mercoledì, agosto 30, 2006

Quando la violenza sessuale è una barzelletta

di Fausto Carioti

Ma non erano, loro, quelli sempre e comunque dalla parte della donna, del più debole, quelli contro la “cultura dello stupro”? Non stavano lì le compagne che “il corpo è mio e lo gestisco io”, per non parlare dell’utero? Ma no, tranquilli. Non sono così, e forse non lo sono mai stati. Tanto per fare un esempio: se la vittima è l’attrice Anna Falchi, colpevole del crimine imperdonabile di aver sposato il “furbetto” Stefano Ricucci, e se l’aspirante stupratore è un extracomunitario, allora i contorni della violenza si fanno più sfumati, il tentato stupro s’ingentilisce, come per magia appare politicamente corretto, e il denunciarlo in pubblico diventa un atto di esibizionismo che merita di essere deriso in prima pagina, trattato a mo’ di barzelletta.

Bisognava comprarlo, il Manifesto in edicola ieri. Lo pagavi un euro e dieci centesimi, ma erano soldi spesi bene. Perché in cambio, appena lo prendevi in mano, ti spiegava quanto vale l’odio di classe dei comunisti. Meglio di un trattato di antropologia culturale. Lo scorso fine settimana, durante una rassegna cinematografica che si è tenuta a Pesaro, ad Anna Falchi è stato chiesto quali siano le sue grandi paure. Lei ha risposto rievocando quello che le capitò una sera del 1990. Uscita dalla sede Rai di Torino, decise di raggiungere a piedi il ristorante dove la stavano aspettando. Il quotidiano torinese la Stampa riporta così il suo racconto: «Avevo percorso poche centinaia di metri quando ho sentito rimbombare dietro di me il rumore di passi che non erano i miei. Con la coda dell’occhio ho visto un extracomunitario accelerare il passo verso di me. Non ho avuto il tempo di scappare: mi ha presa alle spalle e buttata per terra, tra dei cassoni dell’immondizia. Nella caduta ho perso una scarpa, e mentre mi dimenavo per sottrarmi alla sua presa sono riuscita ad afferrarla. Ho quindi incominciato a colpirlo con il tacco, che si è rivelato un’arma di autodifesa perfetta». L’aggressore, infatti, mollò la presa, e lei riuscì a scappare. Fa ridere? Merita gli sberleffi, un simile racconto? Secondo i compagni giornalisti, sì. Tanto che una di loro (certi compiti bisogna sempre affidarli alle donne, sennò c’è il rischio di passare per misogini) si incarica di allestire la gogna.

Così, sulla prima pagina del Manifesto di ieri, appariva un articolo dalla prosa non proprio fluida, intitolato “A colpi di tacchi a spillo”. Il racconto della signora Falchi in Ricucci, come tiene a chiamarla il quotidiano comunista, viene banalizzato e ridicolizzato in questo modo: «Quando aveva diciotto anni, camminando per strada di sera, subì l’aggressione e il tentativo di violenza da parte di un extracomunitario. Ma Anna Falchi è una tipa tosta. Come avrebbe fatto, altrimenti, a sopravvivere alla riprese del film horror di Michele Soavi “Dellamorte Dellamore” (...), al matrimonio con Stefano Ricucci, alla separazione forzata e all’onta della di lui carcerazione, mica quisquilie. “L’uomo che mi ha fatto passare tutte la paure”, all’epoca non era lì a proteggerla dal bruto senza cittadinanza italiana. Così si è dovuta arrangiare da sola, con una autodifesa che sembra un promo per il suo nuovo ruolo in una fiction su Sky».

Ora, non si sa che tipo di donne frequentino i locali del Manifesto. Però, di norma, a quanto è dato sapere, un tentativo di stupro è un’esperienza psicologicamente devastante, dalla quale la donna esce quanto meno destabilizzata e insicura. Anna Falchi - che da allora porta sempre con sé una bomboletta spray antiaggressione e che solo dopo 16 anni è riuscita ad esorcizzare la paura di quella sera, raccontandola in pubblico - meriterebbe, se non un minimo di umana “pietas” (quella per mostrarla bisogna averla), almeno quel briciolo di rispetto per chi ha vissuto una simile esperienza e l’ha raccontata. Non si chiede solidarietà femminile e femminista. Basterebbe il silenzio, basterebbe riuscire ad avere quel minimo di pudore necessario a non sghignazzarci sopra.

E soprattutto: cosa c’entra in questa storia Ricucci e quello che sua moglie prova per lui? Nulla. C’entra solo l’odio antropologico che spinge tanti comunisti - ogni volta che dall’altra parte appare qualcuno che ritengono diverso dalla loro specie - a dimenticare tutti i valori con cui si riempiono la bocca. A questo serve, infatti, ricordare e irridere i sentimenti di Anna Falchi per il marito: a dare all’attrice i connotati del nemico di classe, trasformandola così, agli occhi dei compagni lettori, in un subumano che può essere impunemente umiliato e deriso per qualunque cosa abbia fatto. Compreso sfuggire a uno stupro. Per poi, il giorno dopo, pubblicare l’ennesimo commento su quanto è difficile essere donna oggi nella deprecata società occidentale, mercificante e maschilista.

© Libero. Pubblicato il 30 agosto 2006.

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