giovedì, dicembre 27, 2007

Conferma ufficiale: il taglio dell'Irpef era una barzelletta

di Fausto Carioti

Niente di serio. Il governo non ha intenzione di ridurre davvero le tasse ai lavoratori dipendenti. Eppure prima di Natale, da Palazzo Chigi e da via Venti settembre, sede del ministero dell’Economia, avevano passato ad alcuni quotidiani la notizia che l’esecutivo era pronto a tagliare le aliquote Irpef. Vale la pena di rivedere alcune prime pagine del 23 dicembre, tanto per capire. Repubblica annunciava la buona novella nel titolone: «A gennaio sgravi sui salari fino a 40mila euro l’anno». Stessa euforia anche sul Messaggero: «Prodi, meno tasse sui redditi medi». La Stampa, un po’ più cauta, piazzava l’annuncio a metà della prima pagina: «Il piano di Prodi per ripartire». Intanto l’incubo dei contribuenti, Vincenzo Visco, si materializzava sul Sole-24 Ore in un’ardita operazione-simpatia, promettendo una rapida riduzione dell’Irpef.

Tutto molto bello. Troppo, per essere vero. E infatti. Passato il Natale, la verità è venuta subito a galla. Dietro l’annuncio del governo non c’era niente. Il taglio del carico fiscale sulle famiglie era solo un pour parler, un generico auspicio motivato dall’euforia natalizia, dalle prime bollicine di spumante e dalla disperata necessità di recuperare consensi tra gli elettori e tra i senatori, dove c’è chi, come Lamberto Dini, ha capito che il governo ha perso per sempre il contatto con il ceto medio.

Il bluff non era difficile da smascherare. Avessero voluto tagliare sul serio le tasse, Prodi e Visco avrebbero inserito la riduzione dell’Irpef nella Finanziaria. Ma se ne erano guardati bene, preferendo annunciarla solo dopo che la manovra era stata approvata in via definitiva. Già questo la diceva lunga sulla serietà dell’operazione. Ieri questa verità, ovvia eppure dolorosa, è stata ammessa da Alfiero Grandi, sottosegretario all’Economia. Prima di capire se si potranno ridurre davvero le imposte, ha detto Grandi, bisogna aspettare almeno tre mesi: quando, a marzo, arriverà la relazione trimestrale sui conti pubblici, se ci sarà un nuovo “tesoretto”, cioè se ci saranno entrate superiori alle attese, il governo farà quello che potrà per ridurre le aliquote Irpef. Un modo delicato per dire che, ora come ora, i soldi necessari a tagliare le tasse sui lavoratori dipendenti non solo non ci stanno, ma nemmeno sono previsti. «Se ci fossero già state le risorse», ha spiegato Grandi, «sarebbe già stato fatto un intervento con la Finanziaria». Altro che riduzione delle imposte a partire da gennaio. Applausi alla sincerità, anche se tardiva.

C’erano cascati persino nel sindacato. Il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, ieri non ha gradito il brusco ritorno alla realtà: «Un altro effetto-annuncio, cioè una riduzione di tasse che non si farà oppure sarà irrisoria o sarà una presa in giro. Che si farà più avanti perché avremo scoperto un altro tesoretto ce la possono risparmiare». Nemmeno il commento ufficioso filtrato ieri dal Fondo monetario internazionale sulla Finanziaria di Prodi autorizza all’ottimismo: il governo, fanno sapere gli analisti di Washington, ha avuto «poco coraggio» nel tagliare la spesa pubblica, e non si capisce dove dovrebbe trovare i soldi per ridurre il carico fiscale sui salari. Per la cronaca, si tratta della seconda beffa che il governo fa ai lavoratori dipendenti. Il taglio dell’Irpef che doveva partire a gennaio, ma per il quale non ci sono i soldi per farlo nemmeno a marzo, arriva dopo la riduzione del cuneo fiscale. Prodi giura di averla fatta: peccato non se ne sia accorto nessuno.

Se poi, come dicono nell’Unione, il vero scopo della sortita sulle tasse era evitare la fuga dalla maggioranza di Dini e dei suoi senatori, allettandoli con impegni in favore del ceto medio e levando loro ogni possibile alibi per abbandonare Prodi, l’obiettivo è stato clamorosamente mancato. Prima che Grandi ammettesse il trucco del governo, infatti, Dini aveva già bocciato senza appello gli annunci sulle tasse: «Mi pare che siano mosse disperate». Se non è un requiem, poco ci manca.

© Libero. Pubblicato il 27 dicembre 2007.

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