venerdì, agosto 19, 2005

L'Unione europea butta milioni per finanziare aborti

di Fausto Carioti
Chi si chiede cosa faccia l’Unione europea del ricco bilancio con il quale gli Stati - cioè i contribuenti - la mantengono, chi vuole capire di più del ruolo di Romano Prodi in quei cinque anni trascorsi a Bruxelles, può togliersi qualche curiosità leggendo “Contro il cristianesimo - L’Onu e l’Unione europea come nuova ideologia”, scritto da Eugenia Roccella, Lucetta Scaraffia e Assuntina Morresi, libro ben documentato appena pubblicato dalla casa editrice Piemme (11,50 euro). Se pochi, infatti, sanno che l’Unione europea usa i soldi del suo bilancio per finanziare associazioni che promuovono l’aborto e la contraccezione nel mondo, ancora meno italiani sono al corrente del fatto che, nel periodo in cui è stata presieduta da Prodi, la Commissione ha aumentato in modo sostanzioso questi finanziamenti. Ad esempio garantendo a due associazioni tra le più potenti, la Unfpa e l’Ippf, un’erogazione “extra” da 32 milioni di euro nel 2002, per compensare la chiusura delle elargizioni americane decisa da George W. Bush, appena eletto. Della somma stanziata da Bruxelles, 20 milioni sono andati alla Unfpa e 12 alla Ippf, allo scopo di finanziare interventi «a favore della salute riproduttiva» in 22 Paesi poveri di Africa, Caraibi e Pacifico. Da notare che i finanziamenti alle due associazioni già viaggiavano su ritmi alti dal 1994.
L’Unfpa (United nation population fund) è l’agenzia Onu che ha per scopo la diffusione del controllo delle nascite e dell’uso del profilattico. Dispone di un bilancio da 6 miliardi di dollari, con il quale interviene in 140 Paesi. Gli Stati Uniti le hanno tolto i finanziamenti dopo che ha appoggiato la politica cinese di riduzione delle nascite. Politica che il libro così descrive: «Dopo il primo figlio alla donna viene imposto l’inserimento di uno Iud, Intra uterine device (la spirale, ndr), e, se rimane ancora incinta, è costretta ad abortire». Per chi sgarra sono previsti «distruzione della casa, totale isolamento sociale, talvolta uccisione dei neonati; più spesso i bambini nati contro la legge sono sottratti alle famiglie e abbandonati negli orfanotrofi». Di tutto questo, ricordano gli autori, la Unfpa è stata complice: ha «fortemente contribuito a finanziare la politica coercitiva cinese, le ha garantito supporti tecnici e ha collaborato fornendo le proprie competenze, per esempio nell’organizzazione e nell’analisi dei dati. Ma, peggio di tutto, non ha mai denunciato i responsabili di questa gigantesca violazione dei diritti umani, anzi li ha coperti fin quando è stato possibile».
Quanto alla Ippf (International planned parenthood federation), è nata a Bombay nel 1952 dalla federazione di otto associazioni, quasi tutte eugeniste. Tra i suoi primi presidenti ci fu Margaret Sanger, la donna che nel 1922 coniò l’espressione “controllo delle nascite” e che diventerà l’ideologa di riferimento della Ippf e di altre organizzazioni antinataliste grazie a tesi come «il potere della donna può farsi sentire solo quando rifiuta il compito di mettere al mondo bambini non voluti» e alla previsione di un futuro in cui «le grandi avventure nel regno incantato delle arti e delle scienze non saranno più il privilegio di pochi, ma la ricca eredità di una razza di geni». Nei suoi documenti l’Ippf mette tra gli obiettivi dichiarati «il riconoscimento ufficiale del diritto della donna a scegliere e ad avere accesso all’aborto sicuro». S’intenda: non diritto ad abortire, ma diritto ad avere l’aborto di Stato, cui corrisponde un preciso dovere da parte dei governi. Nel 2003 le entrate dell’Ippf ammontavano a 87 milioni di dollari, per tre quarti provenienti da contributi pubblici.
Un capitolo a parte meriterebbero gli eufemismi politically correct dei documenti dell’Ippf, il kamasutra semantico cui ricorre per evitare la parola “aborto”. Il termine Igv (interruzione volontaria di gravidanza), è solo il più banale: al posto di aborto per aspirazione si preferisce usare l’espressione “regolazione mestruale”, il kit per abortire diventa “kit per la salute riproduttiva”, la pillola del giorno dopo è ribattezzata “contraccezione d’emergenza”.
È a queste associazioni che la Commissione guidata dal “cattolico adulto” Romano Prodi ha dato ulteriori soldi - provenienti anche dalle tasche di credenti e antiabortisti e dalle casse di Stati contrari all’aborto, come l’Irlanda. Da notare che lo stesso Paul Nielson, il commissario Ue danese che decise di colmare con i 32 milioni di euro europei il «vuoto di decenza» (parole sue) lasciato dagli Usa, davanti a precisa interrogazione sul progetto ammise che l’Unfpa e l’Ippf sono organizzazioni «oggetto di critiche», ma proprio per questo, ribaltò l’argomentazione, «devono prestare molta attenzione al loro modo di operare». Né Prodi potrà dire di non essere stato informato dell’operazione: alla fine del luglio del 2002, settimane prima che l’accordo con la Unfpa e l’Ippf fosse firmato (l’intesa è datata 10 settembre), il presidente della Commissione ricevette una lettera da Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita. Allarmato dall’annuncio della Commissione di rimpiazzare il finanziamento negato dagli Usa, Casini gli scriveva che «si è voluto fare dell’Europa il motore della diffusione dell’aborto nel mondo». Un mese e mezzo dopo l’accordo fu firmato.

© Libero. Pubblicato il 21 giugno 2005.

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