quando poi ci sono signori pagati con le nostre tasse per farsi i fatti nostri nel pieno rispetto della legge? A chi devono rendere conto il tizio che ci spia e il magistrato che gli ha dato via libera? Alla loro coscienza o a qualcosa di più solido? Possono le alte cariche della Repubblica, al corrente di segreti di Stato, finire in questo tritacarne?

Tutte domande destinate a restare senza risposta, perché gli interessi veri sono altri. A Berlusconi, smanioso di fare la riforma della giustizia, la vicenda del signor Genchi adesso torna comoda. Peccato che arrivi con anni di ritardo: la storia dell’orecchione era già apparsa sulla Stampa di Torino il 4 ottobre del 2007. Sino a oggi, il Cavaliere non se ne era interessato. Ora denuncia che si tratta dello «scandalo più grande nella storia della Repubblica». Conoscendo la sua vocazione libertaria sarà anche in buona fede mentre lo dice, ma la scelta dei tempi appare strumentale. Anche i suoi avversari, attestati sulle colonne di Repubblica, sembrano avere l’unico scopo di delegittimare l’operato del premier per difendere i procuratori, senza nemmeno chiedersi se certe pratiche siano decenti o meno. Genchi, come quelli della sua categoria, si difende con linguaggio obliquo, parlando pure troppo per uno che fa il suo mestiere e dando l’impressione di lanciare messaggi criptati che pochi sono in grado di capire. Insomma, ognuno pensa ai fatti propri e ai propri amici: per tutti, i milioni di italiani spiati ogni giorno sono solo un mezzo per ottenere altri fini.

Dai veleni si esce in un solo modo: parlando chiaro. E spetta al governo e al parlamento farlo, e cioè innanzitutto a Berlusconi. Con una grande operazione verità: tolta la parte dell’«archivio Genchi» che riguarda i servizi e i loro segreti di Stato, escluso il materiale strettamente legato alle indagini giudiziarie ancora in corso, il resto deve diventare pubblico al più presto. È giusto sapere quanti di noi sono stati controllati, e per quale motivo. Quanti sono i colleghi di Genchi e quanto li paghiamo. Il materiale che si trova in questi archivi, invece che restare rinchiuso per anni in qualche garage di periferia, deve essere distrutto. Fuori le carte, insomma. E poi, se la situazione è così indecente, si faccia subito una nuova legge, che spunti le unghie agli spioni e ai loro datori di lavoro. Se lo scandalo è davvero evidente come dice Berlusconi, nessuno avrà la faccia tosta di opporsi.

© Libero. Pubblicato il 27 gennaio 2009.

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sabato, gennaio 24, 2009

Due buoni motivi per cui la sinistra non può parlare di sicurezza

di Fausto Carioti

La sinistra non aspettava altro che un paio di stupri a distanza ravvicinata per saltare al collo del centrodestra. È stata accontentata: uno è stato compiuto mercoledì notte a Roma, e torna utile per attaccare il sindaco del PdL Gianni Alemanno. L’altro, il giorno dopo, è avvenuto alle porte della capitale, a Guidonia. Lì però l’amministrazione comunale è di centrosinistra, e quindi hanno deciso che la colpa non è del sindaco, ma del governo centrale. Era prevedibile: Alemanno aveva vinto le elezioni capitoline anche sfruttando il clima di insicurezza creato nella capitale dall’omicidio di Giovanna Reggiani, nell’ottobre del 2007, quando sindaco della città era Walter Veltroni. E lo stesso Silvio Berlusconi aveva fatto della “riconquista del territorio” da parte delle forze dell’ordine uno dei temi forti della sua campagna elettorale. Adesso che sono al governo della città e del Paese e hanno la responsabilità di garantire l’incolumità dei cittadini, la sinistra prova a ripagarli con la stessa moneta.

Così facendo, tra l’altro, l’opposizione dimostra che le accuse di sciacallaggio mosse all’epoca al centrodestra erano pretestuose: ora che all’opposizione ci sono loro, non si fanno scrupoli a usare gli stupri e le altre violenze contro chi governa. Appurato che i politici sono un po’ tutti uguali (non che ci fossero grossi dubbi), verrebbe da dire che quelli del PdL se la sono comunque cercata, e che la sinistra fa bene a ricambiare il trattamento ricevuto a suo tempo. Ma le differenze tra i due schieramenti ci sono, e sono grosse. Almeno per due motivi.

Primo: anche se dirlo pare essere politicamente scorretto, gran parte di questi atti di violenza sono commessi da stranieri. Gli ultimi dati del Viminale dicono che quasi il 40% dei denunciati per stupro sono immigrati. In testa i romeni, seguiti dai marocchini e gli albanesi. Le forze dell’ordine sono certe che anche le ultime due violenze, quella di Primavalle e quella di Guidonia, siano state compiute da immigrati. E la responsabilità di avere spalancato le porte dell’Italia e della capitale all’immigrazione spesso irregolare e di infima qualità ricade in grandissima parte sulla sinistra, che per anni ha rimbambito se stessa e gli elettori con la favoletta dell’accoglienza spensierata e dell’integrazione facile.

Veltroni, poi, è stato un maestro a vendere la leggenda di Roma città aperta e felice grazie alle simpatiche contaminazioni multietniche promosse dalla sua amministrazione. Nel giugno del 2006 l’allora sindaco della capitale ammoniva di non cedere a certi stereotipi leghisti: «Vorrei invitare tutti a non fare la cosa più semplice, a non diventare razzisti, perché quando c’è una rapina si dice: “Un romeno fa una rapina”». Salvo poi rimangiarsi tutto nel novembre del 2007, davanti al cadavere della povera Reggiani, massacrata dal romeno Romulus Nicolae Mailat: «Quando il 75% degli arrestati proviene da un solo Paese, e tutti gli episodi hanno la stessa modalità, ovvero aggressione violenta, furto, stupro e omicidio, esiste un problema specifico». Benvenuto in Italia.

Il secondo motivo per cui il centrodestra ha qualche credito in più da spendere sull’argomento sono i numeri. Nella città che le cronache hanno eletto a simbolo dell’emergenza, cioè Roma, dove a fine aprile Alemanno prese il posto di Veltroni, il numero delle violenze sessuali nel 2008 ha subito una netta riduzione: meno 10,7%. I dati diffusi ieri dalla Questura dicono infatti che gli stupri commessi nel comune capitolino lo scorso anno sono stati 216, ovvero 26 in meno rispetto al 2007.

Stessa storia nel resto d’Italia. Secondo il Servizio analisi criminale del ministero dell’Interno, nel 2008, sull’intero territorio nazionale, sono state commesse 4.465 violenze sessuali, con una diminuzione di 432 episodi rispetto all’anno precedente. Il calo, in questo caso, è stato dell’8,8%. Segno che qualcosa di buono è stato fatto e che alcuni provvedimenti adottati dall’esecutivo, come aver schierato l’esercito nelle città, qualche risultato lo hanno prodotto.

Per questo fanno ridere quegli esponenti del Pd, come il capogruppo in Campidoglio Umberto Marroni, che ieri hanno gridato allarmati perché «la situazione si aggrava di giorno in giorno» e la città è ormai in una situazione di «vera e propria emergenza». Un po’ di coerenza li renderebbe più credibili dinanzi agli elettori: oggi va comunque meglio di quando al governo dell’Italia e della città c’erano loro e ci raccontavano che Roma era una delle città più sicure del mondo. Se era vero allora, figuriamoci adesso. E se adesso Roma è uno schifo, come vogliono farci credere, i numeri dicono che prima era peggio.

Insomma, chi governa può e deve fare di più. Bisogna usare meglio le poche volanti della polizia a disposizione nelle grandi città, e se possibile aumentarle. Occorre illuminare gli angoli bui delle periferie nelle ore notturne. Si deve far vedere ai cittadini che vivono nelle zone più pericolose la presenza rassicurante degli uomini in divisa. E molte altre cose. Ma si tratta di richieste che i cittadini sono legittimati a fare, non chi ha dormito per anni e adesso, svegliato dalle batoste elettorali, scarica le sue colpe sugli avversari politici.

© Libero. Pubblicato il 24 gennaio 2009.

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venerdì, gennaio 23, 2009

L'asse Lega-Pd è un problema per Berlusconi

di Fausto Carioti

Passano gli anni, ma Umberto Bossi resta un maestro nel gioco dello scambio di coppia. Appena dentro Forza Italia si palesano le prime preoccupazioni nei confronti del federalismo fiscale, appena quelli del PdL iniziano a chiedersi a voce alta quanto costerà la riforma voluta dalla Lega se non saranno accorpati i piccoli comuni e abolite le province (e nel testo attuale non vi è nulla che imponga simili misure), il leader del Carroccio risfodera il vecchio flirt con i post-comunisti. Al Senato, il Partito democratico sceglie di non votare contro il disegno di legge di Roberto Calderoli. «Siamo una forza che si assume le sue responsabilità», afferma Walter Veltroni rivendicando il merito di aver contribuito a migliorare il testo originario. «È stato fatto un lavoro importante con la sinistra. Senza la sinistra eravamo ancora in commissione», cinguetta Bossi in risposta - e in manco troppo celata polemica con gli alleati - prima di incassare l’approvazione del testo dall’aula di palazzo Madama.

Il messaggio del leader leghista al premier è chiaro. Ed ha un duplice significato. Primo: il federalismo fiscale non è un favore che il PdL sta facendo alla Lega, ma una grande riforma apprezzata anche dall’opposizione (cosa che non si può dire di tutte le riforme proposte dal governo). Secondo significato, dal retrogusto minaccioso: la Lega non ha mai interrotto il filo dei rapporti con il Pd, ed è pronta ad approfondire il discorso appena si rende conto che l’appoggio del PdL diventa freddo.

Bossi fa bene a diffidare. Per sapere cosa pensano tanti del PdL sul federalismo fiscale basta promettere la garanzia dall’anonimato. Ed è come aprire il vaso di Pandora. Un colonnello forzista, che in pubblico difende la riforma a spada tratta, a microfoni spenti svela uno scenario da mal di pancia collettivo: «All’interno di Forza Italia e An stiamo subendo il federalismo fiscale. Alla luce dei costi, della perequazione tra Nord e Sud, i nostri dubbi sono molti. Lo votiamo nell’interesse dalla coalizione, ma la Lega non ricambia. Noi ci sacrifichiamo e poi i leghisti vanno a dire che la vittoria è solo loro, per farsi campagna elettorale ai danni nostri». Paradossalmente, il federalismo fiscale lo stanno vivendo peggio i forzisti degli esponenti di An. I quali, almeno, portano a casa nuovi poteri per Roma capitale, a vantaggio del sindaco Gianni Alemanno.

Fatto sta che Berlusconi ieri pomeriggio è dovuto apparire in Senato al momento del voto finale, per assicurare tutti che con il federalismo «la pressione fiscale non dovrà aumentare, anzi diminuirà». Lo ha fatto per mettere il suo cappello sopra al provvedimento e far credere che la posizione di Bossi è anche la sua. Ma pure per far capire ai suoi deputati, che tra qualche tempo dovranno esaminare il disegno di legge di Calderoli, di stare allineati. Il voto di giugno, alle europee e alle amministrative, è troppo importante per continuare a dare agli elettori l’impressione di essersi trasformati in un’armata Brancaleone. Lui stesso, per primo, ha dato il buon esempio, facendo più di un passo indietro sulla nuova legge in materia di intercettazioni.

Resta solo da capire sino a che punto la Lega vuole spingere l’intesa con il Pd. Il federalismo fiscale portato avanti con l’appoggio del partito di Veltroni, secondo Calderoli, è «l’avvio di un percorso e di un metodo che può essere seguito per le altre riforme». Berlusconi si è detto pronto, ma in realtà non ha alcuna voglia di cercare l’accordo con il Pd sulle altre riforme, iniziando da quella della giustizia, se l’ovvio prezzo da pagare è rinunciare a parti importanti della legge. Per il premier la maggioranza deve essere autosufficiente. Gli altri, se vogliono unirsi, sono i benvenuti, ma non possono pretendere di cambiare i provvedimenti del centrodestra. La Lega, invece, gli ha fatto capire di avere molto a cuore il benestare del Pd. Per Berlusconi non è una buona notizia.

© Libero. Pubblicato il 23 gennaio 2009.

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giovedì, gennaio 22, 2009

La tentazione di congelare le riforme

di Fausto Carioti

La buona notizia, per Silvio Berlusconi, è che l’8 giugno, il giorno dopo le elezioni europee, dovrebbe essere tutto finito. La notizia cattiva è che, da qui ad allora, la situazione nella maggioranza pare destinata a peggiorare. E che quindi il governo rischia di perdere più dei «cinque o sei» punti di consenso che, per ammissione del premier, sono già stati pagati a causa della litigiosità del centrodestra. Tanto che nel PdL inizia a serpeggiare la tentazione di congelare le riforme per riparlarne dopo le europee, nella convinzione che, da qui ad allora, esse servano solo a far litigare gli alleati.

I fronti aperti sono due. Uno, tra Forza Italia e Alleanza nazionale, si gioca sull’assetto da dare al PdL e, in misura minore, sulla riforma della giustizia. L’altro fronte vede contrapposte Forza Italia e la Lega e riguarda i costi del federalismo fiscale e la solita riforma della giustizia. C’è già una prima vittima: il disegno di legge del guardasigilli Angelino Alfano per cambiare il processo penale, che doveva essere discusso domani in consiglio dei ministri, è stato sfilato dall’ordine del giorno per mancanza di un testo condiviso.

Più si divaricano le posizioni tra Forza Italia e An, più la Lega prova a infilarsi nella spaccatura. Umberto Bossi, nei giorni scorsi, ha riassunto la sua strategia in uno slogan: «Forza Italia e An non possono andare d’accordo. Per fortuna che c’è la Lega». Insomma, il leader del Carroccio da un lato soffia sul fuoco della rivalità tra An e Forza Italia, perché gli porta voti, dall’altro si presenta a Berlusconi e Gianfranco Fini con l’aria di quello che lavora per la causa comune: grazie alla Lega, quei voti resteranno comunque all’interno della maggioranza. Va da sé che non è per amore degli alleati che Bossi si impegna a recuperare i loro voti: in molte aree del Nord, iniziando dal Veneto, la Lega punta a sorpassare il PdL. E quindi a comandare.

La stessa Forza Italia è divisa. Da un lato chi, come il coordinatore Denis Verdini, chiede al premier di tenere duro, convinto che, se Berlusconi tirasse dritto, Bossi e Fini finirebbero per allinearsi. Dall’altro lato, una folta schiera di colombe, che vede in prima fila Gianni Letta, Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello e i ministri Raffaele Fitto e Sandro Bondi. Tutti convinti che la partita più dura sia quella con la Lega.

Per Quagliariello, che di Berlusconi è ascoltato consigliere, la situazione è complessa, ma non drammatica: «È evidente che con l’avvicinarsi delle elezioni europee ci sarà sempre più concorrenza tra Lega e PdL, per il semplice fatto che presenteranno simboli differenti. D’altra parte ora nelle aule parlamentari si stanno portando avanti due grandi riforme: quella per il federalismo fiscale e quella della giustizia. Approvandole dimostreremo che quella in atto è una concorrenza leale, senza colpi bassi». Certo, avverte Quagliariello, «per reggere la competizione con la Lega il PdL deve stringere i tempi della sua costituzione e tornare ad essere presente più di prima». Che poi vuol dire sfidare il Carroccio su molti temi popolari, iniziando dall’abolizione delle province, che ridurrebbe i costi del federalismo.

Ma nell’entourage del Cavaliere c’è anche chi, all’ottimismo della volontà, preferisce il pessimismo della ragione. Tipo il forzista Giorgio Stracquadanio, convinto che «l’unica soluzione possibile è rinviare l’approvazione del federalismo e la riforma della giustizia a dopo le europee». Un obbligo, più che una scelta. «Nessuno dei nodi del federalismo fiscale», elenca Stracquadanio, «è stato risolto dal Senato: né il rischio di un aumento delle tasse, né una definizione univoca dei costi standard per le prestazioni fornite dalle amministrazioni, né la possibilità di accorpare i comuni o abolire le province». Il vero federalismo fiscale, in sostanza, si dovrebbe iniziare a discutere alla Camera: l’approvazione del testo da parte del Senato servirebbe solo alla Lega per farci un manifesto elettorale per le europee. Discorso analogo per la riforma della giustizia, dove, ammette Stracquadanio, «nessuno sembra pronto a intestarsi le proposte degli alleati».

Il calendario dei lavori parlamentari sarebbe un ottimo alibi per rimandare tutto. A maggio inizia la campagna elettorale, restano quindi tre mesi. E l’aula della Camera, ad esempio, deve ancora affrontare la riforma della pubblica amministrazione. Insomma, o si trova un accordo forte in tempi brevi, oppure Berlusconi potrebbe decidere di rinviare le riforme a quando nessuno avrà più motivi per rubare elettori agli alleati.

© Libero. Pubblicato il 22 gennaio 2009.

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lunedì, gennaio 19, 2009

"El negro" randella Chavez

Tanto per portare avanti il discorso lanciato da Libero e proseguito da Panorama. Alla vigilia del suo insediamento, Barack Obama provvede a sgombrare il campo da un equivoco chiamato Hugo Chavez. Il coattone venezuelano aveva pronosticato con grande entusiasmo la vittoria del candidato democratico, dicendosi pronto ad rilanciare le relazioni tra i due Paesi, ora che George W. Bush non sarà più alla Casa Bianca. «Quiero un acercamiento con el negro, desde aquí que nosotros somos indígenas, negros, raza suramericana. Estoy preparado para sentarme y dialogar... espero que podamos, espero que entremos en una nueva etapa», aveva detto speranzoso Chavez agli inizi di novembre. 

La risposta di Obama non è stata dello stesso tono. Ha accusato Chavez di essere un fattore di involuzione della regione e di sponsorizzare i terroristi colombiani delle Farc.
Obama said Chávez had "been a force that has interrupted progress in the region." He then raised the issue of the Revolutionary Armed Forces of Colombia, a 45-year-old rebel group loathed by Colombians for carrying out selective assassinations, attacks on civilian targets and mass kidnappings. Last year, Colombian authorities released internal rebel documents that outlined how Chávez and his close allies had assisted the group in an effort to isolate Colombian President Álvaro Uribe, the Bush administration's closest ally in Latin America. The Chávez government denies it helps the FARC, as the group is known. "We need to be firm when we see this news, that Venezuela is exporting terrorist activities or supporting malicious entities like the FARC," Obama said. "This creates problems that are not acceptable."
Con la lucidità che gli è propria, Chavez ha commentato che Obama agisce dietro ordini di non meglio identificate forze oscure:
The Venezuelan leader said that Obama is following orders from dark forces inside "the empire," as he refers to the United States. "If he doesn't obey the orders of the empire, they'll kill him," Chávez said, without offering details or proof.
Resta il fatto che chi si attendeva un idillio tra i due mejo fichi della sinistra dovrà ricredersi. E il merito è tutto del "negro".

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domenica, gennaio 18, 2009

Chi ha paura di Pancho Villari

di Fausto Carioti

I conti non tornano. Fateci caso: quelli che si lamentano perché il parlamentare Riccardo Villari non obbedisce all’ordine dei partiti e del governo di lasciare a Sergio Zavoli la carica di presidente della commissione di vigilanza Rai sono gli stessi che si dicono preoccupati perché il parlamento rischia di finire schiavo dei partiti e del governo. Nei giorni scorsi, ad esempio, Renato Schifani e Gianfranco Fini, con un gesto alquanto irrituale, avevano chiesto a Villari di mettere «a disposizione il suo incarico» per «consentire un avvicendamento nella presidenza». Hanno preferito prendersela con lui piuttosto che con i parlamentari che, su ordine dei rispettivi partiti, avevano deciso di boicottare le sedute della commissione di vigilanza. Normale che Villari, ieri, abbia risposto ai presidenti delle Camere che ad andarsene non ci pensa proprio.

Ovvio che il personaggio non è un frate francescano animato da spirito di carità né l’ultimo eroe della libertà parlamentare, ma è mosso dall’ambizione e dai vantaggi che gli dà la presidenza della commissione. Questo, però, si può dire di qualunque politico sia chiamato a ricoprire un incarico, e lo stesso Zavoli non farebbe eccezione. La verità è che Villari può piacere o meno, ma è l’unica variabile impazzita in un copione sul quale tutti, incluso il Partito democratico, hanno già messo la firma: quello di una legislatura destinata ad arrivare senza grossi scossoni a scadenza naturale. Perché il Partito democratico ha bisogno di tempo per risolvere la sua crisi d’identità, scegliere con chi allearsi, probabilmente darsi un nuovo leader e tornare a rendersi presentabile dinanzi agli elettori; nel frattempo, confida nella cottura a fuoco lento dell’avversario, alle prese con la difficilissima gestione della crisi economica. Berlusconi, invece, intende proseguire con la melina vista nell’ultimo anno, costruirsi con calma un PdL a sua immagine e somiglianza, aspettare che passi ‘a nuttata dell’economia mondiale e vincere le prossime elezioni per puntare poi al Quirinale.

Per portare avanti questo copione c’è bisogno di addormentare gli elettori per qualche anno e far sì che sul fronte Rai non accada nulla che non sia stato già deciso dai partiti e dal governo. Zavoli, da questo punto di vista, è una garanzia assoluta per tutti. Non a caso è la soluzione più gradita a Berlusconi, che appena il Pd gli ha proposto l’anziano ex presidente della Rai ha subito accettato (e gli antiberlusconiani di professione, invece di insultare Villari, farebbero bene a chiedersi perché il presidente del consiglio e proprietario di Mediaset tenga tanto a mettere Zavoli in quella posizione). Villari, che sa di avere tra le mani l’occasione della vita e intende giocarsela sino in fondo, non dà invece nessuna garanzia a nessuno. Specie ora che è stato cacciato dal Pd, nelle cui liste era stato eletto, ed abbandonato dal Popolo della libertà, che dopo averlo usato ha deciso di sbarazzarsi di lui. E più Villari si intestardisce nelle sue posizioni, più mette paura a chi vorrebbe normalizzare la commissione di vigilanza e, non riuscendoci, ha deciso di non farla funzionare, boicottandone i lavori.

Guarda caso, l’epurazione di Villari è l’unica cosa sulla quale in Parlamento sono tutti d’accordo, da Veltroni a Berlusconi, passando per Umberto Bossi e Pier Ferdinando Casini. Con l’unica eccezione dei radicali di Marco Pannella, che ne sbaglieranno tante, ma quando si tratta di schierarsi a difesa dell’interpretazione più rigorosa della legge danno ancora ripetizioni a tutti. È grazie alla loro denuncia e alla battaglia che sta facendo uno di loro, il componente della commissione di vigilanza Marco Beltrandi, che la procura di Roma ha aperto un’indagine sul blocco dell’attività della commissione, deciso da PdL, Pd e Lega. Per carità, non ne uscirà fuori niente, ma è bene che chi ha deciso di paralizzare la vigilanza sappia di avere gli occhi addosso.

Il vero nodo della questione, però, non è giudiziario, ma politico: a chi conviene che la commissione di vigilanza Rai non funzioni? La risposta, a oggi, è molto semplice: al governo, alla maggioranza e all’opposizione.

© Libero. Pubblicato il 18 gennaio 2009.

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sabato, gennaio 17, 2009

Il peggio di Santoro

di Fausto Carioti

Ancora una volta, il conflitto tra l’esercito israeliano e i terroristi palestinesi di Hamas tira fuori il lato peggiore delle persone. I bamba con la kefiah al collo e gli occhi iniettati di sangue sono tornati nelle piazze per bruciare la bandiera di Israele. Al ghetto ebraico di Roma, ieri, uno di costoro si è presentato sostenendo di essere pieno di dinamite: i poliziotti lo hanno subito preso sul serio, provvedendo a praticargli un’accurata rettoscopia sul marciapiede accanto al portico d’Ottavia. Su Internet è apparsa la lista dei professori universitari appartenenti alla «feccia sionista», e basta leggerla per capire che è stata stilata da qualche studente al decimo anno fuori corso. Anche Michele Santoro, giovedì sera, ha fatto del suo peggio.

Non con il tema trattato, che ovviamente era l’operazione militare israeliana nella striscia di Gaza. Né con la scelta degli ospiti o i servizi mandati in onda, che per imparzialità ricordavano quelli di Al Aqsa, la televisione di Hamas. Questa è tutta roba che da Santoro il telespettatore si attende, e se sceglie di vedere Annozero è perché la pensa come lui o ha una gran voglia d’incavolarsi con la Rai. Il punto in cui Santoro l’ha fatta fuori dal vasino, persino rispetto ai suoi standard abituali, è stata la sua reazione alle critiche di Lucia Annunziata. Accusarla di voler acquisire «meriti nei confronti di qualcuno» (la “lobby ebraica”? Il Mossad?) passa i confini della faziosità politica per entrare nel regno della cafonaggine pura e del bullismo televisivo. Santoro, evidentemente, non ritiene concepibile che qualcuno, a sinistra, possa non pensarla come lui. Chi lo contesta, come la Annunziata, può essere solo in malafede e quindi deve essere disonorato dinanzi a qualche milione di telespettatori.

Per chi si fosse perso la trasmissione, lo scontro tra i due è avvenuto verso la metà della puntata. Stufa di assistere alla gogna allestita per Israele, la giornalista, presente in studio come ospite, ha sbottato. Si è rivolta a Santoro: «La trasmissione, come l’hai impostata sinora, è stata al 99,9% dalla parte dei palestinesi». Complimenti per la sagacia. E dire che l’Annunziata, che è stata anche presidente della Rai, sembra piuttosto navigata in materia televisiva: ma cos’altro si attendeva, benedetta ragazza, da una trasmissione di Santoro sulla striscia di Gaza?

Fatto sta che il conduttore poteva provare a contestare l’accusa o rivendicare la sua libertà di fare la trasmissione che gli pare, visto che - piaccia o meno - gliene hanno dato ampio potere. Ha scelto la terza via, quella dell’offesa personale: «Che tu venga qui a fare l’ospite per dire queste fesserie che sentiamo continuamente su di noi è una volgarità», ha gridato Santoro. «Stai acquisendo dei meriti nei confronti di qualcuno?» le ha chiesto con tono inquisitorio. Per poi liquidarla infastidito come se fosse l’ultima delle sgallettate televisive: «Non sprechiamo tempo con queste sciocchezze».

Presa a pesci in faccia, la giornalista ha reagito nell’unico modo possibile: si è alzata e ha abbandonato lo studio. Così come aveva fatto Silvio Berlusconi, nel marzo del 2006, durante un’intervista televisiva nella quale l’Annunziata si era comportata con lui con un atteggiamento simile a quello usato da Santoro nei confronti di Israele. All’epoca la conduttrice aveva commentato con parole dure il gesto del suo ospite. Si spera che giovedì sera, a tre anni di distanza, abbia capito da che parte stava il torto. Così ha avuto gioco facile Ignazio La Russa, reggente di Alleanza Nazionale, dicendo che, se pure la Annunziata «si alza e se ne va in una trasmissione televisiva, qualche problema di imparzialità in queste trasmissioni deve esistere». E già.

La trasmissione di Santoro è stata illuminante anche per quanto riguarda la reazione del pubblico in studio. Nonostante l’Annunziata sia notoriamente schierata a sinistra, i giovanotti sugli spalti dello studio di Annozero l’hanno trattata con grande freddezza anche dopo che era stata insultata, schierandosi dalla parte del magistrato del popolo. È evidente che qualcuno della redazione aveva selezionato con cura gli ultrà da portare in curva, andandoli a pescare nei centri sociali e zone limitrofe.

Il risultato è che buona parte del Partito democratico è stata costretta a prendere le distanze dall’ex europarlamentare diessino Santoro, diventato impresentabile, e da una trasmissione rivelatasi «un improprio comizio contro lo stato di Israele, condito da aggressioni verbali, falsità e propaganda di parte», per usare le parole del margheritino Gianni Vernetti. Non tutto il Pd, ovviamente, la pensa così: Rosy Bindi e Vincenzo Vita, ad esempio, hanno provveduto a difendere il conduttore. Del resto, sarebbe destabilizzante per gli elettori se il partito di Walter Veltroni si mostrasse unito su un qualunque argomento.

© Libero. Pubblicato il 17 gennaio 2009.

Stesso argomento, su questo blog:
La bugia della centralità del conflitto israelo-palestinese
Le ragioni di Israele e le colpe di Hamas

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venerdì, gennaio 16, 2009

L'autorevolezza dei critici del global warming

Vogliono farci credere che gli scienziati che contestano la teoria del global warming sono pochi, una percentuale infima dei membri della comunità scientifica. E soprattutto che sono degli enormi sfigati, i paria della scienza.

Bugie, buone per chi ha non ha argomentazioni migliori. Questo è il rapporto di minoranza appena presentato al Senato americano sul riscaldamento globale. Contiene contestazioni alla lagna dell'effetto serra e/o alla necessità di aderire al protocollo di Kyoto sottoscritte da 650 scienziati in tutto il mondo. Compresi alcuni premi Nobel.

Tra questi:

Ivar Giaever, vincitore del Nobel per la Fisica nel 1973
“I am a skeptic,” Giaever announced in June 2008. “Global warming has become a new religion,” Giaever added. “I am Norwegian, should I really worry about a little bit of warming? I am unfortunately becoming an old man. We have heard many similar warnings about the acid rain 30 years ago and the ozone hole 10 years ago or deforestation but the humanity is still around. The ozone hole width has peaked in 1993,” he continued. “Moreover, global warming has become a new religion. We frequently hear about the number of scientists who support it. But the number is not important: only whether they are correct is important. We don' really know what the actual effect on the global temperature is. There are better ways to spend the money,” he added.
Gary S. Becker, vincitore del premio Nobel per l'Economia nel 1992
"Future generations would be better off if the present generation, instead of investing the $800 billion in greenhouse gas-reducing technologies, invested the same amount in capital that would be available to future generations," Becker wrote on February 4, 2007.
Post scriptum. Già che ci siete, una robina d'archivio: Negazionismo ambientalista.

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mercoledì, gennaio 14, 2009

Chi ha voluto rinchiudere i palestinesi a Gaza

Sessanta anni fa, 22 Paesi arabi si accordarono per creare un campo di prigionia chiamato Striscia di Gaza. Ce lo ricorda la scrittrice egiziana Nonie Darwish sul Jerusalem Post. E l'Occidentale ci leva persino la fatica di doverla tradurre.

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martedì, gennaio 13, 2009

La sinistra nel «nuovo mondo» di Obama

di Fausto Carioti

Il subcomandante Marcos, che da bravo rivoluzionario messicano conosce bene gli yankee, ci è arrivato già da qualche settimana: «Quelli che hanno preso Barack Obama per un faro resteranno delusi, perché il presidente eletto sostiene l’uso della forza contro il popolo palestinese». Ma se ti chiami Walter Veltroni e l’alternativa ai discorsi di Obama sono le interviste di Arturo Parisi, rinunciare a certi entusiasmi è difficile. Lo stesso vale per qualche milione di italiani che nel successore di George W. Bush cercano un antidepressivo che li tenga su nel lungo viaggio al termine della notte della sinistra. E però, a questo punto, s’imporrebbe un gesto di onestà intellettuale, una presa d’atto ufficiale della dolorosa realtà: Obama si candida ad essere una delle più grosse fregature che la sinistra italiana abbia mai comprato al mercatino americano.

Non è solo la questione israelo-palestinese. Obama sembra essersi messo d’impegno per deludere ogni aspettativa che i progressisti europei, nella loro beata ingenuità, avevano nutrito su di lui. Nella formazione del suo governo, in politica estera, nei diritti civili, in politica economica e persino, negli ultimi giorni, riguardo a quello che per la sinistra rappresenta il pozzo degli orrori di Bush: il carcere di Guantanamo.

Già in campagna elettorale, il candidato democratico era stato ben diverso da quella caricatura di sessantottino che ci avevano rivenduto le sue cheerleader italiane. Era stato cautissimo, ad esempio, sul ritiro dei marines dall’Iraq, dicendo che ci sarebbero voluti sedici mesi dal suo arrivo alla Casa Bianca per portare a termine la delicata operazione, che dovrebbe quindi concludersi a metà del 2010. Bush si era posto come termine il 2011: differenze non poi così grandi. In compenso, Obama aveva messo subito in chiaro di voler intensificare lo sforzo bellico in Afghanistan. Quanto all’energia, accanto agli investimenti in fonti alternative di cui tutti hanno parlato, il suo decalogo elettorale prevedeva di puntare sul carbone pulito (quello che secondo gli ecologisti italiani non esiste) e sul solito nucleare. Ma questo nessuno sembrava averlo notato. Già che c’era, Obama aveva provveduto a chiarire cosa intende per matrimonio: «Un’unione tra un uomo e una donna. Come cristiano, per me è anche un’unione sacra». Per la gioia di papa Ratzinger e lo scorno di tante coppie omosessuali convinte che lo slogan obamiano «Change we need» riguardasse anche il loro riconoscimento.

Ma i colpi più duri per la sinistra sono arrivati dopo il voto. Mentre il Pd tappezzava le città italiane di manifesti con la foto di Obama e la scritta «Il mondo cambia», mentre l’Unità titolava in prima pagina «Nuovo mondo» e il Manifesto, per distinguersi, titolava «Il mondo nuovo», il neoeletto presidente decideva che tutto questo bisogno di cambiare forse non c’era. Tant’è che confermava al suo posto nientemeno che il segretario alla Difesa di Bush, Robert Gates, l’uomo che ha gestito la seconda fase della guerra in Iraq e in Afghanistan. Come segretario di Stato, ovvero ministro degli Esteri, sceglieva poi Hillary Clinton, alla quale i pacifisti non hanno mai perdonato di aver votato in favore della missione in Iraq.

Negli stessi giorni imbottiva la sua squadra di economisti liberisti. «Scelte che hanno frustrato profondamente i liberal che pensavano che l’elezione di Obama segnasse l’avvento di una nuova era progressista», ha commentato amaro il New York Times. Scelte «rassicuranti», ha gongolato il conservatore Karl Rove, re degli strateghi elettorali di Bush, spargendo sale sulle ferite dei progressisti. Le perplessità dei santoni liberal americani hanno fatto presto a trasformarsi in critiche: Paul Krugman, sopravvalutato premio Nobel per l’Economia, ha bocciato il piano di Obama contro la crisi perché contiene poca spesa pubblica e troppi sgravi fiscali. In altre parole perché è troppo liberista.

Le ultime (per ora) delusioni Obama le ha date al suo popolo domenica, in diretta televisiva. Ha detto che la riforma della sanità e quella della previdenza, che dovevano aiutare i ceti più deboli e sulle quali aveva puntato gran parte della sua campagna elettorale, per adesso non si fanno. I soldi sono pochi e il taglio delle tasse, in questo momento, è più importante di tutto. Scelta che dà fastidio a molti, ma forse prevedibile, visto l’acuirsi della crisi economica. Lo stesso non si può dire, però, dell’annuncio su Guantanamo. Tanti “obamaniacs”, incluso il tedesco Martin Schulz (il «kapò» del litigio con Silvio Berlusconi), leader del Partito socialista al parlamento europeo, avevano chiesto al nuovo presidente di chiudere subito il carcere cubano in cui la Cia trattiene 242 islamici accusati di terrorismo. Ed è logico attendersi da Obama un gesto simbolico che dia, soprattutto a chi lo ha votato, l’impressione del cambiamento. Alcuni suoi collaboratori, ancora ieri, assicuravano che l’ordine di chiusura di Guantanamo arriverà nelle prime ore della sua presidenza. Obama però domenica era stato chiaro e aveva spiegato che bisognerà attendere: «È più difficile di quanto molta gente possa immaginare. Credo che ci vorrà un po’ di tempo». Tanto che la chiusura del carcere non avverrà nei primi cento giorni del suo mandato. Per leggere la notizia di questo voltafaccia, sull’Unità di ieri bisognava scovare un minuscolo trafiletto a pagina 23. L’impatto col «nuovo mondo» di Obama, per molta gente, si annuncia meno facile del previsto.

© Libero. Pubblicato il 13 gennaio 2009.

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lunedì, gennaio 12, 2009

La bugia della centralità del conflitto israelo-palestinese

di Fausto Carioti

E’ il luogo comune che tutti ormai accettano senza manco pensarci su. Giuliana Sgrena, sul Manifesto, lo ricicla così: «Il conflitto israelo-palestinese è il nodo centrale della questione mediorientale, senza la soluzione del quale non vi sarà pace in tutto il Medio Oriente, e non solo per i paesi arabi». Secondo questa vulgata, la guerra tra israeliani e palestinesi è il problema dei problemi, rimosso il quale il Medio Oriente tornerà a essere un’oasi di calma. Ragionamento molto di moda, ma dotato di un retrogusto infame. Perché da qui a dire che basterebbe eliminare lo “stato artificiale” di Israele dalle cartine geografiche per aiutare la causa della pace nel mondo il passo è breve. Non a caso, la centralità del conflitto israelo-palestinese è sbandierata ogni giorno da chi di Israele farebbe volentieri a meno. Oltre ad essere molto di moda e molto comodo per antisemiti e antisionisti, però, un simile ragionamento è anche molto falso.

Né Israele né la vicenda dei territori palestinesi hanno avuto a che fare con moltissimi degli eventi più cruenti che negli ultimi decenni si sono svolti in Medio Oriente, nel mondo arabo e in quello, più vasto, dell’intero Islam. Iniziando dalla guerra tra Iran e Iraq, che tra il 1980 e il 1988 fece oltre un milione di morti. L’invasione dell’Iran da parte delle forze irachene e il lunghissimo conflitto che ne seguì, con uso abbondante di armi chimiche da parte delle forze di Teheran, sono dovuti a una rivalità millenaria che già esisteva quando la Mesopotamia affrontava la Persia. Ruolo d’Israele: zero. Due anni dopo la fine di questo conflitto l’Iraq, ridotto al collasso economico, invase il Kuwait. Saddam Hussein voleva mettere le mani sui giacimenti petroliferi del piccolo emirato: grazie ad essi, avrebbe controllato oltre il 17% delle riserve mondiali di greggio, poco meno dell’Arabia Saudita. Anche in questo caso, il ruolo di Israele fu nullo. Così come la deprecata “entità sionista” non ha avuto nulla a che fare con la decisione di Saddam Hussein di usare il gas nervino sui curdi iracheni. Né possono essere spiegati con la questione palestinese gli stretti legami tra la Siria e i terroristi che destabilizzano il Libano, o le ambizioni egemoniche che l’Iran nutre sull’intera regione.

Anche la pretesa di giustificare con la “giusta rabbia palestinese” il terrorismo islamico – altro vezzo del pensiero debole progressista – è ridicola. L’intellettuale egiziano Tawfik Hamid se ne intende, perché proviene dall’organizzazione terroristica Jemaah Islamiya. Sul Wall Street Journal ha scritto: «In Occidente, politici e studiosi intonano il canto secondo il quale l’estremismo islamico è causato dal conflitto arabo-israeliano. Questa analisi non può convincere alcuna persona razionale che l’assassinio ad opera degli islamisti di oltre 150.000 persone innocenti in Algeria - avvenuto nelle ultime decadi - o le stragi compiute nei confronti di centinaia di buddisti in Thailandia, o la violenza brutale tra sunniti e sciiti in Iraq possa avere qualcosa a che fare con il conflitto arabo-israeliano».

Gli stessi attentati di Al Qaeda sul suolo americano nel settembre del 2001, che hanno scatenato la guerra dell’esercito statunitense e dei suoi alleati contro il terrorismo, sono del tutto slegati dalla vicenda palestinese. Osama Bin Laden, o colui che si spaccia per tale dopo la sua probabile morte, sembra essersi accorto di quello che avveniva nella striscia di Gaza e in Cisgiordania solo un mese dopo il crollo delle torri gemelle. Quando, parlando dalla grotta in cui si nascondeva, disse che «gli americani non potranno sognare la pace finché noi non saremo in Palestina e avremo sradicato gli infedeli da quella terra». Solo tre anni prima, nella fatwa che aveva emesso contro gli Stati Uniti, la questione palestinese era stata relegata da Bin Laden all’ultimo posto delle rivendicazioni. Anche lo sceicco del terrore, come altri prima di lui, ha provato a usare la rabbia dei palestinesi nel momento in cui si è trovato in difficoltà.

La soluzione della questione palestinese non servirebbe nemmeno a estirpare la povertà e l’analfabetismo in cui vivono i giovani nei paesi arabi, anche in quelli che si arricchiscono grazie al petrolio, o a limitare la diffusione nel mondo dell’Islam wahabita, che è lo stesso culto integralista di Bin Laden, finanziato soprattutto dall’Arabia Saudita attraverso scuole in cui s’insegna l’odio per l’occidente. Né cambierebbe qualcosa per le tante “minoranze” le cui libertà elementari vengono calpestate ogni giorno. Le donne resterebbero cittadini di serie b: sottomesse di diritto agli uomini, soggette alla lapidazione se sorprese a tradire il marito, impossibilitate persino a guidare la macchina. Gli omosessuali continuerebbero a essere impiccati nelle piazze iraniane. Nei paesi arabi in cui l’Islam è la religione ufficiale agli “infedeli” sarebbe sempre vietato mostrare i simboli e i libri della loro fede. Sugli apostati, i “traditori dell’Islam”, peserebbe ancora la condanna a morte.

Insomma, anche trovando un rimedio alla questione israelo-palestinese il Medio Oriente rimarrebbe una fabbrica di odio e sangue, e i motivi che ne fanno uno degli angoli più arretrati e incivili del mondo resterebbero tutti.

© Libero. Pubblicato l'11 gennaio 2009.

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venerdì, gennaio 09, 2009

Il filosofo pacifista

Gianni Vattimo, simpatica icona del pacifismo alle vongole, intervistato dal Corriere della Sera di oggi valuta soluzioni alternative al boicottaggio dei negozi degli ebrei:
«Bisognerebbe procurarsi missili più efficaci dei Qassam e portarli laggiù, ma mi pare più complesso».
A Sderot e dintorni, i civili israeliani ringraziano.

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giovedì, gennaio 08, 2009

La fine della bufala del global warming

di Fausto Carioti

Avete presente la storia del global warming? Dice che la Terra si sta surriscaldando e che questo avviene per colpa dell’uomo. Che a causa di questo innalzamento della temperatura i ghiacciai dei poli presto si scioglieranno come granite sotto il sole d’agosto, elevando il livello dei mari e mettendo a rischio la sopravvivenza dell’umanità, e che solo un enorme e costoso sforzo per cambiare i nostri stili di vita può salvare il pianeta. Non c’è mai stata una prova scientifica degna di tale nome che confermasse questa teoria. Soprattutto non è mai stato provato il punto più importante, ovvero che l’innalzamento della temperatura sia legato all’attività dell’uomo e non ad altri fattori assai più credibili, come l’attività delle macchie solari. Ma questo già si sapeva. La novità degli ultimi giorni è una pioggia di dati che colpiscono al cuore la bufala del riscaldamento globale. Al punto che si ricomincia a parlare dell’arrivo di una «nuova era glaciale».

I dati appena usciti, infatti, dicono che il 2008 è stato più freddo degli anni precedenti e che i ghiacciai, così come si erano in parte sciolti l’estate scorsa, durante questo inverno si sono riformati e sono tornati ai livelli di trent’anni fa. È stato il Centro di ricerca sul clima artico dell’Università dell’Illinois - istituzione che da decenni, grazie ai satelliti, segue l’evolversi dei ghiacciai ai poli - a smontare gli eco-catastrofisti convinti che ben presto la Terra sarebbe stata sommersa dalle acque (la scorsa primavera un ricercatore americano, subito ripreso dai giornali di mezzo mondo, aveva “predetto” che il Polo nord si sarebbe interamente liquefatto entro il 2008). La verità, dicono le immagini elaborate dall’università dell’Illinois, è che oggi i ghiacciai artici sono identici a quelli del 1979, ovvero dell’anno in cui iniziarono le rilevazioni. Da settembre ad oggi si è assistito alla più rapida crescita di ghiaccio mai vista da quelle parti. Gli studiosi lo spiegano con il calo delle temperature e la minore forza dei venti, che rallentano la formazione del ghiaccio. Notare che dall’altra parte del mondo, al Polo sud, i ghiacciai, già un anno fa, erano giunti a livelli record.

Niente di strano, insomma, che ieri sulla Stampa apparisse un’intervista al professor Fred Goldberg, esploratore artico e segretario del Polar club svedese, che ogni anno visita i ghiacciai e alla storia del riscaldamento globale non ha mai creduto. A causa del rallentamento dell’attività solare, pronostica Goldberg, «fra non molto entreremo in una breve era glaciale, come quella che si verificò verso la metà del 1600». Di quell’epoca restano dipinti che raffigurano la laguna di Venezia e il Tamigi, ghiacciati, usati da pattinatori e attraversati da carri. Niente di nuovo: sino agli anni Settanta, il mantra degli allarmisti parlava di glaciazione imminente, non di surriscaldamento. Anche i bimbi possono stare tranquilli: il simpatico orso polare, attore di numerosi spot pubblicitari, dichiarato specie in via d’estinzione dal governo americano la scorsa estate, gode in realtà di ottima salute: «Il numero degli orsi sta aumentando», assicura Goldberg. «Soltanto in Canada si nota una diminuzione, ma dovuta al fatto che è legale la caccia».

Non basta. L’Organizzazione mondiale meteorologica delle Nazioni Unite, il Goddard Institute della Nasa e il National climatic data center statunitense, tramite tre gruppi di ricerca indipendenti, hanno esaminato le temperature dei primi undici mesi del 2008 e sono giunti alla conclusione che è stato l’anno più gelido dall’inizio del ventunesimo secolo. Mentre l’Istituto di scienza dell’atmosfera e del clima del Cnr, ieri, ha diffuso i dati relativi al mese di dicembre. Troppo caldo o troppo freddo? Né l’uno né l’altro. «Il mese di dicembre 2008 », spiega il Consiglio nazionale delle ricerche, «si colloca al 58° posto nella classifica delle temperature degli ultimi 208 anni: è, cioè, il 58° dicembre più caldo dal 1800 ad oggi». Considerando invece solo le temperature dal 1980 ad ora, per ben quindici volte si è registrato un mese di dicembre più caldo di quello del 2008.

Ma perché tutto questo lo dicono in pochi, e i media “ufficiali”, iniziando dai telegiornali, ignorano questi dati o li trattano come elementi folcloristici, le proverbiali eccezioni che - chissà in quale modo - dovrebbero confermare la regola? Per una questione di interessi. L’eco-catastrofismo è diventato un business. Ha dato vita a un enorme giro d’affari, finanziato con i soldi dei contribuenti occidentali, sul quale campano associazioni ambientaliste, scienziati fedeli al luogo comune, gruppi politici favorevoli all’allargamento dell’intervento statale e imprese che si sono convertite all’ecologia per attingere meglio ai finanziamenti pubblici. Interessi che si sposano bene con un giornalismo che non si fa problemi a copiare e incollare i rapporti allarmisti del Wwf e di Greenpeace.

Così adesso si assiste all’arrampicata sugli specchi, al fiorire delle ipotesi escogitate apposta per spiegare l’inspiegabile. Ovvero come sia possibile che, nonostante il riscaldamento globale (dogma di fede irrinunciabile), la Terra mostri segni di raffreddamento. In questi giorni, ad esempio, gli irriducibili del global warming si sono aggrappati a uno studio degli scienziati dell’università di Leeds, in Gran Bretagna, secondo i quali, quando gli iceberg si sciolgono a causa del riscaldamento, rilasciano il ferro che il ghiaccio ha intrappolato al suo interno. Il ferro finisce nell’oceano, dove agisce da fertilizzante per la crescita del plancton, che assorbe più anidride carbonica dall’atmosfera e “rallenta” così l’effetto serra. Presto, di sicuro, arriveranno altre ipotesi, ancora più suggestive.

Facile, del resto, immaginare lo sconcerto di chi ha costruito la propria carriera e il proprio budget annunciando la catastrofe climatica imminente e ora si trova a fare i conti con la banalità di un inverno freddo. In cui i ghiacciai, guarda un po’, invece di sciogliersi si riformano.

© Libero. Pubblicato l'8 gennaio 2009.

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mercoledì, gennaio 07, 2009

Noi e Gazprom: intervista a Claudio Scajola

di Fausto Carioti

Signor ministro, Gazprom ha appena tagliato le forniture di gas all’Europa che transitano attraverso l’Ucraina. Lei assicura che «l’Italia non presenta particolari preoccupazioni», perché grazie alle riserve abbiamo metano «per alcune settimane». Resta il fatto che Ferran Terradelas, portavoce del commissario Ue all’Energia, include anche il nostro Paese tra quelli esposti a un calo degli approvvigionamenti. Quanto rischiamo veramente? E per quanti giorni possiamo dirci al sicuro?

«Ha ragione Terradelas a dire che anche noi subiamo le riduzioni di forniture dalla Russia. Ma, a differenza di altri Paesi europei, abbiamo una dipendenza minore dai gasdotti che transitano dall’Ucraina e abbiamo altre possibilità di approvvigionamento. Disponiamo infatti di ulteriori connessioni con la Libia, l’Algeria, e i Paesi del Nord Europa che ci consentono di compensare le mancate importazioni dalla Russia. Per di più, siccome nei mesi scorsi i consumi si sono ridotti, grazie anche ad un inizio di inverno mite, abbiamo avuto la possibilità di conservare le riserve di gas negli stoccaggi, che sono oggi disponibili per l’80%. Un dato che ci consentirebbe una autonomia per varie settimane, se dovesse perdurare l’interruzione totale dalla Russia. Tale ipotesi è tuttavia difficile da immaginare per un periodo prolungato. Già ieri sera abbiamo registrato un dato positivo, ossia una parziale ripresa delle forniture dalla Russia, per un volume di circa il 50% di quello previsto».

Quanto gas ha dato Gazprom ieri all’Italia? E cosa dobbiamo attenderci per i prossimi giorni?

«Il nostro standard di importazione dalla Russia in questo periodo è stato di circa 60 milioni di metri cubi di gas al giorno, anche se la nostra richiesta per il giorno 6 era scesa a circa 45 milioni. Per effetto della parziale ripresa nella serata di ieri, la consegna dovrebbe essere complessivamente pari a circa 22 milioni di metri cubi. E da domani ricominceranno le trattative per tentare di risolvere il contenzioso».

Ha avuto modo di parlare con il suo omologo russo o con i vertici di Gazprom?

«Siamo in contatto con la Russia e con i colleghi europei, con i quali stiamo valutando attentamente la situazione. Una cosa è sicura: non vogliamo pagare il prezzo di una disputa tra i due Paesi. Abbiamo un contratto che deve essere rispettato, e la Russia confermerà gli impegni presi».

Lei ha discusso con i vertici dell'Eni e delle altre società italiane interessate. Quali decisioni avete preso? Che vantaggi ne trarranno i consumatori?

«Abbiamo convocato il comitato di emergenza e di monitoraggio del gas, che riunisce tutte le istituzioni e le maggiori imprese energetiche coinvolte, allo scopo di valutare quali altre eventuali azioni si dovranno intraprendere, in caso di avanzamento della crisi. La misura già pronta riguarda la massimizzazione delle importazioni dagli altri Paesi, che darà risultati nei prossimi giorni, in particolare da Algeria e Nord Europa. Lo scopo delle nostre misure è, ovviamente, tutelare la continuità e la regolarità delle forniture per tutti i consumatori».

E infatti lei ha firmato un decreto per aumentare l’approvvigionamento dagli altri nostri fornitori, come Libia, Algeria, Norvegia, Gran Bretagna e Olanda. Quando è che queste misure diventeranno effettive?

«Il decreto era un atto necessario per prevedere l’aumento degli approvvigionamenti sino ai massimi consentiti tecnicamente, cosa che sta già in parte avvenendo con i Paesi del Nord Africa. Ma, per effetto del decreto, fin dalla prossima settimana riteniamo possibile un incremento delle importazioni extra Russia per circa 20 milioni di metri cubi. Per quanto riguarda poi il coordinamento europeo, venerdì prossimo ci sarà una riunione tecnica dei 27 Paesi dell’Unione Europea per valutare l’utilizzo delle risorse comuni».

Non è la prima volta che l’Italia si trova in una simile situazione. Ci sarebbero buoni motivi per puntare sul gasdotto Nabucco, ritenuto strategico dall’Unione europea proprio perché alternativo ai gasdotti provenienti dalla Russia. Eppure il governo italiano e l’Eni sono quantomeno tiepidi nei confronti di Nabucco, e preferiscono puntare sulla costruzione di nuove infrastrutture in joint venture con Gazprom, che finirebbero per renderci ancora più dipendenti dalle forniture russe. Eventi come quello di queste ore non inducono a ripensare certe scelte?

«Al di là del singolo progetto Nabucco, che ritengo importante, ma che non riguarda direttamente l’approvvigionamento italiano, il governo Berlusconi ha da subito posto l’acceleratore per autorizzare e cantierizzare tutte le infrastrutture energetiche che ci permetteranno di diversificare le aree geografiche di approvvigionamento, ed evitare così in futuro rischi simili alla crisi in atto».

Quali sono queste infrastrutture?

«Penso all’elettrodotto con la Tunisia e a quello con l’Albania, penso al gasdotto Galsi, che collegherà la Algeria alla Sardegna, o al gasdotto Itgi, che porterà gas azero passando dalla Turchia e dalla Grecia. E penso anche ai rigassificatori: entro circa due mesi sarà operativo quello di Rovigo, che immetterà nelle rete italiana il gas proveniente principalmente dal Qatar e che consentirà, a regime, di assicurare il 10% dei consumi italiani».

Il governo italiano intende ridurre la dipendenza italiana dal gas e dal petrolio. Quali sono i vostri obiettivi?

«Questo governo ha varato da subito una politica energetica che punta alla diversificazione delle fonti. Il nostro obiettivo è arrivare ad un nuovo mix energetico che tolga l’odierna dipendenza dalle fonti fossili (olio, gas, carbone). Queste, dall’attuale 85% di produzione elettrica, arriveranno al 50%, mentre l’altro 50% verrà fornito dalle fonti alternative, che passerebbero dall’attuale 15-17% al 25%, e dal ritorno al nucleare, per l’altro 25%».

Quando si vedranno i primi effetti della nuova politica energetica italiana? In altre parole: quando saremo al sicuro dal ripetersi di simili situazioni?

«Il nuovo mix potrebbe essere raggiunto in 10-12 anni, perché contiamo di porre le condizioni per posare la prima pietra di un gruppo di centrali nucleari entro la fine della legislatura, nel 2013. La crisi di questi giorni conferma come sia indispensabile adottare tale strategia, e come l’energia nucleare sia l’unica fonte che può garantire di evitare rischi di approvvigionamento, oltre a permettere un prezzo della bolletta energetica più basso per cittadini e imprese e ad assicurare un maggiore rispetto per l’ambiente, non avendo emissioni nocive nell’aria».

© Libero Mercato. Pubblicato il 7 gennaio 2009.

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«Certamente»

Cadono gli ultimi dubbi sul perché Joseph Ratzinger ha deciso di fare a meno di Joaquìn Navarro-Vals. L'ex portavoce del Vaticano scrive oggi su Repubblica:
Vedere che in Italia è permesso a dei musulmani di praticare l’Islam, davanti a una cattedrale cattolica, smuoverà certamente le coscienze di molti musulmani di tutto il mondo a riconoscere almeno in parte quegli stessi diritti mai concessi alle minoranze cristiane ed ebraiche.
Dove la cosa più lunare è proprio quell'avverbio. L'Italia e l'Europa ospitano moschee già da qualche decennio, ma questo non sembra avere smosso alcuna "coscienza" islamica: costruire chiese cattoliche, o anche solo mostrare la Bibbia o il crocifisso, in grandissima parte dei Paesi musulmani resta proibito dalle leggi, modellate sulla sharia. Per non parlare del trattamento riservato agli "apostati" dell'Islam convertiti al cristianesimo. Qualcuno informi Navarro-Vals.

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sabato, gennaio 03, 2009

Israele, Hamas e l'essenza di tutta questa storia

Le domande giuste, tanto per cambiare, le fa André Glucksmann:
Quale sarebbe la giusta proporzione da rispettare per far sì che Israele si meriti il favore dell'opinione pubblica? L'esercito israeliano dovrebbe forse rinunciare alla sua supremazia tecnologica e limitarsi a impugnare le medesime armi di Hamas, vale a dire la guerra approssimativa dei razzi Grad, la guerra dei sassi, oppure a scelta la strategia degli attentatori suicidi, delle bombe umane che prendono di mira volutamente la popolazione civile? O, meglio ancora, non sarebbe preferibile che Israele pazientasse saggiamente finché Hamas, per grazia di Iran e Siria, non sarà in grado di "riequilibrare" la sua potenza di fuoco?

A meno che non occorra contare allo stesso livello non solo i mezzi militari, ma anche gli scopi perseguiti. Poiché Hamas - contrariamente all'Autorità palestinese - si ostina a non riconoscere allo Stato ebraico il diritto di esistere e sogna l'annientamento dei suoi cittadini, non sarebbe il caso che Israele imitasse questo spirito radicale e procedesse a una gigantesca pulizia etnica? Si vuole veramente che Israele rispetti, in misura proporzionale, le ambizioni sterminatrici di Hamas?

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venerdì, gennaio 02, 2009

Napolitano, ovvero il migliore spot (involontario) per il presidenzialismo

di Fausto Carioti

Giorgio Napolitano ha fatto quello che poteva. Nel suo discorso di fine anno ha detto cose tipo quelle che ci si scambia in ascensore tra vicini di casa che a malapena si conoscono: ha tenuto a far sapere agli italiani che la crisi sarà grave ma non bisogna avere paura, che trovare lavoro ormai è diventato un problema e che i soldi pubblici vanno usati meglio. È anche tornato a dire che bisogna fare le famose «riforme condivise». Tutte cose che in bocca a un presidente dotato di poteri reali avrebbero avuto comunque un certo peso. Ma non è il caso nostro: il presidente della repubblica italiana non ha alcun potere se non quello di esercitare la retorica. Anche la tanto decantata “moral suasion”, la capacità quirinalizia di persuadere gli interlocutori esercitando su di loro la giusta pressione, può poco o niente se rivolta verso una maggioranza o un governo che si riconoscono in un presidente del consiglio il quale, di fatto, ha avuto il suo incarico per volontà diretta degli elettori, e non del Quirinale. Alla fine, il discorso di fine anno di Napolitano si è rivelato il migliore spot possibile (nonché involontario) per un sistema di tipo presidenziale. Cioè per cambiare le cose in modo da avere, anche dalle nostre parti, un presidente della repubblica scelto dai cittadini, capace di far seguire i fatti alle parole perché il governo risponde a lui.

Il rituale del discorso dal Quirinale è diventato incomprensibile per la gente comune. Ha perso anche la sua solennità liturgica e si è trasformato in una farsa, identica a quella che si svolge nel «teatrino della politica» tutti i giorni dell’anno. Da un lato, la prima carica dello stato chiede cose che non può ottenere. Dall’altra, il mondo della politica e le parti sociali fingono di prenderlo sul serio e applaudono. Applausi ipocriti, e Napolitano lo sa benissimo. Perché, finite le congratulazioni, tutti tirano dritto sulla loro strada.

Antonio Di Pietro dice che il suo partito è «pronto e disponibile» ad accogliere l’invito di Napolitano. Ma la verità è che si guarda bene dal sedersi al tavolo delle riforme con Berlusconi, perché l’ex pm sa benissimo che continuerà a sottrarre voti al Partito democratico solo se continuerà a sparare a raffica i suoi «no» contro ogni proposta dell’esecutivo e della maggioranza. Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ha fatto sapere di aver apprezzato il riferimento di Napolitano ai lavoratori in difficoltà. Ma il suo resterà il sindacato che difende i lavoratori ipergarantiti, guarda caso i più sindacalizzati, a scapito di quelli che perdono il posto perché certe tutele non le hanno. Lo stesso Silvio Berlusconi è stato uno dei primi a telefonare a Napolitano per congratularsi. Ma il premier ha un’idea molto chiara delle riforme che vuole introdurre, a cominciare dalla giustizia, e non ha intenzione di snaturarle per «condividerle» con Walter Veltroni. Né si vede perché dovrebbe farlo, dal momento che dalla sua parte c’è la maggioranza degli italiani. Quanto a Veltroni, tutto lascia credere che finché lo guiderà lui il Pd continuerà nella sua linea ondivaga, sospesa tra la tentazione del dialogo con il governo sulle riforme che tornerebbero utili ai due grandi partiti e la demonizzazione del rivale.

Il fatto che i sondaggi dicano che Napolitano ha la fiducia di moltissimi italiani è una bella cosa, ma è dovuta al fatto che i cittadini si accostano a lui nello stesso modo in cui si pongono dinanzi alla figura del papa. Perché così è visto ormai (indipendentemente da chi egli sia) il presidente della repubblica in Italia: un santone laico, che si sgola dicendo cose che tutti a parole condividono, ma che poi, stringi stringi, nessuno mette in pratica. Come il pontefice quando lancia l’appello per la pace nel mondo.

Solo che l’Italia è cambiata, e in questa legislatura la mutazione è netta. C’è un governo che deve la sua forza al voto degli elettori che hanno messo la croce sul simbolo «Berlusconi presidente». C’è una maggioranza che, pur tra alti e bassi, agisce in stretta sintonia con il governo. C’è un’opposizione che lavora non per questo parlamento, che considera ormai partita persa, ma per quello che verrà, candidandosi a prendere il posto che oggi ha il Pdl e accettando quindi la logica del bipolarismo e della responsabilità diretta del governo davanti agli elettori (il simbolo del Pd alle scorse elezioni recava la scritta “Veltroni presidente”). La maggioranza intanto si prepara a riscrivere le regole del gioco, per rendere stabile l’attuale bipolarismo e tramandarlo alle prossime legislature. In un quadro così chiaro, dove la legittimazione diretta ha un ruolo tanto importante, un presidente della repubblica scelto come avviene oggi e dotato degli attuali poteri appare il residuo di un’epoca alla quale nessuno vuole tornare.

Da spettacoli surreali come quello degli ultimi giorni, con un presidente della repubblica che parla di tutto a tutti senza che nessuno gli dia retta, se ne esce solo prevedendo un presidente legittimato dal voto degli elettori, al quale il governo risponda direttamente. Non si tratta di entrare in territori ignoti e pericolosi, come vogliono far credere alcuni da sinistra, ma di prendere atto dei mutamenti già avvenuti nel paese e di rimodellare le istituzioni su questi cambiamenti.

© Libero. Pubblicato il 2 gennaio 2009.

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