giovedì, agosto 31, 2006

Così la sinistra americana (e non solo) ha perso il contatto con il ceto medio

Troppo ansiogeno, pessimista, incapace di spedire agli elettori messaggi di fiducia. Distante anni luce dal ceto medio. E la distanza si va allontanando. The Democratic Strategist, sito degli spin doctors dei Democratici tra cui figura, come co-editor, il notissimo (anche in Italia) Stan Greenberg, traccia un'analisi devastante del modo con cui il partito di Hillary Clinton si propone agli elettori sui temi dell'economia. E siccome in materia di sicurezza non c'è partita, se perdono anche sul fronte delle policies fiscali possono pure cambiare mestiere. L'allarme arriva già dal dato di partenza: il reddito familiare annuale al di sopra del quale un maschio bianco è più propenso a votare per i Repubblicani che per i Democratici è di 23.700 dollari: nel caso di una famiglia di quattro persone, si tratta di appena 5.000 dollari in più della soglia di povertà.

La condanna è senza appello: «I Democratici devono realizzare che hanno un problema - no, a dire il vero hanno una crisi - con il ceto medio. I Democratici - che si autodefiniscono il partito della middle class - non vincono il voto della middle class da almeno dieci anni. Tra tutti gli elettori con un reddito tra i 30.000 e i 75.000 dollari, Bush ha superato Kerry di sei punti e i Repubblicani candidati al Congresso hanno vinto di quattro punti. I Democratici continuano a prendere i voti di nove elettori neri su dieci in tutti i livelli di reddito, ma tra gli ispanici il margine di vantaggio decresce man mano che la loro situazione economica migliora. E, come abbiamo detto, siamo stati massacrati tra gli elettori bianchi del ceto medio».

Un interessantissimo report scritto dagli stessi autori, "The politics of opportunity", individua cinque punti in cui i Democratici americani sono ormai agli antipodi rispetto al ceto medio.

Primo: Pessimismo vs. Ottimismo. I Democratici insistono a mandare messaggi destabilizzanti, a incutere negli elettori la paura del futuro, del precariato, della perdita del posto di lavoro e del tenore di vita. Ma gli americani rifiutano la politica del piagnisteo.

Secondo: Declino economico vs. Sviluppo economico. Vedono ovunque segnali di povertà, e non riescono a capire quanto, in realtà, l'economia nazionale e quella familiare siano ricche.

Terzo: Sicurezza economica vs. Opportunità individuali. I Democratici non hanno capito che gli elettori del ceto medio sono più interessati a un posto di lavoro instabile, ma che offre maggiori potenzialità di guadagno e di carriera, che a un impiego sicuro dal magro guadagno.

Quarto: Le idee dei progressisti non sono a beneficio del ceto medio. Proprio perché insistono più sul welfare che sulle opportunità, più sulle cose che vanno male che su quelle che funzionano, i Democratici riescono a proporre solo politiche mirate a fronteggiare il declino, non a promuovere ricchezza e sviluppo.

Quinto: I Democratici muovono ai conservatori critiche inefficaci. Invece di focalizzarsi sui fallimenti delle politiche dei conservatori, insistono nell'accusarle di essere tagliate su misura delle grandi corporazioni e dei ceti più ricchi. Scordandosi che gli elettori americani ammirano la ricchezza e non hanno sentimenti di ostilità nei confronti di chi la possiede.

E' evidente che la grandissima parte degli atteggiamenti ansiogeni e piagnucolanti dei Democratici americani appartiene anche alla sinistra italiana. Certo, si tratta di due elettorati che messi davanti alla scelta tra libera iniziativa e welfare risponderebbero in modo diverso (anche se in Italia le differenze tra regione e regione sono probabilmente importanti). Ma forse non così diverso, come dimostra il continuo arrovellarsi della sinistra italiana dinanzi a un ceto medio che continua a sfuggirle, e all'inspiegabile (per loro) esistenza di una partito guidato da un signore calvo, con i tacchi, che continua a fregargli i voti della middle class e a farsi scegliere da un quarto degli elettori italiani.

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"Il male di Fidel Castro è incurabile. Non arriverà al 2007"

«Fidel Castro ha un cancro. Ha perso sangue, i chirurghi l'hanno aperto e hanno trovato un tumore diffuso e incurabile. Niente di strano in un uomo di 80 anni. La prognosi è che morirà entro breve tempo. Nessuno ha il coraggio di dire quando. Ma i diplomatici europei a Cuba, sotto voce, dicono che non riuscirà ad arrivare al Capodanno del 2007». Così scrive Carlos Alberto Montaner, leader intellettuale della dissidenza cubana in esilio, residente a Madrid dal 1970, il quale può contare su buoni informatori all'Havana, dove nacque nel 1943.

Sapremo presto se le indiscrezioni riportate da Montaner, solitamente assai attendibile, corrispondono al vero. Quanto alla grande domanda, ovvero se la morte di Castro sia un bene o un male per il popolo cubano, dipende tutto da cosa arriverà dopo. E cioè da quale sarà l'atteggiamento del fratello Rául. Il quale è assai più debole e ha assai meno carisma di Fidel. Ma proprio per questo, messo alla prova dei fatti, potrebbe rivelarsi assai più pericoloso e crudele di lui, cercando di compensare con la forza dei militari le sue debolezze caratteriali e politiche. Chi profetizza sin d'ora una svolta per Cuba, un'"apertura" sul modello cinese, insomma, farebbe bene a smorzare gli entusiasmi e ad aspettare.

Per saperne di più:
"Will cancer render justice?", di Carlos Alberto Montaner
"El cambio político en Cuba es inevitable, ya que Castro no se va a recuperar", intervista di Expansión a Carlos Alberto Montaner

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mercoledì, agosto 30, 2006

Quando la violenza sessuale è una barzelletta

di Fausto Carioti

Ma non erano, loro, quelli sempre e comunque dalla parte della donna, del più debole, quelli contro la “cultura dello stupro”? Non stavano lì le compagne che “il corpo è mio e lo gestisco io”, per non parlare dell’utero? Ma no, tranquilli. Non sono così, e forse non lo sono mai stati. Tanto per fare un esempio: se la vittima è l’attrice Anna Falchi, colpevole del crimine imperdonabile di aver sposato il “furbetto” Stefano Ricucci, e se l’aspirante stupratore è un extracomunitario, allora i contorni della violenza si fanno più sfumati, il tentato stupro s’ingentilisce, come per magia appare politicamente corretto, e il denunciarlo in pubblico diventa un atto di esibizionismo che merita di essere deriso in prima pagina, trattato a mo’ di barzelletta.

Bisognava comprarlo, il Manifesto in edicola ieri. Lo pagavi un euro e dieci centesimi, ma erano soldi spesi bene. Perché in cambio, appena lo prendevi in mano, ti spiegava quanto vale l’odio di classe dei comunisti. Meglio di un trattato di antropologia culturale. Lo scorso fine settimana, durante una rassegna cinematografica che si è tenuta a Pesaro, ad Anna Falchi è stato chiesto quali siano le sue grandi paure. Lei ha risposto rievocando quello che le capitò una sera del 1990. Uscita dalla sede Rai di Torino, decise di raggiungere a piedi il ristorante dove la stavano aspettando. Il quotidiano torinese la Stampa riporta così il suo racconto: «Avevo percorso poche centinaia di metri quando ho sentito rimbombare dietro di me il rumore di passi che non erano i miei. Con la coda dell’occhio ho visto un extracomunitario accelerare il passo verso di me. Non ho avuto il tempo di scappare: mi ha presa alle spalle e buttata per terra, tra dei cassoni dell’immondizia. Nella caduta ho perso una scarpa, e mentre mi dimenavo per sottrarmi alla sua presa sono riuscita ad afferrarla. Ho quindi incominciato a colpirlo con il tacco, che si è rivelato un’arma di autodifesa perfetta». L’aggressore, infatti, mollò la presa, e lei riuscì a scappare. Fa ridere? Merita gli sberleffi, un simile racconto? Secondo i compagni giornalisti, sì. Tanto che una di loro (certi compiti bisogna sempre affidarli alle donne, sennò c’è il rischio di passare per misogini) si incarica di allestire la gogna.

Così, sulla prima pagina del Manifesto di ieri, appariva un articolo dalla prosa non proprio fluida, intitolato “A colpi di tacchi a spillo”. Il racconto della signora Falchi in Ricucci, come tiene a chiamarla il quotidiano comunista, viene banalizzato e ridicolizzato in questo modo: «Quando aveva diciotto anni, camminando per strada di sera, subì l’aggressione e il tentativo di violenza da parte di un extracomunitario. Ma Anna Falchi è una tipa tosta. Come avrebbe fatto, altrimenti, a sopravvivere alla riprese del film horror di Michele Soavi “Dellamorte Dellamore” (...), al matrimonio con Stefano Ricucci, alla separazione forzata e all’onta della di lui carcerazione, mica quisquilie. “L’uomo che mi ha fatto passare tutte la paure”, all’epoca non era lì a proteggerla dal bruto senza cittadinanza italiana. Così si è dovuta arrangiare da sola, con una autodifesa che sembra un promo per il suo nuovo ruolo in una fiction su Sky».

Ora, non si sa che tipo di donne frequentino i locali del Manifesto. Però, di norma, a quanto è dato sapere, un tentativo di stupro è un’esperienza psicologicamente devastante, dalla quale la donna esce quanto meno destabilizzata e insicura. Anna Falchi - che da allora porta sempre con sé una bomboletta spray antiaggressione e che solo dopo 16 anni è riuscita ad esorcizzare la paura di quella sera, raccontandola in pubblico - meriterebbe, se non un minimo di umana “pietas” (quella per mostrarla bisogna averla), almeno quel briciolo di rispetto per chi ha vissuto una simile esperienza e l’ha raccontata. Non si chiede solidarietà femminile e femminista. Basterebbe il silenzio, basterebbe riuscire ad avere quel minimo di pudore necessario a non sghignazzarci sopra.

E soprattutto: cosa c’entra in questa storia Ricucci e quello che sua moglie prova per lui? Nulla. C’entra solo l’odio antropologico che spinge tanti comunisti - ogni volta che dall’altra parte appare qualcuno che ritengono diverso dalla loro specie - a dimenticare tutti i valori con cui si riempiono la bocca. A questo serve, infatti, ricordare e irridere i sentimenti di Anna Falchi per il marito: a dare all’attrice i connotati del nemico di classe, trasformandola così, agli occhi dei compagni lettori, in un subumano che può essere impunemente umiliato e deriso per qualunque cosa abbia fatto. Compreso sfuggire a uno stupro. Per poi, il giorno dopo, pubblicare l’ennesimo commento su quanto è difficile essere donna oggi nella deprecata società occidentale, mercificante e maschilista.

© Libero. Pubblicato il 30 agosto 2006.

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Il solito Berlusconi. O forse no - Intervengono Franco Frattini e Antonio Socci

martedì, agosto 29, 2006

Il solito Berlusconi. O forse no - La risposta di Sandro Bondi

Chi ha trovato di un qualche interesse questo mio articolo, potrà leggere qui, nella rassegna stampa di palazzo Chigi (versione Pdf, più leggibile), l'articolo scritto in risposta dal coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi. Occhio a ciò che dice in materia di cooptazione.

Il minimo indispensabile

Una buona idea, che ovviamente Giuliano Amato non seguirà: i paletti proposti da Magdi Allam per la Carta dei valori che il ministero dell'Interno dovrà far firmare alle organizzazioni delle comunità islamiche.

1) Tutti i luoghi di culto islamici devono trasformarsi in case di vetro aperte e condivise dall’insieme della società italiana, operando nel pieno rispetto delle leggi e dei valori costituzionali, con l’obiettivo di promuovere un «islam italiano» affrancato da qualsiasi ideologia dello scontro, dell’odio, della violenza e della morte.

2) Il riconoscimento del diritto alla vita di tutti, compreso il diritto di Israele all’esistenza e la condanna di ogni appello alla sua distruzione, anche sotto forma della maligna proposta di sostituire Israele con un unico Stato palestinese dove convivano musulmani, cristiani e ebrei.

3) La condanna del terrorismo palestinese perpetrato da Hamas, Jihad islamica e altre sigle, del terrorismo libanese di Hezbollah e altre sigle, del terrorismo di Al Qaeda, dei Taliban e altre sigle che massacrano i musulmani nel mondo e attaccano le forze multinazionali in Iraq e Afghanistan.

4) Il rifiuto di una identità islamica distinta, separata e conflittuale con la comune identità nazionale italiana, soprattutto sullo statuto della donna e della famiglia. Ciò significa la condanna di qualsiasi discriminazione della donna, dei matrimoni combinati, poligamia, ripudio delle mogli, obbligo di indossare il velo.

5) Il riconoscimento della libertà di coscienza di tutti, compresi i musulmani che si convertono ad altra religione o fede e i non musulmani che sono costretti a convertirsi all’islam per sposare una musulmana.

6) Il riconoscimento che l’islam è una religione plurale, che comporta il rispetto della pari dignità di tutte le comunità religiose islamiche e la condanna della pretesa egemonica da parte di una singola organizzazione.

Amato, invece, dà tutta l'impressione di voler far scrivere la carta dei valori alle stesse comunità islamiche, alle quali, invece di sottoporre un testo simile a quello proposto da Allam, ha chiesto di mettere per iscritto le cose che vorrebbero leggere nella carta e quelle che non gradirebbero vedere. Forse è un colpo di genio per far isolare l'Ucoii dalle altre associazioni. O forse Amato ha solo paura di fare a braccio di ferro con l'Ucoii, ala fondamentalista dei Comunisti italiani. Lo si capirà presto.

Addendum. In una recente intervista la vicenda dell'Ucoii è stata oggetto di una mia domanda all'ex ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu. Pubblico qui sotto la mia domanda e la sua risposta.

La seconda vicenda che la riguarda da vicino è l’entrata dell’Ucoii nella consulta islamica da lei costituita. Dopo aver letto l’inserto a pagamento fatto pubblicare sui giornali dall’Ucoii, in cui si equiparava lo Stato di Israele al regime nazista, si è pentito della sua scelta?
«Quell’inserzione è un’infamia sotto ogni punto di vista ed è comunque un segnale inquietante che non possiamo sottovalutare. Dubito però che esso esprima le opinioni di tutti gli aderenti all’Ucoii. L’ingresso di questa associazione nella consulta islamica è dovuto alla sua forte rappresentatività e a scelte più ampie di politica della sicurezza e dell’ordine pubblico. È una politica che ha sconfitto le Brigate rosse e ha disarticolato alcune trame del terrorismo internazionale, facendo uscire incolume il nostro Paese dai cinque anni più difficili dell’ultimo trentennio».

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lunedì, agosto 28, 2006

Il solito Berlusconi. O forse no

di Fausto Carioti

La speranza è che non si tratti di un esperimento estivo, ma del germoglio di qualcosa di nuovo. I presupposti - non solo tricologici - sembrano esserci. L’ultima puntata del serial, andata in onda prima della pausa estiva, vedeva Silvio Berlusconi detronizzato cercare rifugio in Sardegna, inseguito dalle voci che lo volevano depresso e stufo quanto basta, indeciso sul proseguimento della sua avventura politica. Le cronache estive confermavano: è più interessato a giocare al piccolo vulcanologo che a decifrare le dichiarazioni di Follini. E invece l’apparizione al meeting ciellino lo ha restituito vicino al meglio della forma (che nel suo caso si misura con il metro della guasconeria) e - questa è la novità - disposto a confrontarsi con un forte “concorrente” interno come Roberto Formigoni. Magari è un caso, ma tutto questo è avvenuto dopo che il Cavaliere si è sorbito i faldoni contenenti le proposte che aveva commissionato prima delle vacanze agli uomini più svegli del suo partito. Oggetto del tema: “Come costruire la nuova Forza Italia”. O come rifondarla, se si preferisce. E la speranza è proprio questa: che Berlusconi, approfittando di questa fase politica che lo vede in panchina (e del resto, se non lo fa ora quando?), abbia deciso di rimettere mano alle cose di casa e di aprire le porte del suo partito al confronto, alla libera circolazione delle idee.

Per chi non lo sapesse, nei dibattiti politici vige una regola: mai avere presenti contemporaneamente due personaggi dello stesso partito. Figuriamoci metterli uno di fronte all’altro. Sono gli stessi interessati a rifiutare. Perché in questo modo vengono fuori le differenze tra i due, si dà l’immagine di un partito diviso, cosa che agli elettori non piace. E poi perché chi è leader ha sempre paura che l’altro finisca per fargli ombra. Eppure a Rimini, invece di appiopparci l’ennesimo monologo, Berlusconi ha accettato di confrontarsi in pubblico con lo scalpitante Formigoni. Lo ha fatto con umiltà, verrebbe da dire se stessimo parlando di un’altra persona. E - tanto per essere chiari - Formigoni non ha tirato indietro la gamba: ha accettato il tackle e non ne è uscito affatto sconfitto.

Guarda caso, dalla sortita romagnola del Cavaliere è venuta fuori persino un’idea. Molto semplice, ma molto forte: l’Italia deve essere cattolica e degli italiani, no all’Italia plurietnica che vuole la sinistra. Dove il richiamo all’identità del Paese non ha nulla di bigotto (né potrebbe averlo, vista la provenienza), ma marca benissimo la differenza con quell’Europa imbarazzata dalle proprie radici e neutrale rispetto alle diverse visioni del mondo che si sono impegnati a creare i socialisti continentali e i “cattolici adulti” alla Romano Prodi. È un’idea che può piacere o meno (a chi scrive piace molto), ma che può essere criticata solo perché ha il coraggio di essere così politicamente scorretta, così “fallaciana”. Viste le notizie che passano la cronaca interna e quella internazionale, sarebbe sensato che proprio quello dell’identità italiana diventasse il primo dei contenuti da dare al centrodestra che verrà.

Insomma, è presto per dirlo, ma se la sua apparizione a Rimini era il segnale che Berlusconi sta per trasformare Forza Italia in qualcosa di diverso - un partito non più di plastica, ma fatto di ossa, carne e sangue, nel quale ci si confronta anche duramente e la promozione ai livelli superiori avviene attraverso il meccanismo brutale ma efficace della selezione naturale, e non tramite cooptazione - in un partito vivo, insomma, ne guadagnerà tutto il centrodestra. Che continuerà a dipendere ancora a lungo, nel bene e nel male, da Berlusconi. Nel bene, perché dietro di lui a tutt’oggi non si vede nessun altro in grado di tenere in piedi una coalizione capace di farsi votare da metà degli italiani. Nel male, perché se Berlusconi non riesce a rendere al 110 per cento e se il suo partito arranca, ne esce sconfitta l’intera Cdl e ti ritrovi Vincenzo Visco alle Finanze.

Post scriptum. Sull’Unità di ieri il direttore Antonio Padellaro, in un editoriale dal titolo «Il tramonto del Cavaliere», ha scritto che Berlusconi è sempre più cotto, al punto da non avere più il controllo di Forza Italia. Che sarebbe diventata «un partito allo sbando attraversato da continue lotte intestine che neppure il capo con le minacce di repulisti riesce a controllare», una «armata Brancaleone nella quale sulla questione della leadership tutti preferiscono svicolare, a parte naturalmente Berlusconi convinto di essere ancora il numero uno». Fatti i complimenti a Padellaro per lo scoop (l’esistenza di una lotta per la leadership dentro Forza Italia ai danni di un Cavaliere mezzo disarcionato è una di quelle “notizie” che riesce a pubblicare solo l’Unità), resta la certezza che il problema sia proprio quello opposto. E cioè la mancanza di un confronto politico forte e continuo sia all’interno di Forza Italia, sia tra le anime del partito e Berlusconi. Quanto al viale del tramonto che Berlusconi avrebbe imboccato, è il solito problema che hanno a sinistra: confondono la realtà così com’è con quella che vorrebbero che fosse. Su tutti costoro pesa l’anatema lanciato all’indomani delle elezioni dal diessino Giuseppe Caldarola, che dell’Unità è un ex direttore: «Mettiamo una pietra sopra questa storia del post berlusconismo. È faccenda che riguarderà i nostri figli e i nostri nipoti».

© Libero. Pubblicato il 27 agosto 2006.

Addendum. Umberto era a Rimini e l'ha vista così.

New addendum. Anche il Miscredente era a Rimini e ha filmato l'accoglienza ricevuta da Berlusconi e Formigoni.

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sabato, agosto 26, 2006

La grande ipocrisia di Romano Prodi e Kofi Annan

Primo: onore ai nostri soldati. Chi deve imbarazzarsi a mandare in giro per il mondo carri armati italiani non sta da queste parti. Secondo: dal punto di vista politico la missione Onu è già partita col piede sbagliato. Dopo la totale mancanza di certezze su chi dovrà disarmare Hezbollah, dopo l'atteggiamento imbarazzato dei paesi europei (6.900 soldati, quasi metà dei quali italiani, possono essere venduti come un grande successo diplomatico solo da Romano Prodi), la conferma dell'ipocrisia che avvolge l'intera operazione è arrivata dalla nota ufficiale emessa da palazzo Chigi al termine della telefonata tra Prodi e il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan. I due «hanno convenuto che occorrerà ora dar corso rapidamente agli impegni presi in Libano, senza dimenticare gli altri nodi politici nella regione mediorientale, a partire dal problema palestinese che resta centrale per pervenire a una pacificazione complessiva dell'area».

Annan e Prodi confermano così di non avere alcuna volontà di vedere le cose come stanno, di riconoscere ufficialmente qual è il nocciolo del problema. Che non è la questione palestinese, ma quella israeliana. La madre di tutti i problemi attorno alla quale ruota l'intera crisi mediorientale è infatti - dal 1948 - il riconoscimento dello stato di Israele e del suo diritto a esistere da parte degli stati arabi confinanti. E non perché i diritti degli uni vengano prima di quelli degli altri. Ma per ragioni storiche. La questione palestinese è stata sempre ritenuta secondaria rispetto alla questione israeliana non solo dal governo di Tel Aviv (cosa di per sé normale), ma dagli stessi stati arabi, che hanno sempre messo al primo punto della loro agenda la distruzione dello stato di Israele, a costo di rinunciare per essa alla creazione dello stato palestinese. E proprio questo è il nodo vero della faccenda, qui è il blocco da rimuovere, qui quello che Prodi, Annan e i tanti ipocriti che la pensano come loro si rifiutano di vedere.

Israele, infatti, aveva già accettato nel 1947 la presenza di uno stato palestinese al proprio fianco, così come previsto dalla risoluzione 181 delle Nazioni Unite, votata il 29 novembre del 1947 (e ovviamente approvata perché ottenne il voto favorevole anche dell'Urss e dei paesi del patto di Varsavia). Risoluzione che imponeva la creazione di uno stato arabo indipendente, di uno stato israeliano e di un'amministrazione internazionale controllata per la città di Gerusalemme. Ma già il 15 maggio 1948, poche ore dopo la nascita ufficiale dello stato d'Israele, mentre le Nazioni Unite stavano a guardare, Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania provarono ad uccidere il neonato nella culla. Se gli arabi avessero accettato la risoluzione dell'Onu sarebbe nato lo stato palestinese. Ma la creazione di un simile stato era l'ultima delle preoccupazioni dei paesi arabi: il loro obiettivo principale, al quale ogni altro scopo poteva e doveva essere sacrificato, era la distruzione di Israele.

Quanto ai primi rappresentanti ufficiali dei palestinesi, ovvero all'Olp, l'organizzazione per la liberazione della Palestina, che oggi rivendica come territori dello stato palestinese Cisgiordania e Striscia di Gaza, essa nacque nel 1964. E cioè quando la Cisgiordania apparteneva alla Giordania e la Striscia di Gaza all'Egitto. E' quindi a questi due stati che, in teoria, l'Olp si sarebbe dovuta rivolgere per ottenere i territori desiderati. E invece lo scopo istituzionale dell'organizzazione, come si si legge nel suo atto costitutivo originale del 1964 (art. 17, 18 e 19), emendato solo nel 1988, era la distruzione dello stato di Israele. Gli stessi attentati palestinesi contro i civili israeliani iniziarono ben prima della guerra dei sei giorni, cioè del controllo israeliano su Gaza e Cisgiordania, assunto nel 1967 in seguito all'aggressione (resa possibile dall'atteggiamento rinunciatario dell'Onu) da parte di Egitto, Iraq, Siria, Giordania, Libano e Arabia Saudita. Quindi, piaccia o non piaccia, i primi a respingere la risoluzione Onu che assegnava loro uno stato sono stati proprio i rappresentanti del popolo palestinese, che almeno sino al 1988 hanno anteposto la distruzione di Israele alla creazione di un loro proprio stato. (Qui la lettera del 13 gennaio 1988 con cui Yasser Arafat comunicava al presidente statunitense Bill Clinton che l'Olp aveva finalmente riconosciuto il diritto di Israele a esistere).

Nel 1967, al termine della guerra dei sei giorni, lo stato di Israele era pronto a rinunciare ai "territori contesi", dando il Sinai all'Egitto, il Golan alla Siria e la Cisgiordania alla Giordania (cui l'Onu, nel 1950, aveva assegnato la zona). Avrebbe potuto essere questa l'occasione buona per creare uno stato palestinese. In cambio, scottato dall'esperienza del 1948 e dal recente attacco, Israele chiedeva che gli stati arabi coinvolti nella trattativa ne riconoscessero ufficialmente il diritto a esistere. La Lega Araba rispose "no": «Nessuna pace con Israele, nessun riconoscimento di Israele, nessuna trattativa con Israele». La creazione di uno stato palestinese continuava a pesare assai meno dell'odio per Israele. (Solo l'Egitto, nel 1978, con gli accordi di Camp David, accettò lo scambio, che avvenne l'anno seguente. Nel 1994 fu il turno del trattato di pace tra Israele e Giordania).

Dunque, da un punto di vista storico, logico e politico, non ci può essere alcuna «pacificazione complessiva dell'area» senza che prima, o quantomeno contestualmente alla creazione di uno Stato palestinese, la Lega Araba, e soprattutto i paesi arabi che hanno Israele a portata di missile, riconoscano ufficialmente il diritto di Israele ad esistere. Diritto riconosciuto oggi solo da tre Stati arabi: Egitto, Giordania e Mauritania. Che Annan e Prodi, persino in questi giorni, non abbiano il coraggio di accennare alla questione, è cosa davvero imbarazzante, e purtroppo giustifica tutte le diffidenze di Israele e degli Stati Uniti nei confronti della diplomazia Onu ed europea.

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giovedì, agosto 24, 2006

Israele e lo strabismo di Amnesty International

Il rapporto di Amnesty International (qui il comunicato) sulle cattiverie di Israele lo abbiamo letto di recente su tutti i giornali (qui Repubblica.it). Vi si sostiene che «Israele ha portato avanti una politica di deliberata distruzione delle infrastrutture civili libanesi, comprendente anche crimini di guerra». L'accusa principale è di avere "interpretato" come bersagli militari quelli che secondo Amnesty International sono obiettivi civili. Tipo strade, ponti e stazioni di rifornimento.

Obiettivi civili? Un blogger un po' più sveglio di altri, che si chiama David Bernstein e incidentalmente insegna alla George Mason University School of Law, su The Volokh Conspiracy si pone una domanda sensata: «The idea that a country at war can't attack the enemy's resupply routes (at least until it has direct evidence that there is a particular military shipment arriving) has nothing to do with human rights or war crimes, and a lot to do with a pacifist attitude that seeks to make war, regardless of the justification for it or the restraint in prosecuting it [at least if it's a Western country doing it], an international "crime." Not to mention that the Beirut airport was only temporarily shut down with minor damage, and is already reopen».

Curiosamente, Hezbollah, che dopo aver avviato la guerra entrando in territorio israeliano, uccidendo otto soldati israeliani e catturandone due (qui il post di Libero Pensiero in proposito), secondo Al Jazeera ha lanciato 3.900 missili verso le città israeliane «con l'obiettivo di infliggere il massimo delle vittime civili», non è accusata da Amnesty International di alcun crimine di guerra. Eppure, a differenza di quelle israeliane, le bombe di Nasrallah arrivavano sulle teste dei civili senza preavviso.

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mercoledì, agosto 23, 2006

Tutta la stima di Zapatero per Prodi

Quando uno è stimato, è stimato. El Periodico, il quotidiano più diffuso della Catalogna, svela ai suoi lettori come ha reagito il premier spagnolo Luis Rodríguez Zapatero dinanzi all'ipotesi di affidare la guida della missione Unifil in Libano all'Italia dell'"amico" Romano Prodi.

«La Spagna ha accolto con disagio la pretesa italiana di comandare la forza multinazionale che l'Onu dispiegherà nel Sud del Libano. Il governo di José Luis Rodríguez Zapatero ritiene che la complessità della missione, alla quale prevede di contribuire con un numero di militari compreso tra 700 e 800, esige una direzione operativa di provata esperienza ed efficacia, che Roma non può garantire. Per il governo, l'unica che potrà assumersi questo compito è la Francia, dopo che gli Stati Uniti e il Regno Unito si autoescluderanno dall'operazione dinanzi all'evidenza che non sono benvenuti nel mondo arabo. "Qui non si tratta di dare il comando a chi invia più soldati, ma a chi tiene capacità di leadership", ha spiegato a questo giornale una fonte vicina a chi sta disegnando la strategia spagnola».

Inutile sottolineare che la leadership non è una dote militare, ma una dote politica. Che Zapatero non sembra riconoscere a Prodi. Forse perché lo conosce bene.

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martedì, agosto 22, 2006

Con un enorme cerino acceso in mano

Massimo D'Alema prima dice a Repubblica che «l'Italia non è sola». Poi prega la presidenza di turno dell'Unione Europea di convocare «al più presto» una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri «per definire modalità e mandato della missione europea in Libano». Cioè per capire se assieme a all'Italia c'è davvero qualcun altro. Un Arturo Parisi sempre più perplesso chiede alla Ue: «Ma quanti sono gli "scarponi" degli altri Paesi?» (scarponi, cioè soldati. Non soldi, crocerossine, doganieri o aiuti umanitari: soldati). Francesco Rutelli avverte che l'Italia si farà carico della difficile sfida libanese solo davanti «ad una chiara, netta assunzione di responsabilità e di modalità condivise della comunità internazionale, delle parti in causa e dell'Unione Europea». Il quotidiano della Margherita prende atto del duro risveglio: «Noi siamo tornati in Europa, ma lei nel frattempo non c’è più». Sono altrettanti segnali del fatto che nel governo e nella maggioranza l'aria è ormai pesantissima: all'entusiasmo iniziale si sta sostituendo la cupa consapevolezza che militarmente, e quindi anche politicamente, la missione rischia di essere tutta sulle nostre spalle, visto che solo l'islamica Turchia appare disposta a inviare un numero consistente di «scarponi» in Libano (la Spagna di Zapatero dovrebbe cavarsela con un contingente di rappresentanza; la Francia fa melina; il resto d'Europa risulta non pervenuto; la Russia, grande speranza di Prodi, deve ancora dare segnali concreti). E la proposta di assumere la guida della missione acquisisce sempre più i contorni di una polpetta avvelenata destinata a gravare di nuove responsabilità una coalizione pronta a sgretolarsi appena qualcuno dovesse dire che quello che ci attende in Libano, più che al "peace keeping", assomiglia al "peace enforcing", come è evidente anche dal rifiuto che Hezbollah oppone alla richiesta di deporre le armi.

A complicare le cose c'è che di bipartisan, in questo momento, esiste solo la facciata. Dietro il quadretto idilliaco dei due schieramenti pronti-nonostante-tutto-a-dialogare-nei-momenti-difficili, c'è una opposizione di centrodestra che non ha scordato la monopolizzazione delle cariche seguita alle elezioni, e che ha la forte tentazione di azzannare al collo la maggioranza al primo passo falso, che potrebbe avvenire già questa settimana in sede europea. Mercoledì 23 agosto si riunisce a Bruxelles il Comitato Ue per la politica e la sicurezza (Cops). Venerdì 25 toccherà alla riunione dei ministri degli Esteri della Ue chiesta da D'Alema. In queste due sedi si capirà chi e come affiancherà l'Italia in Libano.

Nella Cdl molti sono convinti che o l'accordo in sede europea non si raggiunge, o - più probabile - si arriva a un'intesa rabberciata che lascia comunque tutti gli oneri a carico degli italiani. Nel primo caso si avrebbe la prova che Prodi ha giocato con le vite dei nostri soldati in modo sconsiderato, con troppa fretta, che la politica estera italiana non esiste e che Prodi nella Ue (lui, ex presidente della commissione) ha lo stesso carisma di un ravanello. Nel secondo caso, i problemi di Prodi si trasferirebbero tutti sul fronte interno.

E non è detto che in Parlamento il presidente del Consiglio possa contare sull'appoggio della Cdl, dove si va ingrossando il partito dei falchi intenzionati a non levargli le castagne dal fuoco. Se Gianfranco Fini, imitato da tanti esponenti dell'opposizione, dice che «la dimensione europea della missione Onu in Libano è elemento politicamente essenziale per decidere la partecipazione di un forte contingente militare italiano», significa che, in assenza di questo elemento, la Cdl è intenzionata a non votare il decreto che dovrà autorizzare la missione. A questo punto, starà a Prodi decidere se vale la pena di fare un nuovo braccio di ferro con la sua maggioranza e giocarsi la faccia e la poltrona nell'ennesima votazione al cardiopalma al Senato.

Update importante. Le Nazioni Unite provano a fare chiarezza e dicono quello che era ovvio a chiunque, tranne che alla sinistra italiana. "Libano, regole ingaggio Onu consentono ampio uso forza", su Reuters News.

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lunedì, agosto 21, 2006

Il femminismo incapace di vedere l'Islam

Incapaci di spiegare a se stessi e agli altri come la weltanschauung islamica possa essere all'origine dell'omicidio di una figlia da parte del proprio padre (sarebbe un colpo troppo duro colpo per il credo relativista), a sinistra alcuni hanno provato a raccontare l'assassinio della povera Hina seguendo categorie più congeniali agli schemi di casa. Hanno deciso che la chiave che fornisce la spiegazione al crimine di Brescia non è quella religiosa (ipotesi che per motivi culturali, legati al ruolo storico della donna nell'Islam, e purtroppo anche per motivi di cronaca quotidiana, appare ben corroborata), ma quella, molto più politicamente corretta, del crimine sessista. La motivazione dell'omicida, in altre parole, sarebbe derivata non dal suo essere islamico, ma dal suo essere padre, cioè maschio.

Specie su Liberazione e sul Manifesto si è assistito così a lunghe articolesse scritte senza lasciare inutilizzato alcun luogo comune del gender feminism, nelle quali l'uso di termini caratterizzanti dal punto di vista religioso, come "musulmano" o "Islam", è stato spesso ridotto al minimo, e comunque schiacciato dalla preferenza per espressioni come "omicidio d'onore", "maschi di famiglia", "ordinaria brutalità patriarcale". Tutto questo per spiegare che la morte della povera Hina non è l'ennesimo caso di mancata integrazione, non è il riproporsi alle cronache di una donna vittima di una religione oscurantista (almeno così come intesa da tanti suoi credenti), ma solo un nuovo capitolo della «drammatica vicenda planetaria della guerra contro le donne», come la chiama Liberazione. Uno di questi articoli, apparso proprio sul quotidiano rifondarolo, per relativizzare il più possibile il delitto di Brescia e argomentare che il problema della sopraffazione femminile che ha condotto alla morte di Hina riguarda anche noi italiani, ha citato con tono scandalizzato aforismi nostrani tipo «donne e buoi dei paesi tuoi», «chi dice donna dice danno» e l'esecrabile «auguri e figli maschi».

Ora, però, ha parlato la madre di Hina. Repubblica riporta le sue frasi. «Muhammed», cioè il padre omicida, dice la madre dell'uccisa, «ha fatto giustizia», perché Hina «non si comportava da brava musulmana, anche se suo padre non l'ha mai picchiata, né ha mai abusato di lei». Chi ha ascoltato il suo racconto, scrive Repubblica, «ha avuto l'impressione di una donna che cercasse solo di fare il suo dovere, denunciando suo marito. Ma senza alcuna vera accusa nei suoi confronti. La colpa, nelle parole della madre, era di Hina, non di Muhammed».

Non siamo, dunque, davanti a una guerra planetaria tra sessi nella quale le donne sono schiacciate. Siamo davanti a una cultura che rifiuta ogni tipo di integrazione con le libertà occidentali, e che sceglie a mente lucida la morte per chi (familiari compresi!), rifiutando la "sottomissione" per abbracciare queste libertà, non si comporta «da bravo musulmano». Una cultura che quasi sempre è tanto forte e pervasiva da essere condivisa dalle stesse donne anche nei suoi aspetti più misogini. Una cultura che di certo legittima il "patriarcato tradizionalista", come piace chiamarlo alle femministe, ma che è assai più forte di esso e che non si esaurisce in esso, perché va molto, molto oltre. Tu chiamala, se vuoi, islamismo.

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domenica, agosto 20, 2006

Il doppio standard del politicamente corretto

di Fausto Carioti

Prendiamo un musulmano arabo perfettamente integrato nel nostro Paese. Uno rispettato, che col suo lavoro ha raggiunto posizioni di eccellenza. Una persona ammodo, di quelle che farebbe piacere avere come vicino di casa. Uno - per chi ha presente il modello - tipo lo studioso Khaled Fouad Allam, sociologo eletto da poco deputato. Reso l’idea del personaggio? Speriamo di sì. Ora immaginiamo che su un qualunque giornale, o in bocca al leghista di turno, appaia - buttata lì con aria ammiccante - una battuta che lo dipinge in questo modo: «Ogni volta che lo vedo, con quella faccia da arabo, ho l’impressione che stia per tirare fuori il coltello e sgozzarmi davanti alle telecamere». Frase razzista, vero? Ci indigneremmo anche da queste parti, e figuriamoci gli strilli che partirebbero dalle vestali del politicamente corretto: un personaggio esemplare marchiato come assassino solo per via della sua pelle e della sua religione. Bene. Adesso prendiamo il Corriere della Sera di ieri. Pagina 23, rubrica di Maria Laura Rodotà. Titolo: “Padre Georg, sex symbol consapevole”. Padre Georg, per chi non lo sapesse, è il segretario personale di papa Ratzinger. La Rodotà, che conosce l’arte dell’ironia intelligente, avendola appresa nei salottini di sinistra, lo presenta così: «Quando vedo il bellissimo tedesco con l’aria più da tenente colonnello che da prete mi viene subito l’ansia di venire smistata su un vagone per Treblinka».

Ora, a parte il tentativo, infelice nei modi e nel risultato, di strappare un sorriso al lettore ironizzando sull’Olocausto e sui nazisti (dalle parti di chi scrive l’ultima battuta scema sugli ebrei nei campi di concentramento è stata sentita in terza elementare, e la fece il più stupido della classe. Da allora, fino a ieri, più niente). A parte questo, si diceva, la rubrichina della Rodotà stabilisce un precedente importante: non è vero che ormai è vietato ironizzare sulla razza delle persone, sulla loro religione, sul loro aspetto. In certi casi si può. Ad esempio, sappiamo che se è Roberto Calderoli a chiamare «bingo bongo» un generico immigrato di colore, o a definire «signora abbronzata» una giornalista palestinese, se è Mirko Tremaglia a chiamare «culattoni» gli omosessuali, se è Silvio Berlusconi a dare del «kapò» a un eurodeputato tedesco dai modi discutibili, siamo davanti a una vera emergenza democratica, che impone di chiamare a raccolta le forze migliori del Paese. Se è un vignettista danese che disegna Maometto con la bomba avvolta nel turbante siamo davanti a un incosciente che rischia di scatenare la rivolta delle masse arabe: non si gioca così con la sensibilità religiosa altrui, specie con quella dei musulmani, incazzosi come sono. Se invece è una giornalista progressista dotata di cotanto cognome che giocherellando affianca il segretario di Benedetto XVI a un boia nazista solo per via della sua nazionalità, dei suoi lineamenti e chissà, forse anche a causa della vicinanza con un Papa che a sinistra proprio non riescono a digerire (il «papa in nero» che ci descrivono le cronache del Manifesto), allora si può fare, nessuno sente il bisogno di alzare il sopracciglio.

A conti fatti, dunque, la vicenda è istruttiva, perché introduce un emendamento importante alle regole che il giornalista politicamente corretto è tenuto a rispettare. Sotto la norma che recita: «È assolutamente vietato qualsiasi tipo di ironia basato su stereotipi razzisti riferiti al colore della pelle e alla religione delle persone», ieri è stato aggiunto un nuovo paragrafo: «È fatto salvo il diritto dei giornalisti di sinistra di usare ogni tipo di stereotipo, compreso quello più abusato, nei confronti dei personaggi bianchi di fede cattolica, specie se sacerdoti». La buona stampa democratica è pregata di tenerne conto.

© Libero. Pubblicato il 20 agosto 2006.

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sabato, agosto 19, 2006

Piccole precisazioni tra amici

Succede anche tra amici. Il deputato di Hezbollah che si è fatto fotografare assieme a Massimo D'Alema "rettifica" - come dire - quanto ci hanno detto sinora D'Alema e il governo italiano: la risoluzione 1701 quelli di Hezbollah non la condividono proprio tutta-tutta. Hanno qualche «riserva» su qualche dettagliuccio. Sul disarmo, ad esempio.

Diceva D'Alema a Beirut: «Mi è stato ribadito dai miei interlocutori che il governo libanese intende rispettare la risoluzione 1701 dell'Onu». Una «decisione unanime» del governo libanese, che coinvolge anche i ministri di Hezbollah, sottolineava con orgoglio D'Alema. Ora il suo compagno di passeggiate, che si chiama Hussein Haji Hassan, spiega che le cose non stanno proprio così. Lo ha intervistato il Corriere della Sera, pagina 2 di oggi. Domanda: «Scusi, ma lei sa bene che la risoluzione Onu prevede il disarmo della vostra milizia nel Libano meridionale. Siete pronti a pregiudicarla, dunque a rischiare il ritorno dalla guerra?». Risposta: «Sin dall'inizio abbiamo detto che la rispettavamo, ma solo con molte riserve. Una di queste riguarda il nostro disarmo, che va discusso unicamente tra noi libanesi. Nessuno straniero ha il diritto di interferire. Israele continua a rappresentare un pericolo e l'Hezbollah armato serve a garantire la nostra libertà». La risoluzione prevede anche che rimanga un solo esercito in Libano, quello regolare, e che ogni altra milizia venga smantellata. Ma l’hezbollah amico di D’Alema lo ritiene un aspetto secondario della risoluzione, un dettaglio non vincolante: «Esercito regolare e soldati hezbollah», dice, «possono coesistere fianco a fianco».

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venerdì, agosto 18, 2006

La Cdl non voti la missione di aiuto a Hezbollah

di Fausto Carioti

Bill Clinton che elogia la castità e il governo libanese che garantisce il disarmo dei terroristi di Hezbollah sono le due barzellette della settimana. La prima fa ridere un po’ meno, ma a differenza della seconda non minaccia di farci piangere subito dopo: non ci costa 150 milioni di euro e non mette in gioco la vita di 2.500 nostri soldati. Eppure oggi i parlamentari italiani sono chiamati a dare il primo voto sulla nuova missione Onu, fingendo - quando ci sono le dichiarazioni dei ministri libanesi che dicono il contrario - che a disarmare i terroristi ci penserà il governo di Beirut. Ora, niente di strano che l’esecutivo di Prodi mostri di credere alla favola: a sinistra pretendono una missione che non procuri fastidi a Hezbollah, e molti ritengono questa l’occasione buona per punire Israele delle mille colpe che gli attribuiscono. Quello che non si capisce, però, è perché debba crederci e votare “sì”, assieme agli amici dei terroristi, anche la Cdl.

La prima cosa da fare per riportare la pace al confine tra Libano e Israele dovrebbe essere lo smantellamento di chi vive solo per distruggere il suo vicino, cioè di Hezbollah. Nell’atto costitutivo del partito-milizia sciita si legge che il suo scopo è la «completa distruzione» di Israele. Hezbollah è stata etichettata come organizzazione terroristica persino dal timido parlamento europeo. Ha ucciso centinaia di civili israeliani. Il conflitto di questa estate è stato scatenato dall’ennesimo atto di guerra dei suoi miliziani, che dopo il consueto lancio di razzi katiuscia contro abitazioni civili hanno ucciso otto soldati di Tel Aviv in territorio israeliano e ne hanno rapiti altri due. Il tutto, come sempre, con il tacito assenso del governo libanese.

La stessa risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu che autorizza l’invio delle truppe in Libano, pur nel solito linguaggio pilatesco, dice che i caschi blu dovranno «assistere le forze armate libanesi» nel loro obiettivo di conseguire «il disarmo di tutti i gruppi armati». Non solo: il contingente internazionale dovrà anche «proteggere i civili sotto minaccia imminente di violenza fisica», cioè svolgere compiti di polizia.

Ma simili documenti sono scritti in modo tartufesco proprio per essere interpretati ad arte, e il governo sinora ha scelto di “leggere” la risoluzione nel modo peggiore per Israele, ignorando il paragrafo che prevede il disarmo delle milizie armate. A privare Hezbollah del suo arsenale, è la risposta dei ministri italiani, penserà il governo libanese. A Beirut, però, non ci pensano nemmeno: il ministro della Difesa, Elias Murr, ha detto che «l’esercito non si recherà al Sud per togliere a Hezbollah le sue armi e fare il lavoro che Israele non ha compiuto», mentre il presidente Emile Lahoud ha definito addirittura «vergognoso chiedere il disarmo di Hezbollah quando il sangue dei martiri è ancora caldo». Del resto, Hezbollah fa parte del governo libanese, e nel momento in cui esce politicamente vincente dal confronto militare con Israele non ha certo intenzione di pensionarsi.

Dunque, fosse per il mandato che il governo intende dare ai nostri soldati, i terroristi libanesi potrebbero andare in giro sui carri armati, indisturbati. Piuttosto che di loro, è l’idea che gira a sinistra, la missione Onu potrebbe occuparsi di Israele, stabilendosi nella striscia di Gaza per aiutare i palestinesi. Non vi è nessuna ragione militare perché ciò debba essere fatto, poiché Israele - con decisione unilaterale - ha abbandonato Gaza nel settembre 2005. Vi sono però forti ragioni politiche: un contingente internazionale piazzato lì sarebbe uno strumento di pressione costante nei confronti di Tel Aviv.

Dinanzi a una missione che appare sempre più costruita per garantire i terroristi e tenere sotto scacco l’unico alleato di cui disponga l’occidente nell’area mediorientale, la Cdl avrebbe ottimi motivi per votare “no”. Per ora ha scelto l’atteggiamento più gradito alla sinistra, quello collaborativo. «Siamo favorevoli alla partecipazione dei militari italiani», ma a patto che la missione porti «al disarmo delle milizie terroriste» e che i soldati abbiano «obiettivi politicamente chiari e regole d’ingaggio precise», spiegava ieri Silvio Berlusconi. I pochi parlamentari della Cdl presenti oggi in commissione voteranno “sì” alla mozione di indirizzo. Il voto definitivo sul decreto che accompagnerà la missione, però, sarà assai più importante. Faranno bene i leader del centrodestra a farsi dare da Romano Prodi tutte le assicurazioni che non sarà una missione di cooperazione con i terroristi. Se Prodi, per non scontentare Oliviero Diliberto e gli altri amici di Hezbollah che lo tengono al governo, non darà simili garanzie, la Cdl farà bene a votare “no”. Se c’è una volta, una in una legislatura, in cui non bisogna passare per fessi, è proprio questa.

© Libero. Pubblicato il 18 agosto 2006.

Addendum. Qualcosa di molto simile, a sinistra, è apparso oggi su Europa, il quotidiano della Margherita, a firma del direttore Stefano Menichini. Nell'editoriale, intitolato "Se la vedete così, questa missione non fa per noi", Menichini scrive: «Non possiamo però nasconderci che in questa vicenda le perplessità maggiori le suscita la sinistra dell’Unione, o meglio alcune sue componenti che non sembrano proprio minoritarie. Da quelle parti, in questi giorni, si nota un’improvvisa e inedita passione per le missioni militari, che si spiega solo con la scommessa che l’Italia vada in Libano per rendere finalmente evidente la sua opzione filo-araba e soprattutto anti-israeliana».

Update. Qui, sul sito dell'Ansa, il resoconto della votazione di oggi, e qui la posizione di Gianfranco Fini.

Lettura consigliata sull'argomento: "No Resolution at all", di Bruce Thornton.

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giovedì, agosto 17, 2006

Le mille scuse dell'Islam

Una volta, il ritornello stanco dei terzomondisti islamici diceva che i colonialisti europei e i petrolieri americani gestivano il commercio internazionale in modo da derubare il Medio Oriente della sua ricchezza naturale. Ma hanno pensato bene di tacere quando il prezzo del greggio è balzato da un prezzo, già elevato, di 25 dollari al barile a un prezzo esorbitante di 75 dollari. Di recente, i Paesi esportatori di petrolio del Medio oriente hanno incassato 500 miliardi di dollari l'anno in extra profitti. Si tratta di uno dei più grandi, rapidi e inosservati trasferimenti di capitali della storia.

Un'altra vecchia scusa per la rabbia dei terzomondisti islamici era il fatto che l'Occidente aveva appoggiato dei dittatori - lo Shah, la casa reale saudita, la famiglia reale kuwaitiana - nel cinico desiderio di ottenere combustibili a buon mercato e crearsi forti alleati anti-comunisti. Alcune di queste critiche erano senza dubbio fondate. Ma a partire dall'11 settembre gli Stati Uniti hanno portato la democrazia in Afghanistan, hanno speso miliardi di dollari e sacrificato oltre 2.500 vite per promuovere la libertà in Iraq, hanno fatto pressione sulla Siria affinché abbandonasse il Libano e hanno ammonito alleati di vecchia data in Egitto e nel Golfo affinché introducessero le riforme necessarie. Per questi motivi, ora siamo considerati dei rozzi interventisti, anche se i nostri sforzi potrebbero aprire la strada alla legittimazione elettorale dei partiti fondamentalisti.

I terzomondisti islamici hanno continuato e continuano tutt'ora a lamentarsi per gli infedeli occidentali che si sono stanziati nelle terre islamiche. Osama Bin Laden attaccò perché le truppe americane si trovavano in Arabia Saudita, o almeno egli così disse. Hamas ed Hezbollah hanno fatto ricorso al terrore per liberare Gaza, il Libano e la Cisgiordania, o almeno così hanno detto. Eppure non è cambiato granché quando gli Stati Uniti hanno ritirato le loro truppe dall'Arabia Saudita, o dopo che gli israeliani se ne sono andati da Gaza e dal Libano e hanno annunciato il loro piano di ritiro dalla Cisgiordania.

Quindi hanno iniziato a lamentarsi perché l'Occidente tratta ingiustamente gli immigrati musulmani, nonostante l'evidenza contraria. Dopo tutto, i musulmani costruiscono moschee e madrasse in tutta Europa e negli Stati Uniti; eppure i cristiani non possono praticare la loro religione in Arabia Saudita o mandare missionari in Iran. Gli occidentali che risiedono o che sono immigrati in gran parte dei Paesi arabi non avrebbero mai il coraggio di scendere in piazza in favore di Israele. Ma in Michigan, la scorsa settimana, folle composte per la maggior parte da arabo-americani inneggiavano a Hezbollah, nonostante l'organizzazione terroristica abbia una lunga storia di uccisioni di americani.

Così scrive, nel suo articolo "Excuse After Excuse", su Real Clear Politics, un Victor Davis Hanson particolarmente ispirato, che merita di essere letto tutto.

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Perché tutto 'sto casino

Lettura fortemente consigliata da Libero Pensiero, dove si spiega perché «per liberare 2 soldati Israele aveva bisogno di fare tutto 'sto casino».

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mercoledì, agosto 16, 2006

Israele, tutte le bugie della sinistra sulla risoluzione 1701

La verità è che molti, a sinistra, si fregano le mani all'idea che la missione Onu in Libano possa essere usata a scopo punitivo contro Israele. Nella maggioranza vi è ormai un consenso diffuso sul fatto che la missione non potrà e non dovrà disarmare i terroristi di Hezbollah, e si fa largo pure l'ipotesi, avanzata dallo stesso ministro degli Esteri Massimo D'Alema, di inviare un contingente militare delle Nazioni Unite anche nella striscia di Gaza.

(Per inciso: chi volesse cercare precedenti sul modo con cui i contingenti Onu hanno trattato Israele, ripassi la storia della guerra dei Sei giorni, nel 1967, resa possibile proprio dalla decisione dell'allora segretario generale delle Nazioni Unite, il birmano U Thant, di obbedire all'"ordine" del leader egiziano Gamal Abdel Nasser, che il 15 maggio gli intimò di rimuovere le forze delle Nazioni Unite dalla penisola del Sinai, al confine meridionale di Israele. Il 22 maggio, tre giorni dopo che le truppe Onu avevano smobilitato, l'Egitto potè bloccare lo stretto di Tiran e il porto di Eilat, impedendo l'accesso al mare a Israele e dichiarando così guerra all'odiata "entità sionista").

Condisce il tutto l'umorismo involontario di cui stanno facendo sfoggio in questi giorni tanti esponenti della maggioranza, impegnati a far credere agli italiani che sarà il governo libanese a disarmare la milizia armata di Hezbollah (con la stessa determinazione e la stessa efficacia mostrate in tutti questi anni, si presume).

Il punto, comunque, è la risoluzione Onu dal quale origina la missione: la numero 1701. E' ad essa che si appellano tutti quelli che a sinistra definiscono l'impegno italiano come una missione esclusivamente di pace, è questa che invocano gli amici italiani di Hezbollah quando vogliono farci credere che i nostri soldati dovranno limitarsi a guardare i terroristi libanesi andare in giro armati. Giovanni Russo Spena, ad esempio (prendo il primo che mi capita tra le mani), sostiene che la risoluzione, «all'articolo 6, chiarisce che la missione sarà esclusivamente di pace, e non prevederà tra i compiti delle truppe Onu quello di disarmare chicchesia». Solo che le risoluzioni vanno lette tutte. E la 1701, pur nel contorto linguaggio che è d'uso in casi simili, parla molto chiaro.

Paragrafo 11 della risoluzione 1701: il consiglio di sicurezza dell'Onu decide che il contingente debba «assistere le forze armate libanesi» nei loro sforzi per ricondurre l'area alle previsioni stabilite nel paragrafo 8», laddove si impone il completo raggiungimento degli obiettivi fissati dagli accordi di Taif del 1989, tra i quali la stessa risoluzione cita esplicitamente «il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano, in modo che (...) non vi siano in Libano né altre armi né altra autorità al di fuori di quelle dello Stato libanese».

Paragrafo 12 della risoluzione 1701: il consiglio di sicurezza dell'Onu, «agendo in risposta a una richiesta del governo del Libano per schierare una forza internazionale che lo assista nell'esercizio della sua autorità nel territorio, autorizza l'Unifil (il contingente delle Nazioni Unite in Libano, ndr) ad adottare tutte le azioni necessarie, nell'area in cui saranno schierate le sue forze ed entro i limiti delle sue possibilità, per assicurare che la stessa area d'operazione non sia utilizzata per attività ostili di ogni tipo; a resistere ai tentativi di chi, con la forza, voglia impedire (a Unifil) di svolgere i propri compiti sotto il mandato del consiglio di sicurezza; a proteggere il personale, le intallazioni e le apparecchiature e delle Nazioni Unite; a garantire la sicurezza e la libertà di movimento del personale Onu, dei lavoratori delle associazioni umanitarie; senza ledere le responsabilità del governo libanese, a proteggere i civili sotto minaccia imminente di violenza fisica».

In sostanza, nella risoluzione è scritto esplicitamente che il contingente Onu dovrà:
1) affiancare l'esercito libanese nell'operazione di disarmo degli Hezbollah;
2) rispondere (ovviamente con la forza) a ogni tentativo condotto con la forza per impedirgli lo svolgimento dei propri compiti;
3) svolgere veri e propri compiti di polizia, qualora si manifestassero emergenze e non vi fossero forze libanesi in grado di intervenire.

Post scriptum. Poi, dopo aver letto quanto sopra, chi vuole divertirsi può leggere gli "ampi stralci" della risoluzione 1701 così come pubblicata sul sito dell'Unità, confrontarla con quella originale ed andare a vedere dove e come essa è stata tagliata. Ovviamente per renderla più comprensibile al lettore. Ci mancherebbe.

Update. E' arrivata la risposta del presidente libanese Emile Lahoud alle anime belle: «E' vergognoso chiedere il disarmo di Hezbollah quando il sangue dei martiri è ancora caldo». Fa seguito alle parole del ministro della Difesa Elias Murr, così come riportate dal New York Times: «L'esercito non si recherà al Sud per togliere a Hezbollah le sue armi e fare il lavoro che Israele non ha compiuto». Se non altro hanno il pregio di parlare chiaro.

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lunedì, agosto 14, 2006

Compagno, fai "pena e tristezza"

Ormai non hanno più nemmeno il pudore di farlo di nascosto. Sbattendosene dell'invito fatto da Romano Prodi a stare zitti per combinare meno danni possibile, adesso hanno iniziato a insultarsi alla luce del sole, a microfoni aperti, sulle prime pagine dei loro stessi giornali. Prima pagina di Liberazione (organo del Prc) di domenica 13 agosto. Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera di Rifondazione Comunista, dopo avere letto questo, attacca l'eurodeputato del Pdci Marco Rizzo e i comunisti italiani, suoi "compagni" di maggioranza e di governo: fanno «tristezza» e «pena», sono dei calunniatori, dei guardoni della politica. Lettura divertente e utile per valutare il grado di decomposizione della maggioranza.

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domenica, agosto 13, 2006

In Libano va di moda il Photoshopping

Oggi non scrivo. Ha scritto tutto Andrea Mancia. Qui e qui.

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sabato, agosto 12, 2006

Meno male che qualcuno si diverte

di Fausto Carioti

Il lettore è invitato a indovinare chi, ieri, abbia pronunciato la seguente frase: «Nei giorni scorsi ho parlato anche troppo. Oggi è una giornata di disoccupazione. Sono qui per divertirmi e stamattina mi sono proprio divertito». Risposta 1: Zlatan Ibrahimovic, calciatore, felice perché è appena passato dalla Juventus all’Inter, che gli ha triplicato l’ingaggio. Risposta 2: Kledi Kadiu, noto ballerino e attore albanese, felice perché se la sta spassando in barca a Capri con la fidanzata Desy Luccini. Risposta 3: Romano Prodi, presidente del Consiglio, felice perché è un cuor contento di natura, e a quanto pare non ha ancora capito quello che succedendo in questi giorni. La risposta giusta, va da sé, è la terza: con mezza Europa bloccata per paura dell’ennesimo attentato terroristico, stavolta evitato per un soffio, con il livello d’allerta innalzato in tutto il Paese e gli aeroporti semiparalizzati, l’unico che poteva uscirsene con una frase simile era lui. Ai cronisti che lo hanno raggiunto a Castiglion della Pescaia, il presidente del Consiglio che si era impegnato a portare la serietà al governo ha raccontato di aver trascorso una fantastica mattinata a pedalare nelle colline maremmane, dimenticandosi tutte le rogne della politica. Poco male, in ogni caso: come era prevedibile, le trattative internazionali per far cessare gli scontri armati in Libano e il giro di telefonate tra i governi di mezza Europa per scambiarsi informazioni su come scongiurare nuovi attentati sono proseguiti anche senza il prezioso apporto del premier italiano, impegnato a smaltire i grassi in eccesso tra Punta Ala e Vetulonia.

Il faccione sorridente del presidente del Consiglio e le frasi alla camomilla che rilasciano gli esponenti del suo governo fanno però a pugni non solo con le notizie di cronaca internazionale, ma soprattutto con la preoccupazione e la fretta con cui stanno lavorando in queste ore gli apparati di sicurezza italiani. Non è una sensazione, è una certezza: il livello d’allarme reale è assai più alto di quanto vogliano far credere Prodi e i suoi ministri.

Primo. Tra giovedì e ieri, in seguito proprio alle indagini partite dopo gli attentati scongiurati a Londra, le forze di polizia italiane hanno arrestato quaranta musulmani, ritenuti terroristi potenziali o reali. Un intervento su vasta scala, spiega il Viminale, «che ha fatto seguito all’operazione antiterrorismo britannica». Sono stati passati al setaccio i tradizionali luoghi di aggregazione degli islamici, come i call center e gli internet point. Nel mirino soprattutto gli immigrati pakistani, anche perché dal Pakistan è passata la strada degli ideatori della strage mancata. Ulteriori giri di vite sono attesi nei prossimi giorni. Stefano Dambruoso, magistrato milanese che si occupa di terrorismo nella sede viennese delle Nazioni Unite, ha caldeggiato l’espulsione, in nome della sicurezza nazionale, di tutti gli stranieri usciti dal carcere grazie all’indulto e che siano anche solo sospettati di contiguità con il mondo dell’estremismo islamico.

Secondo. Nella notte tra giovedì e venerdì il capo della Polizia, Giovanni De Gennaro, ha inviato una circolare a tutti i questori e agli uffici della Polizia di frontiera, ordinando «con effetto immediato» di intensificare i controlli sui 14mila obiettivi sensibili: ci sono le sedi diplomatiche di Gran Bretagna, Stati Uniti e Israele, ma anche moltissimi altri luoghi a rischio. Ai questori viene chiesto di «verificare l’adeguatezza del dispositivo antiterrorismo in atto nel Paese alle accresciute esigenze di sicurezza», dove la parola chiave è proprio quell’«accresciute», che indica un innalzamento generale del livello d’allarme del quale non vi è traccia nelle dichiarazioni degli esponenti del governo. Intanto negli aeroporti italiani il livello d’allerta è stato elevato al top: è stato introdotto il divieto di portare contenitori di liquidi nei voli per Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele e sono stati moltiplicati i controlli a campione. Poche ore prima, Prodi e il ministro dell’Interno Giuliano Amato avevano assicurato che in Italia non vi è alcun motivo per preoccuparsi.

Terzo. Sempre in seguito agli eventi di Londra, il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, guidato dal ministro dell’Interno e composto dai vertici delle forze di polizia e dei servizi, è stato anticipato di 24 ore: si terrà lunedì, proprio per definire al più presto il nuovo assetto post 11 agosto e predisporre un sostanzioso rafforzamento delle misure di sicurezza in vista degli spostamenti previsti per la metà del mese, quando l’allarme antiterrorismo dovrà passare la prova più difficile.

© Libero. Pubblicato il 12 agosto 2006.

Post scriptum. Sullo stesso argomento: "Il mondo trema, ma Prodi va in bicicletta", di Mario Sechi.

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venerdì, agosto 11, 2006

Il Muro democratico

di Fausto Carioti

Imbarazzo è dire poco. Potessero, a sinistra, quell'incubo in lamiera di 84 metri per 3 lo cancellerebbero con un gesto della mano, come si fa con un file del computer, per potersi riscoprire subito politicamente corretti e quindi in pace con se stessi. Però il muro a Padova, attorno al ghetto degli immigrati, c'è', ce l'ha messo uno di loro, il sindaco diessino Flavio Zanonato, incapace di gestire con i normali strumenti di sicurezza l’immigrazione clandestina e lo spaccio di droga nella zona di via Anelli. Ora, in qualche modo, i compagni devono farci i conti. Devono spiegarlo agli altri, ai loro lettori ed elettori. Soprattutto, devono spiegarlo a se stessi. Sino ad ora non ci sono riusciti, e per capire quanto indietro sia il processo di metabolizzazione bastava sfogliare i quotidiani di sinistra in edicola ieri.

Gli sforzi maggiori li ha profusi il Manifesto, che invece di condannare il muro di Padova, come ci si aspettava da un giornale orgogliosamente comunista (si pensi a cosa sarebbe successo se un’iniziativa simile fosse partita da un sindaco leghista), ha provato a far digerire la barriera di acciaio ai suoi lettori. Si viene così a sapere che quando il muro lo costruisce Israele per salvare vite umane dalle bombe dei kamikaze per il Manifesto si tratta di un crimine contro l’umanità, qualcosa di «non meno odioso del muro di Berlino» (Rossanda Rossanda), ma quando, mutatis mutandis, il sindaco diessino di Padova ripropone qualcosa di simile in scala ridotta, si tratta di un’iniziativa tutto sommato accettabile. Il nome, intanto, che nel marketing è tutto: nel titolo dell’articolo dedicato alla storia di via Anelli non si parla di “muro”. Ma di “recinto” e di “inferriata”, quasi fosse la staccionata che circonda un parco per bambini. I residenti, fa sapere il quotidiano di via Tomacelli nella titolazione, «approvano» entusiasti la costruzione. Manca il venditore di palloncini colorati e il quadretto è completo.

«E che sarà successo mai nell’arco di un pomeriggio a Padova?», si chiede, minimizzante, il Manifesto versione “law & order”. Semplice: è successo che il sindaco diessino ha chiuso con un muro il quartiere degli immigrati. Una soluzione molto poco “di sinistra”. La missione è disperata, urge il parere dell’esperto. In soccorso del sindaco (e del Manifesto) arriva l’associazione Razzismo Stop, una di quelle che quando si possono scatenare contro gli esponenti della Cdl non ci pensano due volte. Per capirsi: quando lo scorso anno l’esponente di An Maurizio Saia propose di impedire la vendita di prodotti contraffatti da parte dei venditori ambulanti abusivi (cioè, in parole povere, chiese di far applicare la legge), quelli di Razzismo Stop saltarono sulla sedia, annunciando manifestazioni di protesta: «Come associazione antirazzista, e prima ancora come cittadini, non possiamo far finta di niente e invitiamo i cittadini a dire “no”, perché vogliamo una città che rispetta la dignità di tutti». E il muro che circonda il ghetto di via Anelli? Stavolta c’è in ballo l’amministrazione amica, con la quale si fanno tanti lavori insieme: la situazione è ben diversa. Così il Manifesto può scrivere, soddisfatto, che Razzismo Stop «si dissocia dal coro di chi grida allo scandalo». Un’esponente dell’associazione che dovrebbe difendere gli immigrati assicura i lettori del quotidiano che «si sta ingigantendo tutto, a partire dalla recinzione (notare il ripetersi dell’eufemismo, ndr) per arrivare alla descrizione del quartiere, che non è messo peggio di tanti altri ghetti che sorgono in giro per l’Italia». Per il sindaco Zanonato non ci sono critiche da parte dei nemici del razzismo. Tutt’al più, gli fanno notare delicatamente, l’intervento poteva essere «realizzato meglio». Nessuna indignazione, nessuna minaccia di manifestazione di piazza.

Scelta diversa, ma ugualmente fantozziana, all’Unità, dove si preferisce non prendere di petto la questione, affidandosi a una fotografia e a un testo piuttosto breve. L’unico parere riportato è quello del presidente del comitato di quartiere, esasperato quanto basta per le angherie degli immigrati e comprensibilmente soddisfatto per il muro. Piccolo particolare: niente, nell’articolo, lega quel muro così socialmente impresentabile al centrosinistra. Nulla di nulla. L’Unità si scorda (diciamo così) di fare il nome del sindaco Zanonato, di ricordare la sua appartenenza ai ds e di far sapere ai lettori che quell’obbrobrio è stato innalzato da una giunta ulivista. Evidentemente si tratta di notizie ritenute di secondaria importanza.

Identica amnesia (dev’essere il caldo di agosto) colpisce la redazione di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione Comunista, che a Padova fa parte della coalizione che sorregge Zanonato. Poche righe, nelle quali non appaiono nomi di amministratori né sigle di partito. Per fare prima, non hanno messo neppure la foto. In compenso il lettore del quotidiano rifondarolo sa che l’iniziativa è piaciuta ai residenti del quartiere e ha strappato gli applausi delle forze dell’ordine. È grazie a questi dettagli, all’entusiasmo che gronda dal breve ma efficace resoconto, che i più perspicaci tra i lettori potranno intuire che no, quel muro non l’ha costruito un’amministrazione di centrodestra. È un muro democratico, profuma di Ulivo.

© Libero. Pubblicato l'11 agosto 2006.

Post scriptum. L'11 agosto, vista l'evidenza che i quotidiani nazionali e soprattutto (tra i concorrenti più o meno diretti) Repubblica avevano dato il giorno prima alla vicenda di Padova e al colore politico della giunta, Unità e Liberazione hanno dovuto cambiare strategia, pubblicando articoli più ampi sulla vicenda e informando i loro lettori, quantomeno, che la giunta che ha costruito il muro è «di sinistra». Meglio tardi che mai.

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La cittadinanza serve all'integrazione? Il caso degli islamici inglesi

Tre giorni fa è uscito un sondaggio sui musulmani britannici, commissionato da Channel 4 alla società di rilevazioni Nop. Utile per capire se la concessione della cittadinanza serva davvero a integrare gli immigrati, così come scritto anche a pagina 72 del programma dell'Unione («L’acquisizione della cittadinanza è il più efficace strumento giuridico di integrazione di cui le democrazie liberali dispongano. Per questo dobbiamo ridurre il periodo di attesa e consentire, in presenza di precisi requisiti previsti, l’acquisizione della cittadinanza su richiesta») e così come sta mettendo coerentemente in pratica il governo Prodi.

Elenco i risultati più interessanti del sondaggio.

- Il 30% degli islamici britannici intervistato ha dichiarato che preferirebbe vivere sotto la sharia che sotto l'ordinamento legislativo inglese.
- Il 28% di loro sono convinti che un giorno la Gran Bretagna diventerà uno Stato islamico.
- Il 78% di loro ritiene che gli autori delle vignette danesi debbano essere condannati.
- Il 22% di loro è contrario alla rimozione dei leader religiosi che incitano al terrorismo.
- Il 68% di loro ritiene che i cittadini inglesi che insultano l'Islam debbano essere condannati.
- Il 9% di loro ritiene accettabile il ricorso alla violenza da parte gruppi religiosi o politici.
- Il 13% di loro sostiene di comprendere i giovani islamici inglesi che dovessero decidere di diventare kamikaze.
- Il 45% è convinto che l'11 settembre sia stato una cospirazione degli Stati Uniti e di Israele.
- Il 36% sostiene che la Principessa Diana è stata uccisa per impedirle di sposare un musulmano.
- Solo il 29% di loro crede che l'Olocausto sia accaduto; il 2% sostiene che non sia mai avvenuto, il 17% è convinto che la portata dell'Olocausto sia stata sopravvalutata; il 24% dichiara di non avere alcuna opinione in proposito; il 23% sostiene di non sapere nemmeno cosa sia stato l'Olocausto.

I musulmani cittadini britannici sono 1,8 milioni. Da notare che, specie in sondaggi come questo (i mille musulmani del campione sono stati intervistati telefonicamente), è statisticamente più probabile che l'intervistato dia di sé un'immagine che sa essere gradita all'intervistatore e all'opinione pubblica, che non il contrario.

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Questi invece non cambiano mai

Lettura come sempre istruttiva, quella dei quotidiani di sinistra in edicola oggi. Risparmio le tesi per cui la colpa del terrorismo che colpisce l'Occidente, stringi stringi, è degli americani cattivi che sono andati in Iraq e Afghanistan (tutta roba che è avvenuta dopo l'11 settembre 2001, ma fa lo stesso). Sono le stesse cose che abbiamo letto dopo le stragi (riuscite) di Londra, Nassiriya, Madrid. Però qualcosa che alimenta lo stupore su quelle pagine lo trovi sempre. Tipo l'inviata del Manifesto da New York che scrive «Le fiere parole del presidente e il fantomatico piano sventato arrivano a proposito nella campagna politica dei repubblicani». "Fantomatico piano", tanto per insinuare nel lettore che non aspetta altro il dubbio del sospetto, della montatura a orologeria. Anche se, in quelle stesse ore, sono saltate fuori le registrazioni del "testamento" di due degli aspiranti kamikaze. Oppure come la viceministra degli Esteri Patrizia Sentinelli, rifondarola, intervistata da Liberazione, che tira fuori la ricetta per calmare le acque in Medio Oriente: «Subito il cessate il fuoco, senza condizioni. Il disarmo di Hezbollah verrà dopo». Così Israele, secondo la vice di Massimo D'Alema, dovrebbe far cessare immediatamente ogni ostilità senza avere alcuna garanzia di sicurezza da parte dei terroristi libanesi. Uscita che fa il paio con la proposta di Romano Prodi di affidare all'Iran il ruolo di mediatore nel conflitto tra Israele e Libano. Poi vengono a dirci che l'Italia ora è un attore di primo piano nella scena politica internazionale. Magari qualcuno ci crede pure. Non all'estero, di sicuro.

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giovedì, agosto 10, 2006

Come si cambia

Giovanni Lindo Ferretti lo seguo da anni, mi piace da sempre. Ho tutti i suoi dischi, compresa qualche incisione rara. All'inizio cantava cose tipo "Voglio rifugiarmi sotto il patto di Varsavia, voglio un piano quinquiennale e la stabilità" e "Allah è grande e Gheddafi è il suo profeta". Intervistato da Pier Vittorio Tondelli, nel 1984, spiegava così come la pensavano i suoi Cccp-Fedeli alla Linea: «Siamo filosovietici e non filorussi. Amiamo le repubbliche asiatiche, amiamo l'Islam... Non esiste un punto centrale del filosovietismo che ci affascina: i fascini sono molteplici. Se i Cccp non esistessero, chiederemmo asilo politico in qualsiasi stato dell'Urss». Tre anni dopo, spiegando perché aveva deciso di prendere la tessera del Pci, scriveva sull'Unità: «Riposa in pace, compagno Stalin, non sono disposto a sostituirti nel mio cuore, né a lasciare un buco vuoto».

Pochissime interviste, zero presenzialismo. Testi e concerti mai facili, sempre sofferti. Cambia il mondo, cambia il nome del suo gruppo: i Cccp diventano Csi. Nel 2003 la strada del non ritorno è imboccata: si chiamano Pgr, Per grazia ricevuta. Nel marzo di quell'anno trovo una sua intervista sul Quotidiano nazionale, in cui conferma di essere ormai agli antipodi dei luoghi comuni modello Liga-Jova-Pelù. Tira fuori pensieri come questo: «Quella sul pacifismo al tempo della guerra è una riflessione che è profondissima in me, cui dedico profondamente me stesso da anni e anni. Una cosa ho visto coi miei occhi: ho visto i cecchini di Mostar sparare sui civili e organizzare weekend in cui invitavano altri cecchini a sparare sui civili. Poi sono passati due aerei Nato, e i cecchini non sparano più. Vedo in questo pacifismo degli slogan un becero clericalismo fatto di verità assolute: e le verità assolute sono il contrario della dimensione umana; è il pacifismo intessuto dei "senza se e senza ma", un peccato clamoroso. Perché non esiste un mondo che sia senza se e senza ma. I se e i ma appartengono alla vita politica, alla vita religiosa, alla vita umana».

Oggi, sul Foglio, la sopresa più bella. Una lunga lettera figlia del dolore e di un'intelligenza alta e inquieta, in cui nemmeno una parola è messa lì a caso. Merita di essere letta tutta. La pagina è questa, la colonna è quella di destra.

La parabola del regime cubano

Un salto indietro nel tempo, come ai bei tempi dei compagni Nicolae Ceauşescu ed Erich Honecker. Il problema del regime cubano (uno dei tanti problemi) adesso è impedire che in questo momento, in cui il regime emana un forte odore di decomposizione, gli abitanti dell'isola in cerca di notizie sul loro futuro si aggrappino alla parabola per accedere alle news trasmesse dalle televisioni estere, che non essendo specializzate in sceneggiati sulla vita di Fidel Castro, in interviste firmate da Gianni Minà o in documentari sulle conquiste civili della gloriosa revolución, rischiano di far sapere davvero ai cubani cosa sta accadendo sull'isola. Inutile dire che Washington (sensatamente) ci mette del suo, aumentando le trasmissioni del canale satellitare Tv Martì, il cui segnale è stato potenziato proprio nei giorni scorsi.
«Buona parte della programmazione che si riceve tramite canale satellitare è di contenuto destabilizzante, ingerentista e sovversivo, ed è mirata, come sempre, alla realizzazione di attività terroristiche», si leggeva mercoledì 9 agosto su Granma, l'organo ufficiale del partito comunista cubano, dove si avvertivano i cittadini che non saranno più tollerati impianti abusivi per la ricezione delle trasmissioni satellitari.
Come sempre, anche in Italia ci sarà chi troverà il modo di giustificare il diktat, sia perché i caudillos comunisti hanno sempre ragione, sia perché la televisione satellitare, avanguardia del capitalismo, trasmette solo schifezze e disvalori (compito dello Stato, come noto, è educare i cittadini e decidere per loro cosa è giusto e cosa no). E poi via, di corsa a casa, a guardare la partita su Sky o a sgranocchiare Pringles davanti a Canal Jimmy.

PS. Intanto Raúl, il fratello triste, militarizza l'area intorno a Guantanamo per impedire che i cubani, temendo i colpi di coda del regime, corrano a cercare rifugio nella base nordamericana, tempio di ogni nefandezza. Hasta la victoria siempre.

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mercoledì, agosto 09, 2006

Arrivano gli ex carcerati socialmente utili

di Fausto Carioti

Siete disoccupati onesti, con la fedina penale immacolata? Avete passato gli ultimi anni a sbattervi da un'agenzia interinale all'altra, ma il posto fisso resta un miraggio? E nonostante queste continue frustrazioni non vi siete mai sognati di rubare uno spillo, tantomeno di torcere un capello a nessuno? Peggio per voi: certi errori si pagano. Se vi foste fatti arrestare per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga o magari perché sorpresi a rapinare, ora trovare un lavoro sarebbe molto più facile. Primo, perché grazie all'indulto voluto da gran parte del centrosinistra e da metà della Cdl, adesso sareste comunque a piede libero. Secondo, perché il governo di Romano Prodi si sarebbe impegnato in tutti i modi per trovarvi un impiego. Invece che in mezzo alla strada, sareste su una corsia preferenziale, potendo contare sull’aiuto di un governo che più di sinistra non si può: solidale verso chi ha la fedina penale lunga, perché a sinistra la colpa dei reati di chi non è ricco è solo della società; generoso come può esserlo chi spende i soldi dei contribuenti.

L’idea è stata del diessino Cesare Damiano, ministro del Lavoro, e del leader dell’Udeur Clemente Mastella, ministro della Giustizia. Dei 15mila detenuti che hanno ottenuto l’indulto (secondo Mastella 12mila sono già usciti dal carcere e altri 3mila lo faranno di qui a breve), duemila potranno partecipare a un tirocinio semestrale di formazione nelle aziende che hanno aderito al progetto del governo. Durante questo periodo gli ex detenuti riceveranno dallo Stato un “sostegno al reddito” pari a 450 euro al mese. Non solo: per invogliare le assunzioni, Damiano e Mastella hanno assegnato a ogni lavoratore una “dote” di mille euro, destinata come “una tantum” alle aziende che trasformeranno l’apprendistato in un vero e proprio contratto d’impiego. A Italia Lavoro, società controllata dal governo tramite il ministero dell’Economia, il compito di gestire i tirocini e le assunzioni.

Il costo iniziale, hanno spiegato i ministri, è di 13 milioni di euro: dieci li mette il dicastero del Lavoro, tre quello della Giustizia. Dovrebbe essere solo l’inizio: «Se l’iniziativa avrà un riscontro positivo», ha già fatto sapere Damiano, «il finanziamento potrà essere implementato». Grazie a questa dotazione, il progetto nasce già con l’adesione di Legacoop (coop rosse), di Confcooperative (coop bianche) e del Cnca, il coordinamento delle comunità d’accoglienza: tutte realtà vicinissime al governo Prodi, che avranno così l’opportunità di coniugare ancora una volta la loro vocazione per il “sociale” con l’altrettanto naturale vocazione per i soldi pubblici e le assunzioni agevolate.

Per i due ministri si tratta di una specie di bingo. Con la loro iniziativa potranno finanziare il mondo della cooperazione, amico dell’Unione. Hanno posto le basi per la creazione di una nuova categoria di lavoratori protetti, quella degli ex carcerati socialmente utili, che al pari degli Lsu faranno parte di un mondo contiguo alla sinistra, con tutto quello che ciò potrà significare anche in termini di rapporti clientelari ed elettorali. Con questa mossa il governo spera poi di evitare che parte degli ex carcerati beneficiati dall’indulto torni a delinquere in tempi brevi. Sebbene manchino dati ufficiali, a una settimana dall’apertura delle prigioni i segnali che arrivano dalle cronache sono tutt’altro che positivi. Alcuni di coloro che erano stati scarcerati, colti in flagranza di reato, sono già rientrati in cella. Non manca chi, tornato nel giro della droga, è stato trovato morto con una siringa in vena. Sono argomenti che chi ha votato contro l’indulto, come l’Italia dei Valori, Alleanza Nazionale e la Lega Nord, non si fa certo problemi a usare come arma politica, e chi ne fa le spese è soprattutto il governo, dove è forte la pressione di un rompiscatole come Antonio Di Pietro, che su questo tema sa di potere contare sul consenso di gran parte dell’elettorato di centrosinistra. “Normalizzare” il più possibile l’impatto prodotto dall’uscita contemporanea dal carcere di 15mila detenuti serve quindi a salvare la faccia dei diessini e del ministro Mastella. Pazienza per i tanti in cerca di lavoro che, avendo sempre rigato dritto, scoprono adesso che il sedicente governo della serietà e della legalità li penalizza rispetto a chi è appena stato tirato fuori dal carcere.

© Libero. Pubblicato il 9 agosto 2006.

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lunedì, agosto 07, 2006

Ferrero, la voce dell'innocenza

Ma quale melting pot, ma quale multiculturalismo. Per avere simili obbiettivi bisognerebbe almeno conoscere due parole d'inglese, aver studiato l'esperienza degli altri Paesi (vedi alla voce "Olanda"), sapere cosa è davvero una "cultura". La verità del voto agli immigrati, qui in Italia, è molto più terra terra. La spiega, con il grande pregio della sincerità, il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, in una lettera inviata al Corriere della Sera e pubblicata domenica 6 agosto. «Di questa importante novità tutti dovranno tener conto, ed è evidente che l'eco di tutto ciò si farà sentire in modo particolare in alcune zone e su alcune aree politiche. Penso in particolare alla Lega. Credo che nelle province di Treviso, Brescia, Bergamo e in tutta la fascia pedemontana, dove la presenza dei lavoratori migranti è molto forte e dove un partito esplicitamente xenofobo come la Lega raccoglie molti consensi, l’acquisizione del diritto di voto da parte degli immigrati modificherà decisamente la dialettica politica e forse renderà sconveniente la propaganda razzista».
Chiaro? I leghisti sono cattivi e in certe province sono elettoralmente troppo forti. Il voto agli immigrati serve per mandarli all'opposizione.
Se davvero il ministro rifondarolo cercava un modo per rendere presentabile il provvedimento a tutti gli elettori, se il suo scopo era far capire che non si tratta di una clava politica da usare contro gli avversari, ma di una decisione motivata da nobili ragioni di "solidarietà sociale", se voleva rendere il meno traumatico possibile l'arrivo di questi "nuovi italiani", avrebbe dovuto trovare argomentazioni migliori, politicamente ed eticamente più decenti. Messa così, non ha fatto altro che confermare tutti i peggiori sospetti. Casomai ce ne fosse bisogno.

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Nei gulag di Castro

«Per chi si chiede come mai i cubani sopportino un tale orrore senza ribellarsi, la risposta va ricercata in una serie di cifre allucinanti: nel corso di una decina di ondate di terrore massiccio, più di un milione di cubani sono stati condannati a pene tra i tre e i cinque anni di carcere, per un totale di oltre tre milioni di anni di detenzione nelle orribili carceri castriste e nei gulag tropicali, che Amnesty International ha definito disumani. Tra il 1960 e il 1961, ventimila oppositori, quasi tutti di origine rivoluzionaria - chiamati los Plantados per la loro coraggiosa resistenza - furono condannati a vent'anni di carcere, per un totale di oltre quattrocentimila anni. Ancora recentemente, nel 2003, più di settanta oppositori pacifici e giornalisti indipendenti hanno subito condanne da quindici a vent'anni, per una somma di oltre milleduecento anni di detenzione. Di questi, solo una quindicina - tra cui il poeta Raul Rivero - sono stati scarcerati per malattia o in seguito a pressioni internazionali. Decine di migliaia di oppositori e dirigenti sono stati fucilati. [...] Ai colonnelli portoghesi in visita all'Avana (Castro) ha dichiarato: "In situazioni di crisi, il potere si mantiene col terrore e con la fame"».
E' una parte del racconto di Carlos Franqui, pubblicato il 6 agosto nell'imperdibile inserto domenicale di quel quotidiano notoriamente di destra chiamato "Repubblica", dove ci si prepara così a seppellire il macellaio malato. Niente di nuovo, per i lettori di questo blog.

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Intervista a Luciano Moggi

di Fausto Carioti
Napoli - Un anno fa, di questi tempi, Luciano Moggi, assieme a Giraudo, Bettega e Capello disegnava quella Juventus che, di lì a poco, si sarebbe sbranata il campionato. Trecentosessacinque giorni dopo è cambiato tutto. La Norimberga del pallone, il processo a quel “sistema” che qualcuno ha voluto ribattezzare Moggiopoli, ha condannato la Juventus a “restituire” gli ultimi due scudetti vinti, retrocedendola in serie B con penalizzazione di 17 punti. Tranne pochissime eccezioni, i campioni bianconeri stanno facendo a gara a chi scappa prima verso lidi più prestigiosi. La giustizia sportiva ha decretato che Moggi dovrà stare per cinque anni lontano dal mondo del calcio. Lui, Lucianone, sentimentale com’è, in questa estate così diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta cerca rifugio nei luoghi cari. Fa base a Follonica, nel grossetano, dove è protetto dai congiunti più stretti e passa le giornate a marcare stretto la nipotina. Oggi è a Napoli, dove i tassisti ancora si commuovono al ricordo di "quella" squadra. Seduto in terrazzo, il deposto rais del calcio italiano fuma il sigaro. Davanti ci stanno 'o sole e 'o mare.
Mezzo secolo tra Juventus, Lazio, Torino, Roma e ancora Juventus. Quanto hanno vinto le sue squadre?
«E chi se lo ricorda. Le Coppe Italia saranno quattro o cinque. Gli scudetti sette, almeno mi pare. Poi coppe intercontinentali, supercoppa italiana, coppa Uefa, coppa dei Campioni…».
E dopo aver vinto più o meno tutto quello che c'era da vincere ora si trova tagliato fuori dal mondo del calcio. Come si sente?
«Mi sento bene. Anche perché sono forte della convinzione che è stata fatta una cosa che ha senso solo per chi l'ha voluta, ma non ha senso per la logica. Quando si sa che le cose fatte non costituiscono illeciti si ha la coscienza tranquilla e si può andare avanti a combattere».
E lei fin quando combatterà?
«Fino all'estremo. Prima ci saranno la camera di conciliazione e il Tar. Ma io sono pronto ad arrivare fino alla Corte europea».
Ha trovato una spiegazione a quello che è successo?
«La spiegazione è facile. Dava fastidio la Juventus e davano fastidio Moggi e Giraudo. Per cui bisognava trovare il modo di farli fuori».
Se è così, missione riuscita.
«Devo dire che sono stati abili a fare il loro raid. Ma la loro è solo una vittoria momentanea. Alla luce di quello che è emerso in questi due processi proprio non ci sono gli elementi per dire che sia successo qualcosa di particolare».
Niente di particolare? Lei è stato inibito per cinque anni e a Giraudo non è andata meglio.
«Quelli che avevano associato a noi sono stati tutti assolti. Quindi la "cupola" l'avremmo fatta io e Giraudo. In due. Fa ridere: più che una cupola, un campanile: lui tirava la fune e io stavo al batacchio».
E chi avrebbe compiuto questo raid? Chi ci sarebbe stato dietro questo piano per farvi fuori?
«Non lo so».
Se lo sarà pure chiesto.
«Certo, ma ancora non ho trovato risposta. Siccome sono uno che ha fede, vado avanti per scoprire la verità. E sicuramente ci riuscirò».
Prima della sentenza lei aveva avuto parole di elogio per Guido Rossi, che si era battuto per trattenere Marcello Lippi alla guida della nazionale. A sentenza avvenuta, conferma il suo giudizio positivo su Rossi?
«Su come si è comportato con Lippi il mio giudizio è positivo, perché se ne è fregato di quello che dicevano tutti e lo ha confermato alla guida della nazionale. Se però Rossi adotta in tutte le cose questo modo di fare, se insiste a fregarsene di tutto e tutti, a fare di testa sua e ad andare avanti come meglio crede, il mio non è più un giudizio positivo».
E che giudizio è?
«Il giudizio su una persona che non conoscendo il calcio va avanti a ruota libera senza tenere conto di quello che è il calcio concretamente».
Come giudica il risultato complessivo del processo d'appello?
«Al momento sono contento perché alcune squadre sono rimaste in serie A, ma mi spiace per quello che è successo alla Juve, che senza colpe è andata in B. Perché le colpe bisogna dimostrarle, non ci si può basare su teoremi».
Tra i tifosi juventini c'è chi le colpe le addossa a lei e Giraudo.
«Non direi. Non ne ho ancora trovato uno».
Vorrà dire che quei pochi sono quelli che fanno vedere in televisione.
«Probabilmente. Tutti sono d'accordo nel dire che la Juventus ha fatto un ciclo di vittorie impressionante, tutti ricordano questi dodici anni. La finale dei mondiali a Berlino, tra la Juventus francese e quella italiana, dimostra che questa squadra non aveva bisogno di essere aiutata, ma di essere difesa».
Difesa contro chi?
«Il primo ostacolo che era venuto fuori è uno che è stato assolto ed era presidente della federazione».
Lei si sente sempre juventino?
«Dalla testa ai piedi. Anzi, ora più che mai».
Come la vede la Juve in serie B a partire da -17?
«Penso che avrà comunque la forza di vincere il campionato. Ma questo non vuol dire che debba rimanere in questa posizione. Se la Juve si difenderà, se avrà modo di dimostrare a tutti che non è colpevole e se a me e a Giraudo sarà dato modo di difenderci in tutte le sedi, penso che la posizione della Juve possa migliorare di molto».
Ma se è stato lo stesso legale dei bianconeri, Cesare Zaccone, a proporre la retrocessione in B con penalizzazione…
«Mi ha lasciato perplesso quando lo ha fatto. Probabilmente si trovava dinanzi a una domanda imprevista e improvvisa. Dopo, sia lui che la dirigenza hanno mostrato di voler andare in A».
Cosa prova a vedere trasformata la "sua" Juventus in un supermercato?
«Quando si fa una squadra come quella, capace di dominare su tutti i campi, e poi si assiste alla partenza di giocatori importantissimi, come Cannavaro ed Emerson, il sentimento che prevale è la tristezza».
Fa bene la nuova dirigenza a lasciarli andare?
«Hanno ritenuto opportuno sgravarsi degli stipendi di alcuni giocatori, perché in serie B avrebbero avuto un carico di gestione enorme».
Da juventino come ha vissuto l'addio di Fabio Capello?
«Eh... Certo, speravo che Capello restasse anche in serie B. Ma ha avuto un'occasione importantissima. Capisco anche lui».
Al suo posto è arrivato Didier Deschamps. Lei lo conosce bene.
«Deschamps è un amico. Sono convinto che saprà sostituire Capello nel migliore dei modi. Gli faccio i migliori auguri. Come li faccio ad Alessio Secco, nuovo direttore sportivo, e ai tifosi».
Ha avuto modo di parlare con il nuovo presidente della Juventus, Giovanni Cobolli Gigli?
«Una volta sola. Ma non abbiamo potuto dirci molto, perché erano momenti in cui eravamo impegnati più a difenderci che a fare altro».
Come sono i rapporti con l'attuale dirigenza bianconera?
«Senza dubbio buoni. Anche perché l'operato nostro ha dato lustro alla Juventus. È chiaro che quello che è successo è dispiaciuto a noi e ai nuovi dirigenti. Ora faremo il possibile per mostrare la nostra innocenza».
Ha ragione il suo amico Giraudo quando dice che tra gli imputati del processo mancavano alcune grandi squadre, come la Roma dei Rolex agli arbitri e l'Inter?
«La Roma non lo so. L'Inter di sicuro, perché ha patteggiato per un passaporto falso, dimostrando l'indebita utilizzazione di un giocatore. Più lampante di così. Però c'è un caso strano».
Quale?
«Ho domandato a Candido Cannavò, referente principale di Moratti e di Rossi e titolare di una rubrica sulla Gazzetta, dove la vicenda di cui stiamo parlando è stata ribattezzata "Moggiopoli", se mi poteva dare risposte ad alcune domande precise sull'Inter. Primo: cosa significa patteggiare un passaporto falso. Secondo: che diferrenza c'è tra le cene con i designatori arbitrali che faceva Facchetti e le cene nostre. Terzo: che differenza c'è tra il parlare con i designatori come ha fatto Facchetti e come abbiamo fatto noi. Poi gli ho chiesto conto delle deposizioni di Gazzoni Frascara, in cui l'ex presidente del Bologna diceva che una fidejussione l'aveva emessa Facchetti. Attendo ancora le risposte di Cannavò».
Basta che non si metta pure lei a querelare i giornalisti.
«No, io non querelo nessuno. Per adesso».
A proposito: lei è stato querelato da Moratti e Facchetti per quello che ha detto dell'Inter.
«A me non ha querelato nessuno. Non vedo quali motivi avrebbero per farlo. Non penso che possano querelarmi per aver ripetuto una cosa che ha detto Gazzoni Frascara. Per il resto, mi sono limitato a fare delle domande».
Alla fine, l'Inter ne esce con uno scudetto. Moratti dice che se lo sono meritato.
«Dopo tanti anni di collaborazione con Juventus e Milan, cui hanno fatto vincere tanti scudetti cedendo giocatori del calibro di Pirlo, Seedorf e Cannavaro, e vendendo al Real Madrid uno come Roberto Carlos, mi sembra bello che riescano a vincere uno scudetto pure loro».
Moratti ha detto che le sue sono parole di un uomo disperato.
«Vorrei assicurarlo che non sono affatto disperato e che sto benissimo. Ora sono in un momento di incazzatura, che porterà poi a qualcosa di positivo. Sto pensando a molte cose».
Del tipo?
«In un momento come questo, in cui è esploso in maniera indegna il fenomeno delle intercettazioni, le dichiarazioni fatte mesi fa da Mancini mi hanno lasciato molto perplesso».
Mancini disse che lei avrebbe dovuto rispondere di ciò faceva "in altra sede".
«E in quello stesso periodo Facchetti disse ai giocatori interisti di non preoccuparsi perché sarebbero potute succedere cose importanti e impreviste, che avrebbero dato soddisfazioni alla squadra. Lì per lì non ci feci mente locale».
Ora sì.
«Diciamo che, visto ciò che è successo, qualche perplessità, qualche piccolo dubbio ora ce l'ho. E non sono certo il solo ad averlo».
Si riferisce al ruolo della Telecom di Tronchetti Provera nelle intercettazioni?
«Io non mi riferisco a niente. Ho solo dei dubbi, delle supposizioni».
Quando è stata l'ultima volta che Moratti ha provato a portarla all'Inter?
«Io ho un contratto con l'Inter. Lo tengo in cassaforte. Ce l'ha anche Moratti quel contratto. Non più tardi di un paio di anni fa mi disse che quando volevo era fatta».
L'avrebbe ricoperta d'oro. Le sta antipatico Moratti?
«No. Anzi, è persona simpatica, che in tutto quello che è successo è forse il meno colpevole. È un supertifoso, ha fatto molti sacrifici per l’Inter. Stavo quasi per accettare. Però, considerando che stavo bene dove ero, ho lasciato cadere la cosa, ringraziando Moratti del pensiero».
Lei ha detto che quella che ha vinto i mondiali è stata la Juventus-Italia. Forse si aspettava un posto sul pullman dei vincitori in quella notte romana…
«No. Quando vinciamo il campionato e sfila il pullman per Torino io non ci sono mai. È giusto che la soddisfazione sia di chi è sceso in campo. Certo, non mi sarei mai immaginato di trovare sul carro dei vincitori gente che non sa nemmeno che il pallone è tondo».
Ogni riferimento al ministro Giovanna Melandri è puramente casuale.
«Non ricordo chi c'era. Ricordo solo che c'erano persone che con il calcio non hanno niente a che vedere, ma che hanno colto l'occasione per pavoneggiarsi».
L'addio di Lippi alla Nazionale ha un forte sapore polemico nei confronti di chi lo aveva processato già prima del mondiale a colpi di intercettazioni. Lo stesso Gigi Riva ha avvalorato questa lettura delle dimissioni del Ct. Ha fatto bene Lippi a lasciare?
«Sì, ha fatto bene. A me ha impressionato, dopo la vittoria, vedere tutti quelli che lo volevano mandare via fare a gara per abbracciarlo. Penso che tanti di loro non hanno avuto il coraggio di guardarsi allo specchio, tornando a casa».
Vi parlate spesso lei e Lippi?
«Certo, siamo amici, abbiamo condiviso anni di vittorie».
Amici. Eppure la Gazzetta pubblicò una telefonata in cui lei diceva a Giraudo che Lippi sarebbe durato poco alla guida della nazionale.
«Questa è la conferma di quello che possono fare le intercettazioni quando due persone al telefono scherzano».
Si sente anche al telefono con Cannavaro e gli altri campioni del mondo juventini?
«Sì, parlo spesso con tutti loro».
Tutti vicini a lei.
«Lei che dice? Mi pare che le loro dichiarazioni lo confermino chiaramente».
Chi vince il prossimo campionato?
«Sarebbe il colmo se l'Inter non riuscisse a vincere neppure il prossimo campionato, però ho paura che possa andare davvero così, perché credo che il Milan possa recuperare gli otto punti di svantaggio. Certo, mancherà a tutti la Juventus. Ammesso che poi manchi davvero…».
E lei, cinque anni fuori dal calcio riesce a starci?
«Non voglio neppure pensarci, anche perché ho ricevuto offerte televisive e giornalistiche. Però a chi pensava di aver trovato un personaggio ferito ed emozionato, dico che da adesso avranno davanti un Moggi diverso, che ha voglia di combattere».
In effetti l'abbiamo vista sull'orlo delle lacrime.
«È successa una cosa che nessuno poteva prevedere. Ho accusato il colpo a Bari, quando i giornalisti sono venuti da me a dirmi quello che sarebbe venuto fuori con le intercettazioni di Napoli. Un giornalista della Gazzetta ha poi scritto che era avvenuto un tsunami».
Difficile dargli torto.
«Quello stesso giornalista, a Natale, per prendere il mio regalo si era scomodato a venire sino all'albergo della Juventus. Aveva paura che non glielo dessi».

© Libero. Pubblicato il 30 luglio 2006.

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