domenica, marzo 29, 2009

Il discorso controcorrente di Renato Brunetta

di Fausto Carioti

Tra tanti discorsi fotocopiati e tante orazioni con la fanfara, l’intervento fatto ieri mattina da Renato Brunetta sul palco del congresso del Popolo della libertà ha avuto il merito di essere genuino, privo di dolcificanti e aromi artificiali. Il ministro per la Pubblica amministrazione voleva dire la sua verità e l’ha detta, non prima di aver ceduto alle lacrime davanti alla standing ovation che gli ha tributato la platea ancora prima che iniziasse a parlare. Eppure, dal momento in cui ha aperto bocca, non ha fatto nulla per cercare l’applauso facile. Anzi.

Si è persino tolto il gusto di essere ruvido davanti ai suoi tifosi. Mentre tanti cloni berlusconiani che hanno parlato prima e dopo di lui hanno diviso il Paese a metà, con i “buoni” dalla loro parte e i “cattivi” dall’altra, Brunetta ha fatto l’esatto opposto, scegliendo di accarezzare la platea contropelo. «Sarebbe troppo facile dire “loro” e “noi”. Dobbiamo avere il coraggio di guardare al nostro interno, alle nostre imperfezioni, alla nostra incapacità di rappresentare sino in fondo questa Italia. Anche noi siamo pieni di egoismi e di retaggi del passato. Siamo rivoluzionari pieni di difetti», ha detto il ministro. E già non è cosa normale sentire parlare della «incapacità» del centrodestra in una kermesse organizzata dal Cavaliere.

Ma il ruspante Brunetta è andato oltre. A differenza di altri suoi colleghi, non ha voluto atteggiarsi a quello che ha già risolto tutti i problemi. Al contrario, ha ammesso senza giri di parole che il grosso del lavoro è ancora da fare: «Da noi lo Stato non funzionava e non funziona. I guasti che avevamo e che ancora abbiamo vanno affrontati a brutto muso, senza subire il ricatto di presunte forze sociali, talora per niente rappresentative». Ha riconosciuto quello che è sotto gli occhi di tutti, ma che ieri non stava bene dire, e cioè che il Pdl sta elaborando «con fatica» le sue idee.

Ha voluto rompere uno dei tabù del Cavaliere, quando ha riconosciuto che una certa dose di jella grava sopra palazzo Chigi: «Siamo un po’ sfigati, ogni volta che andiamo al governo noi c’è la crisi». Senza rovinare la liturgia del congresso, ha poi risposto a chi, come Gianfranco Fini e Giulio Tremonti, sostiene che la crisi in atto imponga di ripensare il libero mercato. Manco per sogno, risponde Brunetta: «Non è la crisi del capitalismo o della globalizzazione, ma è una crisi di crescita. Servono forze politiche che sappiano immaginare nuove regole e non desiderino la regressione protezionista». Alle facili apologie della libertà, il ministro per la Pubblica amministrazione ha replicato sfoderando l’etica della responsabilità: «Questa crisi è il test della nostra capacità di governo. È una sfida a noi». Ha concluso chiamando l’esecutivo e il PdL a combattere «la vera lotta di classe del nostro tempo, quella del buon lavoro e del buon capitale contro la classe sfruttatrice delle burocrazie parassitarie». Più tardi, in sala stampa, aggiungerà il carico da undici sulla prosopopea meridionalista sfoggiata da certi suoi colleghi di partito: «Basta con il piagnonismo del Sud, i meridionali si riprendano la loro libertà e si responsabilizzino».

Insomma, Brunetta ha servito ai suoi ascoltatori un piatto tutt’altro che facile da digerire. Niente di nuovo: dal palco della convention forzista di Gubbio, nel settembre del 2005, aveva preso di mira nientemeno che Carlo Azeglio Ciampi (all’epoca presidente della Repubblica), il segretario generale del Quirinale Gaetano Gifuni, Gianni Letta e il ministro Domenico Siniscalco. Ieri, al confronto, è stato un agnellino. Il copione, però, è rimasto lo stesso: Brunetta parla fuori dal coro e la platea lo sommerge di applausi. E poi dicono che per i tipi schietti non c’è spazio dentro al partito di Berlusconi.

© Libero. Pubblicato il 29 marzo 2009.

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sabato, marzo 28, 2009

Fini meglio di Berlusconi. Per ora

Intendiamoci, avevano due compiti diversi. Silvio Berlusconi, nel suo discorso di venerdì, doveva suscitare emozioni. E ci è riuscito benissimo, tanto è vero che lo stesso Gianfranco Fini, notoriamente non proprio un tenerone, è stato colto con gli occhi lucidi durante l'intervento del Cavaliere. Fini, nel suo discorso di oggi, doveva invece guardare avanti, fare un intervento concreto, a tratti anche scomodo, pur nel rispetto della liturgia. Doveva mettere i problemi sul tavolo e chiamare Berlusconi a dare loro una risposta. Insomma, Fini doveva fare un discorso molto più politico, e lo ha fatto alla grande.

Fini ha detto che «il Pdl deve mettere all’ordine del giorno del suo dibattito quale atteggiamento prendere sul referendum elettorale di giugno, che rappresenterebbe una forte accelerazione verso il bipartitismo». Si tratta dell'ultima cosa che vuole Berlusconi, intenzionato ad affossare il referendum facendolo passare sotto silenzio, perché così chiede la Lega. Sulle riforme istituzionali Fini ha detto, in sostanza, che se Berlusconi vuole più poteri deve avere il coraggio di riscrivere la seconda parte della Costituzione. Un invito esplicito a mettere gli attributi sul tavolo. Infine, si è posto come leader dell'area laica del PdL, chiedendo una legge sul testamento biologico sganciata dalle posizioni della Chiesa. Lasciando così intuire, in un futuro non troppo lontano, convergenze sino a non molto tempo fa impensabili, tra lo stesso Fini e libertari del calibro di Antonio Martino e Benedetto Della Vedova.

Si può essere d'accordo o meno, ma non si può negare che Fini abbia posto problemi veri, ai quali Berlusconi adesso è chiamato a rispondere. Per questo il discorso di Fini ha un peso politico assai maggiore di quello fatto venerdì dal presidente del Consiglio, che altro non era (tra noi possiamo dircelo) se non lo stesso discorso che sentiamo da quindici anni a questa parte. 

Berlusconi adesso è chiamato a rispondere sullo stesso livello. La speranza è che lo faccia già nell'intervento con cui concluderà il congresso. La paura è che continui a prendere tempo facendo finta di nulla.

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venerdì, marzo 27, 2009

La diretta del congresso fondativo del Pdl


Buon divertimento.

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giovedì, marzo 26, 2009

Benito Berlusconi e i suoi complici del Pd

di Fausto Carioti

Nel manicomio della politica italiana mancava solo lo schizofrenico. Ci ha pensato il Partito democratico a colmare la lacuna. Al momento, infatti, di Pd ne esistono almeno due. Il primo, che è facile incontrare sui titoli dei giornali, è quello che minaccia di rivolgersi al Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca. È il partito del Walter Veltroni che paragona il premier oggi a Vladimir Putin e domani a Benito Mussolini. E intanto denuncia, fremente di sdegno, «il disegno scellerato e autoritario» di un governo che «minaccia la democrazia». È il Pd di Dario Franceschini che sale sulle barricate perché se il premier vincerà pure le elezioni europee «quello che potrà fare dal giorno dopo è inimmaginabile». Del capogruppo al Senato Luigi Zanda, convinto che Berlusconi voglia decretare «la fine della divisione dei poteri». Poi c’è l’altro Pd, di cui però si parla poco. Meno affascinante, forse, ma di sicuro molto più concreto. È quello che, se si va a guardare le votazioni parlamentari sui provvedimenti più importanti, si scopre essere allineato al pericoloso «regime» berlusconiano. Un partito che riesce a fare eleggere i suoi uomini alla guida delle giunte e delle commissioni parlamentari. E che poi, incassata la poltrona, come se nulla fosse tornare a gridare al golpe strisciante.

L’ultimo esempio è quello del federalismo fiscale. Era «un testo contraddittorio e pasticciato di cui non si capiscono i tempi e soprattutto i costi» (parole di Anna Finocchiaro, 3 ottobre del 2008). Veltroni lo definiva «una concessione alla Lega». Alla fine, nonostante Giulio Tremonti non abbia fornito chiarimenti sui costi, lo hanno fatto passare senza nemmeno opporsi. Segno che forse non faceva poi così schifo. Alla votazione finale della Camera, infatti, il Pd si è astenuto, mentre l’Italia dei valori ha votato addirittura a favore. Morale: 319 voti favorevoli, 195 astenuti e appena 35 contrari. Certo, ha pesato la decisione del governo di accogliere qualche emendamento del Pd, oltre alla volontà del partito di Franceschini di non rompere i rapporti con la Lega (domani, chissà, Umberto Bossi potrebbe tornare utile). Proprio questo, però, fa del federalismo fiscale - la più importante delle riforme volute sinora dal governo - un provvedimento bipartisan.

Ma il Pd è riuscito a fare anche di meglio. Una delle novità più discusse della legislatura, ovvero la modifica della legge elettorale per le europee, fatta apposta per tagliare i “nanetti” di destra e sinistra da ogni rappresentanza parlamentare e privarli dei contributi pubblici, è stata votata in fraterna armonia dal Pd assieme al PdL. A Montecitorio, dopo una votazione - questa sì - bulgara (517 favorevoli, 22 contrari, 2 astenuti), Veltroni andò a stringere la mano ai berlusconiani Elio Vito, ministro per i rapporti con il Parlamento, e Denis Verdini, coordinatore di Forza Italia. «Almeno una cosa insieme in questa legislatura l’abbiamo fatta», gongolava felice il leader del Pd. A dimostrazione del fatto che con i colonnelli del tremendo dittatore di Arcore si possono anche fare buoni affari, quando conviene.

Del resto è dall’inizio della legislatura che il Pd intasca poltrone con il benestare dell’«anti-democratico» Berlusconi. Alla Camera ha ottenuto la presidenza della giunta per le Elezioni, andata a Maurizio Migliavacca, e della giunta per le Autorizzazioni, toccata a Pierluigi Castagnetti. Alla guida del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è stato mandato Francesco Rutelli. Il comitato per i procedimenti di accusa (di fatto un ente parlamentare inutile) è stato affidato al senatore del Pd Marco Follini, che somma questa carica con quella di presidente della giunta per le Elezioni e le Immunità parlamentari di Palazzo Madama. Sempre al Senato Ignazio Marino, del Pd, è stato mandato alla guida della commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, mentre a Montecitorio la presidenza della commissione d’inchiesta sugli Errori in campo sanitario è andata all’esponente dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando. Un altro senatore del Pd, Pietro Marcenaro, è presidente della commissione straordinaria per i Diritti umani, ed Emma Bonino, eletta pure lei nelle liste del Partito democratico, presiede la commissione per le Pari opportunità nel Senato. Gran parte di queste cariche sono andate all’opposizione perché così vuole la prassi parlamentare. Ma il punto è proprio questo: la normalità della spartizione delle poltrone, alla quale l’opposizione partecipa senza remore, smentisce le invettive sul regime che gli esponenti del Pd lanciano un giorno sì e l’altro pure.

Normalità che si è vista anche con le nomine in campo radiotelevisivo. Alla fine la presidenza della commissione di Vigilanza sulla Rai è andata a Sergio Zavoli, senza dubbio più gradito al Pd di quanto lo fosse Leoluca Orlando, sul cui nome il partito di Veltroni, all’inizio della legislatura, aveva finto di essere d’accordo. Ieri Paolo Garimberti, proveniente dal gruppo di Repubblica, scelto anch’egli dal Pd e approvato da Berlusconi, è stato indicato per la presidenza della Rai. A febbraio era toccato a Giuliano Amato, già ministro nei governi di Massimo D’Alema e Romano Prodi, essere chiamato dal governo a presiedere l’istituto Treccani. Ad aversene a male - non senza qualche ragione - furono tanti esponenti del PdL, mentre i parlamentari del Pd applaudivano alla «prestigiosa» scelta fatta da Berlusconi. Il giorno dopo, manco a dirlo, avevano già ricominciato con la litania del governo che occupa tutti gli spazi e fa carne di porco della democrazia. Fosse vero, visto come sono andate sinora le cose in Parlamento, difficilmente il «regime» di Berlusconi avrebbe potuto trovare un complice migliore del Pd.

© Libero. Pubblicato il 26 marzo 2009.

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venerdì, marzo 20, 2009

Inti-Illimani con le cotiche

di Fausto Carioti

Un favore più grande agli studenti di sinistra, Renato Brunetta non poteva farlo. Il ministro per la Pubblica amministrazione ieri ha definito «guerriglieri» quelli che mercoledì avevano caricato i poliziotti alla Sapienza, assicurando che come tali «verranno trattati». Capirai: i personaggi in questione - per molti dei quali la definizione di «studenti» suona un po’ riduttiva, trattandosi di fuori corso cronici e infiltrati dei centri sociali - non aspettavano altro. Essere accreditati come avanguardie della rivoluzione contro la feroce tirannia berlusconiana, senza rischiare un capello - anzi, in un Paese in cui televisioni e giornali sgomitano per difenderli e intervistarli - è la loro massima aspirazione. E infatti hanno subito preso sul serio le dichiarazioni del ministro, accusandolo di dire cose «degne dei peggiori regimi sudamericani». Anche i tanti politici in perenne caccia di voti tra i casinari del movimento studentesco si sono buttati a pesce sulla frase del ministro. Tipo Angelo Bonelli, dei Verdi, per il quale le parole di Brunetta sono «da regime cileno e devono preoccupare tutti i democratici di questo paese». Toni da epica partigiana, insomma.

Così si è recitata una pantomima surreale che ha visto i giovani estremisti dare addosso all’unico che li abbia presi sul serio, sino ad assegnare loro lo status (del tutto immeritato) di interlocutori politici ed avversari del governo. Brunetta poi si è accorto dell’errore e ha provato a metterci una pezza, dicendo che i violenti della Sapienza «non hanno la dignità dei guerriglieri, che sono una cosa seria. Questi sono solo quattro ragazzotti in cerca di sensazioni». Verissimo, ma ormai era tardi, la frittata era fatta e i teppisti che mercoledì avevano provato a sfondare il cordone della polizia potranno dire per tutta la vita di essersi sentiti, almeno per un giorno, come gli Inti-Illimani nel Cile di Augusto Pinochet.

Peccato che la gran parte del “popolo”, cioè la maggioranza degli studenti, stia contro di loro. Le elezioni che si sono svolte alla Sapienza a fine novembre hanno visto la vittoria delle liste autonome e di centrodestra. Le liste di sinistra hanno rimediato una batosta storica: i “collettivi” che avevano messo a soqquadro la Sapienza contro i provvedimenti del ministro Mariastella Gelmini hanno preso appena il 10 per cento dei voti e non hanno ottenuto alcun rappresentante nel Senato accademico. Studenti democratici, la lista vicina al Pd, ha avuto solo il 9% dei voti e non ha conquistato seggi nemmeno nel consiglio d’amministrazione. In altre parole, chi crea disordini nel primo ateneo della capitale è la solita minoranza rumorosa che ha un peso nei notiziari inversamente proporzionale alla sua forza politica.

I compagni della Cgil, che di teste calde hanno una certa esperienza, sanno benissimo come trattarli. Gli scontri alla Sapienza, infatti, erano iniziati perché gli studenti volevano uscire dall’università e unirsi alla manifestazione indetta dal sindacato di corso Italia contro il governo. Obiettivo: andare a tirare scarpe davanti al ministero dell’Economia. Problema: simili iniziative sono vietate dal protocollo che regola le manifestazioni nella capitale, firmato dal prefetto Giuseppe Pecoraro, dal sindaco Gianni Alemanno e dai sindacati, inclusa la stessa Cgil. Il cui segretario romano, Claudio Di Berardino, lo aveva benedetto spiegando che esso «ristabilisce l’equilibrio tra volontà di manifestare e rispetto delle esigenze dei romani».

Agli studenti dell’Onda, insomma, è stato impedito di mettere in atto il loro bravo «conflitto selvaggio e imprevedibile» (la definizione, che la dice lunga su cosa abbiano nella testa, è presa dai loro comunicati) a causa di una norma voluta anche dalla Cgil. A questo punto hanno chiesto al sindacato di Guglielmo Epifani di «stracciare» il protocollo e spiegare bene da che parte intende stare: con il governo o con il valoroso fronte rivoluzionario antiberlusconiano? Ma il sindacato rosso si è guardato bene dallo sconfessare il documento, e si è limitato a biascicare qualche vaga frase di solidarietà nei confronti degli studenti. I quali si sono sentiti abbandonati. La verità è che dentro alla Cgil sono ben felici di non avere tra le scatole gli impresentabili rappresentanti dell’Onda, ai quali non riconoscono quella dignità politica che il solo Brunetta, per qualche ora, ha generosamente accordato ai «guerriglieri» della Sapienza. E loro, ingrati, manco lo hanno ringraziato.

© Libero. Pubblicato il 20 marzo 2009.

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giovedì, marzo 19, 2009

Quando l'uomo pistola incontra l'uomo col fucile

«Il Pd è un partito nato anche per piacere a Clint Eastwood. Sono andato a vedere il suo ultimo film, GranTorino, la storia di un operaio americano. Quel Clint Eastwood, sicuramente molto distante dall'immagine del militante medio del Pd, io lo vorrei come interlocutore. Vorrei un Pd che avesse dalla sua parte anche quella gente, che sapesse parlare anche a quelle persone, che avesse una capacità effettiva di rappresentare le energie migliori di questo Paese che non sono solo quelle che stanno sotto i riflettori, ma che stanno anche nascoste nelle pieghe delle nostre comunità e dei nostri territori e che aspettano una politica che sia più in grado di additare un futuro di speranza».
Dichiarazione di Ermete Realacci, responsabile Ambiente del Pd, a Radio Radicale.

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Nel Casino delle Libertà

di Fausto Carioti

Almeno adesso non diranno più che il PdL è un partito finto, di mediocri schiaccia-bottoni, prima "nominati" in Parlamento da Silvio Berlusconi e poi da lui telecomandati. Resta da capire se il Casino delle libertà visto ieri alla Camera sia preferibile o meno a un partito irreggimentato. Un centinaio di parlamentari del PdL di diversa estrazione, inclusi personaggi noti come Antonio Martino, Mario Landolfi, Gaetano Pecorella, Fiamma Nirenstein e Gabriella Carlucci, hanno firmato una lettera in cui chiedono a Berlusconi di non mettere la fiducia sul disegno di legge per la sicurezza e di cambiare alcune norme del provvedimento, giudicate «inaccettabili». L’introduzione nel codice penale del reato di clandestinità, in particolare, imporrebbe a medici e insegnanti l’obbligo di denuncia dei clandestini. «Un regresso spaventoso in fatto di civiltà del nostro Paese», sostengono i firmatari. Insomma, se non è la prima rivolta all’interno del PdL, poco ci manca.

Nel mirino dei “ribelli”, va da sé, non c’è la leadership di Berlusconi. Ma «lo strapotere di Bossi e dei suoi» in materia di sicurezza, come spiegano i primi ad aver sottoscritto il documento, convinti che «argomenti così importanti e delicati non possono essere appaltati ai leghisti», ideatori delle norme messe sotto accusa. Resta il fatto che a farne le spese è comunque l’immagine del presidente del Consiglio, garante dell’alleanza con la Lega e chiamato a scegliere, adesso, tra una parte del suo partito e l’alleato che gli è indispensabile per le prossime elezioni amministrative. L’ultima cosa che avrebbe voluto Berlusconi, insomma.

A rendere la posizione del premier ancora più scomoda c’è il fatto che il pronunciamento di ieri arrivi sulla scia delle dichiarazioni del suo “rivale” Gianfranco Fini. Il quale poche sere fa, a Porta a Porta, aveva puntato l’indice proprio sulla norma che, secondo lui, «obbliga il medico a denunciare i clandestini». Così si è capito che una parte importante dei deputati di Forza Italia, almeno in questo, la pensa come il leader di Alleanza nazionale. E per Berlusconi non può essere una buona notizia.

I pompieri Fabrizio Cicchitto e Italo Bocchino, cioè il capogruppo del PdL alla Camera e il suo vice, hanno subito bocciato la lettera siglata da tanti loro colleghi di partito come «un’iniziativa propagandistica che lascia il tempo che trova», prendendo in modo ufficiale le distanze dal documento. Alcuni dei firmatari hanno fatto marcia indietro. Lo stesso Fini, quando ha capito di essere in cima alla lista dei possibili mandanti dell’operazione, ha fatto sapere di essere «perplesso» solo sulla norma che riguarda i medici, «non sull’intero pacchetto sicurezza». Questo ha evitato che si creasse una spaccatura con la Lega, ma non ha fatto piazza pulita dei sospetti. Né di quelli del Carroccio verso gli alleati del PdL, né di quelli di tanti berlusconiani doc nei confronti del presidente della Camera.

All’origine della grande baraonda c’è comunque Alessandra Mussolini, prima firmataria della lettera e motore della raccolta di adesioni tra i parlamentari. A lei, che assicura di avere informato con largo anticipo Fini delle sue mosse, va riconosciuta una certa abilità nel modo con cui ha messo in atto il suo blitz, al quale lavorava da giorni. Da tempo le voci di Montecitorio raccontano di una nipote del duce insoddisfatta dell’incarico che le è stato affidato - la presidenza della commissione Infanzia - e convinta di poter lavorare più e meglio di quanto stiano facendo le ministre scelte da Berlusconi. E ieri Cicchitto l’ha accusata di aver sollevato, per smania di protagonismo, un polverone inutile. Anzi, controproducente, poiché di mettere la fiducia sul testo non si era mai parlato e le norme contestate nella lettera stavano già per essere cambiate. «Il reato di immigrazione clandestina resta e su questo non ci piove», spiega a Libero il capogruppo del PdL. «Ma su tutto il resto era già in corso una riflessione per trovare una soluzione ottimale al problema posto dai medici. L’iniziativa della Mussolini è arrivata nel mezzo di un lavoro che da giorni si stava svolgendo nel chiuso della commissione». Di sicuro c’è che la Lega, dopo quanto avvenuto ieri, a cambiare le norme contestate non ci pensa proprio, poiché adesso si trova quasi obbligata a farne una bandiera.

Ma l’elenco dei firmatari della lettera è lungo ed eterogeneo, e comprende laici come Benedetto Della Vedova ed esponenti di Alleanza cattolica come Alessandro Pagano, finiani a 24 carati come Flavia Perina e fedelissimi del Cavaliere come Mariella Bocciardo (prima moglie di Paolo Berlusconi). In simili casi è possibile che scelte etiche, rancori politici e amarezze personali convivano anche all’interno delle singole persone. Quello di Pecorella, che Berlusconi non è riuscito a far diventare giudice della Corte Costituzionale e che ieri ha chiesto al premier di lasciare i parlamentari liberi di votare secondo coscienza, è il nome più facile da fare, e non è affatto detto che sia l’unico.

© Libero. Pubblicato il 19 marzo 2009.

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martedì, marzo 17, 2009

Il governo e i nostri soldi

di Fausto Carioti

C’è una cosa che il governo dovrebbe fare in tempi rapidi: restituire i soldi che lo Stato deve agli italiani. Perché adesso c’è la crisi e bisogna intervenire, certo, ma prima ancora per ragioni di banale decenza. Sull’entità della somma dovuta dalla pubblica amministrazione la discussione è aperta. Il ministro Giulio Tremonti sostiene che il debito di questa nei confronti delle imprese ammonti a circa 30 miliardi euro. Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, lo quantifica in 60-70 miliardi e cita i dati della Corte dei Conti, secondo la quale, nel 2006, solo nelle regioni a statuto ordinario e unicamente nel comparto sanità, i debiti verso i fornitori ammontavano a 33,7 miliardi. Chiunque dei due abbia ragione, la sostanza non cambia: uno dei motivi per cui tante aziende e famiglie italiane sono con l’acqua alla gola sono i debiti che lo Stato non paga. Ai quali, ovviamente, sono da aggiungere i crediti d’imposta, alcuni dei quali attendono di essere rimborsati da diversi lustri.

La colpa non è solo di questo governo, perché la situazione è da tanto che si trascina. Ma l’attuale esecutivo ha l’occasione buona per porci rimedio. Intanto, gestire in questo modo i debiti verso i privati è immorale, perché rappresenta una violazione del patto tra Stato e cittadini, con il primo che approfitta della sua posizione di forza. Ed è anche politicamente sbagliato, perché in un momento come questo quei miliardi, se immessi nell’economia, sarebbero per imprese e famiglie ossigeno vitale. Il “risparmio” derivante dalla mancata restituzione, inoltre, è in parte fasullo. Quei soldi, infatti, prima o poi andranno sborsati, e sino ad allora peseranno sul debito pubblico. E poi le aziende, che fesse non sono, simili ritardi nei pagamenti non li subiscono gratis, ma li mettono in conto alla pubblica amministrazione, aumentando i prezzi delle forniture.

Il governo, sino a questo momento, ha fatto poco. Senza escludere a priori nessuna ipotesi, si è mostrato comunque assai più attento al rigore dei conti pubblici che al sostegno dell’economia. Il decreto anticrisi varato a novembre ha dato il via libera al rimborso, entro i primi mesi del 2009, dei crediti d’imposta Irpeg dovuti da oltre dieci anni, per un totale di tre miliardi di euro. Altri 300 milioni sono stati stanziati per il pagamento dei rimborsi Irpef. Ma è solo una minima parte della somma dovuta dallo Stato. Per il resto, nulla si è mosso. Prevale la linea della prudenza dettata da Tremonti, anche se lo stesso Silvio Berlusconi sembra subirla con poca convinzione. Dalla sua, il ministro dell’Economia ha l’incognita della voragine aperta nelle banche italiane e nelle loro controllate europee dai titoli “tossici” partiti dagli Stati Uniti: fin quando non si conoscerà l’entità del disastro, nessuna cautela rischia di sembrare eccessiva.

Eppure, anche se il rimborso dei debiti contratti con i privati squilibrerebbe i conti pubblici nel breve periodo, sarebbe di sicuro una manovra molto più intelligente di altre. Si tratterebbe di agire in due fasi. Innanzitutto, i crediti dovrebbero essere certificati. Quindi, i creditori potrebbero usarli come garanzia verso le banche o per detrarli subito dalle imposte. Piuttosto che pagare la gente per stare a casa a non lavorare, come propone il segretario del Pd Dario Franceschini, o invece di intervenire con gli ammortizzatori sociali quando il disastro è compiuto, come non esclude di fare il governo, si darebbero soldi a imprese e lavoratori privati che di sicuro li meritano, perché hanno lavorato per lo Stato, e si eviterebbero la chiusura e la ristrutturazione di tante aziende che si trovano nella situazione paradossale di stare a corto di liquidità pur essendo creditrici nei confronti dell’unico pagatore sicuro del Paese. Salvando queste imprese si salverebbero anche tanti posti di lavoro, e quindi il potere d’acquisto di molte famiglie.

Gli imprenditori, ovviamente, spingono perché il governo agisca subito. Il “tesoretto” da 60-70 miliardi fa gola, e per molti di loro può essere la differenza tra la vita e la morte dell’azienda. Oggi è previsto un incontro tra la Marcegaglia e Berlusconi, ed è scontato che il leader degli industriali torni a chiedere un rapido smobilizzo delle somme dovute dalla pubblica amministrazione.

L’idea, peraltro, trova consensi anche all’interno della maggioranza. L’economista Benedetto Della Vedova, deputato del PdL e promotore del movimento liberista “Libertiamo.it”, la ritiene «tecnicamente non semplicissima, ma praticabile». E spiega: «Il nostro problema è mettere liquidità nel sistema per un paio d’anni. Potrebbe essere il momento giusto per fare davvero una piccola rivoluzione. Mi rendo conto che la restituzione di quei debiti sarebbe un’operazione rilevante, che provocherebbe uno sforamento del deficit per un biennio. Ma si tratterebbe di un’operazione di cassa, non di competenza. Insomma, non faremmo altro che anticipare deficit futuri. Tenendo anche conto del basso costo dell’indebitamento a breve, credo che una simile manovra debba essere presa assolutamente in considerazione. Non escluderei nemmeno», conclude Della Vedova, «l’ipotesi di offrire ai fornitori della pubblica amministrazione un pagamento immediato a fronte di un piccolo sconto, giustificabile con il fatto che il ritardo nei pagamenti è già stato caricato sui prezzi delle forniture».

© Libero. Pubblicato il 17 marzo 2009.

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sabato, marzo 14, 2009

Stupri e dna: il Riformista la butta in caciara

di Fausto Carioti

Il Riformista scrive che il sottoscritto è «del cariotipo (sarebbe una battuta, ndr) che - come dicono a Roma - intigna». Cioè è uno che ha la predisposizione genetica a insistere sulle cose. Vero. L’ignoto autore dell’articolo in questione, che salvo prova contraria è il direttore Antonio Polito, in compenso è della categoria che - sempre come dicono a Roma - la butta in caciara. Il commento che mi ha dedicato ieri il quotidiano arancione ha il sapore di una difesa d’ufficio rabberciata alla meno peggio per salvare la faccia. Peccato che ciò avvenga sparando una serie di balle. Tutto iniziò quando, a proposito dello stupro della Caffarella, scrissi che «gli investigatori hanno svolto un esame genetico sperimentale sul cromosoma “Y” degli aggressori. I dati ottenuti confermano che, molto probabilmente, costoro appartengono all’etnia romena». Citazione che il Riformista riporta. Ma è l’unica cosa corretta dell’articolo. Il resto della ricostruzione contiene una discreta serie di cavolate, messe lì, appunto, per “fare caciara”, confondere le acque.

Prima caciara. Secondo la fantasiosa ricostruzione apparsa ieri sul Riformista, Piero Sansonetti, commentando la mia frase sul quotidiano di Polito, mi avrebbe chiesto: «Stai per caso dicendo che i romeni hanno un patrimonio genetico diverso dal nostro, di noi “bianchi”? Perché, se così fosse, sarebbe razzismo». In realtà, col cavolo che le cose sono andate così. Sansonetti non mi ha posto domande incalzanti su ciò che penso (cosa che sarebbe stata civile e gradita). Ha invece inventato di sana pianta e fatto affermazioni definitive, sostenendo che avrei teorizzato l’esistenza di diverse razze umane (falso) e la superiorità dell’una sull’altra (falsissimo). Ha evocato «l’orrore del manifesto della razza». Ha sostenuto che quanto da me scritto «è esattamente la base teorica del razzismo». Mi ha accusato di aver «rivendicato puntigliosamente» il razzismo nel mio articolo. Il titolo dell’editoriale a me dedicato, del resto, parlava chiaro: «È razzismo, c’è la prova del dna». I modi garbati se li sono inventati nell’articolo di ieri. La verità è che avevano fatto un’operazione di bassa macelleria.

Seconda caciara. Qui viene il bello. Cinque giorni dopo l’articolo in cui Sansonetti ha lanciato questa valanga di frottole sul sottoscritto, sul Riformista appare un articolo firmato dalla brava giornalista scientifica Anna Meldolesi. In cui si legge, guarda un po’, che «i test per stimare le origini biogeografiche degli individui esistono davvero». E si basano anche sul «cromosoma Y». Come già scritto da Libero, non danno certezze, ma solo buone probabilità di azzeccarci. Quindi, o questi esami non sono possibili, perché non esistono differenze di dna tra gli individui delle varie etnie. E allora l’articolo di Meldolesi è sbagliato. Oppure sono possibili. E allora ha torto marcio Sansonetti nell’accusare di «razzismo» Libero (che peraltro si limitava a riportare quanto trapelato dal fronte degli investigatori: nei giornali si usa così). Bel busillis: che fare con due articoli apparsi sulle stesse pagine, a distanza di pochi giorni, che dicono l’uno il contrario dell’altro? Libero, che “intigna”, fa notare l’incongruenza. Il Riformista risponde buttandola in caciara. E ieri scrive che «la verità scientifica è un po’ più complessa di una polemica giornalistica». Pensierino profondo, che magari avrebbero potuto consigliare a Sansonetti quando inventava razzisti immaginari. Però, per fortuna, la cosa non è così complicata. Chi ha ragione, Sansonetti o Meldolesi? Coraggio, non occorre scrivere un editoriale. Basta fare un nome.

Terza caciara. La chicca finale. Siccome nel brodino annacquato servito ieri dovevano mettere qualcosa di solido, l’arguto corsivista scrive che il punto, in fondo, non è se sia possibile ricavare l’etnia dello stupratore dal suo dna (ma come: la questione, ci avete detto sino a un momento fa, è tutta lì), bensì il fatto «che il dna su entrambe le donne stuprate» nella capitale «non appartiene a quei due romeni. Che poi, in materia di responsabilità penale, dovrebbe essere l’unica cosa che conta, ai fini della detenzione preventiva». Bravi, benvenuti tra i garantisti. Ma cosa c’entra? Bimbi belli, qui nessuno ha mai emesso sentenze definitive sui due romeni arrestati, né preteso di tenerli in carcere se sono innocenti. Nemmeno se uno di loro ha reso una confessione in piena regola. Persino Sansonetti, bontà sua, ci era arrivato: «Carioti», scriveva, «ha qualche dubbio sulla colpevolezza dei due romeni». Ma il Riformista, dopo essersi dato torto da solo, per provare a trarsi d’impiccio doveva inventarsi qualcosa a tutti i costi, incluso aggrapparsi a una questione che non esiste. Si sono viste difese d’ufficio migliori.

© Libero. Pubblicato il 14 marzo 2009.

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venerdì, marzo 13, 2009

Berlusconi alla scoperta del Web

di Fausto Carioti

«Il centrodestra è praticamente assente dal mondo di Internet. Per questo ci stiamo attrezzando con alcuni giovani per essere presenti nella campagna elettorale su questo mezzo». Chi parlava così, un anno fa, era il portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti. Dei giovani “attrezzati” non si vide traccia. Per fortuna. In compenso, contro la sua frase si rivoltò subito una buona metà del web italiano: quella di centrodestra, che ogni giorno vive e lotta insieme a Silvio, anche se Silvio tutto questo non lo sa («Bonaiuti, ci capisci d’Internet?» rispose incavolata la giornalista-blogger Cristina Missiroli, oggi spin doctor del ministro Giorgia Meloni). E dire che l’Unità se ne era già accorta nel febbraio del 2007. Prima pagina del giornale fondato da Antonio Gramsci: «Nella blogosfera sembra prevalere un orientamento di sinistra. Questo rende ancora più evidente un gap tra partecipazione in rete e attenzione dei partiti verso il fenomeno. Se andiamo a vedere le forme di aggregazione politica oggi esistenti in rete, risulta evidente come l’unico vero spazio organizzato sia quello di www.tocqueville.it, il social network promosso due anni fa da Ideazione e che oggi aggrega oltre mille blogger di centro-destra». Tradotto: gli internettiani di sinistra saranno pure di più, ma i più bravi, cioè i più organizzati, sono quelli di centrodestra. Niente male, come riconoscimento da parte del “nemico”. Adesso, però, ai piani alti qualcosa sta cambiando.

Intanto, da una costola di palazzo Grazioli, ma ufficialmente in piena autonomia nei confronti del Cavaliere, è nato Il Predellino. È un giornale online il cui scopo teorico, spiega il suo creatore, il deputato e consigliere di Berlusconi Giorgio Stracquadanio, «è offrire spazio al dibattito pubblico sulle idee del nuovo partito, non sui meccanismi. Tutti si lamentano perché non c’è uno spazio di discussione sul PdL. Bene: invece di lamentarci, facciamolo questo spazio». In pratica, la ragione del Predellino è un’altra. Esempio concreto: il politologo Alessandro Campi, molto vicino a Gianfranco Fini, chiede che il PdL sia un partito pensato non su Berlusconi, ma per il dopo Berlusconi. Il Predellino interviene e gli consiglia di non agitarsi con tanto anticipo: «L’era di Silvio Berlusconi, dopo i primi quindici anni, ha di fronte a sé un probabile ulteriore decennio. Poi vedremo». Insomma, il Predellino, che sta a Berlusconi come la curva Sud di San Siro sta a Kakà, dice quello che il premier non può e non vuole dire del nuovo partito. Proprio per questo gli è utile. Un po’ come fa, sul fronte opposto, la fondazione Fare Futuro, di cui Fini è presidente.

Un altro importante spazio politico filo-berlusconiano, sul web, è coperto già da due anni dalla rivista L’Occidentale. Nasce da un’idea della fondazione Magna Carta, presieduta dal senatore e plenipotenziario azzurro Gaetano Quagliariello, ma si vanta di essere un prodotto giornalistico autonomo. «Siamo un vero e proprio quotidiano online, generalista, che copre tutti i settori dell’informazione, aggiornato più volte al giorno tutta la settimana, che ha 25-30mila lettori al giorno senza prendere un euro dalla politica», spiega Giancarlo Loquenzi, che ne è il direttore. «Berlusconi spesso raccoglie la nostra approvazione, ma ci sentiamo anche liberi di criticarlo, quando è il caso. Berlusconi e Internet? Ho l’impressione che il premier sia interessato e affascinato dal web», dice Loquenzi, «ma mi sembra che non abbia ancora trovato la chiave giusta per entrarci. Essendo uomo di comunicazione verbale, forse gli si addice più la radio che un blog».

Del resto, il rapporto di Berlusconi con le nuove tecnologie è sempre stato molto cauto e strumentale. In pieno boom della new economy, il Cavaliere disse che le sue aziende erano state penalizzate dal suo ingresso in politica, perché se sul ponte di comando ci fosse stato lui avrebbero cavalcato il business dei bit prima e meglio degli altri. Salvo poi, a bolla sgonfiata, prendersi il merito di non avere abboccato all’amo ed essere rimasto prudentemente indietro. Jumpy, il portale del gruppo Mediaset, fu fatto fuori senza pensarci due volte appena si capì che avrebbe comportato più spese che ricavi. Si è parlato tante volte di un blog personale di Berlusconi, per mettere in contatto diretto il Cavaliere con la sua base, ma il Grande Comunicatore si è guardato bene dal farlo sul serio. Prima delle elezioni del 2008 i blogger di Tocqueville fecero un convegno, “PdL 2.0”, proprio sul ruolo che il web doveva coprire nella sfida elettorale. Dell’entourage berlusconiano partecipò solo Deborah Bergamini, mentre per An si fece vedere Giorgia Meloni. Insomma, era lecito attendersi una partecipazione più nutrita.

Gli internauti di centrodestra non apprezzano. Anche perché sono convinti di essere più avanti dei loro rappresentanti. In tanti la pensano come Andrea Mancia, ideatore e fondatore di Tocqueville, l’“aggregatore” nato dal basso che la sinistra invidia e che ormai conta ben 1.800 tra blog e siti iscritti: «Il lavoro di fusione necessario alla costruzione di un partito unitario di centrodestra noi abbiano iniziato a farlo su Internet nel 2005, quando ci siamo resi conto che occorreva lavorare molto per mettere d’accordo le anime rissose e apparentemente inconciliabili che compongono il centrodestra italiano: liberali, conservatori, teocon, laici, anarco-capitalisti, cattolici, moderati… Berlusconi è un genio quando fa campagna elettorale, e proprio per questo si dovrebbe rendere conto che Internet sarà sempre più importante. Sinora non se ne è accorto. Vediamo che succede adesso».

Adesso succede che Berlusconi, tra le tante idee che gli frullano, sta pensando nientemeno che alla democrazia diretta. Funziona così: invece di perdere ore a discutere con i dirigenti del nuovo PdL, organizza un bel referendum online tra gli iscritti ai suoi club della Libertà, una sorta di struttura “stay behind”, la retroguardia (ideologicamente) armata del berlusconismo duro e puro, che i fedelissimi stanno organizzando per essere la “base” del partito unitario. Volete che il governo vari un nuovo piano di edilizia popolare? Cliccate sul «sì». E tanti saluti ai rituali dei partiti tradizionali, che il Cavaliere non ha mai sopportato. Se intenda fare sul serio o sia uno dei tanti percorsi che inizia per poi abbandonare, come ha già fatto con i circoli della Libertà di Michela Brambilla, lo scopriremo solo vivendo.

© Libero. Pubblicato il 13 marzo 2009.

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giovedì, marzo 12, 2009

Anche il suo giornale dà torto a Sansonetti

di Fausto Carioti

Anche il Riformista, adesso, dà torto a Piero Sansonetti. Qualcuno ricorderà: nei giorni scorsi l’ex direttore di Liberazione aveva firmato un editoriale sul quotidiano arancione, accusando Libero e il sottoscritto nientemeno che di «razzismo». Avevo scritto, infatti, che «gli investigatori hanno svolto un esame genetico sperimentale sul cromosoma “Y” degli aggressori. I dati ottenuti confermano che, molto probabilmente, costoro appartengono all’etnia romena». Tanto era bastato per essere inseriti dall’inorridito Sansonetti nell’elenco dei nuovi mostri, convinti che «i romeni hanno un patrimonio genetico diverso da quello nostro, di noi “bianchi”». Peccato che, oltre ad essere vera (dettaglio per Sansonetti secondario), la notizia sul tipo di indagini svolte non avesse nulla a che fare con il razzismo: la razza umana è una, ma questo non impedisce l’esistenza di caratteristiche genetiche ricorrenti all’interno dei gruppi familiari o delle popolazioni delle diverse regioni del globo. Caratteristiche su cui gli investigatori possono lavorare in modo sempre più accurato. Insomma, Sansonetti non ci aveva capito niente e aveva lanciato accuse a vanvera, come gli è stato poi spiegato su queste pagine. Il resto gli è stato spiegato ieri, e a farlo, stavolta, ci ha pensato proprio il Riformista.

Un articolo della biologa e giornalista scientifica Anna Meldolesi, pubblicato ieri sul quotidiano diretto da Antonio Polito, spiega benissimo come stanno le cose dal punto di vista scientifico. Scrive Meldolesi: «I test per stimare le origini biogeografiche degli individui esistono davvero. Come funzionano? E a cosa servono? Le variazioni genetiche ovviamente non rispettano i confini degli Stati. Quanto alle razze - se con questa parola ci riferiamo a popolazioni di origine continentale differente, che discendono da gruppi di antenati parzialmente isolati dal punto di vista geografico - risultano abbastanza distinguibili dal punto di vista genetico, anche se le migrazioni hanno rimescolato le carte creando numerosi gruppi borderline. I test, dunque, hanno delle limitazioni intrinseche e non sono neppure tutti uguali. Oltre al cromosoma Y, che passa esclusivamente di padre in figlio, si può usare il Dna mitocondriale, che passa dalla madre ai figli di entrambi i sessi. Poi ci sono i cosiddetti Ancestry Informative Markers, la cui frequenza varia tra le popolazioni più di quanto non accada mediamente con il resto del Dna. E ci sono i polimorfismi dei singoli nucleotidi (si scrive SNPs e si legge snips) sparsi per tutto il genoma. L’affidabilità dei risultati dipende da molti fattori: dal tipo e dal numero dei marcatori usati, dalle popolazioni di riferimento, dai metodi statistici. In ogni caso si tratta di valutazioni probabilistiche, in cui l’errore è sempre in agguato».

E infatti, su Libero, si parlava di un «esame sperimentale» condotto sul cromosoma Y. Un esame capace di identificare quelle che Meldolesi chiama «le origini biogeografiche» dello stupratore, ovvero la sua etnia, non con certezza, ma, appunto, con un alto grado di probabilità. Adesso si attende che Sansonetti accusi di «razzismo» il quotidiano su cui scrive.

© Libero. Pubblicato il 12 marzo 2009.

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mercoledì, marzo 11, 2009

La fabbrica dei mostri (quella vera)

Sì sì, c'era proprio un gran bisogno di un appello contro il governo Berlusconi. Erano almeno due settimane che Micromega non ne proponeva uno. A colmare questo preoccupante vuoto democratico ci hanno appena pensato gli architetti Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti, con un appello pubblicato su Repubblica, nel quale invocano «un sussulto civile delle coscienze di questo paese» contro il piano di parziale liberalizzazione dell'edilizia, che secondo loro «rischierebbe di compromettere in maniera definitiva il territorio».

In effetti i tre sono esperti di «ecomostri». Uno, in particolare: Gregotti. Avete presente lo Zen di Palermo («Zona espansione nord, abbreviazione Zen», come cantava Edoardo Bennato)? Cioè il quartiere più brutto d'Italia e dell'intera Europa occidentale? Ecco, è stato partorito proprio dalla mente di Gregotti.

Le Iene qualche tempo fa andarono a chiedergliene conto. Lui difende il suo obbrobrio e regala una perla unica, che spiega chi sono questi architetti meglio di una seduta psicanalitica. Alla sacrosanta domanda «Ma lei ci vivrebbe allo Zen?» Gregotti risponde: «Io non posso vivere allo Zen, non faccio il proletario, faccio un altro mestiere».

Complimenti a lui e a chi ha firmato il suo appello.

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lunedì, marzo 09, 2009

Fitna e l'ex terrorista islamico

A differenza di molti sedicenti studiosi europei, l'egiziano Tawfik Hamid (di cui ho scritto qui) l'islam lo conosce alquanto bene, essendo stato membro dell’organizzazione terroristica Jemaah Islamiya. Oggi il Wall Street Journal pubblica un suo articolo a proposito di Fitna, il film di Geert Wilders che scandalizza le coscienze dei bravi multiculturalisti. Scrive Hamid:
Molti commentatori e politici - incluso il governo inglese, che un mese fa gli ha negato l'ingresso nel paese - hanno accusato Wilders di incitare all'odio. Ma la questione è se debba essere criticato Wilders, che ha semplicemente esposto il radicalismo islamico, o se debbano essere criticati coloro che lo promuovono e si cimentano in questo estremismo religioso. In altre parole, dobbiamo incolpare Wilders perché solleva questioni come la lapidazione delle donne, o dobbiamo incolpare chi, in realtà, vuole e pratica questo crimine?

Molti musulmani sembrano credere che sia accettabile insegnare l'odio e la violenza in nome della loro religione, mentre allo stesso tempo si aspettano che il mondo rispetti l'Islam come una religione di pace, amore ed armonia.

Gli studiosi dei più prestigiosi istituti e università islamici continuano a insegnare, ad esempio, che gli ebrei sono «scimmie e maiali», che le donne e gli uomini debbono essere lapidati sino alla morte se hanno commesso adulterio, o che i musulmani debbono combattere il mondo per diffondere la loro religione. Ma allora, non sono forse appropriate le critiche di Wilders? Invece di prendercela con lui, dovremmo prendercela con i principali studiosi islamici per non essere riusciti a produrre un testo autorevole sulla giurisprudenza islamica che sia accettato nel mondo islamico e respinga in modo non ambiguo questi insegnamenti violenti.
Il resto lo si può leggere qui.

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domenica, marzo 08, 2009

Il presidente costruttore e la sinistra della via Gluck

di Fausto Carioti

«Non so perché continuano a costruire le case e non lasciano l’erba, non lasciano l’erba, non lasciano l’erba». Con metà della sinistra italiana rimasta ferma all’Adriano Celentano della via Gluck (anno 1966), la sorte almeno ha voluto che Silvio Berlusconi, il volto umano del cemento, fosse al posto giusto nel momento giusto. Mentre il segretario del Pd, Dario Franceschini, propone di dare soldi a chi non lavora (ottimo modo per incentivare le imprese a licenziare e i disoccupati a rimanere tali) il presidente del consiglio tira fuori dalla bandana l’idea opposta, di gran lunga migliore: affrontare la crisi pagando le persone perché lavorino alla costruzione di qualcosa che resti.

Così ha dato il via libera all’avvio, entro sei mesi, di un imponente piano di opere pubbliche. Quasi diciotto miliardi da spendere per il Mose di Venezia, il ponte sullo stretto di Messina e centinaia di chilometri di autostrade e ferrovie, oltre a scuole e carceri. Solo questi interventi, secondo il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, valgono duecentomila posti di lavoro. È in arrivo poi una nuova edizione del “Piano Fanfani”: un mega intervento di edilizia popolare, d’intesa con le regioni. Case tra i 60 e gli 80 metri quadrati, da affittare a chi ne ha bisogno, con diritto di riscatto.

Non basta: allo studio c’è anche una parziale liberalizzazione dell’attuale patrimonio edilizio privato. Ovvero la possibilità di costruire più facilmente nuove case e di ampliare le cubature di quelle già esistenti. Niente di nuovo, lo aveva già proposto Luigi Einaudi nel 1920: «I regolamenti edilizi dovrebbero essere congegnati in maniera tale da consentire la sopraelevazione dappertutto dove ciò non nuoccia all’estetica della città, non sia contrario alla pubblica igiene ed alla solidità degli edifici sottostanti». Contro la recessione, insomma, Berlusconi propone un mix di statalismo e liberismo, tenuti insieme dal calcestruzzo.

Per il premier è un ritorno all’antico. In una delle sue prime vite, a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, Berlusconi fu infatti esponente rampante della razza imprenditoriale più vituperata d’Italia, quella dei palazzinari. La fama della categoria, peraltro, è più che meritata. Ogni grande città italiana ha avuto le sue dinastie di cementificatori, che hanno costruito distese di orrendi casermoni grazie a licenze (quando c’erano) discutibili. Il miglior ritratto della categoria resta quello di Aldo Fabrizi nei panni di Romolo Catenacci (“C’eravamo tanto amati”, 1974), il palazzinaro romano che, durante un banchetto di compleanno a base di porchetta, spiega al suo giovane avvocato che «chi vince la battaglia con la coscienza ha vinto la guerra dell’esistenza».

Niente a che vedere col Berlusconi costruttore. Milano Due e Milano Tre, edificate dalla sua Edilnord alla periferia del capoluogo lombardo, sono state agli antipodi del resto della cementificazione nazionale: laghetti artificiali, ponti pedonali e parchi giochi su misura per i bimbi della media borghesia meneghina. Al punto da commuovere le penne chic della sinistra. Come Natalia Aspesi, che nel 1976, sugli opuscoli pubblicitari della Edilnord, beatificava «lo spazio, la grande aria tra le case che sembrano piccole tanto sono lontane l’una dall’altra, la vastità dei campi dove giocano i bambini, l’orizzonte aperto, con i bordi rosa della lontananza».

Una passione che il Cavaliere non ha mai abbandonato e che ha continuato a sfogare sulle sue ville. Prima tra tutte La Certosa, in Sardegna, dove i cantieri non hanno mai fine, perché dopo la costruzione delle cinque piscine per la talassoterapia occorre fare l’anfiteatro e poi una collina artificiale e poi chissà cos’altro. Una passione che adesso che l’economia è ferma il presidente del consiglio rilancia su scala nazionale, convinto che «quando l’edilizia funziona, tutto il resto va di conseguenza». Mezzo secolo dopo, la grande ruota del karma sta così per finire il suo giro: dall’edilizia era partito Berlusconi negli anni Sessanta. Da qui nacquero le sue televisioni: Canale 5 era la vecchia Telemilano, la rete via cavo di Milano Due. Dalle televisioni è sorta la politica, e dalla politica si torna al cemento.

Se tutto andrà come previsto dal Cavaliere, a guadagnarci non saranno solo i costruttori, ma anche chi cerca casa e ha pochi soldi in tasca. Ci voleva un capitalista, infatti, per capire al volo quello che la sinistra ancora fatica a comprendere: se i prezzi delle case sono alti, non è perché una qualche consorteria manovra i listini degli immobili, ma perché le case disponibili sono poche rispetto alla domanda. Se si vuole che i prezzi scendano, occorre costruirne di nuove. Chi si oppone al programma edilizio del premier lo fa sulla pelle dei poveracci senza casa. Ai quali non resta che fare il tifo per il presidente palazzinaro.

© Libero. Pubblicato l'8 marzo 2009

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sabato, marzo 07, 2009

Gli stupri, il dna, i romeni: botta e risposta con Sansonetti

Primo io ho scritto questo. Poi Piero Sansonetti ha scritto quest'altro. Gli ho risposto con l'articolo qui sotto.

di Fausto Carioti

Certi personaggi hanno l’abitudine di dipingere i loro avversari - o quelli che loro ritengono tali - non come sono, ma come vorrebbero che fossero. Comodo: così è più facile infangarli. È quello che ha fatto Piero Sansonetti, ex direttore di Liberazione, con il sottoscritto, ieri, dalle colonne del Riformista. Riguardo alle indagini sul delitto della Caffarella, giovedì avevo scritto che «gli investigatori hanno svolto un esame genetico sperimentale sul cromosoma “Y” degli aggressori. I dati ottenuti confermano che, molto probabilmente, costoro appartengono all’etnia romena». Da questa cosa - che è vera, che non ho scritto solo io, che nessuno ha smentito, che viene fatta anche in altri Paesi - Sansonetti deduce che il sottoscritto è «razzista». Poiché, secondo lui, sosterrei che «i romeni hanno un patrimonio genetico diverso da quello nostro, di noi “bianchi”. Sono una razza». Sosterrei pure, inventa ancora Sansonetti, che «se le razze sono diverse ce ne saranno di superiori e di inferiori» e che quindi «sulla base della loro diversità biologica hanno anche diversità comportamentali». Premesso che tanti romeni sono «bianchi» e che io, terrone, sono piuttosto scuro (sicuramente più di Sansonetti), si tratta di due falsità, non so se dovute a malafede o a semplice sciatteria. Da liberale, concedo il beneficio del dubbio e propendo per la seconda.

Innanzitutto, nell’articolo che ha turbato la coscienza progressista dell’ex direttore di Liberazione, da nessuna parte si parla di «razza» romena. Il motivo è ovvio, ma vista la scompostezza del suo attacco tocca sottolinearlo: il sottoscritto pensa che ci sia una sola razza umana. Ciò non vuole dire che non esistano differenze genetiche tra individui. Alcuni hanno i capelli rossi, alcuni hanno una predisposizione alla calvizie, alcuni hanno la pelle chiara, alcuni hanno i genitori più alti e quindi maggiori probabilità di avere una statura superiore alla media. Differenze come queste possono rendere più facile e accurato il lavoro degli investigatori. Si avesse la certezza che un reato è stato commesso da un biondo, sarebbe una gran bella notizia per l’accusato dai capelli neri. Non so se Sansonetti reputi «razziste» le analisi basate sul codice genetico (intuisco di sì), ma è proprio in base a queste che i due romeni accusati dello stupro della Caffarella potrebbero essere scagionati.

Differenze e affinità genetiche, ovviamente, riguardano anche i gruppi familiari. I Sansonetti, al pari degli altri consanguinei, hanno tratti genetici simili tra loro. Così come i Carioti e tutte le altre famiglie di questo mondo. Ed è ovvio che mio figlio abbia un codice genetico più simile al mio che a quello di Sansonetti. È anche su simili differenze che gli investigatori, quando serve, lavorano. Cosa ci sia di razzista in tutto questo, resta misterioso.

Certe popolazioni hanno poi alcuni tratti genetici che appaiono con maggiore frequenza, anche se meno di quanto accada nelle famiglie. In Europa, ad esempio, si è arrivati a identificare in modo sommario cinque gruppi al cui interno esistono frequenti somiglianze, rintracciabili dall’analisi del dna. Sono gli abitanti del sud est europeo, gli iberici, i baschi, gli europei “continentali” e gli abitanti del nord est europeo. Si tratta di analisi - appunto - sperimentali, che non possono dare certezze processuali (quelle si hanno solo analizzando il dna dei singoli individui). Ma un grado di probabilità più o meno alto di azzeccarci, quello lo hanno. Intendo dire che tutti costoro appartengono a “razze” diverse? Ma figuriamoci: è un’invenzione di Sansonetti. Intendo dire che uno di questi gruppi, come scrive Sansonetti, è geneticamente migliore o peggiore di altri? Manco per sogno: altra trovata infelice di Sansonetti, al quale fa comodo per trovarsi tra le mani un avversario più vicino ai suoi stereotipi.

È in base a simili analisi, ad esempio, che negli Stati Uniti è stato identificato Derrick Todd Lee, il “serial killer di Baton Rouge”, in Louisiana. Testimonianze errate, infatti, sostenevano che il pluriassassino fosse di origine caucasica. Il che avrebbe portato a scartare Lee, che caucasico non era. Ma l’analisi del dna trovato sulla zona degli omicidi ha incluso anche lui tra i sospettati. Si è scoperto poi che era colpevole.

Qualcosa di analogo lo stanno facendo gli investigatori in Italia con il dna trovato sul luogo dello stupro della Caffarella. Lo ha scritto, prima di me e con toni più ultimativi, il Corriere della Sera: «La convinzione degli investigatori, ricavata grazie ad un esame accurato del cromosoma “Y” estratto dal Dna, è che bisogna ricominciare a cercare nella comunità romena. Attraverso l’analisi di questo particolare componente si può infatti ricavare l’etnia del profilo genetico e in questo caso il risultato raggiunto conferma che la nazionalità è proprio quella».

Potrà infastidire qualcuno, ma è così che adesso lavorano gli investigatori. Lo fanno per mandare in carcere i colpevoli e salvare gli innocenti. E le razze e il razzismo non c’entrano nulla. Dovrebbe essere una buona notizia, ma - a quanto pare - non lo è per tutti. Questione di paraocchi. Che non dipendono dalla genetica, ma dall’ideologia.

Post scriptum. Peraltro, il cuore del ragionamento del mio articolo erano i numeri. Citavo le cifre che tutti conoscono, che erano quelle già riportate sulla Stampa da Luca Ricolfi, secondo le quali, in base ai dati disponibili, la propensione allo stupro degli immigrati romeni in Italia «risulta circa 17 volte più alta di quella degli italiani, e una volta e mezza quella degli altri stranieri presenti in Italia». Il che non vuol dire che i romeni abbiano una tendenza genetica a delinquere. Ma significa, più banalmente, che i romeni che sta accogliendo l’Italia hanno una propensione a delinquere maggiore di quella di tanti altri immigrati e degli stessi italiani. In parole povere, invece di accogliere i romeni più onesti e capaci facciamo entrare i più violenti e sbandati. È su questo che Sansonetti avrebbe dovuto rispondere. Ma se ne è guardato bene. Altri commentatori di sinistra ci sono già arrivati. Oltre a Ricolfi, c’è il sociologo Marzio Barbagli, che nel suo libro “Immigrazione e sicurezza in Italia” ha scritto che «gli immigrati, e in particolare quelli irregolari, compiono in media un numero di reati (anche violenti) maggiore degli autoctoni, e quelli di alcune nazionalità (non solo i romeni, ma anche gli albanesi, i marocchini o, per particolari delitti, anche i croati e i serbi montenegrini) ne commettono più di altri». Tempo qualche decennio e forse, chissà, ne prenderà atto pure Sansonetti.

© Libero. Pubblicato il 7 marzo 2009

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giovedì, marzo 05, 2009

Chi vuole il silenzio sugli stupri

di Fausto Carioti

Un tempo i giornalisti erano pagati per dare le notizie. Adesso si scopre che, se la notizia è politicamente scorretta, il loro mestiere consiste nel nasconderla. Buono a sapersi. Il caso dello stupro della Caffarella è emblematico. Lo scorso 14 febbraio una ragazza di 14 anni, assieme al suo fidanzatino, era stata sorpresa da due individui nel grande parco romano sull’Appia antica. Lei era stata violentata, lui picchiato. Tre giorni dopo, per questo reato erano stati arrestati due romeni. Giovani, ma già pluripregiudicati: Alexandru Loyos, di 20 anni, e Karol Racz, di 36. Esaminando le tracce di dna lasciate dagli autori dello stupro, nelle ultime ore si è scoperto che il loro profilo genetico non coincide con quello dei due arrestati. Puntuale, è scattata la ripicca contro chi aveva sbattuto i due «mostri romeni» in prima pagina. L’accusa, ovvia, è quella di razzismo.

Il capo d’imputazione l’ha scritto ieri sul Riformista Piero Sansonetti, ex direttore del quotidiano bertinottiano Liberazione. Secondo lui (e secondo i radicali, e il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero) sarebbe in atto una campagna ispirata «ai principi basilari del razzismo moderno, che consistono nell’individuare un popolo, o un gruppo nazionale o una etnia, nell’attribuirgli caratteristiche e tendenze particolari e poi nel dichiarare accertata una certa propensione di quel gruppo a delinquere o a commettere un certo tipo di reato». I romeni, in particolare, novelli capri espiatori, sarebbero sempre accusati di «stuprare le donne». Insomma, siamo quasi tutti razzisti, perché: a) abbiamo puntato l’indice su due persone che non c’entravano nulla; b) insistiamo nel dire che i romeni hanno una propensione allo stupro maggiore di quella degli altri immigrati.

Il problema (per Sansonetti e per chi la pensa come lui) è che i giornalisti non si erano inventati nulla. Perché l’accusa principale nei confronti dei due romeni proveniva proprio da Loyos, che aveva incolpato dello stupro se stesso e il suo connazionale. Lo aveva fatto in modo limpido, alla presenza del pubblico ministero e dell’avvocato d’ufficio, durante un interrogatorio che era stato videoregistrato e che lo aveva visto riferire particolari della violenza conformi a quelli raccontati dalle vittime. Domanda: anche il romeno Loyos è razzista, nel senso che ce l’ha con i romeni? E comunque, che altro poteva fare la stampa se non prendere atto della sua confessione e riportarla? Si chiama diritto di cronaca, e vivaiddio se ancora esiste.

Ci sono poi alcuni fatti che rischiano di passare in secondo piano, ma sono utili a capire perché la procura insista sui due arrestati e perché la pista romena resti comunque, ancora oggi, la più credibile. Primo: la quattordicenne e il suo fidanzato avevano subito raccontato di essere stati aggrediti da due stranieri, probabilmente dell’est Europa, e non avevano nessun motivo per mentire. Secondo: la ragazzina ha riconosciuto Loyos da una foto segnaletica. Terzo: Racz è stato riconosciuto anche dalla vittima dello stupro di Primavalle, avvenuto il 21 gennaio. Quarto: il modus operandi dello stupro della Caffarella, per l’eccesso di ferocia con cui è stato compiuto, è tipico dei delinquenti dell’est (parlate con un investigatore esperto: vi dirà che una rapina o un qualsiasi altro reato, se compiuto da un romeno o da un albanese, ha un tasso di violenza assai più alto che se compiuto da altri). Quinto: gli investigatori hanno svolto un esame genetico sperimentale sul cromosoma “Y” degli aggressori. I dati ottenuti confermano che, molto probabilmente, costoro appartengono all’etnia romena.

Quanto alla propensione dei romeni per gli stupri, non è un’illazione razzista, ma un dato statistico evidente, riconosciuto da quegli opinionisti di sinistra che hanno rinunciato al paraocchi ideologico. I numeri, infatti, sono quelli citati dal sociologo Luca Ricolfi: «In base ai pochi dati fin qui resi pubblici, la loro propensione allo stupro risulta circa 17 volte più alta di quella degli italiani, e una volta e mezza quella degli altri stranieri presenti in Italia». Le statistiche sono razziste? Se è così lo dicano e propongano di abolirle. O quantomeno di non citarle, visto che possono turbare animi sensibili.

Ultimi dubbi: quando si saprà chi sono i veri stupratori, se si dovesse scoprire che sono romeni, potremo scriverlo o no? E cosa ci racconteranno quel giorno i paladini del politicamente corretto?

© Libero. Pubblicato il 5 marzo 2009.

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mercoledì, marzo 04, 2009

Donne in pensione a 65 anni: perché è una buona idea

di Fausto Carioti

Il cancelliere Otto von Bismarck diceva che le leggi sono come le salcicce: per apprezzarle è meglio non sapere come vengono fatte. Gli inglesi, che di stampa se ne intendono, spesso aggiungono gli articoli dei giornali alla lista delle cose sulle cui origini è meglio non indagare. Per due delle tre categorie, però, stavolta vale la pena di fare un’eccezione. Perché una legge in grado di equiparare l’età pensionabile delle donne a quella degli uomini, elevandola a 65 anni, è una vecchia battaglia di questo quotidiano. Dettata dal buon senso, prima ancora che da calcoli macroeconomici: se le donne, statistiche alla mano, campano più degli uomini, non si vede perché la loro vita lavorativa debba essere più breve. Né si capisce perché quelle di loro che vogliono ancora lavorare non possano farlo. A maggior ragione in tempi come questi, in cui qualunque risparmio per le casse pubbliche, anche il più piccolo, è il benvenuto. Ecco, sino a non molto tempo fa, trovare tra gli economisti e i parlamentari (inclusi quelli della maggioranza) qualcuno disposto a sostenere su Libero una tesi tanto ovvia, era impresa disperata. «Sappiamo che avete ragione, ma se lo diciamo noi rischiamo di perdere il voto delle donne», era la confessione che facevano molti di loro. «E comunque il risparmio non sarebbe così elevato», aggiungevano, quasi per scusarsi.

Giustizia è fatta: ieri il governo ha inviato alla commissione europea la bozza della legge con cui intende aumentare l’età pensionabile delle lavoratrici statali, portandola a 65 anni nel 2018. Proprio come chiede da anni questo giornale. L’operazione inizierà nel 2010, e innalzerà l’età per il raggiungimento della pensione di vecchiaia di un anno ogni biennio.

Secondo l’esperto di previdenza Giuliano Cazzola, deputato del PdL ed ex sindacalista della Cgil (nonché uno dei pochi che sulla proposta ci ha sempre messo la faccia), il risparmio per le casse pubbliche sarà di circa 400 milioni di euro l’anno: una somma importante. In questo modo, l’esecutivo si mette anche a posto con gli obblighi europei: lo scorso novembre, infatti, la Corte di giustizia della Ue aveva condannato il nostro Paese per discriminazione nei confronti delle donne, proprio perché le impiegate pubbliche sono costrette ad andare in pensione a 60 anni invece che a 65, come i loro colleghi maschi. Il nuovo tetto non sarà facoltativo, ma obbligatorio, anche se - ovviamente - chi avrà raggiunto i requisiti per la pensione di anzianità potrà smettere di lavorare prima.

Il provvedimento inviato ieri a Bruxelles riguarda solo le dipendenti statali, ma è probabile che presto la stessa riforma venga adottata per le lavoratrici private. Difficile infatti, a questo punto, giustificare una disparità di trattamento tra i due settori. In questo caso, fa sapere Cazzola, il risparmio sarà di circa 1,4 miliardi l’anno.

Il governo Berlusconi, dunque, torna a governare. E lo fa su un tema importante come quello delle pensioni, con una decisione che gli creerà forti ostilità nel mondo dei dipendenti pubblici, che già adesso lo guarda con scarso favore. Ma i sondaggi, per quello che valgono, dicono che l’esecutivo perde consensi quando fa melina a centrocampo, e ne guadagna invece quando prende decisioni forti. E la crisi economica, oltre alle pressioni europee, è un ottimo motivo per spiegare agli italiani il perché di questa novità. Specie se i risparmi ottenuti saranno usati per finanziare interventi in favore delle famiglie e delle imprese colpite dalla recessione.

Nel Partito democratico molti sono convinti di avere trovato un argomento buono per attaccare il governo da qui alle elezioni europee, che decideranno la sopravvivenza politica del segretario interinale Dario Franceschini e, forse, dello stesso Pd. Rosy Bindi ricorre alla demagogia spicciola, accusando il provvedimento «di far pagare i costi della crisi alla parte più debole del mondo del lavoro e della società». Chiaro che le lavoratrici statali, nelle prossime settimane, saranno oggetto di accurate battute di caccia da parte degli acchiappavoti del centrosinistra. Anche la Cgil, manco a dirlo, dichiara «inaccettabile» la parificazione dell’età di pensionamento.

Ma la mossa dell’esecutivo, sebbene ampiamente prevista, porterà anche problemi al principale partito d’opposizione. Negli ultimi giorni, infatti, si erano moltiplicate le proposte al governo da parte dei riformisti del Pd. Diverse tra loro, ma con un minimo denominatore comune: l’esecutivo riformi la previdenza e usi i soldi risparmiati in questo modo per aiutare i precari e le altre categorie colpite dalla crisi. Se farà così, lo appoggeremo. Bene: il governo l’intervento sulle pensioni l’ha appena annunciato, ed è un intervento che ha un forte sapore di pari opportunità tra uomo e donna (argomento al quale a sinistra dovrebbero essere sensibili) ed è stato chiesto a gran voce dall’Unione europea (e sino a prova contraria gli euroentusiasti sono loro). Quanto agli aiuti alle categorie colpite, parecchio è stato fatto e altro ancora si vedrà nelle prossime settimane, da qui al voto. Dire «no» a Berlusconi su tutta la linea, come pare intenzione di Franceschini, rischia di lacerare un partito già diviso e di far perdere la faccia ai suoi esponenti più seri.

© Libero. Pubblicato il 4 marzo 2009.

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Belle figure

E adesso chi glielo dice a queste e a questi che la verità è questa?

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martedì, marzo 03, 2009

Quattrocento milioni (nostri) per fare un favore alla Lega

di Fausto Carioti

Non c’è nessun motivo tecnico dietro alla decisione del governo di non far votare il referendum elettorale assieme alle elezioni europee e a molte amministrative, nel cosiddetto “election day” del 6 e 7 giugno. Tecnicamente, infatti, l’accorpamento chiesto da Mario Segni e Giovanni Guzzetta, promotori del referendum, è fattibilissimo. Tantomeno la scelta è dovuta a ragioni di interesse generale, visto che l’apertura dei seggi il 14 giugno, apposta per far votare il referendum, costerà 400 milioni di euro (nostri). Oltre che fattibile, dunque, l’inserimento delle schede referendarie tra quelle che verranno date in mano agli elettori il primo week-end di giugno è auspicabile dal punto di vista economico. Specie in tempi come questi, con il governo che è costretto a raschiare il fondo del barile. Il motivo della decisione, allora, è solo politico: la Lega teme il referendum, e ha avuto da Silvio Berlusconi il via libera per destinarlo al fallimento. E siccome al Viminale, dove si decide la data del voto, il ministro si chiama Roberto Maroni, il gioco è assai facile.

Chiamare gli elettori alle urne una settimana dopo l’election day, infatti, vuol dire usare la loro stanchezza da voto per puntare tutto sull’astensionismo. Il referendum, per essere valido, dovrà essere votato almeno dal cinquanta per cento degli elettori, e la storia insegna che si tratta di un quorum difficile da raggiungere anche quando non si è votato sette giorni prima. Tanto più che stavolta molti italiani dovranno recarsi di nuovo ai seggi il 21 giugno, per il secondo turno delle elezioni amministrative.

Il referendum, che in realtà si compone di tre quesiti, punta a dare il premio di maggioranza non più alle coalizioni tra partiti, ma solo alla singola lista che ottiene più voti. Il risultato sarebbe la creazione di un sistema più o meno bipartitico. Ai partiti satellite, anche se grossi come la Lega, non resterebbe infatti che confluire nei loro alleati più grossi, a meno di non voler diventare del tutto irrilevanti (il partito più votato, ottenuto il premio di maggioranza, non avrebbe alcun interesse a cedere potere e poltrone ad altri). Il Carroccio ne ha fatto una questione di vita o di morte. Il che è comprensibile, anche se sul fronte di Segni e Guzzetta c’è l’Italia dei Valori, dove Antonio Di Pietro resta attaccato al referendum in nome della sua vocazione di capopopolo ed anti-partitica.

Meno comprensibile è invece il modo con cui, da una parte e dall’altra, si è cavalcata la vicenda del referendum elettorale. Nel cui comitato promotore, nato due anni fa, spiccano, tra i tanti, i nomi di alcuni big del PdL, come Gianni Alemanno, Angelino Alfano, Renato Brunetta, Daniele Capezzone, Stefania Prestigiacomo e Gaetano Quagliariello. Mentre Gianfranco Fini fu uno dei primi firmatari. Molti di loro lo avranno fatto (anche) con l’intento di dare una spallata al governo Prodi: il referendum era un ottimo motivo per convincere i piccoli partiti del centrosinistra a puntare sulle elezioni anticipate per ritardare il più possibile lo svolgimento della consultazione. In parole povere, era una bomba a tempo sotto la sedia di Prodi. Ma gli esponenti del PdL che si fecero portabandiera dell’iniziativa sono anche convinti difensori del bipartitismo: perché, ora che la Lega vuole affossare un referendum che in teoria è anche loro, stanno tutti zitti? Ovvio, nessuno è così scemo da mandare in crisi un governo che ha davanti un’intera legislatura per cambiare la legge elettorale. Ma da qui a cedere supinamente al ricatto del Carroccio, che minaccia di far saltare l’esecutivo, ce ne passa.

Discorso non molto diverso nel Pd, dove aderirono al comitato di Segni e Guzzetta esponenti del calibro di Mercedes Bresso, Sergio Chiamparino, Giovanna Melandri, Arturo Parisi, Ermete Realacci e Stefano Ceccanti, il costituzionalista di Walter Veltroni. Anche in questo caso, almeno dalle parti dei veltroniani, è lecito supporre che non tutti fossero angosciati per gli effetti che il referendum avrebbe avuto sulla coalizione che sorreggeva Prodi. Del resto, Veltroni puntava tutto sull’autosufficienza dai piccoli partiti e non aveva alcun interesse ad aspettare anni per andare al voto, con Prodi che ogni giorno faceva perdere punti di consenso al centrosinistra. Anche se i più cinici, tanto per cambiare, furono i dalemiani, che erano (e restano) contrari al referendum, ma pur di evitare lo scioglimento delle camere e far slittare le elezioni politiche invocarono la nascita di un governo incaricato di far svolgere la consultazione.

È un po’ il destino di Segni essere usato da tutti e alla fine restare con le tasche vuote. Anche stavolta ci sono i presupposti perché ciò accada. Però qualcuno, specie al governo, dovrebbe uscire dal silenzio e quantomeno spiegare agli italiani perché, pur di fare contenta la Lega, si è deciso di spendere 400 milioni allo scopo di far fallire un referendum. Ci fosse un’opposizione vera (che certo non può avere la faccia di Dario Franceschini) sarebbe un ottimo argomento per incalzare sul serio l’esecutivo. Invece di invocare interventi irrealizzabili per i disoccupati.

© Libero. Pubblicato il 3 marzo 2009.

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domenica, marzo 01, 2009

E tanti saluti a Gramsci

di Fausto Carioti

Compagni, addio. La musica è finita, gli amici se ne vanno e l’editore pure. La favola di Renato “Mani bucate” è terminata. Si è conclusa il 16 febbraio, assieme alla carriera politica dell’Obama di Sanluri, diventato all’improvviso il Trombato di Cagliari. Quello stesso giorno, si è scoperto ieri, è iniziata la storia di Soru “Mani di forbice”. Che, in attesa di vendere l’Unità a un nuovo proprietario, ha iniziato il “lavoro sporco”. Tagliando teste di giornalisti, riducendo la foliazione, decurtando le buste paga. È una storia prosaica, ma alquanto istruttiva. Soprattutto per chi è convinto che gli imprenditori di sinistra mettano gli ideali prima dei soldi.

Ovviamente non doveva andare così. Ora Soru giura di non voler lasciare la politica. Fa sapere che intende lavorare «alla nascita di un vero Partito democratico sardo». Ma quale Sardegna: lui doveva diventare il leader del Pd nazionale. Le elezioni isolane servivano da trampolino. Vinceva lì, e poi dopo qualche anno - o qualche mese, a seconda di quello che succedeva a Walter Veltroni - diventava segretario del partito. Come volevano i giornali di Carlo De Benedetti, che ce lo avevano fatto credere. Lui stesso parlava già da futuro leader del centrosinistra. «Dimostrerò che Berlusconi si può battere. Come ha fatto Prodi due volte», diceva all’Espresso. Capito? Mica come quel mollaccione di Veltroni. Proprio in vista del grande salto, a maggio si era comprato l’Unità. Con motivazioni ufficiali molto nobili: «Quando ho letto che il giornale di Antonio Gramsci era in vendita, mi sono detto che non era giusto che finisse nel tritacarne del mercato come un qualsiasi prodotto di consumo», spiegava.

Ma in Sardegna Soru è stato sconfitto dal figlio del commercialista di Silvio Berlusconi. Il che, come si può intuire, rende improponibile la sua candidatura, un domani, contro Berlusconi stesso. Insomma, addio sogni di gloria. Con un grande avvenire dietro le spalle, Soru, a questo punto, ha un problema serio: che fare dell’Unità? Perché come investimento economico non ha senso. Specie in tempi come questi, con gli investitori pubblicitari che fuggono. Certo, il suo doveva essere un investimento politico, ma si è visto come è andata. E allora? Allora, alla prima occasione buona, Soru decide di sfilarsi.

Venerdì i suoi uomini presentano un piano di ristrutturazione che, secondo il comunicato pubblicato ieri dai redattori dell’Unità, «compromette il giornale e le sue prospettive di sviluppo, l’occupazione, i livelli salariali e la professionalità dei giornalisti, colpendo in modo particolare il precariato». Dalla redazione fanno sapere che l’editore ha chiesto un taglio degli stipendi del 40%, la chiusura di tutte le redazioni locali, la riduzione delle pagine e della diffusione. Oltre a molti prepensionamenti. Non è chiaro se la voce “razionalizzazione dei costi” comprenda anche l’addio ad alcuni collaboratori illustri, come Marco Travaglio e l’ex direttore Furio Colombo. Se non si faranno questi tagli, l’amministratore delegato è pronto a portare i libri dell’Unità in tribunale entro un mese.

L’editore ha i suoi motivi. L’Unità ha chiuso il 2009 in rosso di quasi 8 milioni di euro. Per rimettersi in carreggiata servirebbe una ricapitalizzazione tra i 4 e i 6 milioni. Solo che Soru conosceva benissimo la situazione del giornale. Al momento dell’acquisto aveva staccato un assegno da 2 milioni, ma in redazione davano per scontato che ne avrebbe messi altri quanto prima. Per questo la comunicazione dell’editore è stata una doccia fredda: per i giornalisti dell’Unità, che hanno annunciato cinque giorni di sciopero; per lo stesso direttore voluto da Soru, Concita De Gregorio; per lo stato maggiore dei Ds, che bene o male continua a seguire le sorti del giornale.

Facile leggere dietro al rifiuto di ricapitalizzare l’Unità una grande voglia di fuga. Lo stesso amministratore delegato della società editrice, Antonio Saracino, ha fatto capire al comitato di redazione che Soru, appena si presenta un acquirente con i soldi in bocca, è pronto a passare la mano. Mister Tiscali, del resto, è solo uno dei tanti ridotti a corto di liquidità dalla crisi finanziaria. Per mettere il giornale sul mercato, però, bisogna prima pulire i conti. E così, accetta rossa in mano, Soru si accinge a potare stipendi e posti di lavoro. Proprio come avviene per «un qualsiasi prodotto di consumo». Alla prova dei fatti, colui che doveva essere il primo dei progressisti non pare molto diverso dall’ultimo degli squali. Con tanti saluti a Gramsci.

© Libero. Pubblicato il 1 marzo 2009.

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