sabato, settembre 06, 2008

Sympathy for the Devil

di Fausto Carioti

A Firenze non l’hanno suonata, ma la vera colonna sonora di ciò che resta della Festa dell’Unità è “Sympathy for the Devil”, canzone dei Rolling Stones che porta la data del fatidico 1968 e ancora oggi è facile ascoltare alla radio. La simpatia proibita per il grande diavolo di Arcore è la vera novità della sinistra italiana dalla notte del 14 aprile. Iniziò Europa, il quotidiano della Margherita. A urne ancora calde scrisse che «il rapporto fra quest’uomo e l’Italia, a questo punto, assume effettivamente una dimensione storica. Sarà lui a decidere quando il proprio ciclo terminerà, e intanto tocca a lui decidere che tipo di rapporto instaurare con l’opposizione». La previsione - alquanto facile - si è avverata. La resa ufficiale, definitiva, clamorosa è stata firmata ieri, nella Fortezza da Basso, da Arturo Parisi, l’ultimo degli ulivisti, uno più prodiano di Romano Prodi. Non ha detto che Berlusconi sta governando bene, gode di forti consensi e robe simili. Quello ormai lo dice ogni dalemiano. Parisi ha fatto molto di più. Ha dato un giudizio storico definitivo sul rivale di sempre: «Berlusconi è un grande leader e un grande politico. Ci ha dimostrato di sapere imparare dalle vittorie e anche dagli errori, ha tenuto il filo e lo ha svolto per quindici anni». Un ritratto degno di un Winston Churchill.

Certo, dietro le parole dell’ex ministro c’era anche tanta voglia di infierire su Walter Veltroni e Francesco Rutelli. Di questi tempi è facile far fare ai leader del Pd la figura delle lucertoline dinanzi al Caimano. Ma dire in pubblico le cose che ha detto Parisi equivale a bruciarsi tutti i ponti alle spalle, e si può fare solo se si ha la consapevolezza che ogni cosa è perduta e che si tratta di idee, per quanto scomode, condivise anche da una parte della base. Del resto, Parisi non fa che dire a voce alta ciò che gli altri maggiorenti del Pd hanno mostrato di aver già compreso, mettendosi in fila davanti al portone di Berlusconi per trattare sulla riforma della giustizia.

All’opposizione sono rimasti in pochi a non arrendersi allo strapotere di Silvio Pigliatutto. C’è Marco Travaglio, che sull’Unità continua a chiamarlo Al Tappone e Cainano, ma fa quasi tenerezza ora che gli hanno tolto Antonio Padellaro per rimpiazzarlo con una signora nostalgica dell’Italietta presessantottina. Massimo D’Alema ha passato l’estate a lavorare alla costruzione di Red, la sua corrente che ha tanto il sapore di un partito nel partito, e di sicuro sinora ha creato più problemi a Veltroni che non al Cavaliere. Gli amministratori locali di sinistra, Sergio Chiamparino in testa, dotati di buon senso pratico come sono, preferiscono trattare con Berlusconi sul federalismo fiscale prossimo venturo che perdere tempo al capezzale del Pd.

Normale, insomma, che Berlusconi ostenti la sicurezza di chi sa di poter giocare sul velluto per cinque anni e poi tentare l’assalto al Quirinale. Però chi crede che la politica sia anche competizione di programmi e di idee dovrebbe iniziare a preoccuparsi dinanzi a questa partita in cui ormai c’è un solo giocatore. Un’opposizione efficace spinge il governo a migliorarsi. Un’opposizione inesistente può indurre il governo a sedersi sugli allori.

© Libero. Pubblicato il 6 settembre 2008.

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