domenica, dicembre 30, 2007

Buon 2010 a tutto il ceto medio

Ricordate quando il governo Prodi fece uscire la notizia che il 2008 sarebbe stato l'anno della riduzione dell'Irpef, allo scopo di aumentare i salari per il ceto medio? Non è passato molto: appena una settimana. Era domenica 23 dicembre. Questa era la prima pagina di Repubblica, questa quella della Stampa, questa quella del Messaggero, questa - infine - quella del Sole-24 Ore, dove campeggiava l'intervista al viceministro Vincenzo Visco, che indicava la riduzione dell'Irpef tra gli obiettivi del prossimo anno.

Non che ci volesse un genio per capire al volo che si trattava di pura fuffa: chi mastica appena un minimo la materia sa che simili cose, come già scritto, si fanno "dentro" la Finanziaria, non "dopo" la Finanziaria. Oggi, domenica 30 dicembre, arriva la conferma più autorevole: quella del ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa. Il quale (pagina 3 di Repubblica) dice: «Ora non possiamo impegnarci in una manovra che abbatte in modo strutturale la tassazione sui salari fino ai 40 mila euro l'anno. (...) Non è possibile varare una legge finanziaria a dicembre, e poi fare subito dopo una nota di variazione di bilancio» (ma guarda un po').

Ma il peggio non è questo, che, appunto, era già largamente prevedibile. Il peggio è che, stando al governo Prodi, non ci sarà riduzione delle aliquote Irpef almeno fino al 2010. E' sempre Padoa Schioppa che parla, citato da Repubblica (e tutte queste sue frasi, ovviamente, non sono state smentite): «Con le risorse attuali, il massimo che possiamo fare è una misura una tantum a sostegno dei salari. Qualunque altro intervento sull'Irpef, dalla revisione delle aliquote in giù, potremo permettercelo solo quando raggiungeremo il pareggio di bilancio, cioè non prima del 2010».

Così, nel giro di una settimana, siamo passati da un taglio delle aliquote Irpef imminente a una riduzione che, bene che vada, si farà solo nel 2010. Il ceto medio, sino ad allora, si attacca. E' in simili casi che viene in mente il loro vecchio slogan: «La serietà al governo». Auguri a tutti.

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sabato, dicembre 29, 2007

Ecologismo, ultima frontiera: più emissioni corporee, meno emissioni di Co2

di Fausto Carioti

È la smania progressista del momento: regredire all’età delle caverne (abitudini igieniche incluse) per limitare le emissioni di anidride carbonica. Con una differenza. I nostri antenati figli ne facevano a frotte, mentre gli ecologisti guardano i cuccioli dell’uomo con ostentato fastidio: piccoli inquinatori prepotenti, come vi permettete di compromettere l’equilibrio di Gaia, nostra madre Terra? Quanto a paganesimo, Al Gore e i suoi emuli potrebbero dare ripetizioni agli ominidi con la clava. Attenzione: non è più una semplice questione ecologica. Ormai è diventata una battaglia morale, combattuta con il furore degli invasati: o fai il possibile per azzerare i consumi e i trasporti, o sei una minaccia per il pianeta, e il minimo che ti meriti è il pubblico disprezzo. Così ieri i lettori di Repubblica hanno potuto leggere il racconto di un giornalista ecologista, Paolo Rumiz, che ha provato a vivere una settimana seguendo le nuove leggi morali: «Calcolando l’equivalente in anidride carbonica di ogni minimo atto. Ho misurato i chilometri in treno, il cibo consumato, i tempi di cottura, gli sciacquoni». Ad illustrargli la via, l’immancabile «vademecum di consumo etico» e un gruppo di consulenti di Legambiente ansiosi di calcolare l’«effetto Co2» delle sue giornate. Ovviamente non sono consulenti qualunque, ma «consulenti etici». Prendiamone atto: un tempo chi aveva problemi di coscienza chiedeva consigli al prete, oggi va dai ragazzotti di Legambiente.

Il finale è scontato sin dall’inizio: la cavia esce dall’esperimento entusiasta, una persona diventata nuova grazie alla rivelazione che si è molto più felici anche senza frigorifero e lesinando sullo sciacquone. Più interessante è capire il percorso umano che porta a questa conclusione. Innanzitutto cambia il rapporto con il corpo e l’igiene. Il water viene usato con parsimonia. Le docce sono «brevi» e «non quotidiane». A rendere il quadro più inquietante ci sono le lunghe pedalate, con relative sudate e conseguenti afrori, cui deve sottoporsi l’adepto del fondamentalismo ecologista: l’uso di ogni motore a scoppio, ovviamente, è vietato.

Pochissimo sapone, acqua col contagocce: sta diventando una tendenza. Nel libro di Paul Waddington “Shades of Green” (“Gradazioni di verde”), nuovo corano del credo ambientalista, si spiega che farsi il bagno è uno spreco di una risorsa importantissima. Se per millenni abbiamo fatto a meno delle abluzioni quotidiane, e ancora oggi milioni di persone non si lavano, un motivo ci sarà. Chi ha un fiume sotto casa, ne approfitti. Gli altri si arrangino. Del resto il compagno Ken Livingstone, sindaco di Londra, ha invitato i suoi concittadini a non tirare lo sciacquone dopo aver fatto pipì. Il fatto che dalle sue parti si ignori l’esistenza del bidet gli ha risparmiato l’altra metà della predica. Stesso comportamento promosso da Fulco Pratesi, fondatore del Wwf Italia. Il quale ha anche ammesso di farsi il bagnetto una volta a settimana: «Nella vasca piccola e con poca acqua, senza schiuma», ha tenuto a precisare.

Peccato che a tanto amore per la natura non sembri corrispondere analogo trasporto per i propri simili. Quando il giornalista di Repubblica che ha dichiarato guerra all’anidride carbonica si trova in treno, seduto accanto a una normale famigliola, si capisce che considera il genere umano qualcosa di molto simile a un cancro che sta divorando il pianeta. I due bambini sono paragonati a dei «mostri». Il maschietto che mangia e la mamma che lo sfama hanno la grave colpa di non comprendere le implicazioni che il loro gesto ha sull’intero ecosistema. La carognetta si permette persino di ignorare la complessità delle relazioni interpersonali. «Ripete: mio mio mio. Poi, guardando il vuoto, io io io. Conosce solo l’ausiliare “voglio”. Ignora il “posso” e il “devo”», annota con orrore il cronista, a quanto pare ignaro di trovarsi davanti a una normale fase dello sviluppo infantile. Commenta indignato: «È chiaro, sono i bambini il primo anello della catena dello spreco. Ai bambini non si nega nulla. Il livello mondiale di Co2 dipende anche da loro». Per la gioia dell’inviato di Repubblica, è un problema che si porrà ancora per poco: il tasso di fertilità delle donne di questo Paese è ben al di sotto del minimo necessario per mantenere stabile la popolazione, e nel giro di qualche generazione vedere bambini che mangiano e altre volgarità del genere sarà uno spettacolo rarissimo.

Ma è tutta l’attività dell’uomo a dargli sui nervi. La gente che riempie il carrello ai supermercati, i ragazzi che si parlano con telefonini «sintonizzati sul nulla» (chissà come fa a saperlo, forse ha origliato), quelli che invece di preoccuparsi per lo scioglimento della calotta polare ridono davanti al computer, i presidi che nelle scuole «non smantellano quegli osceni distributori di merendine», i ministri della Pubblica istruzione che non impongono agli alunni l’insegnamento del “consumo etico”, magari mettendo 3 in pagella a chi tira la catena nel bagno della scuola. Ovunque volge lo sguardo, vede spettacoli da incubo. Si incavola, sente crescere «la rabbia e la voglia di cambiare». Scrive: «Sento che in me sta avvenendo una trasformazione irreversibile». Forse si riferisce alle sue ascelle: meglio non indagare.

È il caso di riportare le cose alle loro dimensioni reali. L’ecogiornalista di Repubblica definisce l’anidride carbonica (Co2) «il gas che la civiltà dello spreco spara nell’atmosfera surriscaldando la Terra e chiudendoci tutti in una cappa mortale». Chi legge robe simili si convince che la Co2 l’ha inventata l’uomo, e magari chi l’ha scritto lo pensa davvero. La verità è che nell’atmosfera ci sono 3000 miliardi di tonnellate di Co2, senza le quali non esisterebbe la vita su questo pianeta, e ogni anno l’uomo ne immette 20 miliardi, lo 0,6% del totale. Questa quantità è pari appena al 3% delle emissioni annuali di anidride carbonica: il restante 97% è prodotto dal pianeta, ad esempio tramite gli oceani e i vulcani. Oltre metà della Co2 generata dall’uomo ha buone probabilità di finire assorbita dagli oceani. I dati smentiscono che questo gas sia il vero responsabile dell’aumento della temperatura del pianeta: questa iniziò ad innalzarsi nel 1700, quando la popolazione mondiale era meno di un miliardo e le industrie ancora non esistevano. La temperatura globale smise poi di crescere per oltre tre decenni a partire dal 1940, cioè negli anni in cui più aumentarono le emissioni di Co2. Insomma, tanto sudore (e tanto odore) per nulla.

Post scriptum. L’articolo di Repubblica può essere letto anche online, sul sito web del quotidiano. Secondo i precetti di Waddington è una scelta dannosa: per fornire energia ai server dei siti web ogni giorno si immettono nell’atmosfera 234,7 grammi di anidride carbonica. Molto meglio la vecchia carta da giornale, spiega il breviario dei talebani dell’ecologia. Anche perché, a lettura ultimata, può essere usata per altri scopi. Meno nobili, forse, ma molto più «etici».

© Libero. Pubblicato il 29 dicembre 2007.

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venerdì, dicembre 28, 2007

Le cifre di Prodi (e quelle vere)

di Fausto Carioti

Una cosa giusta Romano Prodi ieri l'ha biascicata. Quando ha ricordato a Lamberto Dini che i governi si mandano a casa con le votazioni di sfiducia, e non con le interviste sui giornali, gli ha rammentato una verità lapalissiana. A 76 anni suonati il senatore ha ormai l'età per decidere cosa fare da grande: se davvero vuole che Prodi vada a casa, proponga una bella mozione di sfiducia, oppure voti quella che il centrodestra farebbe bene a presentare non appena ricominceranno i lavori parlamentari. L’annuncio, fatto ieri alla Stampa, di voler votare la fiducia a Tommaso Padoa Schioppa il 22 gennaio, «perché a dover essere sfiduciato è Prodi, non il ministro dell’Economia», fa capire che Dini ha intenzione di continuare con i suoi bizantinismi e mantenere il piede in due scarpe. Per una volta, farebbe bene invece a seguire il consiglio di Prodi: se deve staccare la spina al governo si decida a farlo, altrimenti smetta di minacciare gesti che poi non compie. Per il resto, la conferenza stampa di fine anno fatta ieri da Prodi è stata la sintesi perfetta dei dodici mesi di governo che si stanno per chiudere: da Prozac. Nemmeno il racconto mitologico in cui si è esibito il presidente del consiglio, quando ci ha mostrato quell’Italia felice e vincente che purtroppo esiste solo nel boschetto della sua fantasia, è riuscito a renderla meno deprimente.

Consapevole di essere vulnerabile, Prodi ieri ha pensato bene di chiudere la conferenza stampa in modo da evitare le domande di tanti giornalisti (incluso quello di Libero) ai quali era stato invece promesso che avrebbero potuto chiedergli conto del suo operato. Così facendo, il premier ha mostrato anche scarso rispetto per la libertà di stampa. La scaletta dei cronisti che sarebbero intervenuti era nota dal giorno prima, ma l’ultima domanda che ha accettato, guarda caso, è stata quella del fido Tg1.

Come è abituato a fare quando si sente messo all’angolo, Prodi ha cercato rifugio dietro ai numeri dell’economia. Ma, tra mezze verità e omissioni plateali, li ha manipolati in modo da costruirci un Paese che non c’è. Ha detto che grazie a lui l’Italia «si è rimessa a camminare», perché «la crescita si attesta da due anni attorno al 2%». Non è proprio così. Quest’anno - lo dicono le stime dell’Ocse, dell’Isae e dell’ufficio studi di Confindustria - l’economia italiana crescerà dell’1,8%. Tanto per cambiare (ma questo Prodi non l’ha detto) siamo in fondo alla classifica continentale: nell’area dell’euro, in media, nel 2007 la crescita è stata del 2,6%. Nel 2008 andrà peggio: la Commissione europea ha previsto che l’economia del nostro Paese, come quella dell’intera eurozona, rallenterà. Il prossimo anno cresceremo appena dell’1,3-1,4%. Quella italiana, come ha ricordato il commissario all’Economia, Jaquin Almunia, sarà però la crescita «più bassa della zona euro», dove la ricchezza prodotta aumenterà invece del 2,2%. In parole povere, siamo sempre i più lenti di tutti, continuiamo a viaggiare a 60 chilometri all’ora quando i nostri vicini di casa, in media, ne fanno 100, e qualcuno arriva a 130. Prodi non ha alcun motivo per vantarsi dell’andamento dell’economia italiana.

Il segnale concreto della «fine dell’emergenza», secondo lui, sarebbe il contenimento del deficit pubblico, cioè della differenza tra entrate e uscite durante il 2007, entro il 2% del prodotto interno lordo. In realtà, tutti gli osservatori dicono l’esatto contrario: nell’anno in corso il rapporto tra deficit e Pil dovrebbe attestarsi attorno al 2,2-2,3%, a causa dell’aumento della spesa pubblica voluto da Prodi e dal suo governo. A meno che il ministro Tommaso Padoa-Schioppa non abbia in mente l’ennesimo espediente contabile, non si capisce da dove Prodi abbia tirato fuori la sua previsione.

Comunque sia, anche in questo caso il premier pecca di omissione grave. Non dice, intanto, che se nell’anno in corso il deficit non è esploso è stato solo grazie alla comparsa miracolosa dei “tesoretti”, cioè a entrate fiscali superiori alle aspettative, e all’aumento delle tasse. Nel 2006 la pressione fiscale era pari al 42,3% della ricchezza prodotta dagli italiani; nel 2007 è arrivata al 43%. La differenza (0,7 punti di Pil) è pari a una spremuta da 10 miliardi di euro per i contribuenti. Prodi omette anche di dire che se avesse usato questo maggior gettito solo per mettere in sesto i conti, invece che spenderne una parte importante per venire incontro alle richieste dei suoi alleati (indimenticabile Alfonso Pecoraro Scanio quando chiese di usare il “tesoretto” per combattere l’effetto serra), oggi la contabilità di Stato sarebbe assai meno traballante. Altro che anno del raddrizzamento della finanza pubblica: il 2007 è stato un’enorme occasione persa.

È verissimo, invece, che oggi il tasso di disoccupazione italiano è il più basso «da 25 anni, nettamente sotto la media europea». Ma anche questa non è una medaglia che Prodi può mettersi al petto. Piaccia o meno, la riduzione della disoccupazione è dovuta al pacchetto Treu, varato dal centrosinistra due legislature fa, ma del quale adesso il centrosinistra si vergogna, e alla legge Biagi, introdotta dal governo Berlusconi, della quale Prodi disse che «ha distrutto un’intera generazione». Insomma, o Prodi si prende i meriti della legge Biagi e dei contratti “flessibili” che essa ha introdotto, ma allora la difende davanti ai suoi alleati trinariciuti. Oppure continua a criminalizzarla, ma in questo caso dovrebbe avere il buon gusto di non andare in giro a vantarsi dei risultati che essa ha prodotto.

© Libero. Pubblicato il 28 dicembre 2007.

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giovedì, dicembre 27, 2007

Conferma ufficiale: il taglio dell'Irpef era una barzelletta

di Fausto Carioti

Niente di serio. Il governo non ha intenzione di ridurre davvero le tasse ai lavoratori dipendenti. Eppure prima di Natale, da Palazzo Chigi e da via Venti settembre, sede del ministero dell’Economia, avevano passato ad alcuni quotidiani la notizia che l’esecutivo era pronto a tagliare le aliquote Irpef. Vale la pena di rivedere alcune prime pagine del 23 dicembre, tanto per capire. Repubblica annunciava la buona novella nel titolone: «A gennaio sgravi sui salari fino a 40mila euro l’anno». Stessa euforia anche sul Messaggero: «Prodi, meno tasse sui redditi medi». La Stampa, un po’ più cauta, piazzava l’annuncio a metà della prima pagina: «Il piano di Prodi per ripartire». Intanto l’incubo dei contribuenti, Vincenzo Visco, si materializzava sul Sole-24 Ore in un’ardita operazione-simpatia, promettendo una rapida riduzione dell’Irpef.

Tutto molto bello. Troppo, per essere vero. E infatti. Passato il Natale, la verità è venuta subito a galla. Dietro l’annuncio del governo non c’era niente. Il taglio del carico fiscale sulle famiglie era solo un pour parler, un generico auspicio motivato dall’euforia natalizia, dalle prime bollicine di spumante e dalla disperata necessità di recuperare consensi tra gli elettori e tra i senatori, dove c’è chi, come Lamberto Dini, ha capito che il governo ha perso per sempre il contatto con il ceto medio.

Il bluff non era difficile da smascherare. Avessero voluto tagliare sul serio le tasse, Prodi e Visco avrebbero inserito la riduzione dell’Irpef nella Finanziaria. Ma se ne erano guardati bene, preferendo annunciarla solo dopo che la manovra era stata approvata in via definitiva. Già questo la diceva lunga sulla serietà dell’operazione. Ieri questa verità, ovvia eppure dolorosa, è stata ammessa da Alfiero Grandi, sottosegretario all’Economia. Prima di capire se si potranno ridurre davvero le imposte, ha detto Grandi, bisogna aspettare almeno tre mesi: quando, a marzo, arriverà la relazione trimestrale sui conti pubblici, se ci sarà un nuovo “tesoretto”, cioè se ci saranno entrate superiori alle attese, il governo farà quello che potrà per ridurre le aliquote Irpef. Un modo delicato per dire che, ora come ora, i soldi necessari a tagliare le tasse sui lavoratori dipendenti non solo non ci stanno, ma nemmeno sono previsti. «Se ci fossero già state le risorse», ha spiegato Grandi, «sarebbe già stato fatto un intervento con la Finanziaria». Altro che riduzione delle imposte a partire da gennaio. Applausi alla sincerità, anche se tardiva.

C’erano cascati persino nel sindacato. Il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, ieri non ha gradito il brusco ritorno alla realtà: «Un altro effetto-annuncio, cioè una riduzione di tasse che non si farà oppure sarà irrisoria o sarà una presa in giro. Che si farà più avanti perché avremo scoperto un altro tesoretto ce la possono risparmiare». Nemmeno il commento ufficioso filtrato ieri dal Fondo monetario internazionale sulla Finanziaria di Prodi autorizza all’ottimismo: il governo, fanno sapere gli analisti di Washington, ha avuto «poco coraggio» nel tagliare la spesa pubblica, e non si capisce dove dovrebbe trovare i soldi per ridurre il carico fiscale sui salari. Per la cronaca, si tratta della seconda beffa che il governo fa ai lavoratori dipendenti. Il taglio dell’Irpef che doveva partire a gennaio, ma per il quale non ci sono i soldi per farlo nemmeno a marzo, arriva dopo la riduzione del cuneo fiscale. Prodi giura di averla fatta: peccato non se ne sia accorto nessuno.

Se poi, come dicono nell’Unione, il vero scopo della sortita sulle tasse era evitare la fuga dalla maggioranza di Dini e dei suoi senatori, allettandoli con impegni in favore del ceto medio e levando loro ogni possibile alibi per abbandonare Prodi, l’obiettivo è stato clamorosamente mancato. Prima che Grandi ammettesse il trucco del governo, infatti, Dini aveva già bocciato senza appello gli annunci sulle tasse: «Mi pare che siano mosse disperate». Se non è un requiem, poco ci manca.

© Libero. Pubblicato il 27 dicembre 2007.

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domenica, dicembre 23, 2007

Fuffa di Natale (vedi alla voce: riduzione dell'Irpef)

Ci sono due modi per ridurre le aliquote Irpef. Uno è il modo usato da quelli che le vogliono tagliare sul serio. Si presenta il progetto in consiglio dei ministri a settembre, lo si discute tra ministri e magari pure in parlamento e persino con le parti sociali, lo si introduce nella Finanziaria (prevedendo adeguata copertura economica per l'intervento) e con essa lo si fa approvare. Così, dal primo gennaio, la riforma della tassazione sui redditi delle famiglie è operativa.

L'altro modo è il modo cialtrone, quello di chi non ha la forza e/o la volontà politica di ridurre le aliquote, ma ha la necessità disperata di far credere agli elettori che il governo sta lavorando per loro. E' un metodo molto meno impegnativo. Con accorta scelta dei tempi si annuncia la riduzione delle aliquote Irpef quando i giochi veri sono terminati, cioè quando la Finanziaria è stata già approvata definitivamente. E quindi non è possibile trovare i soldi per finanziare un intervento serio. Di certo, non a partire dal nuovo anno. Tutt'al più, può saltare fuori qualche spicciolo tra le pieghe del bilancio. Se per una riforma dell'Irpef degna di questo nome occorre stanziare tra i 12 e i 16miliardi di euro, in questo modo, al massimo, il governo riesce a rimediarne 4mila. Per il primo anno, s'intende. Per quelli successivi, si vedrà: tra dodici mesi beato chi è vivo.

Ovviamente, il governo Prodi ha scelto la seconda strada.

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venerdì, dicembre 21, 2007

Il sei per cento di tre milioni

Quanto fa il sei per cento di tre milioni? Centottantamila, a occhio e croce. Ecco, in Germania oggi ci sono 180mila immigrati islamici con tendenze violente. E' il risultato del sondaggio, svolto dal ministero degli Interni tedesco, sulla radicalizzazione dei musulmani che vivono in Germania. Le stime precedenti calcolavano in "appena" 32mila gli islamici residenti sul suolo tedesco che rappresentano potenziali minacce alla sicurezza.

Secondo il sondaggio, circa il quaranta per cento degli islamici di Germania (1,2 milioni di persone) ha un "orientamento fondamentalista". La minaccia reale, però, viene da una minoranza "ridotta": quel sei per cento, appunto, che risulta avere "tendenze violente", e quel 14 per cento (420mila individui) che, rispondendo al questionario, non ha fatto mistero di avere tendenze "anti-democratiche". Gli islamici che vivono in Germania e condividono una critica religiosa e morale di quell'occidente che li ha accolti sono il 12% (360mila): costoro sono favorevoli alle punizioni corporali e alla pena di morte.

Si può sperare nelle nuove generazioni? No. Come avviene in altre comunità islamiche trapiantate in Europa, anche in quella tedesca le credenze religiose stanno diventando sempre più importanti per i giovani. E' tutto raccontato qui, nell'articolo di Der Spiegel.

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mercoledì, dicembre 19, 2007

Ogm, la rivista "Nature" fa a pezzi l'Italia

Per chi non la conoscesse, Nature è una delle più importanti riviste scientifiche del mondo. Nel suo ultimo numero ha dedicato un editoriale alla politica del governo italiano sugli Ogm. L'esecutivo ne esce a pezzi. La vicenda, peraltro, in Italia è già nota da tempo, almeno tra gli addetti ai lavori. Copio e incollo parte della traduzione dell'editoriale di Nature fatta da Dario Bressanini sul suo blog:
Erano disponibili nuovi dati [sugli Ogm] a metà novembre ma, stranamente, sono stati largamente ignorati. (...) La ragione per cui i nuovi dati italiani - dall’unico test in campo di mais Bt in Italia dal 2000 - sono stati ignorati è semplice: mettono gli Ogm in buona luce.

Il test è stato effettuato nel 2005 come parte di quello che si supponeva dovesse essere una panoramica sugli Ogm in Italia. L’Inran (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) ha organizzato e finanziato una serie di attività attorno al cibo Ogm e questioni correlate. Oltre a questo test, ha finanziato attività divulgative e sondaggi di opinione. I risultati dovevano essere presentati al pubblico nel 2006, ma i dati completi del test in campo non furono mai mostrati. Quando fu chiaro che né l’Inran né il Ministro dell’Agricoltura avevano intenzione di pubblicare i dati, un piccolo gruppo di ricercatori ha tenuto una conferenza stampa il 13 novembre.

I risultati del test erano spettacolari. Coinvolgevano quattro campi di 3600 metri quadri, un paio per due varietà di mais Bt Ogm (MON810) e altri due per le corrispettive controparti isogeniche non Ogm [cioè con lo stesso genoma tranne il gene inserito che li rende resistenti alla Piralide]. Il test è stato progettato e condotto non da una cattiva multinazionale, ma da un rispettabile agronomo dell’Università di Milano, Tommaso Maggiore. Egli ha mostrato come nelle condizioni di campo il mais Bt può aiutare a mantenere rese che sono del 28-43% più alte che le controparti non transgeniche. I risultati sono quasi sicuramente atipici perché le condizioni, climatiche e altro, durante il 2005 sono state particolarmente felici per la piralide e particolarmente cattive per i coltivatori italiani di mais. In un anno più tipico, la perdita di resa dovuta all’insetto avrebbe potuto essere solo del 10-15% del raccolto.

A parte i benefici della produttività, il MON810 ha anche surclassato il mais convenzionale in termini di livelli di fumonisine, tossine che sono prodotte da funghi capaci di infettare la pianta attraverso le lesioni causare dalla piralide. Il MON810 contiene 60 parti per miliardo o meno di fumonisine, mentre la varietà non OGM ne contiene 6000, un livello non adatto per il consumo umano per la legge Italiana e Europea. Se fosse stato il mais transgenico MON810 a contenere alti livelli di tossine, l’interesse dei politici, dei media e del pubblico nei dati sarebbe stato probabilmente intenso. Ma la risposta a questi dati sconvenienti è stata poco ricettiva, nel migliore dei casi.
Per saperne di più, qui il post di Bressanini.

Qui l'intero articolo di Nature.

Qui l'articolo di Anna Meldolesi sul Riformista: Invece che alla scienza, danno i soldi a Capanna, a proposito di una vicenda già nota ai lettori di questo blog.

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Trentotto anni dopo

Chiedo scusa per la digressione. Ma, per come la vedo io, poche cose riescono a dare meglio l'idea della fine delle illusioni, dell'addio all'età dell'innocenza, di come si cambia, di cosa è davvero la vita, insomma di tutta questa roba e di molto altro ancora, che ci si potrebbero riempire migliaia di libri, della differenza che passa tra questo e questo.

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martedì, dicembre 18, 2007

Quando la sinistra non sta con i gay

Non è vero che la sinistra sta sempre con gli omosessuali. Dipende. Di sicuro, sta con loro se si tratta di attaccare il Vaticano, che rifiuta (e non potrebbe essere altrimenti, dal punto di vista di Santa Romana Chiesa) di dare il via libera alle unioni tra individui dello stesso sesso. Chiude ambedue gli occhi, però, quando dall'altra parte ci sono i tagliagole islamici. I quali gli omosessuali li pestano e li uccidono. Anche in Europa. Se si fa il conto degli allarmi lanciati dalla sinistra contro il Vaticano e contro le bande di immigrati musulmani (moltissimi imam inclusi) che vogliono portare in Europa l'omofobia e la misoginia che fanno legge dalle loro parti, il confronto manco si pone: finisce mille a zero.

Eccole qui, le cose che la sinistra (imitata spessissimo dalla destra) finge di non vedere. A Roma nei giorni scorsi si è svolto un convegno sulla dissidenza nel mondo islamico. Lo ha organizzato una serie di fondazioni liberali e conservatrici, come Magna Carta e Fare Futuro. Tra gli ospiti c'era Bruce Bawer (e il merito di averlo segnalato agli amici di Magna Carta me lo prendo tutto io). Questo è il suo racconto, apparso sul suo blog, che spiega quello che sta accadendo meglio di mille inchieste giornalistiche: «Tornato in albergo, ho telefonato al mio partner a Oslo. Solo per apprendere che poco prima era stato affrontato alla fermata del bus vicino casa nostra da due "giovani" musulmani. "Sei gay?", gli ha chiesto uno di loro. Quando lui ha confermato di esserlo, il "giovane" ha tirato fuori un taglierino dalla tasca. In quel momento è arrivato il bus e il mio partner ci è salito sopra. Ma non prima che il "giovane" riuscisse a dargli un potente calcio nelle gambe. Gli accondiscendenti e indifferenti politici europei hanno una lunga serie di domande alle quali rispondere. E siamo solo all'inizio».

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sabato, dicembre 15, 2007

La denuncia di Defez: per Capanna ci sono i soldi, per i ricercatori no

Dopo l'articolo del sottoscritto, interviene su Libero lo scienziato del Cnr di Napoli Roberto Defez, genetista, coordinatore del Sagri: «Siamo il fanalino di coda per l'investimento in ricerca tra i Paesi più sviluppati, non possiamo pagare gli stipendi ai giovani ricercatori, li facciamo scappare gambe levate all'estero, ma poi troviamo il modo di finanziare fondazioni come quella presieduta da Capanna». Appunto.

Il resto del suo articolo è qui.

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giovedì, dicembre 13, 2007

Ecco come il governo finanzia la campagna anti-Ogm

di Fausto Carioti

Regalo di Natale per Mario Capanna e gli altri nemici delle biotecnologie, impegnati fino a pochi giorni fa a raccogliere firme (loro lo chiamano “referendum”, pure se non c’entra nulla) con l’intento di far perdere all’Italia anche l’ultimo treno della ricerca scientifica. Il regalo lo fanno il governo e il centrosinistra, tramite la Finanziaria. Cioè: lo fanno i contribuenti. Per l’anno 2008, la spesa sarà di 2 milioni di euro. Destinati a un fondo apposito, creato dal ministero delle Politiche agricole, per la «promozione di azioni positive in favore di filiere produttive agricole esenti da contaminazioni da organismi geneticamente modificati». Insomma, sono soldi per finanziare la battaglia contro gli Ogm. A questo fondo, si legge nell’ultima versione della Finanziaria, potranno attingere anche «fondazioni e associazioni indipendenti», come quelle impegnate con Capanna nell’ennesima battaglia di retroguardia. Il coordinamento degli scienziati favorevoli agli Ogm è insorto e ha chiesto al governo di cancellare la norma. Ma è scontato che nessuno li ascolterà.

Il ministro delle Politiche Agricole, Paolo De Castro, ha mantenuto così la promessa che aveva fatto nelle scorse settimane alla coalizione “Liberi da Ogm”, che comprende, oltre alla sedicente Fondazione dei diritti genetici dell’ex leader sessantottino, anche Greenpeace, Legacoop, Legambiente, Wwf e diverse organizzazioni di consumatori. Dal 15 settembre al 15 novembre tutti costoro avevano inscenato nelle piazze una consultazione popolare per dimostrare che gli italiani sono contrari agli Ogm. La domanda sulla scheda conteneva già la risposta: «Vuoi che l’agroalimentare, il cibo e la sua genuinità siano il cuore dello sviluppo, fatto di persone e territori, salute e qualità, sostenibile e innovativo, fondato sulla biodiversità, libero da Ogm?». Quesito reso ancora più inutile alla luce di chi aveva organizzato la messinscena e di coloro che erano chiamati a votare. Tutto, infatti, è andato proprio come previsto: sono stati raggiunti i tre milioni di “voti” auspicati e quasi tutti, manco a dirlo, erano favorevoli a bloccare la diffusione degli Ogm.

Ovviamente, una simile iniziativa non può avere alcun valore legale. Fatto sta che De Castro ha apprezzato, schierando ufficialmente il suo ministero accanto alla coalizione di Capanna «sia con sostegno diretto al programma dell’associazione, sia accompagnando progetti di comunicazione». Capanna, che non è tipo da accontentarsi delle parole, gli ha risposto di non aver ricevuto un euro. Dal ministero gli hanno detto di stare tranquillo: i soldi arriveranno, con la Finanziaria.

In realtà, dopo gli strombazzamenti iniziali, lo stanziamento al fronte anti-Ogm è stato concesso con metodi da carbonari. Venerdì 7 dicembre, in serata, la commissione Bilancio della Camera ha riscritto parte della manovra. È nato così, grazie a un emendamento presentato dal relatore, il deputato del partito democratico Michele Ventura, l’articolo 56-bis (poi ribattezzato 56-quater), che istituisce, a partire dal 2008, il fondo “anti-Ogm” e lo finanzia con 2 milioni di euro. Tutto questo, si legge nella nuova versione della Finanziaria, «in coerenza con le richieste dei consumatori», il cui parere non risulta però che sia stato chiesto: né sugli Ogm né sui soldi che il governo vuole dare a Capanna.

Nella stessa circostanza, la commissione Bilancio ha stanziato 3 milioni per un altro fondo, destinato alla «promozione della ricerca e della formazione avanzata nel campo delle biotecnologie», che farà capo al ministero della Ricerca, guidato da Fabio Mussi. Ma nemmeno questa iniziativa trova l’appoggio degli scienziati che difendono le biotecnologie, i quali ritengono «preoccupante» la formulazione della norma che lo ha creato. Il fondo in questione, infatti, è vincolato ad operare «nell’ambito del principio di precauzione», cioè senza poter fare alcuna sperimentazione degna di questo nome, e rischia di diventare anch’esso una fonte di finanziamento per le organizzazioni nemiche degli Ogm, o comunque di essere usato per dare mance a fondazioni e istituti “amici” del governo, al di là di ogni requisito di merito.

Il Sagri, il coordinamento di scienziati e associazioni favorevoli agli Ogm, attacca a testa bassa: «Non si capisce come mai l’esecutivo dovrebbe destinare 5 milioni di euro nel 2008 a iniziative ambigue e scientificamente discutibili sulle biotecnologie». In particolare, avvertono dal Sagri, è chiaro che a beneficiare del primo fondo saranno «le associazioni contrarie alla ricerca e all’innovazione. Forse le stesse che durante la campagna Liberi da Ogm hanno offeso esponenti di spicco della comunità scientifica italiana, costringendo l’Accademia dei Lincei e l’Accademia delle Scienze a invocare più rispetto per la scienza». Proprio Capanna infatti, nei giorni scorsi, ha spiegato che esistono scienziati seri e «scienziati-squillo», e che l’oncologo Umberto Veronesi, colpevole di essere a favore degli Ogm, fa parte della seconda categoria. E anche questo piccolo episodio aiuta a capire meglio che fine faranno i nostri soldi.

© Libero. Pubblicato il 13 dicembre 2007.

Sullo stesso argomento, da questo blog:
La papaya Ogm e gli attivisti anti-Ogm
Gli Ogm e quell'inconfessabile complesso d'inferiorità nei confronti della sinistra
I professionisti dell'anti-Ogm

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mercoledì, dicembre 12, 2007

Legge elettorale, partenza sbagliata

di Fausto Carioti

La sfida che attende Silvio Berlusconi e Walter Veltroni è di semplice lettura. O riusciranno a introdurre una legge elettorale che consentirà al partito che vince le elezioni di governare senza essere appeso ai veti degli alleati. E questo sarà possibile solo grazie a una qualche forma di premio di maggioranza. Oppure avranno perso la partita. Con loro, il paese avrà perso un’occasione storica. E nei prossimi anni, a palazzo Chigi, assisteremo a tante repliche tristi del copione visto sino ad oggi, con i veti incrociati nella maggioranza che bloccano ogni progetto degno di questo nome, dalle riforme economiche alla posa di un semplice binario.

Davanti agli alleati si può indorare la pillola finché si vuole, ma non si possono cambiare le leggi dell’aritmetica. Per governare senza essere condizionati dagli altri, i leader dei due partiti opposti e rivali hanno bisogno di avere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Devono, cioè, essere sovra-rappresentati rispetto al loro reale peso elettorale, che oggi si aggira tra il 30 e il 35 per cento. Perché ciò avvenga, è necessario che le altre sigle politiche abbiano, al contrario, una percentuale di parlamentari inferiore a quella dei loro voti.

Non è un insulto alla democrazia, come i partiti piccoli e medi vogliono far credere. Al contrario: è proprio quello che accade nelle grandi democrazie. In Inghilterra e in Francia, Tony Blair e Nicolas Sarkozy, alla guida di partiti che valgono all’incirca il 35% dei voti, hanno avuto in parlamento un’ampia maggioranza assoluta. In Spagna il meccanismo elettorale, di fatto, taglia fuori dalla rappresentanza i partiti che non raggiungono il 15% dei voti, e consente a partiti che si avvicinano al 40% dei consensi di avere la maggioranza assoluta dei parlamentari.

Paragonata a questi modelli, la proposta di riforma delle legge elettorale scritta da Enzo Bianco, presentata ieri, è una delusione. Perché ripropone tutti i difetti delle leggi elettorali viste all’opera sinora in Italia, con i pessimi risultati che tocchiamo con mano da anni. Nonostante gli strepiti che ha sollevato, il testo di Bianco, sul quale convergono i consensi di Veltroni e di Berlusconi, prevede un proporzionale senza alcun premio di maggioranza, limitandosi ad avvantaggiare i grandi partiti introducendo collegi elettorali sul modello di quelli spagnoli. Questi, in teoria, sotto-rappresentano i partiti minori a vantaggio dei più grandi. Ma questo “premio di maggioranza implicito” scatta solo se le circoscrizioni sono numerose e molto piccole. Per garantire risultati simili a quelli visti in Spagna, infatti, il modello di Bianco dovrebbe prevedere almeno 48 circoscrizioni. Ne contempla, invece, solo 32.

Anche se è una semplice base di discussione, insomma, la proposta di Bianco è una partenza col piede sbagliato, perché non sotto-rappresenta i piccoli partiti né avvantaggia i grandi. Almeno non quanto avvenga nelle democrazie più serie, i cui sistemi elettorali hanno mostrato di garantire una governabilità e una stabilità che Berlusconi e Veltroni si sognano. Ma se vorranno davvero avere la stessa forza politica e la stessa capacità di cambiare il paese mostrata da Blair in Inghilterra e da Sarkozy in Francia, il leader del popolo delle libertà e quello del partito democratico dovranno contare su una forza parlamentare paragonabile a quella del governo inglese e di quello francese.

© Libero. Pubblicato il 12 dicembre 2007.

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martedì, dicembre 11, 2007

Le colpe dei camionisti

di Fausto Carioti

Certo, ci sono ragioni ideologiche dietro all’arroganza con cui il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, sino ad oggi ha risposto “me ne frego” alle richieste degli autotrasportatori. Queste ragioni sono tutte racchiuse in quella parola che in bocca alla sinistra marxista, da cui Bianchi proviene, suona come la peggiore delle offese: “padroncini”. Il governo Prodi è abituato a mettersi prono davanti a ogni categoria di lavoratori che scende in piazza. Stavolta però quelli che scioperano, per Bianchi e compagni, non sono lavoratori, ma piccoli imprenditori, cioè nemici della classe operaia. Detto questo, resta da capire se i torti stanno davvero tutti dalle parti di Palazzo Chigi. La risposta, purtroppo, è “no”. Una parte del marcio si annida tra chi sta manifestando in queste ore. Almeno una colpa - enorme - gli autotrasportatori in rivolta ce l’hanno. Ed è quella di usare il peggiore dei metodi di lotta: il blocco forzato, il “picchetto”.

Si limitassero a scioperare, e a farlo nei limiti previsti dalla legge, ci si potrebbe stare. Recano un danno a noi, ma hanno il buon gusto di farlo solo a loro spese. Da decenni sopportiamo insegnanti pubblici che bloccano gli scrutini (e tanti saluti agli studenti e alle loro famiglie), ci inchiniamo deferenti dinanzi ai metalmeccanici che incrociano le braccia e fermano le catene di montaggio, facciamo finta che lo sciopero dei giornalisti per impinguare i loro stipendi sia una nobile iniziativa in difesa della libertà di stampa. Figuriamoci se non riusciremmo a farci una ragione delle proteste degli autotrasportatori ignorati da un ministro che li considera nemici di classe. Ma le manifestazioni in atto in Italia non si spiegano solo così. Molti dei tir che non arrivano a destinazione, infatti, sono bloccati con la forza dagli scioperanti. Che se la prendono anche con chi non c’entra nulla con la loro vertenza. E questo cambia molte cose.

È la stessa logica squadrista vista in azione migliaia di volte. Chi sciopera, pretende che anche tu lo faccia. Ti obbliga a comportarti come lui anche se la pensi all’opposto. Credi che la riforma dell’università abbia migliorato le cose, e ritieni dei poveri imbecilli quelli che hanno deciso di scioperare? Peggio per te, perché in aula non entri comunque. Gli imbecilli sono lì che ti aspettano, all’ingresso della facoltà: in difesa della democrazia hanno schierato il loro picchetto. Pensi che 80 euro di più in busta paga siano un compromesso accettabile, ti sei fatto un paio di conti e hai capito che a scioperare ancora ti faresti solo del male? Fa niente: in fabbrica non ci vai. Le spranghe che hanno in mano i tuoi colleghi ti invitano a solidarizzare con loro. Sei contrario allo sciopero dei trasportatori? Peggio per te, gli altri tir sono già lì, davanti al casello, che ti bloccano la strada. L’adesione allo sciopero, che secondo i sindacati di categoria ieri è stata vicina al novanta per cento, va presa dunque per quello che è: il risultato dell’adesione volontaria di alcuni e della violenza subita da altri.

La protesta dei camionisti è ancora più insopportabile quando vuole colpire chi non ha nulla a che vedere con la categoria. I blocchi nelle autostrade e i camion che circolano a velocità da lumaca per rallentare il traffico impediscono di viaggiare a milioni di automobilisti. Caricare su di loro i costi della protesta dei tir è una scelta sbagliata, e per fortuna alcune associazioni di autotrasportatori sembrano averlo capito. Il diritto di sciopero non c’entra: quello si può difendere fin quando si limita all’astensione dal lavoro di chi manifesta e alle sue prevedibili conseguenze. La sua tutela finisce quando, per aumentare gli effetti della protesta, si sceglie di fare del male anche a chi non condivide lo sciopero, o si trova lì per caso.

La classe politica mostra di non aver capito molto di questa vicenda. Il centrodestra non ha compreso che è inutile ripetere ogni giorno che ci si vuole liberare dall’eredità nefasta del Sessantotto se non si ha il coraggio di dire che il diritto dei “crumiri” vale almeno quanto quello di chi sciopera. Ed è difficile essere credibili davanti agli elettori se si è disposti a non vedere certe violenze solo perché chi le mette in atto è nemico del governo Prodi. L’esecutivo, però, non ha capito che sullo sciopero dei Tir si gioca la sua sopravvivenza. Il modo deprecabile con cui tanti autotrasportatori stanno protestando non cambia il fatto che gran parte delle loro richieste siano fondate, e che i loro sindacati meritino tutta l’attenzione che sino a oggi i ministri hanno dato alle altre categorie. Lasciare gli scaffali dei supermercati vuoti nei giorni prima di Natale minaccia di far incavolare gli elettori assai più di tutte le bischerate compiute sino ad oggi da Prodi e compagni. Già ieri, in molte città, scarseggiavano il latte e altri alimenti di prima necessità. Si sono viste code davanti ai benzinai. Oggi, se non ci saranno novità, andrà peggio. Di sicuro, l’argomento preoccupa gli italiani assai più della querelle tra il modello elettorale tedesco e quello spagnolo. Prodi farà bene a inventarsi qualcosa. In fretta.

© Libero. Pubblicato l'11 dicembre 2007.

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lunedì, dicembre 10, 2007

La disgrazia è reciproca

L'amico Vittorio Macioce, sul Giornale di oggi, racconta a modo suo ciò che si muove sul lato più o meno destro della cosiddetta blogosfera italiana. Pochi giorni fa era stato il turno di Libero.

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sabato, dicembre 08, 2007

Quanto costa Rasmussen?

Quanto costa, al calciomercato di gennaio, uno come Anders Fogh Rasmussen? In alternativa: è clonabile? Insomma, cosa bisogna fare per vedere alla guida del centrodestra italiano uno così? Assai più di Nicolas Sarkozy, il premier danese ha il coraggio di essere ruvido, di fregarsene della tirannia dello status quo e di quella del politicamente corretto. Mentre in Italia il governo sta per cadere su una legge liberticida, fatta passare con la scusa dell'obbligo europeo (obbligo che non esiste), Rasmussen si batte per la causa opposta: come difendere il diritto alla libera espressione dall'ingerenza degli organismi internazionali.

Dice Rasmussen a Flemming Rose: «Nel marzo del 2007 alcuni paesi islamici hanno presentato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite una risoluzione il cui scopo è limitare la libertà di parola per proteggere la religione. Sfortunatamente questa risoluzione è stata adottata. Fortunatamente, essa non è vincolante e noi certamente non aderiremo ad essa, ma questa risoluzione dimostra come la crisi delle vignette su Maometto e altre vicende siano usate come scusa per limitare la libertà di espressione. Questa è la ragione per cui il governo della Danimarca si sta impegnando soprattutto per difendere il diritto alla libertà di parola. A livello europeo e nelle Nazioni Unite intensificheremo i nostri sforzi per proteggere i diritti umani e, tra questi, il diritto alla libera manifestazione del pensiero. Abbiamo intenzione di introdurre un nuovo riconoscimento, un premio da assegnare a chi si batte con coraggio per la libertà di espressione e abbiamo in programma di garantire asilo in Danimarca agli scrittori che sono perseguitati nei loro Paesi. In questo modo intendiamo batterci per il più prezioso dei diritti che abbiamo, quello alla libertà di parola, perché esso è minacciato, e abbiamo imparato dalla crisi delle vignette che non possiamo più darlo per garantito. Alcuni anni fa non avrei dedicato così tanto tempo e spazio alla difesa della libertà di espressione come sto facendo adesso, e lo faccio per un motivo ben preciso. La libertà di mettere in discussione ogni cosa, il diritto di sfidare il potere religioso e politico, di mettere in dubbio le verità date per stabilite e i dogmi è la condizione preliminare per la vera democrazia».

Quanto costa uno così? Quanto dobbiamo aspettare per averne uno simile anche dalle nostre parti? Basterà una vita?

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giovedì, dicembre 06, 2007

Think Different

Hai voglia a dire che la storia è lotta di classe, che la differenza la fa il gap il tecnologico tra una civiltà e l'altra e così via. La storia la fanno gli uomini, la differenza la fanno gli uomini. Pochi uomini, spesso. Ed è bellissimo leggere lo storico Victor Davis Hanson quando spiega come tre individui che hanno avuto il coraggio di rompere i vecchi schemi, tre "eretici", oggi siano in grado di cambiare il corso della storia.

Il presidente francese Nicolas Sarkozy, che, da solo, ha ristabilito l'amicizia della Francia con gli Stati Uniti e vuole lanciare l'economia francese nella sfida del libero mercato. Il generale David Petraeus, comandante dell'esercito statunitense in Iraq, il quale ha cambiato la strategia adottata sino ad allora contro i terroristi e ha insegnato a tutti i pessimisti che la sfida irachena può essere vinta. La olandese di origini somale, adesso rifugiata in America, Ayaan Hirsi Ali, grande nemica dell'Islam fondamentalista, che ovviamente l'ha condannata a morte. Osteggiata dai fanatici con la scimitarra e dalla sinistra continentale, ha sfidato a viso scoperto chi la vuole uccidere. A chi pensa che la misoginia e l'intolleranza dell'Islam siano una condanna inevitabile, ha mostrato che anche questi pregiudizi possono essere sfidati. A patto di avere coraggio e la convinzione di stare nel giusto: merce rara, nella vecchia Europa.

«Iconoclasti senza paura come loro tre possono davvero fare un'enorme differenza. Ci ricordano che la storia non è senza volto, e che dopo tutto può ancora essere cambiata da poche persone coraggiose».

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mercoledì, dicembre 05, 2007

Padoa-Schioppa ha perso. Dovrebbe dimettersi

di Fausto Carioti

Dimissioni. Tommaso Padoa-Schioppa dovrebbe farci un pensierino sopra. La richiesta che gli è arrivata ieri dal centrodestra, dopo che il consiglio di Stato ha confermato quanto aveva già detto il Tar del Lazio, e cioè che Angelo Petroni deve essere reintegrato nel Cda della Rai, sarà pure dettata dalle esigenze sceniche del teatrino della politica. Ma ha le sue forti motivazioni politiche. Sulla cacciata di Angelo Petroni dal vertice di viale Mazzini, e la sua sostituzione con un uomo Iri di vecchio corso - il sempre più imbarazzato Fabiano Fabiani - Padoa-Schioppa si è giocato tutto. Si è esposto in prima persona, ha messo la sua faccia sull’intera operazione. Dieci giorni giorni fa, intervistato da Fabio Fazio su Rai Tre, davanti a qualche milione di telespettatori, il ministro si era detto sicuro della legittimità dell’epurazione: «Sono convinto che il ricorso che faremo al Consiglio di Stato darà ragione al ministero». Adesso, fallita l’operazione perché la magistratura amministrativa l’ha ritenuta un tentativo maldestro di piegare le leggi alle convenienze della sinistra, chi l’ha condotta dovrebbe trarne le conseguenze. Persa la faccia in modo tanto plateale, il ministro dell’Economia dovrebbe riflettere se sia più dignitoso perdere con essa anche il posto oppure restare in sella e fare finta di niente, malgrado il suo operato sia stato bocciato senza pietà dall’organismo dello Stato che era chiamato a giudicarla.

Professore universitario apprezzato, liberale, dotato di solidi contatti anche a Londra e Washington, Petroni era stato chiamato nel consiglio d’amministrazione di viale Mazzini, nel maggio del 2005, dal predecessore di Padoa-Schioppa, Giulio Tremonti, in rappresentanza del Tesoro. Per mandarlo via, l’attuale ministro, che va fiero del suo status di tecnico d’eccellenza, si è comportato come un assessore di quart’ordine alle prese con l’ultimo dei consulenti. Perché è vero che lo spoil system non lo ha inventato Padoa-Schioppa e che, quando si tratta di piazzare gli amici nei posti chiave della pubblica amministrazione, il più pulito dei politici romani ha la rogna. Ma il ministro ha gestito l’intera operazione nel peggiore dei modi, cacciando Petroni senza avere il minimo appiglio giuridico per farlo. Il prezzo lo paga quella Rai che, nell’immaginario di una certa sinistra, è vittima solo delle macchinazioni berlusconiane.

La posizione di Padoa-Schioppa è imbarazzante perché i giudici amministrativi non hanno creduto alla sua versione. Che, in effetti, fa acqua da tutte le parti. Più volte, infatti, il ministro, anche riferendo alla commissione di vigilanza sulla Rai, ha ammesso di non aver alcunché da rimproverare a Petroni. Ne ha sempre dato giudizi positivi, dipingendolo come un professionista serio e preparato. Ha ammesso di conoscerlo da anni e di stimarlo in quanto «persona di qualità». Né Padoa-Schioppa può lamentarsi che Petroni abbia “disobbedito” nel periodo in cui ha rappresentato il suo ministero nel Cda di viale Mazzini: «Io non ho mai chiesto al professor Petroni di comportarsi in un particolare modo», ha detto il ministro in parlamento nel maggio del 2007. «Il motivo per cui ho agito», proseguiva, «non ha a che vedere con i contenuti del suo modo di votare o non votare nelle sedute del Consiglio».

Se non aveva colpe, forse la presenza di Petroni sarà stata in qualche modo negativa per la Rai, e quindi la sua rimozione avrà rimediato al guaio. Ma non è nemmeno questo il caso, e ancora una volta sono le stesse parole del ministro a scagionare Petroni: «A mio giudizio», ha detto Padoa-Schioppa davanti alla commissione di vigilanza, «la disfunzione è dell’intero consiglio di amministrazione. Lo ripeto: dell’intero consiglio di amministrazione». Perché, allora, ha deciso di silurarlo? La risposta di Padoa-Schioppa è stata raggelante: «Non avevo mezzi utili per operare sugli altri membri del consiglio».

La versione del ministro, dunque, è che i consiglieri d’amministrazione della Rai fossero tutti da cambiare, ma siccome lui non aveva il potere di farlo se l’è presa con l’unico che poteva cacciare. Per sostituirlo con un personaggio, Fabiani, serio e preparato come Petroni, al quale Padoa-Schioppa giura che non darà alcuna indicazione, proprio come fatto con Petroni: «So perfettamente», sono le parole del ministro, «che, in una società per azioni, l’azionista non dà ordini al consigliere: lo nomina, e questo opera in indipendenza, per il bene dell’azienda».

Insomma, il ministro dapprima è stato costretto a riconoscere di non aver avuto alcun motivo, né personale né professionale, per cacciare Petroni. Quindi ha assicurato di averlo rimpiazzato con un personaggio di analogo spessore umano e manageriale. Al tempo stesso, era consapevole che questa sostituzione non sarebbe servita a cambiare le cose. Sia perché Fabiani, al pari di Petroni, non prenderà ordini da lui, sia perché per rendere governabile la Rai avrebbe dovuto cambiare l’intero consiglio d’amministrazione. Tutto questo giurando e spergiurando di non avere «perseguito alcuna finalità politica». Niente di strano che i magistrati non l’abbiano bevuta.

Quella del ministro, hanno sentenziato i giudici del Tar reintegrando Petroni nel Cda della Rai, è stata «una operazione di chiaro stampo politico, ma indebitamente realizzata con strumenti legali finalizzati a ben altri scopi». A Padoa-Schioppa, che pretendeva di sospendere l’ordinanza del Tar, ieri il consiglio di Stato ha risposto picche. Ci saranno altri strascichi legali: è atteso il giudizio di merito del Consiglio di Stato, e potranno volerci mesi. Chissà se Padoa-Schioppa sarà ancora al suo posto, e se ci sarà sempre il governo Prodi. Intanto Petroni ha vinto. Il povero Fabiani, che - a suggello della sua indipendenza dalla politica - aveva festeggiato la nomina andando a cena con Romano Prodi, è costretto a fare gli scatoloni e lasciare l’ufficio. La Rai è sempre più nel caos. Basta questo, per far dimettere chi ha scatenato l’intero putiferio, o ci vuole altro?

© Libero. Pubblicato il 5 dicembre 2007.

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martedì, dicembre 04, 2007

Applausi per Schioppa

Un figurone dietro l'altro. Il più sopravvalutato dei ministri del governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, ha appena incassato la bocciatura più sonora. Dieci giorni giorni fa, su Rai Tre, dopo lo schiaffo ricevuto dal Tar del Lazio, davanti a un Fabio Fazio duro e incisivo come al solito il ministro aveva detto: «Sono convinto che il ricorso che faremo al Consiglio di Stato darà ragione al ministero che ha fatto la scelta della revoca».

E infatti. Pochi minuti fa si è visto quanta ragione avesse il ministro: «Il consigliere Rai Angelo Maria Petroni si aggiudica il primo round anche davanti al Consiglio di Stato. L'organo supremo della giustizia amministrativa ha respinto infatti la richiesta di sospensiva avanzata dall'azienda contro la sentenza del Tar del Lazio che reintegrava Petroni al suo posto di consigliere di viale Mazzini». Petroni torna dunque nel Cda Rai, e l'uomo designato da Padoa Schioppa per sostituirlo, Fabiano Fabiani, è costretto a fare la valige.

Petroni 2 - Padoa Schioppa 0. La guerra legale non è finita, ma non è detto che quando terminerà Padoa Schioppa sarà ancora lì al suo posto.

Post scriptum. Qui il testo del provvedimento del Tar del 16 novembre scorso. Nell'ordinanza di oggi si legge che il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale,
«Ritenuto che le complesse questioni di diritto prospettate nell’atto di appello – ivi compresi i profili relativi alla giurisdizione del giudice amministrativo – necessitano di approfondimenti e riscontri non praticabili nella presente fase cautelare;
Valutata l’articolata consistenza della motivazione della sentenza appellata;
Ritenuto, infine, che il danno lamentato dall’appellante non può essere qualificato come grave ed irreparabile in quanto la “situazione di disagio” ed i “gravi pregiudizi che la gestione dell’Azienda viene a subire”, prospettati nell’atto di appello, non appaiono dipendere dalla sostituzione di un solo componente di un organo collegiale formato da nove componenti.
P.Q.M.
Respinge l'istanza cautelare (Ricorso numero: 9160/2007). Spese compensate.
La presente ordinanza sarà eseguita dalla Amministrazione ed è depositata presso la segreteria della Sezione che provvederà a darne comunicazione alle parti».

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lunedì, dicembre 03, 2007

Chi governa il governo Prodi

Walter Veltroni comanda, Romano Prodi obbedisce. Diciamolo: già si era intuito. Però il fatto che adesso lo scriva l'Unità, in prima pagina, la dice lunga.

Nel pomeriggio di ieri, domenica 2 dicembre, Prodi aveva detto di essere lui il "garante della coalizione". Voleva dare a tutti, soprattutto ai piccoli partiti della maggioranza, l'immagine di quello che non è stato tagliato fuori dall'asse Berlusconi-Veltroni. Il presidente del Consiglio si candidava ad essere il capocordata di tutti quelli che rischiano di finire vittime di una riforma elettorale confezionata su misura per i grandi. Il suo messaggio era: tranquilli, finché ci sono io nessuno vi farà del male. Un'assicurazione reciproca sulla vita, insomma: i piccoli aiutano Prodi, evitano di tirare troppo la corda con il suo governo, e lui usa quel che resta del suo potere per impedire strappi da parte di Veltroni.

Passano poche ore. Prodi è tornato a Roma, c'è il vertice del partito democratico. Scrive l'Unità: «C'era attesa per come Prodi avrebbe dato sostanza al suo ruolo, enunciato a Bologna prima del rientro, di "garante della coalizione" in funzione anti-inciuci. Il premier però, raggiungendo il Palatino, ha corretto il tiro: "Tutto il Pd è garante della coalizione". Frutto di un colloquio con Veltroni non entusiasta della formula precedente». E siccome il Pd è Veltroni, che poi è anche quello che ha costretto Prodi a rimangiarsi la sua uscita, non ci sono molti dubbi su chi, oggi, abbia in mano la maggioranza e lo stesso governo.

Ovviamente, se per ammissione del presidente del consiglio l'unica garanzia che hanno i piccoli è la benevolenza dei grandi, non c'è da stupirsi che Clemente Mastella abbia ricominciato a minacciare il governo, e con esso la stessa legislatura. Né che Fausto Bertinotti, fiutato il vento, si sia buttato nelle braccia di Veltroni.

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domenica, dicembre 02, 2007

Ratzinger ha ragione a vergognarsi dell'Onu

di Fausto Carioti

Il copione è già scritto. Le cose dette ieri da Joseph Ratzinger appariranno sulla gran parte dei giornali di oggi come l'ennesima puntata della crociata del papa: "contro" le Nazioni unite, "contro" il relativismo, insomma "contro" tutto quello che sembra essere un giusto e inevitabile progredire della storia e delle relazioni tra gli uomini. Utile a mantenere viva l'immagine di un pontefice oscurantista, che i più furbi insistono a contrapporre a un Karol Wojtyla "illuminato" e quasi "progressista" (Fausto Bertinotti riuscì a definire Giovanni Paolo II «il primo papa no global della storia», mentre il quotidiano del suo partito, Liberazione, paragona l’attuale pontificato all’«islam estremo»). Un Ratzinger che piace dipingere impegnato in una dura battaglia di retroguardia, destinata comunque ad essere persa. Peccato, perché quella proseguita ieri da Benedetto XVI non è una sfida “contro”, ma una sfida “per” qualcosa. Per il rispetto della vita umana e per la difesa della libertà di religione, che in teoria dovrebbero stare a cuore anche al di fuori delle mura vaticane.

Parlando davanti al forum delle organizzazioni non governative di ispirazione cattolica, Ratzinger ha denunciato che «spesso il dibattito internazionale appare segnato da una logica relativistica che pare ritenere, come unica garanzia di una convivenza pacifica tra i popoli, il negare cittadinanza alla verità sull’uomo e sulla sua dignità». Quindi ha invitato i partecipanti ad opporre a questo relativismo «la grande creatività della verità circa l’innata dignità dell’uomo e dei diritti che ne conseguono». Quello dei diritti «innati» non è un tema nuovo né per Ratzinger, né nei rapporti tra la Chiesa di Roma e le grandi organizzazioni internazionali. E, come sempre accade con questo pontefice, le sue parole “alte” hanno implicazioni molto concrete.

Il ruolo dell’Onu ha iniziato a sovrapporsi a quello della Chiesa cattolica nel 1948, quando l’assemblea generale delle Nazioni unite emanò la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Un documento che la Chiesa dapprima ha appoggiato, anche perché basato su una definizione forte di questi diritti. All’articolo 18 della dichiarazione, ad esempio, è stabilito il diritto dell’individuo a «cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione». L’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII, nel 1963, e la costituzione pastorale Gaudium et Spes di Paolo VI, nel 1965, sanciscono che la difesa dei diritti dell’uomo è parte del ministero dei vescovi. Questa coincidenza di intenti, però, dura poco. Ben presto le organizzazioni internazionali cambiano la definizione di diritti dell’uomo. Da un lato questa si restringe, lasciando scoperti diritti che la Chiesa ritiene fondamentali, come quello a cambiare religione. Dall’altro si allarga, andando a coprire una serie di «diritti riproduttivi», che si traducono nel riconoscimento dell’aborto come diritto inviolabile della donna e, talvolta, nell’appoggio esplicito a politiche demografiche condotte a colpi di aborti forzati.

Un primo segnale arriva nel 1966, quando l’assemblea dell’Onu, di fatto, sostituisce la dichiarazione dei diritti dell’uomo con due “patti internazionali”, che entrano in vigore dieci anni dopo. Il diritto di «cambiare religione» è scomparso, sostituito da un assai più flebile diritto «di avere o di adottare una religione». La nuova formulazione serve ad essere accettata da tutti quei paesi islamici nei quali l’apostasia è punita con la morte. Allo stesso tempo, l’insegnamento della religione è consentito solo se esercitato in modo neutrale, cioè presentando tutte le religioni come equivalenti. Disposizione peraltro inapplicabile ai paesi musulmani, perché nulla impedisce che le leggi dello Stato si confondano con la sharia. Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia, nel loro libro “Contro il cristianesimo”, sostengono che queste regole sembrano frutto di una «sorta di alleanza» tra i paesi islamici e i tanti paesi laici contrari a ogni forma di “missione” religiosa al loro interno.

L’Onu diventa così una sorta di tempio interreligioso, in cui tutte le fedi sono uguali. Anche le più strambe: al palazzo di vetro è facile trovare alti funzionari che non fanno mistero dei loro culti pagani e panteisti. E proprio il culto di Gea, la dea Terra minacciata dall’uomo, spiega parte delle smanie antinataliste e delle iniziative sul cosiddetto “effetto serra” adottate dall’Onu e dalle organizzazioni satellite. L’ossessione per il controllo delle nascite, da attuare a qualunque costo, è ormai quarantennale: l’Unfpa, l’agenzia creata nel 1969 dalle Nazioni unite per affrontare la questione demografica, per decenni ha finanziato le politiche con cui il governo cinese ha imposto l’aborto alle donne che avevano già avuto un figlio.

La paura di Ratzinger dinanzi all’Onu, dunque, è quella che Fëdor Dostoevskij mette in bocca a Ivan Karamazov: «Se Dio non esiste, tutto è permesso». E la cosa strana non è che il papa sia sceso in polemica con le Nazioni unite. Ma è il fatto si senta solo lui difendere certi diritti. È il grande silenzio dei laici di oggi. È il fatto che in Occidente organismi e trattati internazionali garantiscano tutti i diritti imposti dall’agenda del politicamente corretto, ma non tutelino l’elementare diritto a cambiare la propria fede nei paesi in cui questo diritto non esiste. Quanto al tema dell’aborto e della difesa della vita, un santone laico come Norberto Bobbio aveva già spiegato che l’errore più grande sarebbe proprio quello di darlo in monopolio al Vaticano: «Mi stupisco che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».

© Libero. Pubblicato il 2 dicembre 2007.

Post scriptum. Papa Ratzinger Blog scrive oggi: "Libero" profetico: le parole del Papa alle Ong appariranno sui giornali come l'ennesima "crociata". Grazie del complimento, ma fare simili profezie è davvero molto, ma molto facile. Occhio, però: il post di Papa Ratzinger Blog contiene molti link utili a capire meglio l'intera vicenda.

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sabato, dicembre 01, 2007

Silvio & Walter

di Fausto Carioti

Non c’è bisogno della foto con bacio in bocca, tipo quelle che immortalavano i capi sovietici quando incontravano gli sventurati leader di qualche Paese satellite. L’inciucio tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni è nei fatti, è scritto dal destino che, in questa fase, si è divertito a metterli uno accanto all’altro. Così diversi, così vicini. Ed è inevitabile che il prezzo di questa loro intesa implicita finisca per essere pagato tutto, a caro prezzo, da Romano Prodi.

Un po’ per pudore (quello di Veltroni nei confronti del governo sostenuto dal suo partito) e un po’ per normale ipocrisia (in politica talvolta è una qualità), Silvio & Walter non possono dire davanti alle telecamere tutte le cose che adesso li uniscono. Che sono tante.

Primo. Ambedue vogliono riscrivere le regole del gioco a loro vantaggio. Vogliono che sia introdotta, al più presto, una nuova legge elettorale, che consegni a quello dei loro due partiti che prenderà più voti la più larga maggioranza possibile. Siccome i seggi alla Camera e al Senato sono quelli che sono, questa operazione può essere fatta solo a spese degli altri partiti, cioè di quelli che, sino ad oggi, sono stati i loro alleati. Con i quali il leader del costituendo partito delle libertà e quello del neonato partito democratico non vogliono più sentirsi obbligati a stringere accordi. «Mai più alleanze forzose» è lo slogan della strana coppia nata ieri a Montecitorio. Non a caso, il confronto partirà dal sistema tedesco-spagnolo ideato da Salvatore Vassallo. Sponsorizzato da Veltroni, e nella sostanza gradito anche a Berlusconi, serve proprio a questo: caratterizzato da circoscrizioni piccole, avvantaggerebbe i grandi partiti, dando loro un “premio di maggioranza implicito” tanto più alto quanto più grande è il partito. Una sigla che riuscisse a prendere il 38-39% dei voti potrebbe ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. Il leader di questo partito sarebbe, automaticamente, il primo ministro. In altre parole, Berlusconi e Veltroni vogliono che quello di loro due che vincerà le prossime elezioni possa restare a palazzo Chigi per cinque anni senza dover subire, ogni giorno, i diktat di un Clemente Mastella o di un Oliviero Diliberto. Ma se questa volontà di creare un partito costruito sulla figura del leader è normale, e persino ostentata, nel caso di Berlusconi, lo è assai meno per Veltroni, dalle cui parti c’è sempre chi considera simili “derive” cesaristiche una lesione alla democrazia.

Secondo. Entrambi vogliono che il prossimo sistema elettorale impedisca la creazione di un nuovo centro che faccia da ago della bilancia tra i due schieramenti. Per riuscirci, dovranno giocare di sponda sia tra loro, sia con i loro alleati a destra (nel caso di Berlusconi) e a sinistra (nel caso di Veltroni). Gli spazi per trovare un’alchimia che torni comoda ai due grandi, strozzi nella culla i piccoli al centro e non penalizzi troppo i partiti collocati alle estremità ci sono tutti.

Terzo. Per ambedue è indispensabile che la legislatura termini prima della scadenza naturale. Restare a bagnomaria sino al 2011 sarebbe un suicidio politico. Per Veltroni, perché ogni giorno in più che governa Prodi il centrosinistra perde voti. E per Berlusconi, classe 1936, perché l’anagrafe è quella che è. Silvio vuole che si vada a votare nel 2008, ma gli va bene anche il 2009. Walter punta alle elezioni nel 2009, dopo aver fatto qualche ritocco alla Costituzione. Ma non si metterebbe a piangere se si dovesse votare nel 2008.

Quarto. Berlusconi e Veltroni possono persino permettersi il lusso di non trovare un accordo per cambiare la legge elettorale. A differenza dei loro alleati, hanno a disposizione un’alternativa pronta a premiarli pure se non combinano un tubo. È il referendum voluto da Mario Segni e Giovanni Guzzetta, che punta a ridurre il numero dei partiti assegnando un premio di maggioranza nazionale, in ambedue i rami del parlamento, alla lista che prende più voti, e non più alla coalizione vincente. Le firme necessarie per chiedere il referendum sono state raggiunte e certificate. Se, a gennaio, la corte costituzionale darà il via libera (e le voci che filtrano in questi giorni fanno ben sperare per i referendari) e se nelle settimane seguenti non si troverà una larga intesa per una nuova legge elettorale (ed è chiaro che nessun accordo si potrà fare senza i due partiti principali), in primavera si andrà a votare per cambiare le regole del gioco. Si può scommettere sin d’ora che la Rai di Veltroni e la Mediaset di Berlusconi non faranno come in altre occasioni, e daranno ampia pubblicità al referendum.

È vero, come sostengono gli avversari del quesito referendario, che un simile meccanismo elettorale favorirebbe la creazione di grandi liste eterogenee. Partiti e partitini, in parole povere, “fingerebbero” di allearsi per trarre il massimo vantaggio possibile dalla legge elettorale, ma subito dopo il voto ogni componente formerebbe il suo gruppo parlamentare, e il quadro politico sarebbe frammentato proprio come oggi. Ma Berlusconi e Veltroni, guarda caso, hanno pensato anche a questo. Tra i punti sui quali ieri si sono trovati d’accordo, c’è la riforma dei regolamenti parlamentari: al Senato e alla Camera non sarà più possibile creare gruppi ai quali non corrisponda un partito candidato alle elezioni.

Insomma, Berlusconi e Veltroni si trovano in quella che gli esperti di teoria dei giochi chiamano situazione “win-win”: comunque vada, ne usciranno ambedue vincenti. Se riusciranno a cambiare la legge elettorale, lo faranno a loro uso e consumo. Se non ci sarà alcun accordo, il referendum lavorerà per loro. In ogni caso, il giorno dopo che la nuova legge sarà entrata in vigore, tutto sarà pronto per il pensionamento di Prodi e il ritorno alle urne.

Per Berlusconi, poi, l’intesa con Veltroni offre un motivo d’interesse in più. La doppia minaccia di una legge elettorale che premia i partiti più grandi e del referendum potrebbe indurre qualcuno dei “piccoli” che appoggiano il governo, tipo Mastella, a scegliere la terza strada: far saltare il governo e la legislatura, in modo da evitare il voto referendario. A questo punto, Berlusconi avrebbe vinto comunque, ottenendo il ritorno alle urne dopo appena due anni passati all’opposizione. Avrebbe solo il compito di ricucire con gli alleati. Anche per questo, si è guardato bene dal rompere una volta per tutte con Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini.

© Libero. Pubblicato il 1 dicembre 2007.

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