domenica, marzo 08, 2009

Il presidente costruttore e la sinistra della via Gluck

di Fausto Carioti

«Non so perché continuano a costruire le case e non lasciano l’erba, non lasciano l’erba, non lasciano l’erba». Con metà della sinistra italiana rimasta ferma all’Adriano Celentano della via Gluck (anno 1966), la sorte almeno ha voluto che Silvio Berlusconi, il volto umano del cemento, fosse al posto giusto nel momento giusto. Mentre il segretario del Pd, Dario Franceschini, propone di dare soldi a chi non lavora (ottimo modo per incentivare le imprese a licenziare e i disoccupati a rimanere tali) il presidente del consiglio tira fuori dalla bandana l’idea opposta, di gran lunga migliore: affrontare la crisi pagando le persone perché lavorino alla costruzione di qualcosa che resti.

Così ha dato il via libera all’avvio, entro sei mesi, di un imponente piano di opere pubbliche. Quasi diciotto miliardi da spendere per il Mose di Venezia, il ponte sullo stretto di Messina e centinaia di chilometri di autostrade e ferrovie, oltre a scuole e carceri. Solo questi interventi, secondo il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, valgono duecentomila posti di lavoro. È in arrivo poi una nuova edizione del “Piano Fanfani”: un mega intervento di edilizia popolare, d’intesa con le regioni. Case tra i 60 e gli 80 metri quadrati, da affittare a chi ne ha bisogno, con diritto di riscatto.

Non basta: allo studio c’è anche una parziale liberalizzazione dell’attuale patrimonio edilizio privato. Ovvero la possibilità di costruire più facilmente nuove case e di ampliare le cubature di quelle già esistenti. Niente di nuovo, lo aveva già proposto Luigi Einaudi nel 1920: «I regolamenti edilizi dovrebbero essere congegnati in maniera tale da consentire la sopraelevazione dappertutto dove ciò non nuoccia all’estetica della città, non sia contrario alla pubblica igiene ed alla solidità degli edifici sottostanti». Contro la recessione, insomma, Berlusconi propone un mix di statalismo e liberismo, tenuti insieme dal calcestruzzo.

Per il premier è un ritorno all’antico. In una delle sue prime vite, a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, Berlusconi fu infatti esponente rampante della razza imprenditoriale più vituperata d’Italia, quella dei palazzinari. La fama della categoria, peraltro, è più che meritata. Ogni grande città italiana ha avuto le sue dinastie di cementificatori, che hanno costruito distese di orrendi casermoni grazie a licenze (quando c’erano) discutibili. Il miglior ritratto della categoria resta quello di Aldo Fabrizi nei panni di Romolo Catenacci (“C’eravamo tanto amati”, 1974), il palazzinaro romano che, durante un banchetto di compleanno a base di porchetta, spiega al suo giovane avvocato che «chi vince la battaglia con la coscienza ha vinto la guerra dell’esistenza».

Niente a che vedere col Berlusconi costruttore. Milano Due e Milano Tre, edificate dalla sua Edilnord alla periferia del capoluogo lombardo, sono state agli antipodi del resto della cementificazione nazionale: laghetti artificiali, ponti pedonali e parchi giochi su misura per i bimbi della media borghesia meneghina. Al punto da commuovere le penne chic della sinistra. Come Natalia Aspesi, che nel 1976, sugli opuscoli pubblicitari della Edilnord, beatificava «lo spazio, la grande aria tra le case che sembrano piccole tanto sono lontane l’una dall’altra, la vastità dei campi dove giocano i bambini, l’orizzonte aperto, con i bordi rosa della lontananza».

Una passione che il Cavaliere non ha mai abbandonato e che ha continuato a sfogare sulle sue ville. Prima tra tutte La Certosa, in Sardegna, dove i cantieri non hanno mai fine, perché dopo la costruzione delle cinque piscine per la talassoterapia occorre fare l’anfiteatro e poi una collina artificiale e poi chissà cos’altro. Una passione che adesso che l’economia è ferma il presidente del consiglio rilancia su scala nazionale, convinto che «quando l’edilizia funziona, tutto il resto va di conseguenza». Mezzo secolo dopo, la grande ruota del karma sta così per finire il suo giro: dall’edilizia era partito Berlusconi negli anni Sessanta. Da qui nacquero le sue televisioni: Canale 5 era la vecchia Telemilano, la rete via cavo di Milano Due. Dalle televisioni è sorta la politica, e dalla politica si torna al cemento.

Se tutto andrà come previsto dal Cavaliere, a guadagnarci non saranno solo i costruttori, ma anche chi cerca casa e ha pochi soldi in tasca. Ci voleva un capitalista, infatti, per capire al volo quello che la sinistra ancora fatica a comprendere: se i prezzi delle case sono alti, non è perché una qualche consorteria manovra i listini degli immobili, ma perché le case disponibili sono poche rispetto alla domanda. Se si vuole che i prezzi scendano, occorre costruirne di nuove. Chi si oppone al programma edilizio del premier lo fa sulla pelle dei poveracci senza casa. Ai quali non resta che fare il tifo per il presidente palazzinaro.

© Libero. Pubblicato l'8 marzo 2009

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