mercoledì, agosto 31, 2005

Ratzinger e Oriana, una brutta notizia (per la sinistra)

No, non l'hanno presa bene. L'incontro di Benedetto XVI con Oriana Fallaci fa a pugni con l'immagine di un Papa buonista e persino "relativista" che a sinistra a fatica si sono costruiti nelle scorse settimane. Però, come da vecchia abitudine, hanno metabolizzato con sofferenza il tutto, trasformandolo in un piatto un po' più digeribile. Gli ingredienti principali, che trovate sull'Unità, sono un Vaticano (sottinteso: Papa compreso) imbarazzato per la presenza della scrittrice e irritato perché la notizia è uscita fuori, disposto ad aprire le porte a Oriana solo su richiesta diretta della scrittrice "gravemente ammalata".
Ovviamente la verità sta altrove. E' che a sinistra hanno capito che questo è un Papa forte e non tollerano l'idea che possa uscire dal loro recinto (nel quale ovviamente lui non è mai stato, ma questo fingono di non saperlo). Pur di metterli contro, il giornale fondato da Gramsci s'inventa un Ratzinger che "ha condannato senza appello le crociate" e una Fallaci che avrebbe rivolto "brucianti offese" a Giovanni Paolo II, senza spiegarci perché mai il suo successore nonché teologo di riferimento l'avrebbe ricevuta se davvero la pensasse così anche lui. Il titolo, ovviamente, è "La Fallaci da Ratzinger: imbarazzo in Vaticano".
Più onesto il Manifesto. Che ammette la senza problemi la "sintonia" tra i due e scrive: "Sembra che Papa Ratzinger abbia accettato di ricevere la Fallaci, ma che il suo entourage abbia suggerito la condizione del silenzio, in modo da non provocare un polverone". Se vuol dire che il Papa stima la scrittrice e condivide con lei molte cose, mentre parte della curia è su posizioni assai più timide e più "trattativiste" nei confronti dell'Islam, della causa palestinese etc, il Manifesto ha scritto il vero. Tant'è che presto, anche per questi motivi, la curia cambierà. Ma questo fa a pugni la tesi che i compagni vogliono far passare: quella di un Papa che si vergogna di Oriana e di ciò che lei scrive.
Ripeto: quella di ieri è stata proprio una gran bella notizia.

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martedì, agosto 30, 2005

Ratzinger e Oriana, una bella notizia

Diciamola tutta: Joseph Ratzinger Papa non ha ancora tirato fuori tutto lo spessore del Joseph Ratzinger prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, quello che aveva gettato nello sconforto i sinistri appena il suo nome fu pronunciato in piazza San Pietro. "Colpa", in parte, del nuovo incarico, che ovviamente lo obbliga ad avere una visione anche "politica" dei problemi. Obbligo che prima non aveva. Colpa, mi dice chi lo conosce un po' meglio di me, anche dei suoi consiglieri, troppo portati al compromesso (ad esempio con l'Islam); consiglieri che infatti presto potrebbero trovare un nuovo incarico. Però la tempra dell'uomo è assolutamente fuori discussione, e la notizia di questo incontro politicamente scorrettissimo con Oriana Fallaci rafforza la fiducia di chi, come me, crede che Benedetto XVI tutto sarà tranne che un Papa di transizione.

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Perché è liberale usare la forza contro chi blocca le strade

Un prepotente è un prepotente, ma mille prepotenti insieme sono un serbatoio di voti, un interlocutore politico da coccolare e lisciargli il pelo. La prova? Mettetevi al centro di un qualunque vicolo e provate a bloccare il traffico. Se non vi investono prima gli automobilisti, arriva la volante della polizia, vi solleva di peso e vi porta al commissariato. Applausi agli agenti. Ora provate a bloccare per giorni un’autostrada o una ferrovia nei giorni del controesodo estivo. Ma fatelo in cento, duecento o mille, in nome di una qualunque causa - questa estate sono andati di gran moda la retrocessione della vostra squadra di calcio e i prodotti agricoli invenduti. Stavolta, l’unico ufficiale che verrà a dirvi qualcosa sarà il sindaco, per ascoltare le vostre ragioni e promettere che farà tutto il possibile per aiutarvi. Dietro di lui, cronisti e fotoreporter litigheranno per mettervi in prima pagina. E nessun magistrato vi torcerà un capello, anche perché il governo dell’Ulivo, all’epoca, provvide a depenalizzare il reato di blocco stradale.
L’ultimo esempio sono i blocchi nelle strade e nelle ferrovie pugliesi. È finita con un morto. Era iniziata con i viticoltori che chiedevano lo smaltimento di dieci milioni di ettolitri di mosto prodotto lo scorso anno e rimasto invenduto. Subito li hanno affiancati i coltivatori di pomodoro, preoccupati perché le industrie non stanno acquistando il loro prodotto. Tutti motivi sacrosanti per incavolarsi, ci mancherebbe. Indecente è che la protesta sia diventata, come da abitudine, sopraffazione a cielo aperto dei diritti altrui, senza che nessuno si preoccupasse di difenderli ripristinando la legalità. Le cronache parlano di code chilometriche lungo le autostrade e le vie provinciali bloccate dai trattori, di 6.500 poveri cristi costretti ad accamparsi nelle sale d’aspetto delle stazioni di Bari e Foggia, di dieci treni costretti a fermarsi dinanzi ai manifestanti per far scendere 4.500 passeggeri.
Il peggio è successo vicino Canosa di Puglia. Il conducente di un furgone, una persona che stava lavorando, ha provato ad aggirare il blocco fatto dagli agricoltori su una strada provinciale. Uno di manifestanti messosi davanti al veicolo è stato investito e ucciso, e chi guidava è stato arrestato con l’accusa di omicidio colposo. Un maledetto incidente, deprecabile quanto si vuole, ma chi scrive sta dalla parte del camionista esasperato, non da quella dei violenti convinti, in nome dei propri diritti, di poter calpestare quelli altrui. Chi usa il proprio corpo e la propria vita come ricatto nei confronti del prossimo deve mettere nel conto le conseguenze non intenzionali che può produrre il suo gesto. E comunque, nessun incidente sarebbe avvenuto se chi di dovere avesse usato la forza per far rispettare una libertà fissata dalla Costituzione, quella per cui «ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale».
Tra il diritto a manifestare degli agricoltori e il diritto a lavorare del conducente del furgone (anch’esso difeso dalla Costituzione, per la quale «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto») è il secondo quello più importante, perché non calpesta la libertà dell’altro. Stato vigliacco, quello che scende a patti con la violenza organizzata e lascia indifesi i maltrattati, solo perché non si nascondono dietro un cartello o dietro un sindacato.

© Libero. Pubblicato il 30 agosto 2005.

Partito unico sì, pensiero unico no

A un primo impatto il ragionamento pare convincente: «Se la pensiamo diversamente su temi tanto importanti, che ci stiamo a fare nello stesso partito?». Ed è proprio poggiandosi su questo principio che in alcuni settori della maggioranza si va facendo strada il dogma per cui nel futuribile partito unico del centrodestra debbono avere diritto di cittadinanza solo quelli che la pensano in un certo modo. Sul taglio delle tasse e gli aiuti alle famiglie, ad esempio. O sull’Iraq e i rapporti atlantici, sulla fecondazione assistita, sulla flessibilità del lavoro e le garanzie del welfare, sull’aborto, sulle riforme istituzionali. E domani su chissà cos’altro. Eppure la sensatezza del ragionamento è solo apparente. Il principio secondo il quale per dar vita al partito unico occorra un pensiero unico è un suicidio politico. Lo sanno bene i consiglieri di Silvio Berlusconi, che gli hanno spiegato la necessità di evitare ogni conventio ad excludendum, ricordandogli l’importanza di «massimizzare l’offerta politica agli elettori». Ovviamente, non è certo il premier la persona da convincere: il nodo riguarda gli alleati, primi tra tutti i folliniani, i quali pongono come condizione che il programma del nuovo soggetto sia di «matrice democristiana».
Un suicidio. Intanto perché, dall’altra parte della barricata, c’è un’aggregazione di centrosinistra - l’Unione - che riesce a far convivere ampie sacche di resistenza veterocomunista e riformisti privatizzatori, filo-americani cresciuti col mito liberal dei Kennedy e picchiatori dei centri sociali, ex ministre col rosario e atei militanti. Prevedere una catastrofe governativa qualora questa accozzaglia dovesse andare al potere è lecito, ma sarebbe stupido - e anche questo è stato fatto notare al premier - sottovalutare la potenzialità di marketing elettorale che essa rappresenta. Il centrosinistra offre infatti un “prodotto” che promette di soddisfare i “bisogni” di ogni tipo di elettore: per chi chiede garanzie ci sono ben due partiti comunisti e la sinistra Ds, chi vuole cavalcare la modernità può rivolgersi alla pattuglia riformista; i filo-americani hanno il loro Rutelli (quelli un po’ più tiepidi si accontentano di Fassino), chi tifa per Hamas e la resistenza irachena si tiene stretto il suo Diliberto; i contrari ai matrimoni gay scelgono la Margherita, ai favorevoli basta spostarsi un po’ più a sinistra; i no-global possono contare su Verdi e Rifondazione, mentre chi chiede “law and order” si butta su Di Pietro. Senza arrivare a tanto, davanti a una offerta concorrente così ben segmentata, non si vede una ragione valida per cui il centrodestra debba mettere sul mercato un prodotto in grado di piacere a un solo tipo di elettore.
L’esempio dei repubblicani Usa
Chiudersi a riccio su una formula tagliata con l’accetta sarebbe un suicidio anche perché, fatalmente - la storia politica italiana lo insegna - scoprirebbe il fianco del partito unico di centrodestra a sanguinose scissioni o alla concorrenza elettorale di ali destre (Mussolini e dintorni) e sinistre (i radicali) che già adesso, assieme all’astensione, giocano un ruolo importante nell’erosione del consenso elettorale della Cdl. Ma se si manda a monte l’assetto attuale per costruire un partito nuovo, si presume che lo scopo sia quello di prendere più voti di prima, non meno. Del resto, c’è l’esempio del partito repubblicano statunitense, al quale lo stesso Berlusconi ha confessato di ispirarsi per il suo progetto. Sotto l’elefante, simbolo del Grand old party, convivono da decenni antiabortisti che citano la Bibbia e libertarian anarco-individualisti, isolazionisti alla Kissinger e interventisti alla Wolfowitz, tagliatori di tasse e gonfiatori della spesa pubblica. Anime che spesso - come dinanzi al caso Terri Schiavo - si trovano su posizioni inconciliabili. Anime che si scannano durante le elezioni primarie, ma che si ricompongono sempre al momento di votare il candidato alla Casa Bianca.

© Libero. Pubblicato il 3 maggio 2005)

lunedì, agosto 29, 2005

L'uragano Katrina e il Cato Institute

E' evidente: al Cato Institute hanno letto il mio post. Poi si sono riuniti e hanno tirato giù questo documento, in cui spiegano che i giornalisti amano gli uragani perché consentono loro di blaterare sul riscaldamento globale. Già che c'è, il Cato Institute smonta il luogo comune e ci ricorda chi è l'unico consigliere sbagliato di Tony Blair. Tutto da leggere.

Un assaggino del miglior Berlusconi

Ok, sarà anche un bieco espediente dialettico mettere l'accento su ciò che non si è fatto piuttosto che su ciò che si è realizzato. Un espediente che torna comodo quando l'azione di governo in questi anni ha manifestato - diciamo - qualche lacuna. Però al Berlusca che dice queste cose qui (da ansa.it) è difficile dare torto. Ed è il Berlusca che a me piace di più. A sinistra non potrebbero mai sottoscrivere le stesse cose.
"Non abbiamo mai messo le mani nelle tasche degli italiani, non abbiamo mai rubato, non abbiamo mai fatto una telefonata per controllare (avendone i mezzi, con i servizi) un uomo dell'opposizione, non abbiamo mai mandato la Guardia di Finanza da nessuno, non abbiamo mai usato la magistratura contro un avversario politico, non abbiamo mai fatto una trasmissione della televisione pubblica, e tantomeno di quelle private, contro un avversario politico".

domenica, agosto 28, 2005

L'uragano Katrina e il servizietto pubblico

Ore 21,25, in automobile. Alla ricerca della radiocronaca di Juventus-Chievo incappo nel Gr2. Certi errori si pagano. Testuale: "Il tifone Katrina è diventato uragano. Secondo gli esperti la colpa è del riscaldamento globale". Tradotto: è colpa dell'uomo. Quali sono gli "esperti" di cui parla il Gr? Quali sono le loro teorie? E degli studiosi convinti che non ci sia alcun surriscaldamento globale che ne facciamo? Il messaggio, intanto, passa, e qualche centinaio di migliaio di italiani da ieri sera pensa davvero che l'uragano che ha colpito New Orleans sia la prova dell'esistenza dell'effetto serra. Non è una questione di chissà quale lobby ecologista o liberal (nove su dieci alla Rai manco sanno che voglia dire "liberal"). E' che l'unica cosa che hanno letto in materia è la locandina di "The day after tomorrow", e che non resistono alla tentazione di appiccicare un luogo comune in ogni notizia. E lo chiamano servizio pubblico.

L'Unesco e la battaglia per il relativismo linguistico

Si chiama difesa della glottodiversità e vuol dire che tutte le lingue, comprese quelle parlate da trenta persone nel mondo, hanno gli stessi diritti e meritano di essere difese. E' l'ultimo (ma solo per ora) mantra relativista. Ovviamente è anche una delle priorità di quel grande ente inutile chiamato Unesco, oltre 2.000 burocrati chiamati a spendere un budget annuo di oltre 400 milioni di dollari (20 milioni dei quali provenienti dalle tasche dei contribuenti italiani), per dare fondo al quale qualcosa dovranno pure inventarsela. Il problema, hanno infatti sentenziato, è che nei Paesi in via di sviluppo troppi individui stanno imparando il cinese, l'inglese, l'hindi e una delle altre lingue principali del mondo, dimenticando così le loro lingue originarie, condannate all'oblio. La notizia del dramma in atto ce la dà Misna, l'agenzia dei missionari. "I ricercatori dell'Unesco, ente Onu per istruzione, scuola e cultura, prevedono che il 90% delle lingue attualmente parlate nel mondo potrebbero scomparire entro il secolo, sotto la spinta della globalizzazione: già oggi il 97% della popolazione mondiale parla un numero di lingue che rappresenta a malapena il 4% dell’intero patrimonio linguistico del pianeta e il restante 96% delle lingue è utilizzato solo dal 3% della popolazione. Inoltre, un decimo degli idiomi diffusi sulla terra è parlato da comunità composte da non più di 100 persone. Queste stime testimoniano una diversità linguistica sbalorditiva che esperti dell’Unesco e linguisti di tutto il mondo hanno intenzione di mettere al sicuro con una complessa operazione di salvataggio".
Ricapitolando. Invece di investire ogni sforzo nell'aiuto dei 121 milioni di bambini tuttora privi di educazione elementare, l'Unesco, con una "complessa operazione", si preoccupa di quelli che, nel frattempo, sono riusciti ad integrarsi nel mondo globalizzato al punto da imparare l'inglese o il cinese, decretando, come è giusto che sia, la scomparsa di vecchie lingue ormai inutili al loro scopo, che è quello di far comunicare le persone tra loro. E' il mondo che cammina alla rovescia, mentre gli uccelli nuotano e le mucche fanno i nidi sugli alberi. E' il medico che si preoccupa perché i malati sono diventati sani. E lo fa con i soldi nostri.

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sabato, agosto 27, 2005

Beppe Grillo certifica l'inutilità dei blog

Da un punto di vista politico, vale a dire come capacità di cambiare l'agenda dei decision maker, i blog oggi, in Italia, sono del tutto inutili. Non fanno opinione pubblica, non spostano un voto. Servono a noi per parlare tra noi stessi e scambiarci i nostri link e postarci commenti a vicenda. Che è bello, divertente, ma rimane un esercizio tristemente autoreferenziale. Una conferma lapidaria viene dalla decisione annunciata dall'alfiere di questo nuovo fantastico (nessuna ironia) modo di comunicare, Beppe Grillo: comprare una pagina del Corriere della Sera per invitare Antonio Fazio a dimettersi. Ora, se per uccidere qualcuno uso la selce pur avendo a disposizione una pistola, la spiegazione è una sola: la pistola non funziona. Così Grillo, pur avendo il blog più seguito d'Italia, che coinvolge ogni giorno migliaia di persone, con le quali comunica attraverso dei modernissimi bit a costo quasi zero, per fare male a Fazio è costretto ad affidarsi a un costoso oggetto ideato secoli fa, fatto di molecole di cellulosa intrise di piombo. Lo fa perché sa che finché parla su Internet lo ascolta solo un pubblico di nicchia, che nel mare dei grande numeri della democrazia non conta proprio nulla.
Spiace per chi nelle potenzialità elettorali a breve termine di questo mezzo ci crede convinto, tipo, leggevo l'altro giorno, Mario Adinolfi, che non conosco ma mi sta simpatico, se non altro perché tifiamo per la stessa squadra. Ma la verità è che su questo strumento qui c'è troppa retorica, e che ce la cantiamo e ce la suoniamo tra noi. Io, poi, che qui sono l'ultimo arrivato, più di tutti.

venerdì, agosto 26, 2005

La Cdl, ovvero il partito della spesa pubblica

La flat tax è una gran bella cosa, come ci spiega qui la Heritage Foundation sul sito dell' Istituto Bruno Leoni, e se potessi la introdurrei subito. Ma il dibattito “flat tax vs maggiore tassazione delle rendite” è il solito scontro ideologizzato utile solo a confondere i veri termini della questione e allontanare il dibattito dagli elettori, i quali infatti non ci stanno capendo un beneamato. Perché lo scontro vero, in seno alla Cdl, se non si fosse capito, è tra chi vuole giungere al voto avendo abbassato ancora le imposte, come previsto dal programma (il mio adorato Renato Brunetta, consigliere economico della presidenza del Consiglio, spinge in questa direzione, per quello che può, ed è uno dei pochi), e chi conta di arrivare al 9 aprile, o quando sarà, presentando come credenziali agli elettori il solito aumento di spesa pubblica (e quindi più tasse e/o più deficit), sotto forma di leggi e leggine clientelari e aumenti in busta paga ritagliati ad hoc per le più diverse categorie. Punto. Il resto è fuffa, almeno che non si voglia credere davvero che la flat tax possa arrivare già con la prossima Finanziaria, cosa alla quale in Parlamento non crede nessuno.
La Destra sociale di An si è già messa nella seconda direzione. Quando vengono a raccontarci che la tassazione sulle rendite va aumentata perché non è giusto che il lavoro sia tassato più delle rendite, si fanno prendere - per dirla alla romana - col sorcio in bocca: scusate, se il problema è riequilibrare i due carichi fiscali non sarebbe più sensato abbassare le tasse sul lavoro? Risposta che non ti danno: sì, ma in questo caso saremmo costretti a tagliare la spesa.
Previsione: vincerà il partito della spesa pubblica, come accaduto con la sinistra nel '96 e nel 2001, perché prima del voto è sempre così che succede e perché nessuna Finanziaria è mai uscita migliorata dal passaggio in Parlamento. Destra o sinistra, in questi casi non fa differenza. Triste.

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giovedì, agosto 25, 2005

Regaliamo un sorriso a nonno Romano

E poi dicono che noi individualisti non abbiamo sensibilità sociale. Eccovi un articolo contro il triste fenomeno estivo dell'abbandono degli anziani. Uscito fresco fresco su Libero. Vi ho messo anche i link. Se restate impassibili siete proprio dei liberisti selvaggi.

di Fausto Carioti
Chi segue Libero sa che questo giornale non si tira indietro quando si tratta di coinvolgere i suoi lettori in qualche iniziativa umanitaria. Ecco, questo è uno di quei casi in cui c’è davvero bisogno dell’aiuto di tutti. Sappiamo quello che vuol dire, arrivati a una certa età, scoprirsi senza un lavoro: l’abbandono, la solitudine, il senso di vuoto che lotta con la voglia di fare, la semplice necessità di trovare qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere. Quando poi chi soffre queste cose è uno che ha vissuto sulla breccia sino a poco tempo fa, quel fuoco che brucia dentro è ancora più forte. È il caso di Romano P. (il cognome non lo pubblichiamo per evidenti ragioni di riservatezza, comunque possiamo dirvi che non è parente della più famosa Melissa), bolognese, 66 anni, sino a poco tempo fa uomo politico di primo livello nelle file del centrosinistra, sbattuto fuori da Roma e spedito a svernare nei tristi palazzoni della Commissione europea dai soliti colleghi invidiosi. Le batoste ricevute e gli anni passati a Bruxelles lo hanno fiaccato, ma la smania di darsi da fare è sempre la stessa. Romano è convinto di potere tornare al suo mestiere, alla politica: che poi è l’unica cosa che ha fatto nella vita, se non altro perché è l’unica che sa fare. Ma le vecchie invidie non sono tramontate. I suoi “compagni” pensano che dovrebbe mettersi da parte, ma nessuno ha il coraggio di dirglielo. Intanto, però, stanno facendo di tutto per farglielo capire: hanno smesso di telefonargli e parlano male di lui ai giornali. E l’estate di Romano è un’estate di solitudine.
Per ricevere un po’ di calore il poverino, mesi fa, in uno slancio giovanilista, ha anche provato ad aprire un sito web, all’indirizzo www.romanoprodi.it, perché ha letto su Repubblica - il suo giornale preferito - che è un modo moderno per tenere vivo il contatto con la gente. C’era anche un blog, dentro al sito, cioè una specie di diario on line in cui uno si racconta, commenta in tempo reale gli argomenti importanti. Avere un blog fa molto trendy, è molto americano: sul suo giornale preferito, Vittorio Zucconi aveva scritto che in questo modo un candidato democratico alle elezioni, Howard Dean, era riuscito a mobilitare milioni di persone e raccogliere fondi consistenti per la campagna elettorale. Ma il blog non è cosa per uno dell’età di Romano: troppo moderno, troppo interattivo, come si dice oggi, e lui, fa sapere chi lo conosce bene, ha già i suoi problemi a trovare la pagina 120 del Televideo. Così il diario postmoderno di Romano P., dopo 38 giorni in cui il nostro era riuscito a mettere on line solo un paio di messaggi, è stato chiuso, tra gli sberleffi degli internauti. «Quella di non comunicare con i propri elettori sarà una nuova tattica per far rimanere al potere questo governo sino al 3010», ha infierito, impietoso, Beppe Grillo, uno dei pochi che ogni tanto si ricorda di lui.
Restava però, e sul sito c’è tuttora, la rubrica delle lettere on-line. Basta fare un click, scrivere a Romano P. e lui risponde pubblicamente, in modo che tutti possano leggere. Ma l’estate, come si diceva, è maledetta per quelli come lui. È lì che aspetta, ma nessuno gli scrive. L’ultima lettera arrivata, si legge sul sito, porta la data del 25 luglio. Da allora, più nessuno ha pensato a lui. I vicini di casa, dietro la garanzia dell’anonimato, raccontano di vederlo dalle finestre, in mutandoni e ciabatte, agitarsi come un’anima in pena nel salotto buono, dove passa le mattinate a vedere i film di Rete 4, mentre sua moglie, la brava signora Flavia, gli chiede di scansare i piedi perché altrimenti non riesce a passare l’aspirapolvere. Se esce di casa, Romano lo fa solo per andare a comprare i giornali nell’edicola di Strada Maggiore. Al ritorno, la solita domanda alla povera consorte: «Mi ha cercato qualcuno? Massimo? Francesco? Arturo?». E lei, comprensiva, con quel suo sorriso dolce: «Caro, il telefono ha squillato, ma non ho fatto in tempo a rispondere, non so chi fosse».
Romano P. è un simbolo: rappresenta tutto ciò che può accadere a chiunque di noi nel momento in cui falsi amici decidessero di pugnalarci alle spalle. Per questo Libero ha deciso di aiutarlo, lanciando tra i suoi lettori la campagna “Regala un sorriso a nonno Romano”. Tutti possono, con un semplice gesto, fare un’operazione di grande umanità. Basta accendere il computer, collegarsi a Internet, accedere al sito www.romanoprodi.it e scrivere una lettera a Romano P., su un tema qualunque: i matrimoni gay, la fecondazione assistita, la coesistenza tra i comunisti e i riformisti all’interno del centrosinistra. Lui magari non vi risponderà, ma voi non pensate che voglia evadere certi argomenti: è che, come detto, le nuove tecnologie lo mettono a disagio. Ma leggerà la vostra lettera e questo lo farà sentire meno solo e gli restituirà lo smalto di un tempo. Almeno per un po’.

© Libero. Pubblicato il 25 agosto 2005.

Quattro terroristi per due Simone

In tutto questo, la notizia del 25 agosto è che la Croce Rossa italiana curò e soprattutto nascose agli americani quattro terroristi iracheni, come parziale contropartita per la liberazione delle due Simone. Lo ha detto Scelli alla Stampa. Berlusconi scarica tutto sul commissario della Croce Rossa in questo comunicato. Scelli abbozza e conferma che è tutta farina del suo sacco. Ma chissà se è vero. Comunque è una notizia della madonna, perché fa tornare a galla la politica dei due forni (anzi, uno solo: quello arabo-mediterraneo) in voga ai tempi di Andreotti. Politica che credevamo morta con l'arrivo di Berlusconi a palazzo Chigi. Peccato che l'ambasciatore statunitense a Roma non possa dire alcunché, essendo ancora privo di credenziali. Ma di certo oggi ci saranno un bel po' di telefonate tra Roma, Porto Rotondo e Washington. Sarebbe bello sapere che ne pensano i blogger Usa amici di The Right Nation.

A cosa serve il petrolio, a cosa non servono i petrodollari

Avete presente tutte quelle belle frasi preconfezionate sul fatto che il resto del mondo è povero perché noi ricchi occidentali sfruttiamo le loro risorse? Certo che le avete presenti, è quello che dicono tutti: è uno di quei refrain che trovate, in egual misura, sulla bocca di Bin Laden e negli articoli dei tanti giornalisti e intellettuali terzomondisti. Ora, prendiamo il petrolio. Lo usiamo per andare in auto, certo, ma anche per guardare la televisione e usare il telefono cellulare, visto che il petrolio è uno dei combustibili più usati nelle centrali elettriche, specie in Italia (un giorno ne parleremo...). Dunque, fosse vero che la colpa è nostra, in quei Paesi in cui da decenni piovono le royalty del petrolio le cose dovrebbero andare alla grande: scuole efficentissime, acqua potabile per tutti, centri di ricerca all'avanguardia, programmi sociali da fare invidia alle socialdemocrazie europee. Bello, vero? Solo che non è così. Nei paesi produttori di petrolio, scuole, infrastrutture, ricerca e welfare fanno semplicemente schifo. Per non parlare di quel corollario chiamato rispetto dei diritti umani. Lo scempio è tale che se ne sono accorte persino le Nazioni Unite. Ecco come (non) vengono usati i soldi che noi spendiamo per il petrolio, quello che ieri è arrivato a 67,35 dollari al barile.

Allah è grande e il greggio è il suo profeta. Il conto l'ha fatto la Arab Bank, quindi ci si può fidare: dal 1974 al 1998 il petrolio ha portato nelle casse dei Paesi arabi 25.500 miliardi di dollari. Spalmati sui 285 milioni di arabi, bambini compresi, fanno 91.000 dollari a testa. Fosse piovuta sui governi occidentali, questa valanga di fantastiliardi avrebbe prodotto nell'ordine: 1) la prevedibile corsa al magna magna da parte dei politici locali (quanto e come dipende dal Paese); 2) un vistoso incremento della spesa pubblica, sotto forma di nuove infrastrutture, programmi di welfare, leggi e leggine più o meno clientelari; 3) il ritorno in circolo di parte di questi soldi, a maggior gloria della crescita dell'economia e della ricchezza di tutti. Però quei soldi sono finiti ai governanti dei Paesi arabi, e il risultato ora è lì davanti agli occhi del mondo: l'arricchimento personale c'è tutto, mentre degli investimenti in beni materiali (ospedali, scuole, acquedotti) o immateriali (ricerca e sviluppo, cultura, parità tra i sessi) o di una qualche forma di redistribuzione, manco l'ombra.
Parte di quei soldi è servita a comprare le armi che hanno reso la regione ancora più instabile. I Paesi arabi sono i primi acquirenti di armi del pianeta, grazie a un esborso annuo di 45 miliardi di dollari. In tutto, per le spese militari se ne va il 7,5% del loro reddito nazionale: cinque punti sopra la media mondiale. Soldi che servono a rendere Medio Oriente e dintorni l’area più instabile del pianeta, quindi ad altissimo rischio anche per gli investimenti. Per capire che fine abbia fatto il resto dei soldi, forse più che alle statistiche vale la pena di affidarsi alle notizie di cronaca. Qualche spunto qua e là: un emiro del Brunei, nel '94, acquistò 19 Ferrari. Un suo vicino di casa, sceicco del Qatar, a Maranello ha pensato bene di farsi costruire il van che trasporta i cavalli . Un principe di Dubai ha preteso rubinetti d'oro sul suo Boeing 737 personale, così come d'oro erano i rubinetti della villa del figlio di Saddam.
L'aneddotica è lunga e proverbiale e stride con le condizioni di vita dell'arabo medio. Dal 2003, con cadenza annuale, le Nazioni unite hanno iniziato a pubblicare il loro Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo. Conoscendo la suscettibilità dei personaggi, ne hanno affidato la preparazione a un team di ricercatori arabi. Il quadro che ne esce è comunque drammatico. Mentre i cavalli degli sceicchi viaggiano in Ferrari, oggi un arabo su cinque è costretto a tirare avanti con meno di due euro al giorno. Le royalty petrolifere non sono state investite nell'istruzione: 10 milioni di bambini arabi non frequentano la scuola e sono attesi da un futuro di miseria e ignoranza, facili prede di ideologie estremistiche capaci di aizzarli contro la parte più ricca del mondo; 65 milioni di arabi (il 23 per cento del totale) sono analfabeti, e due terzi di questi sono donne. Nonostante ciò, la spesa per l'educazione è in calo.
Nessun investimento degno di questo nome in Ricerca e Sviluppo, cui va solo lo 0,2% del Pil, per di più quasi tutto alla voce “salari”, cioè per mantenere burocrati di Stato che con la scienza non hanno nulla a che fare. In proporzione al reddito nazionale, il mondo arabo dedica alla ricerca una quota che è un settimo della media mondiale. Il risultato è che, in venti anni, dai Paesi arabi sono stati registrati appena 370 brevetti, contro i 7.652 del solo Stato di Israele.
Le infrastrutture essenziali restano un miraggio. Su 22 Paesi arabi, 15 figurano tra quelli che non possono garantire ai loro abitanti il minimo d'acqua necessario a una vita decente. Quanto alla spesa sanitaria, nel mondo arabo è ferma al 4% del reddito nazionale, contro una media mondiale del 5,7%. Intanto la disoccupazione ha superato il 15%, l'età media della popolazione continua a scendere e oltre metà dei giovani arabi interpellati dai ricercatori delle Nazioni unite dice chiaro e tondo di voler emigrare nei Paesi occidentali.
Il petrolio continuerà a garantire rendite cospicue ancora per qualche decennio: in molti Paesi occidentali il combustibile nucleare è ritenuto politicamente scorretto, mentre l’idrogeno sta muovendo adesso i primi passi. I Paesi arabi dichiarano di avere nel loro sottosuolo il 61% delle riserve accertate di greggio, che rappresentano una garanzia di ricchezza per il futuro prossimo. Ma anche il petrolio, presto o tardi, finirà o diventerà estraibile solo ad alti costi, se non sarà rimpiazzato prima da un’altra fonte di energia. Dopo che questo accadrà, difficilmente passeranno altri treni per lo sviluppo del mondo arabo.
(basato su un mio articolo pubblicato su Libero il 13 aprile 2004)

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mercoledì, agosto 24, 2005

Gli immigrati e le culle: come ti riscrivo la verità

Da popperiano, non credo ai complotti. Credo però nella smania di certi giornalisti progressisti di prendere a calci la realtà per farla entrare nei loro bei schemini preconfezionati. E credo nella sciatteria di quelli che preferiscono copiare una notizia dalle agenzie e incollarla in pagina che andare a controllarla di persona. Così adesso noi ci divertiamo. Perché adesso facciamo un piccolo viaggio nel giornalismo italiano. Alla scoperta di una notizia falsa, falsa come una banconota da quindici euro. Una notizia finita sulle prime pagine dei giornali. Una notizia importante, perché riguarda ciò che siamo, il nostro futuro, i nostri figli.
Il 27 giugno 2005 l’Istat, Istituto centrale di statistica, pubblica il bilancio demografico nazionale del 2004. Un documento di nove pagine, con cadenza annuale, in cui si calcolano i nuovi nati e i nuovi entrati nel Paese, si sottraggono i morti durante l’anno e gli emigrati, si fa qualche aggiustamento statistico e si tirano le somme. Se avete tempo leggetevelo: è istruttivo. La notizia, stavolta, è una piccola bomba: il “saldo naturale”, cioè, secondo la definizione Istat, “la differenza tra il numero dei nati in Italia o all’estero da persone residenti ed il numero dei morti, in Italia o all’estero, ma residenti in Italia”, è positivo. Insomma, in Italia si è ricominciato a fare figli e il numero dei nuovi nati supera quello dei morti. Per la prima volta dal 1992.
L’Ansa, la principale agenzia giornalistica italiana, quella che copiano tutti (non Libero, visto che ci serviamo da altri), scrive che “le culle tornano a riempirsi o almeno non sono più vuote come accadeva a metà degli anni '90, ma un aiuto decisivo viene dagli immigrati. Infatti, per ogni italiano che nasce ci sono almeno due bimbi figli di immigrati che vengono alla luce”. Almeno due. Almeno. Nel riassunto delle notizie della giornata si legge: “Culle non più vuote; per ogni italiano due immigrati”. Tenete a mente questo dato, è importantissimo: due nuovi bebè su tre sono figli di cinesi, filippini o africani. Vuol dire che, nella classe dei vostri figli, su venticinque alunni i figli di italiani saranno appena otto.
Il messaggio passa. Il giorno dopo la grande maggioranza dei giornali racconta agli italiani che, su tre culle, due ospitano un figlio di immigrati. Qualcuno mette la notizia in prima. Tutti scrivono che è grazie agli immigrati che il bilancio demografico nazionale sta in piedi. Liberazione, l’organo di Rifondazione, fa il suo mestiere e spara il titolone in prima: “L’Italia cresce. Grazie ai figli dei migranti”.
Perché quei numeri non sono neutri. Sono numeri che hanno una forte valenza politica e culturale. Se a fare figli sono solo gli immigrati, se due culle su tre sono loro, allora prima o poi dovremo prendere atto che non vi è alternativa al modello del multiculturalismo. Siamo vecchi e stanchi, condannati al declino come tutto l’Occidente: facciamo spazio al nuovo che avanza. Del resto, come potremmo aver ricominciato a fare figli (prodotto dalla lavorazione semplice ma dalla manutenzione assai costosa), se in questi anni di governo Berlusconi ci siamo tutti impoveriti, se siamo privi di fiducia nel futuro e tutte quelle altre cose che leggiamo ogni giorno su Corriere e Repubblica?
Due su tre, il 66 per cento. Solo che non è vero. Sono numeri falsi. Nel rapporto Istat non esistono da nessuna parte. Da nessuna parte si dice che due neonati su tre sono figli di immigrati. Così come da nessuna parte è scritto che solo grazie agli immigrati il saldo tra nati e morti è positivo. Perché non è così. Ecco cosa c’è scritto: “Negli ultimi 5 anni (…) l’incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati della popolazione residente in Italia è più che raddoppiata, passando dal 3,9 per cento del 1999 all’8,6 per cento del 2004 (dato stimato)”.
Capito? L’8,6 per cento. Non il 66. L’8,6, ovvero due bambini in una classe da 25. Certo, gli immigrati hanno un tasso di prolificità maggiore di quello italiano. Però anche le donne italiane hanno ripreso a fare figli: “L’aumento di fecondità osservato negli anni più recenti (è) dovuto alle donne di età compresa tra 30 e 40 anni. Si tratta di donne che stanno verosimilmente recuperando parte della fecondità non realizzata nelle età giovanili, contribuendo in tal modo all’incremento del tasso di fecondità totale”.
Insomma, la notizia era che le italiane stanno invertendo un trend ultradecennale e tornano a mettere su famiglia. Mettetelo accanto al ritorno della famiglia e dei valori negli Stati Uniti, che ha portato George W. Bush al suo secondo mandato, aggiungete l’esito del referendum sulla procreazione assistita in Italia e la presenza di un Papa forte e carismatico su ognuno di questi temi, sommate il tutto e guardate il quadro che ne viene fuori. Decisamente insopportabile per il progressista medio italiano. Meglio, allora, adagiarsi sul vecchio luogo comune degli immigrati che fanno tanti figli. Un articolo già scritto e letto centinaia di volte, comodo comodo, dentro al quale la sinistra si avvolge come Linus nella sua coperta. E pazienza se la verità è altrove. Tanto, nessuno lo saprà mai.

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martedì, agosto 23, 2005

Islamici in Italia: qualche numerino politicamente scorretto

Un anno fa decisi di capire se esistesse un qualche nesso statistico reale, solido, tra la nazionalità e l'appartenenza religiosa degli immigrati in Italia da un lato e la loro eventuale propensione a delinquere dall'altro. Ho raccolto i dati del ministero della Giustizia sulla popolazione carceraria straniera e quelli diffusi dalla Caritas sulle denunce e il tipo di reati perseguiti nei confronti degli immigrati. Li ho incrociati con i numeri della composizione dell'immigrazione in Italia. Il risultato è stato sorprendente: gruppi nazionali molto presenti in Italia erano quasi assenti dalle carceri, mentre gruppi che fuori dalle prigioni erano quasi insignificanti da un punto di vista statistico occupavano invece posizioni di tutto rispetto dietro le sbarre. I risultati hanno scandalizzato molti blog politicamente corretti. Solo per questo vale la pena di ripubblicarli. Anche se nel frattempo sono usciti numeri più freschi, la fotografia del fenomeno non è cambiata di un pixel. Buona lettura.

Non solo terrorismo. Tra gli immigrati musulmani in Italia c'è una lunga lista di responsabili di reati "comuni", come tali non meritevoli delle prime pagine dei giornali. Gli stranieri che soggiornano regolarmente nel nostro Paese sono 1.512.000, e di questi gli islamici sono 553.000. La maggioranza di loro, 268.000 persone, proviene dai Paesi del Nord Africa, e in particolare da Marocco (cui fa capo la più numerosa comunità straniera in Italia), Tunisia ed Egitto. Un altro contributo importante alla presenza islamica sul territorio italiano è dato dall'Albania, da cui provengono 169.000 immigrati. A conti fatti, dunque, sono seguaci dell'Islam il 36 per cento degli stranieri soggiornanti in Italia. Se si va a vedere le statistiche sui reati attribuiti agli stranieri, le percentuali però cambiano, e si scopre che la grande maggioranza delle violazioni della legge imputabili ai non italiani è commessa proprio da cittadini provenienti dai Paesi islamici. Dati ufficiali alla mano, gli stranieri originari dei Paesi musulmani, soprattutto di quelli del nord Africa, mostrano una propensione alla delinquenza - misurabile attraverso la loro presenza in carcere e il numero di denunce ricevute - assai superiore alle altre comunità soggiornanti in Italia. Detta in altre parole, l'incidenza dei reati commessi dagli immigrati islamici, in particolare da marocchini, tunisini e algerini, è ben maggiore del loro "peso" statistico rispetto agli immigrati di altri Paesi e altre confessioni. Sul fronte opposto, spicca il comportamento di filippini (cattolici al 95%) e cinesi che, pur numerosissimi in Italia (rappresentano, rispettivamente, la quarta e quinta comunità d'immigrati), si distinguono per la loro capacità d'adattamento alle leggi italiane, tanto da non figurare tra le prime dieci nazionalità di stranieri denunciati. E se è vero - come mostrano i dati dell'ottimo "Dossier statistico sull'immigrazione" pubblicato ogni anno dalla Caritas - che ognuna delle comunità straniere più avvezze alla delinquenza sembra essersi data una qualche "specializzazione criminale", gli immigrati dai Paesi islamici del nord Africa hanno scelto la produzione e lo spaccio di stupefacenti.
Secondo una fotografia appena scattata dal ministero della Giustizia gli stranieri rinchiusi nelle carceri italiane sono 17.798 e rappresentano il 30 per cento della popolazione carceraria. Di questi, quelli originari dei principali Paesi islamici del nord Africa (Marocco, Tunisia, Algeria) sono 7.323: il 41%. Una percentuale enorme, se si considera che gli immigrati dagli stessi tre Paesi superano appena il 14% degli stranieri presenti in Italia. Se si aggiungono al conto egiziani ed albanesi, la percentuale di islamici sul totale dei carcerati stranieri sale al 58% (dall'Albania, Paese musulmano all'85%, vengono 2.815 carcerati, pari al 15,8% degli stranieri, e l'11,2% degli immigrati presenti in Italia). I marocchini sono la comunità straniera con più individui (3.999) dietro le sbarre italiane. E il fatto che siano anche il gruppo straniero con più soggiornanti del nostro Paese non è una spiegazione valida, dal momento che da Rabat, Casablanca e dintorni arrivano il 22,5% dei detenuti stranieri, ma solo l'11,4% degli immigrati. La peggiore pubblicità all'Islam, però, la fanno gli algerini: con 1.330 detenuti rappresentano la quarta nazionalità straniera nelle carceri italiane, pur non figurando nemmeno tra le prime trenta presenti in Italia. Brutti numeri anche quelli degli immigrati tunisini che, pur essendo appena il 3,4% degli immigrati, valgono l'11,2% dei carcerati stranieri.
Meritano uno sguardo approfondito anche le statistiche sulle denunce, riportate nell'ultimo Dossier della Caritas. I cittadini stranieri oggetto di querela penale in un anno (dati 2001) sono 89.390. Quanto alla provenienza, nota la Caritas, «il Marocco, in particolare, si attesta come primo Paese di questa graduatoria, con il 18,2% del totale. Contribuiscono inoltre i valori della Tunisia (6,4%), dell'Algeria e del Senegal (entrambi con il 5,5%)». I marocchini sono la prima nazionalità di denunciati stranieri in ben sette regioni d'Italia, e soprattutto «evidenziano quasi ovunque percentuali di denunciati superiori a quelle dei soggiornanti». Il peggio di loro lo danno in Lombardia, in cui i denunciati provenienti dal Marocco superano i soggiornanti della stessa nazionalità di oltre 13 punti percentuali. Quanto ai tunisini, i più facili alla delinquenza sembrano avere una certa predilezione per l'Umbria, dove i soggiornanti di questa nazionalità sono il 2% degli stranieri, ma rappresentano oltre il 10% dei non italiani denunciati. Da soli, marocchini, tunisini e algerini hanno collezionato 26.860 denunce, il 30% di quelle riservate agli stranieri. Tra le prime nazionalità oggetto di denunce figurano anche albanesi (10.780 querele penali, il 12% del totale), rumeni e senegalesi. È proprio dall'analisi delle denunce che emerge la "specializzazione" dei diversi gruppi d'immigrati. Fra i nordafricani, scrive la Caritas, «prevale sempre la realizzazione dei reati di produzione e spaccio di stupefacenti, con una percentuale che supera il 30% del totale nel caso dei tunisini e sfiora il 40% tra gli algerini. Per di più, fra queste tre nazionalità si verifica una totale coincidenza anche degli altri due titoli di reato più frequenti: il furto e i delitti di falso».

© Libero.

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lunedì, agosto 22, 2005

Le vergini dai candidi manti...

Con la sensibilità e il tatto che il caso richiede, qualcuno dovrebbe spiegare a Piero “a-noi-ds-la-questione-morale-non-ci-riguarda” Fassino che ormai la sinistra non è più vergine nemmeno negli editoriali dell’Unità, dove i suoi leader sono accusati dell’infamia peggiore, quella di essere tali e quali al Darth Vader di Arcore. Che da quelle parti è peggio che accusare Paolo di Canio di tifare per la Roma. Venerdì, sul giornale fondato da Gramsci, il girotondino Paolo Flores D’Arcais ha dato l’allarme: ci sono elettori di sinistra decisi «a non votare più né Rutelli né Fassino né Bertinotti, tanto non cambierebbe granché rispetto allo schifo e alle macerie del regime vigente». Gli ha risposto sabato il direttore, Antonio Padellaro, ammettendo a denti stretti che sì, esiste «il rischio di ritrovarci tra qualche mese con una sorta di berlusconismo senza Berlusconi». Tradotto: compagni, fate schifo come lui.
Poi, accortisi di essersi sputtanati un po’ troppo in pubblico, Prodi e i Ds hanno trovato l’accordo sul solito terreno “alto” che caratterizza ogni loro compromesso: “La questione morale è cacciare Berlusconi”. Che sorpresa, che novità, che esempio di elaborazione politica. Accordo subito strombazzato dal quotidiano di Padellaro come la soluzione definitiva alle palate di letame che si sono tirati in faccia sino a mezz’ora prima. Resta la domanda: se nemmeno loro stessi credono più alla superiorità etica dei compagni, per quale motivo deve crederci ancora il resto d’Italia? Per citare il poeta: "Noi siamo le vergini dai candidi manti, siam rotte di dietro, ma sane davanti".

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domenica, agosto 21, 2005

L'estate piovosa, Popper e gli ambientalisti

Si sa come funziona. Se l'estate è torrida la colpa è dell'effetto serra, cioè dell'uomo. Se piove troppo la colpa è di qualche reazione "naturale" all'effetto serra, cioè dell'uomo. Sempre colpa nostra. E vai col protocollo di Kyoto e altri mantra neoluddisti, che il mainstream della stampa italiana, che si potrebbe definire liberal se non fosse semplicemente ignorante, ricicla disinvoltamente come fa con tutti i luoghi comuni progressisti. Facili entusiasmi e ideologie alla moda, che fanno a pugni con la logica e con la scienza. Ha spiegato bene tutto Peter Huber in Hard Green - Saving the environment from the environmentalist. A Conservative manifesto. Il quale, nel fare a pezzetti il principio di precauzione (la giustificazione pseudo-scientifica degli ambientalisti antimoderni e anticapitalistici alla loro pretesa di mettere al bando ogni oggetto tecnologicamente più evoluto di una lampadina a incandescenza), fa una bella citazione di Karl Popper, che ci sta come la panna sui profiteroles. La traduzione non serve, vero?
«Caution is a perfectly sensible attitude to cultivate, even without tarting it up in the makeup of pseudo-science. But you can't wring much useful policy out of it. The geophysical environment stores and cycles thousands of different atoms and molecules. The biological environment, millions more, including those produced by things like salmonella, which has its own views of what is "cautious." Each of the countless millions of species on Earth is defined by its own unique chemistry. Humans selves are biochemically differentiated by sex, age, and ethnic group. Every biochemical on Earth can react well, badly, or not at all with every other, and with the eighty thousand synthetic chemicals in common commercial use. There are trillions of possible interactions. That does not mean we should simply ignore the possible toxic effects of chlorine in our drinking water. It does mean that trying to pluck policy out of the depths of a Precautionary Principle is a waste of time.
And calling it a Precautionary Principle to imply some serious science behind is an outright fraud. Big-future theories are never scientific. Karl Popper fingered Marxism and Freudian psychology as two paradigmatic examples of claims dressed up as "science" that were not in fact "falsifiable." Proponents of these views could find confirmation in everything and refutation in nothing. "A Marxist could not open a newspaper with­out finding on every page confirming evidence for his interpretation of history; not only in the news, but also in its presentation - which revealed the class bias of the paper - and especially of course in what the paper did not say." To be scientific a theory must make predictions concrete enough to be proved wrong if the claim is not in fact true. Very little indeed in the intellectual arsenal of the Soft Green meets that requirement. Science breaks down when the scenarios get too long, when the search reaches too far into the depths of time and statistical mist.
For the Soft Green, however, this is often the best possible outcome. All the trappings of science remain, to keep the business solemn and public respect high. But little if any of the discipline. In the end, the Soft Green just conjures up demons wherever he likes, and gets on with exorcising them. The process is dressed up as science, but it is irreducibly po­litical. It is politics by other means. It is a system perfectly designed to fund and grow the critical establishment, the legions of academics and bureaucrats whose occupation it is to imagine, worry, and prescribe».

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venerdì, agosto 19, 2005

Il libro nero dell'Islam

di Fausto Carioti
«La lotta contro la sharia non è niente di meno che la lotta in difesa dei diritti universali dell’uomo, un concetto nato in Occidente e negato dall’Islam». Benvenuti nel mondo delle verità scomode, politicamente scorrette. Dove non si ha paura di scrivere che il profeta Maometto - la cui vita “fa dottrina” per ogni buon musulmano - era un conquistatore tagliateste. Dove non ci si sente cattivi a ricordare che l’Islam non ha mai realizzato alcuna grande conquista scientifica o matematica, ma si è limitato a copiarla dai popoli conquistati. Benvenuti nelle 250 pagine della “Politically incorrect guide to Islam”, prima e unica guida priva di ipocrisie multiculturaliste al mondo di Maometto e Bin Laden. È appena uscita oltre oceano, ma è inutile sperare in una traduzione italiana: gli interessati sono pregati di recarsi su Amazon.com muniti di apposita carta di credito. Da queste parti il salottino buono e progressista dell’editoria a fatica tollera Oriana Fallaci con i suoi milioni di copie, figuriamoci se dà spazio a un neocon americano di nome Robert Spencer. E pazienza se il signore è uno dei “cervelli” del think tank conservatore Free Congress Foundation, islamista, autore di cinque libri, sette monografie e centinaia di articoli sulla jihad.
Il libro ha il pregio di smontare con cinismo, uno ad uno, tutti i miti politicamente corretti dietro ai quali l’Occidente si è nascosto per non vedere il male che cresce. Mito numero uno: Maometto non era un Gesù in salsa araba, non predicò pace e tolleranza. Il profeta lottò in battaglia, conquistò, gettò i nemici a pezzi nelle fosse comuni, stabilì che i prigionieri potessero essere uccisi o fatti schiavi, condannò a morte per i secoli a venire coloro che avrebbero abbandonato la “vera religione”. Quanto al Corano, contiene «oltre un centinaio di versetti» in cui esorta i fedeli a combattere i miscredenti (una sura da imparare a memoria: «Uccidete gli idolatri ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati» 9:5). Laddove l’Islam invoca la pace, ricorda Spencer, è la pace della sottomissione ad Allah per tutte le genti, e le citazioni dei teorici musulmani, anche contemporanei, sono lì a ricordarcelo.
Mito numero due: ebrei e cristiani hanno vissuto bene sotto la dominazione ottomana. È quello che sostiene pure l’Organizzazione delle nazioni unite nei suoi seminari, ma è anch’essa una balla. Quando convivenza pacifica si è avuta, ammonisce Spencer, è perché ebrei e cristiani hanno accettato, loro malgrado, il ruolo di cittadini di serie B. Pagando la jiza, la tassa imposta a tutti i non musulmani, e firmando trattati umilianti in cui acconsentivano, tra le tante cose, a dare un tetto e cibo per tre giorni agli islamici che si fossero presentati in chiesa «come ospiti». Oltre, s’intende, a non costruire nuove chiese, a non leggere la Torah e il Vangelo a voce alta e a subire le altre restrizioni alla libertà di culto valide tutt’ora in grandissima parte dell’Islam.
Mito numero tre: l’Islam rispetta le donne, anzi le onora. Corano alla mano, è vero il contrario: «L’uomo ha autorità sulle donne perché Dio ha fatto l’uno superiore all’altra» (4:34). Lo stesso Corano stabilisce che la testimonianza di una donna vale metà di quella di un uomo, così come mezza è la parte di eredità che le spetta rispetto al figlio maschio. Il libro sacro stabilisce anche il diritto alla poligamia maschile e la possibilità per gli uomini di fare sesso con le schiave. E fu il profeta a stabilire il principio per cui non esiste stupro senza la testimonianza diretta di quattro uomini.
Quarto mito: il Corano vieta di uccidere. Proprio come la Bibbia, vero? Solo che non è così, giacché il comandamento («Il credente non deve uccidere il credente, se non per errore», 4:92) vale, appunto, solo se la vittima è islamica; nulla di simile nel Corano protegge la vita dei “miscredenti”. Quanto all’uccisione di donne e bambini di altre religioni, secondo la legge islamica vale il principio per cui essa è vietata «a meno che essi non stiano combattendo contro i musulmani». Il che, oggi, autorizza le stragi di civili in Israele, che infatti nessuna autorità islamica ha mai condannato, e ha dato l’alibi ai kamikaze di New York, Londra e Madrid.
Ce n’è anche (mito numero cinque) per chi, ditino alzato, ha “ricordato” a Silvio Berlusconi - il quale parlava di «civiltà inferiore» - che l’Islam produsse un enorme balzo avanti nelle scienze. Falso. «Il disegno architetturale delle moschee, ad esempio, motivo d’orgoglio tra i musulmani, fu copiato nella forma e nella struttura dalle chiese bizantine». L’astrolabio non fu un’invenzione di Avicenna e Averroè, ma esisteva ben prima di Maometto. Il concetto di zero, essenziale alla matematica, data ben prima dell’avvento dell’Islam, e gli stessi “numeri arabi” sono originari dell’India pre-islamica, e assenti nel linguaggio arabo odierno.
L’elenco dei miti smontati è lungo, basti dire che la seconda metà del libro è dedicata alle Crociate, definite non un’aggressione dell’Europa al mondo islamico (o un primo saggio di imperialismo occidentale, come recita la vulgata terzomondista), ma «una risposta ritardata a secoli di aggressione musulmana». A questo punto, la domanda: visto che siamo davanti a fatti, e non ad opinioni, perché nessuno ha il coraggio di dire le cose come stanno? Perché l’Onu e i progressisti, a chi osa ricordarli, rispondono con l’accusa di islamofobia? Risponde Spencer: «In parte perché, secondo la visione semplicistica e riduttiva del mondo propria dell’establishment politicamente corretto, gli occidentali sono “bianchi” e i musulmani sono “scuri”. E le popolazioni con la pelle scura, secondo il mito politicamente corretto, non possono essere colpevoli di alcun atto illecito; sono vittime eterne».

© Libero. Pubblicato l'11 agosto 2005

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Prodi legittima i terroristi

di Fausto Carioti
Porgono le terga ai carnefici e la chiamano pace. Se romani e milanesi, chiusi nella metro, pensano ai pendolari di Londra e abbozzano uno scongiuro o una preghiera ogni volta che vedono uno zainetto, se il terrorista Osman Hussain, uno degli autori degli attentati islamici del 21 luglio a Londra, ieri è stato scoperto a Roma, dove si presume si trovasse non per fare il turista, un ringraziamento particolare va rivolto al premier pacifista spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero e, da ieri, al suo aspirante emulo al fiocco di culatello, Romano Prodi. Le due reliquie di quello che fu l’Ulivo mondiale hanno fornito alla premiata macelleria islamica Laden & Zarqawi qualche buon motivo in più per occuparsi di noi. Con una differenza: lo spagnolo ha già fatto tutti i danni che ci poteva fare, il suo imitatore imbolsito è appena agli inizi. Il professore bolognese, nel tentativo di sfilare il voto di qualche no global e fan di Carlo Giuliani a Fausto Bertinotti nella gara delle primarie (perché a questo siamo, ai furbetti del centro sociale), ieri mattina è riuscito a trovare una giustificazione alta, nobile e progressista per le bombe che, in qualche centro islamico, mani premurose hanno già confezionato per noi, e che il somalo arrestato in serata nella capitale magari aveva già deciso dove piazzare (ingabbiato lui dovrà provarci qualcun altro, ma manodopera volenterosa e a buon mercato da quelle parti non manca mai). Di più: Prodi, con infelice voce dal sen fuggita, ha fatto capire alla mano armata di Allah che il copione spagnolo potrebbe ripetersi anche in Italia. Tale e quale.
Il suo modello, Zapatero - ormai l’unica vera icona pop della sinistra italiana, pronta per essere stampata su magliette, accendini e diari - ha la responsabilità morale di aver assicurato agli assassini di Al Qaeda che la loro strategia di sangue è azzeccata. Ordinando il ritiro delle sue truppe dall’Iraq, il primo ministro spagnolo ha confermato la convinzione islamica che l’Europa, debole e spaventata, è il ventre molle dell’Occidente e che, colpiti con violenza uno per uno, gli anelli europei della coalizione antiterrorismo sono pronti a rompersi. Anzi, al loro interno c’è chi non aspetta altro e ha la bandiera bianca già stirata, accanto al decreto di rimpatrio immediato per i soldati in Iraq e al finanziamento per la costruzione di una dozzina di moschee. «Le stragi pagano, massacrateci e noi europei faremo tutto quello che volete voi», recita il messaggio inviato da Zapatero alle centrali musulmane del terrore, e così infatti è stato interpretato. Sistemata la Spagna, ora tocca agli altri. Se prima dell’arrivo del premier iberico l’Italia era nel mirino, da quando Madrid ha suonato la ritirata a Roma è partito il conto alla rovescia, e il super ricercato somalo arrestato ieri era qui per ricordarcelo. La mozione Zapatero, intanto, è stata già approvata a pieni voti dai fondamentalisti londinesi. Con la differenza che la sinistra non è tutta eguale, e Tony Blair è fatto di ben altra pasta rispetto al premier spagnolo, come confermano a suo onore gli sputi che si becca ogni giorno da nove decimi della sinistra italiana.
Ma almeno Zapatero potrà dire di aver agito per risparmiare il sangue dei suoi connazionali, anche se a spese di quello altrui. Proditero no, Proditero le bombe islamiche che hanno messo in serbo per noi è riuscito a giustificarle. Testuale: «Se il centrosinistra andrà al governo i militari italiani saranno ritirati come contingente di occupazione». Frase che ha scatenato le prevedibili scene di estasi da parte di comunisti e Verdi, che per un attimo dietro lo sguardo lesso di Romano hanno intravisto lampeggiare gli occhioni languidi di José Luis Rodríguez. Il messaggio di Prodi è duplice. Primo: cari bombaroli di Allah, la sinistra è già pronta ad accettare le vostre richieste, così come lo era Zapatero. Ora, però, sta a chi ascolta decidere se e come portare l’equazione “Spagna uguale Italia” sino in fondo, bombe comprese. Secondo: l’opposizione a Berlusconi condivide tutto quello che di male avete detto sui nostri soldati in Iraq.
Il dizionario della lingua italiana, del resto, traduce la voce “truppe d’occupazione” come «invasione militare d’un Paese» e fa, ovviamente, l’esempio dell’«occupazione tedesca». Ecco cosa sono per Prodi i soldati italiani in Iraq: invasori, come i nazisti. Se le cose stanno così, i carabinieri uccisi a Nassiriya, in quanto «contingente d’occupazione», non possono che essere stati massacrati giustamente dai terroristi. I quali, già che ci siamo, dovremmo chiamare senza più ipocrisie «valorosi partigiani». Così come le loro avanguardie europee, compreso l’apprendista macellaio arrestato ieri a Roma, che hanno il merito di portare, a colpi di bombe sui mezzi pubblici, la lotta di liberazione in casa dell’«invasore».
Per essere coerente sino in fondo, a Prodi non resta, una volta eletto capo del governo (magari con un piccolo aiuto “alla spagnola” da parte dei partigiani islamici), che introdurre una nuova imposta - potrebbe chiamarla “tassa Bush-Berlusconi”, sai che gusto - per risarcire i danni provocati dall’occupazione nazifascista italiana a quello che un tempo era il fiorente e libero paese governato dal compagno Saddam Hussein. Oltre, s’intende, a trovare una sede all’altezza per Osman Hussain e gli altri esponenti della coraggiosa resistenza islamica (le stanze non mancano, dato che il numero dei compagni dell’Anpi, per tristi ragioni anagrafiche, è destinato a ridursi) e a dare loro un assegno di guerra a carico dell’Inps. I soldi necessari al vitalizio potrà toglierli dalle pensioni degli “invasori” che hanno partecipato alla missione Antica Babilonia: come noto nella Repubblica italiana, fondata sui valori della Resistenza e della Liberazione, i nazifascisti sconfitti non hanno diritto di cittadinanza.

© Libero. Pubblicato il 30 luglio 2005.

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Pillola antistupro, una scelta liberale

di Fausto Carioti
È evidente che chiunque abbia inventato l'espressione "castrazione chimica" se avesse fatto il pubblicitario sarebbe morto di fame sotto qualche ponte. Giustamente. Col nome che si ritrova, niente di strano che il trattamento proposto dai leghisti abbia una pessima fama. Quel sostantivo evoca immagini cruente in chiunque e produce un vero moto d'orrore nella metà maschile della popolazione. Gli esponenti del Carroccio, poi, ci mettono del loro, invocando, come già fatto da Roberto Calderoli, «un colpo di forbici, non necessariamente sterilizzate». Davanti a simili evocazioni è normale che la nostra brava coscienza di occidentali si chiuda nel rifiuto: nessuno, qualunque sia il peccato commesso, merita di finire dissanguato tra le lame arrugginite di Calderoli. Così, tra esuberanze leghiste e demagogia della sinistra, il confronto anche stavolta finirà come sempre, vale a dire in vacca. Ed è un peccato, perché dell'argomento varrebbe la pena di discutere in modo serio. Iniziando dal chiamare le cose col nome giusto: terapia farmacologica antagonista del testosterone. Fa tutto un altro effetto rispetto a castrazione chimica, ma si tratta esattamente della stessa cosa: niente grand guignol, nessuna mutilazione di Stato. Ma un farmaco che ha lo scopo di sopprimere il desiderio sessuale nei soggetti a rischio, che hanno alle spalle uno o più delitti di violenza carnale.
Resta la domanda: un simile trattamento medico, anche senza le cesoie, è comunque una barbarie o rientra nei confini della civiltà giuridica e dello Stato liberale? E se ci fosse modo di trasformarlo in un vantaggio concreto per il condannato, sotto forma di uno sconto di pena, è ancora scandaloso parlarne, come sostiene la sinistra, o è lecito che una società s'interroghi su come difendersi dagli individui più pericolosi, magari con il loro stesso consenso, per poi aiutarli a reinserirsi?
In molti Paesi di democrazia più antica della nostra la scelta è già stata fatta. Ultima la Francia, che grazie a una legge recente ha appena iniziato a sperimentare la terapia farmacologica su 48 stupratori recidivi, sottoposti volontariamente al trattamento. Tra due anni si tireranno le somme. In Danimarca e Svezia, Paesi che più politicamente corretti non si può, citati ad esempio dalla stessa sinistra italiana per il livello dei loro servizi sociali e via dicendo, sono state introdotte da tempo leggi in favore della terapia anti-testosterone. Così anche in Germania, Norvegia e in numerosi Stati degli Usa, dove talvolta le norme che regolano l’inibizione chimica del desiderio sessuale sono state varate su insistenza degli stessi condannati per stupro.
Perché poi, come in tutte le vicende sporche, anche in questa ci sono verità che fa comodo a tutti fingere di non vedere. E una di queste verità è che la castrazione chimica, in Italia, già esiste, si pratica da anni. Ma di nascosto, nelle tante zone grigie non coperte dalla legge, anche se magistrati e forze dell’ordine sanno benissimo i nomi di chi è sotto cura. Chi somministra i medicinali e controlla i soggetti in terapia, ovviamente, lo fa sapendo di rischiare. Tanto per fare nomi, il criminologo Francesco Bruno, docente universitario e ospite fisso in tante inchieste televisive su serial killer e dintorni, già qualche anno fa ebbe il coraggio di uscire allo scoperto: «Sono venti anni che faccio castrazione chimica, naturalmente a chi lo chiede, con buoni risultati». Bruno non è il solo, ce ne sono altri che, su richiesta dell’interessato, somministrano farmaci per rendere immuni dalle tentazioni i possibili stupratori.
Insomma, ci sono gli esempi degli altri Paesi e c’è una realtà che in Italia, per conto suo, si è già mossa in quella che appare essere una direzione sensata. Il legislatore, cioè la nostra classe politica, di destra e di sinistra, non dovrebbe fare altro che prendere atto di ciò che già avviene e inquadrarlo dentro regole certe. Ad esempio, se proprio ci ripugna la terapia coatta, lasciando al condannato per violenze sessuali la libertà di scegliere tra una lunga pena in carcere e una pena assai più mite, accompagnata però dall’obbligo di sottoporsi a una terapia farmacologica i cui risultati debbono essere controllati di continuo.
Di certo gli italiani apprezzerebbero che i loro parlamentari, oggi impegnati a scannarsi su argomenti lontani dai cittadini come il partito unico della maggioranza e le primarie dell’opposizione, aprissero il confronto su come farci tornare liberi di passeggiare nei parchi la sera, senza temere di finire vittime di uno stupro di gruppo. La cosa peggiore è proprio questo frastuono, che parte ogni volta che si segnala una violenza particolarmente aberrante, come quella appena commessa a Bologna. Un caos in cui tutti urlano e che nel giro di pochi giorni finisce, lasciando tutto rigorosamente come prima. Per ricominciare, tale e quale, con il prossimo caso di stupro.

© Libero. Pubblicato il 22 giugno 2005.

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L'Unione europea butta milioni per finanziare aborti

di Fausto Carioti
Chi si chiede cosa faccia l’Unione europea del ricco bilancio con il quale gli Stati - cioè i contribuenti - la mantengono, chi vuole capire di più del ruolo di Romano Prodi in quei cinque anni trascorsi a Bruxelles, può togliersi qualche curiosità leggendo “Contro il cristianesimo - L’Onu e l’Unione europea come nuova ideologia”, scritto da Eugenia Roccella, Lucetta Scaraffia e Assuntina Morresi, libro ben documentato appena pubblicato dalla casa editrice Piemme (11,50 euro). Se pochi, infatti, sanno che l’Unione europea usa i soldi del suo bilancio per finanziare associazioni che promuovono l’aborto e la contraccezione nel mondo, ancora meno italiani sono al corrente del fatto che, nel periodo in cui è stata presieduta da Prodi, la Commissione ha aumentato in modo sostanzioso questi finanziamenti. Ad esempio garantendo a due associazioni tra le più potenti, la Unfpa e l’Ippf, un’erogazione “extra” da 32 milioni di euro nel 2002, per compensare la chiusura delle elargizioni americane decisa da George W. Bush, appena eletto. Della somma stanziata da Bruxelles, 20 milioni sono andati alla Unfpa e 12 alla Ippf, allo scopo di finanziare interventi «a favore della salute riproduttiva» in 22 Paesi poveri di Africa, Caraibi e Pacifico. Da notare che i finanziamenti alle due associazioni già viaggiavano su ritmi alti dal 1994.
L’Unfpa (United nation population fund) è l’agenzia Onu che ha per scopo la diffusione del controllo delle nascite e dell’uso del profilattico. Dispone di un bilancio da 6 miliardi di dollari, con il quale interviene in 140 Paesi. Gli Stati Uniti le hanno tolto i finanziamenti dopo che ha appoggiato la politica cinese di riduzione delle nascite. Politica che il libro così descrive: «Dopo il primo figlio alla donna viene imposto l’inserimento di uno Iud, Intra uterine device (la spirale, ndr), e, se rimane ancora incinta, è costretta ad abortire». Per chi sgarra sono previsti «distruzione della casa, totale isolamento sociale, talvolta uccisione dei neonati; più spesso i bambini nati contro la legge sono sottratti alle famiglie e abbandonati negli orfanotrofi». Di tutto questo, ricordano gli autori, la Unfpa è stata complice: ha «fortemente contribuito a finanziare la politica coercitiva cinese, le ha garantito supporti tecnici e ha collaborato fornendo le proprie competenze, per esempio nell’organizzazione e nell’analisi dei dati. Ma, peggio di tutto, non ha mai denunciato i responsabili di questa gigantesca violazione dei diritti umani, anzi li ha coperti fin quando è stato possibile».
Quanto alla Ippf (International planned parenthood federation), è nata a Bombay nel 1952 dalla federazione di otto associazioni, quasi tutte eugeniste. Tra i suoi primi presidenti ci fu Margaret Sanger, la donna che nel 1922 coniò l’espressione “controllo delle nascite” e che diventerà l’ideologa di riferimento della Ippf e di altre organizzazioni antinataliste grazie a tesi come «il potere della donna può farsi sentire solo quando rifiuta il compito di mettere al mondo bambini non voluti» e alla previsione di un futuro in cui «le grandi avventure nel regno incantato delle arti e delle scienze non saranno più il privilegio di pochi, ma la ricca eredità di una razza di geni». Nei suoi documenti l’Ippf mette tra gli obiettivi dichiarati «il riconoscimento ufficiale del diritto della donna a scegliere e ad avere accesso all’aborto sicuro». S’intenda: non diritto ad abortire, ma diritto ad avere l’aborto di Stato, cui corrisponde un preciso dovere da parte dei governi. Nel 2003 le entrate dell’Ippf ammontavano a 87 milioni di dollari, per tre quarti provenienti da contributi pubblici.
Un capitolo a parte meriterebbero gli eufemismi politically correct dei documenti dell’Ippf, il kamasutra semantico cui ricorre per evitare la parola “aborto”. Il termine Igv (interruzione volontaria di gravidanza), è solo il più banale: al posto di aborto per aspirazione si preferisce usare l’espressione “regolazione mestruale”, il kit per abortire diventa “kit per la salute riproduttiva”, la pillola del giorno dopo è ribattezzata “contraccezione d’emergenza”.
È a queste associazioni che la Commissione guidata dal “cattolico adulto” Romano Prodi ha dato ulteriori soldi - provenienti anche dalle tasche di credenti e antiabortisti e dalle casse di Stati contrari all’aborto, come l’Irlanda. Da notare che lo stesso Paul Nielson, il commissario Ue danese che decise di colmare con i 32 milioni di euro europei il «vuoto di decenza» (parole sue) lasciato dagli Usa, davanti a precisa interrogazione sul progetto ammise che l’Unfpa e l’Ippf sono organizzazioni «oggetto di critiche», ma proprio per questo, ribaltò l’argomentazione, «devono prestare molta attenzione al loro modo di operare». Né Prodi potrà dire di non essere stato informato dell’operazione: alla fine del luglio del 2002, settimane prima che l’accordo con la Unfpa e l’Ippf fosse firmato (l’intesa è datata 10 settembre), il presidente della Commissione ricevette una lettera da Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita. Allarmato dall’annuncio della Commissione di rimpiazzare il finanziamento negato dagli Usa, Casini gli scriveva che «si è voluto fare dell’Europa il motore della diffusione dell’aborto nel mondo». Un mese e mezzo dopo l’accordo fu firmato.

© Libero. Pubblicato il 21 giugno 2005.

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Prove letterarie per una nuova Piazzale Loreto

di Fausto Carioti
Prove letterarie per quella nuova piazzale Loreto che tanti a sinistra (Enzo Jannacci lo ha ammesso in pubblico senza troppi pudori) sognano di vedere al più presto. Sogni di carta destinati a rimanere tali, per carità. Che però la dicono lunga sul clima che si respira in Italia e sull'odio represso che una parte del Paese cova nei confronti di Silvio Berlusconi. Un sentimento al quale si prova a dare sfogo con quello che ormai è diventato un genere letterario: il romanzo di (fanta) politica sulla morte violenta del premier. Il filone ha appena partorito il quarto libro: un record. Se si aggiunge il delicato musical olandese "Everybody for Berlusconi" (titolo originario: "Killing Berlusconi") nei teatri da novembre, in cui un gruppo di giovanotti finanziati dall'Unione europea chiede agli spettatori se vogliono uccidere Berlusconi e alla fine, qualunque sia la loro risposta, lo uccidono comunque, si capisce che siamo a un passo dal fenomeno di massa.Non resta che prenderne atto: odiare Berlusconi al punto da volerlo uccidere fa tendenza. L'ultima fatica letteraria si chiama "2005 dopo Cristo" e sta arrivando in questi giorni nelle librerie.
È scritta - senza troppo talento, diciamolo - da Babette Factory, sigla dietro la quale si nasconde il solito gruppo di più o meno giovani (età compresa tra i 27 e i 32 anni) costretti a dividersi tra ribellione generazionale e salotti letterari. La stampa, guarda un po’, lo stesso presidente del Consiglio, tramite la casa editrice Einaudi. La trama del libro, definito con la modestia del caso dall’editore «la commedia finale dell’Italia contemporanea», è giusto proporla così come appare sul sito della stessa Einaudi: «Il vecchio Sinisgalli trama per dirottare il destino collettivo d’Italia. Un gruppo di giovani rivoltosi imbevuti di miti televisivi, due inquietanti registe underground, un killer improvvisato, un conduttore di successo che parla col suo pubblico interiore convergono al centro di una storia piú grande di loro. Da una vorticosa sequenza di raduni massonici, missioni in Estremo Oriente e feste situazioniste, un universitario innamorato si ritrova infine faccia a faccia con il presidente Berlusconi». Eccolo, il nervo scoperto. L’ossessione attorno alla quale ruotano tutte le 401 pagine del libro. Dalla prima («Nei manifesti, sotto la galleria, rimane su ogni fronte di Berlusconi la scritta morto, morto, morto...») all’ultima, con il premier ferito, forse moribondo, di certo ridotto a un grumo sanguinolento, che chiede a chi gli sta intorno: «Pregate per me», ultime parole del libro.
Ora, capiamoci: gli autori giocano sull’ambiguo e talvolta sembrano prendere le distanze non solo da Berlusconi e ciò che rappresenta, ma anche dall’Italia ossessionata dall’antiberlusconismo. Certo è che si divertono a fargli di tutto, al pover’uomo. Lo intrappolano in un incendio in mezzo a una galleria, lo fanno salvare e rapire da uno dei protagonisti, ma non prima di averlo ridotto a «un presidente del Consiglio svenuto, mezzo ustionato in faccia, con la mano tumefatta, qualche falange in meno e una gamba apparentemente paralizzata». Quindi, prigioniero in una grotta. Ridotto al delirio per la mancanza di medicinali, Berlusconi per avere un goccio d’acqua è costretto a partecipare a un quiz improvvisato (“È la tua risposta definitiva?”. “Sì”. “La accediamo?”). Nessuna barbarie, ovviamente: «Tenere Berlusconi in una caverna era un esercizio spirituale, un atto politico, un esperimento filosofico». Sin quando, quasi pentito e forse deciso a restituirgli la libertà, il suo torturatore lo carica in auto. La colluttazione, l’incidente e quindi la fine del libro e del divertimento.
Ma i pargoli di casa Einaudi sono solo gli ultimi arrivati. Il musical olandese ha dato la sveglia ai talenti letterari italiani. Sinora quello che ha fatto discutere più di tutti, se non altro perché qualcuno di Forza Italia gli ha fatto il favore di chiedere il ritiro del libro, è Giuseppe Caruso, trentenne collaboratore dell’Unità e autore di “Chi ha ucciso Silvio Berlusconi”. Nessuno dei luoghi comuni dell’immaginario giovanile sinistrese manca all’appello. Il protagonista è un venticinquenne laureato in Storia, indeciso tra spinelli e ribellione, costretto al «calvario dei lavori interinali, mal pagati, dequalificanti, senza alcuna certezza». La bella di turno, quella che lei sì che lo capisce, è una figlia della buona borghesia milanese che lo inizia al terrorismo armato e agli attentati dinamitardi. Il libro finisce che Berlusconi lo ammazza lui, l’eroe. Caruso se la cava così: «Non parlo di Berlusconi in carne e ossa, ma di un simbolo». Materiale da psicanalisti, insomma. E siccome chi si somiglia si piglia, Caruso è stato invitato a Berlino dagli “artisti” che hanno messo in scena “Killing Berlusconi”.l
Tirannicidio catartico pure nel libro noir di Raul Montanari “La verità bugiarda”, uscito anch’esso nei mesi scorsi. Berlusconi non è il protagonista, ma lo sfondo del romanzo. E anche qui, manco a dirlo, i protagonisti sono «venti-trentenni costretti a vivere sentimenti precari, lavori provvisori, rapporti familiari allo sfascio». Uccidono Berlusconi in pubblico accanto al sindaco di Milano, tutti e due «piccoli, calvi e grassottelli». Non ammazza invece Berlusconi, ma prepara l’omicidio con cura per tutta la lunghezza del libro, il protagonista di “Kill?”, dell’ingegnere e romanziere Roberto Vacca. Che prima salva Berlusconi da un attentato. Poi, non riuscendo a fare i conti con il rimorso per averlo aiutato, decide di rimediare all’errore e farlo fuori. Perché «si comporta male. Fa troppe cose che non stanno bene. […] È meschino, codardo, di pessimo gusto. Manca di stile». All’ultimo momento, poi, quando già lo tiene nel mirino, il buon protagonista ci ripensa e non tira il grilletto. Chiude il libro la frase in quarta di copertina, citazione da Tommaso d’Aquino: «È lodato chi libera il popolo dal tiranno». Commento di Vacca: «Ogni intento offensivo mi è alieno. Questo è un racconto satirico». Satirico. Allegria.

© Libero. Pubblicato l'11 giugno 2005.

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lunedì, agosto 01, 2005

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