giovedì, febbraio 19, 2009

Franceschini, il vuoto che avanza

di Fausto Carioti

«Nel 1976, con l’arrivo di Benigno Zaccagnini alla segreteria, presi la tessera della Dc. C’era grande entusiasmo. Zaccagnini ispirava rinnovamento». Dario Franceschini era già tutto lì, in quel suo primo gesto politico raccontato anni dopo a Vittorio Zincone. Delle tante cose per cui ci si può eccitare a diciott’anni, età meravigliosa, lui aveva scelto Zaccagnini. Il resto della sua carriera politica, culminata in questi giorni con la reggenza del partito democratico, che manterrà fin quando non troveranno un leader più credibile di lui (e per quanto strano possa sembrare non è detto che avvenga presto), è stato coerente con quel momento. Personaggio freddo, a tratti gelido, onnipresente in televisione. Dove, pur essendo tutt’altro che brillante, in questi mesi ha potuto contare sul fatto di essere comunque più efficace di Walter Veltroni, del quale è una sorta di clone democristiano, e quindi più cattivo. Sempre capace, però, di entusiasmi inspiegabili nei momenti più improbabili. Tipo quello raccontato dal perfido Arturo Parisi, relativo alle elezioni politiche di aprile: «Conservo ancora un indimenticabile sms di Franceschini, il giorno del voto: “Ce la stiamo facendo”». Anche questa, una metafora del personaggio.

Nato a Ferrara nel 1958, figlio di un ex parlamentare democristiano, il nuovo leader con contratto a termine del Pd si è sposato a 28 anni dopo essere diventato avvocato. La gioventù l’aveva passata accanto ai “figgicciotti”, i ragazzi del partito comunista infatuati di Enrico Berlinguer. Dai quali esteticamente non si discostava poi così tanto, visto che all’epoca girava con i capelli lunghi, una fluente barba rossa e un “eskimo innocente” tipo quello cantato da Francesco Guccini. Diventa consigliere comunale nel 1980 e percorre tutto il cursus honorum degli incarichi politici con la Dc estense.

Quando la Prima repubblica crolla, Franceschini è uno di quelli che si impegnano per traghettare la Balena bianca a sinistra. Nel 1997 è vicesegretario del Ppi. Due anni dopo dovrebbe diventarne il leader. Franco Marini lo indica come suo successore. I telegiornali già titolano «Franceschini segretario». Lui ha 41 anni e si sente pronto al grande salto. Ma resta a bocca asciutta: gli accordi saltano e il posto che doveva essere il suo è occupato da Pierluigi Castagnetti. Per consolarlo della trombatura è nominato sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega alle riforme istituzionali, prima nel secondo governo D’Alema, quindi con Giuliano Amato. Nel 2000 nasce la Margherita e lui fa parte del gruppo dirigente.

Non torna al governo sei anni dopo, quando l’Unione vince le elezioni: nella guerra per la spartizione dei posti tra le mille anime della coalizione prodiana, lui è finito a fare il capogruppo dell’Ulivo alla Camera. Relegato ancora una volta in seconda fila, trova il tempo di scrivere due romanzi, il primo dei quali vince qualche premio locale, che tanto non si nega a nessuno, figuriamoci a un politico che va sempre in televisione. Nell’ottobre del 2007 nasce il Partito democratico. Il manuale Cencelli dice che per un leader diessino ci vuole un vice della Margherita. La caratura politica di Franceschini è tale da rassicurare persino Veltroni: uno così non riuscirebbe a fare le scarpe nemmeno all’ex sindaco di Roma. Il quale, inquadrato il personaggio, lo prende come vice e gli affida incarichi di medio livello.

«Franceschini è di spessore umano debolino, anche se si tratta di una persona tutto sommato corretta», racconta chi in questi mesi lo ha avuto davanti al tavolo delle trattative con il PdL. Nell’organigramma della diplomazia veltroniana, Franceschini rappresentava il secondo livello. In prima battuta, a trattare con gli emissari berlusconiani di alchimie istituzionali e nuove leggi elettorali, andavano i “professorini”, come Stefano Ceccanti e Salvatore Vassallo. Il livello politico successivo era rappresentato da Franceschini. Il quale, pur essendo ufficialmente il braccio destro di Veltroni, non aveva però il ruolo di plenipotenziario. Quello spettava a Goffredo Bettini, la cui parola era equivalente a quella di Veltroni. Non è portato nemmeno per il lavoro sporco della politica, quello che si combatte a colpi di tessere e pugni sui tavoli: da quelle parti ci sono fior di specialisti come Giuseppe Fioroni, eredi della migliore tradizione democristiana, confronto ai quali il povero Franceschini è il pesciolino rosso nella vasca dei piraña.

Il risultato è che nessuno lo prende mai sul serio. Motivo per cui viene spesso paragonato a Pietro Folena, il quale fu reggente dei Ds nel 2001, quando Veltroni fu eletto sindaco di Roma, e poi sparì senza lasciare traccia. Nei tanti libri che in questi anni hanno raccontato glorie e miserie della politica italiana lui, semplicemente, non appare. In “Avanti Popolo” di Gian Antonio Stella, dove pure si narrano le gesta di un signore chiamato Francantonio Genovese, Franceschini non c’è. Inesistente anche nel “Teatrone della politica” di Filippo Ceccarelli. Nei “Democristiani immaginari” di Marco Damilano il suo nome si legge in due sole righe, come l’ultimo dei figuranti.

Quel che è peggio, non lo prendono sul serio gli elettori del suo partito. Nel giugno del 2007 Repubblica lanciò un sondaggio online su chi dovesse essere il leader del Pd. Durò dieci giorni, votarono 150mila persone. Primo, manco a dirlo, arrivò Veltroni, con il 45 per cento dei consensi. Seconda Anna Finocchiaro. Terzo Pierluigi Bersani. E giù giù passando per Massimo D’Alema, Sergio Cofferati, Rosy Bindi, Riccardo Illy e persino Giovanna Melandri. Franceschini si era piazzato quattordicesimo su quindici candidati, con appena l’uno per cento dei voti.

Eppure, se sta per diventare il segretario reggente del Pd, è proprio per questa sua aurea mediocritas. Franceschini continua a non fare paura a nessuno. Non ha le spalle abbastanza larghe da resistere all’urto di Sergio Chiamparino o di Pier Luigi Bersani. Quando uno di loro vorrà prendersi la poltrona che lui ha tenuto al caldo, Franceschini, volente o nolente, si farà da parte, pronto a essere di nuovo un numero due. Se, come è probabile, decideranno di tenerlo al suo posto sino alle elezioni europee di giugno, sarà perché quella partita è data già per persa e nessuno dei pesi massimi del Pd ha voglia di intestarsi la sconfitta. Così la addosseranno a lui. Che in cambio, come insegnava Andy Warhol, potrà rivendicare il diritto al suo quarto d’ora di celebrità. Dario Franceschini, finalmente numero uno, sul ponte di comando del Pd che affonda.

© Libero. Pubblicato il 19 febbraio 2009.

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