venerdì, novembre 30, 2007

Il contagocce di Kyoto

Un po’ tardi, ma alla fine gliel’hanno detto anche a loro. I lettori del Corriere della sera, grazie a un servizio ampio e documentato intitolato “Il fallimento di Kyoto”, hanno appena appreso che il patto nato in Giappone nel 1997 è morto e sepolto. Nessun Paese industrializzato ha voglia di svenarsi per esso, né di ridurre la propria crescita economica e tagliare posti di lavoro. “La sua applicazione”, si legge nell’articolo, “è stata rifiutata da alcuni governi e ha creato notevoli difficoltà ad altri. In pratica, oggi più di mezzo mondo lo ignora”.

Per sapere il resto della verità, e cioè che il protocollo di Kyoto poggia su basi tutt’altro che scientifiche, e che la teoria che dovrebbe sorreggerlo fa acqua da tutte le parti, i lettori del Corriere dovranno invece aspettare qualche altro anno. Certe rivelazioni è meglio dosarle con il contagocce.

Post scriptum. E’ andata meglio ai lettori del Daily Telegraph, quotidiano della solida borghesia d’Oltremanica. Nell’edizione della scorsa domenica Christopher Booker scriveva:
Le ultime rilevazioni dei satelliti americani mostrano che a partire dal 1998 le temperature sono scese, e che nel 2007 si sono abbassate sino ai livelli del 1983. Per non parlare delle rilevazioni, corrette di recente, sulla temperatura al livello del suolo negli Stati Uniti, le quali mostrano che gli anni Trenta ebbero quattro degli anni più torridi del secolo scorso, e che l'anno più caldo di tutti non fu il 1998, come sostenuto sino a poco tempo fa, ma il 1934.
Per saperne di più, da questo stesso blog:
Un riscaldamento poco globale: al Polo Sud il ghiaccio è a livelli record
Alla cortese attenzione del min. Pecoraro Scanio (e dei suoi addetti stampa)
Negazionismo ambientalista
Gli zombies di Kyoto

Letture indispensabili:
What is at risk is not the climate but freedom, di Vaclav Klaus
Il protocollo di Kyoto e oltre. I costi economici per l'Italia, dell'Istituto Bruno Leoni.

Etichette:

giovedì, novembre 29, 2007

Beowulf: torna la Hollywood pagana, liberal e anticristiana

Chi trovò qualche interesse, all'epoca, nelle mie recensioni da Cannes del Codice da Vinci (qui e qui), probabilmente apprezzerà The Good, the Bad and Beowulf. Hollywood hates Christianity, loves the “Other”, articolo di Raymond Ibrahim pubblicato sul sito di Victor Davis Hanson.

L'inizio è questo:
Ormai, i ripetuti ritratti negativi del Cristianesimo nei principali film di Hollywood sono diventati triti e ritriti, prevedibili. Vedere Beowulf in questi giorni serve solo a confermarlo. Le stesse descrizioni scaltre e gli elementi già presenti nei film degli ultimi decenni appaiono anche questa volta. Uno dei motivi più gettonati consiste nel provare a dipingere i pagani come persone dalla mentalità aperta e dallo spirito libero o, piuttosto anacronisticamente, una controparte medioevale di ciò che oggi è moderno, secolarizzato e "liberal". Il concetto è che i popoli pagani - liberi dalle forze soffocanti del cristianesimo - sono felici, appassionati, capaci di vivere appieno la vita.
Questa è la conclusione:
Ad ogni modo, mentre ad Hollywood sono impegnati nella crociata - o jihad - per diffamare la cristianità, farebbero bene a ricordare che è grazie alla civiltà cristiana che sono in grado di realizzare i loro film. Non solo il cristianesimo è direttamente responsabile di ciò che la gran parte dei liberal occidentali dà per garantito, ovvero le libertà e i progressi della civiltà occidentale, ma gran parte delle registrazioni storiche che i produttori di Hollywood sono così bravi a sfruttare e stravolgere per farci soldi a palate, furono compilate da cristiani. Vi è una certa ironia nel fatto che l'unico manoscritto che conteneva il testo di Beowulf fosse stato scritto da un monaco e conservato un monastero per qualche secolo.
In mezzo si parla di Le Crociate (di Ridley Scott, 2005), di King Arthur (2004), de Il 13° Guerriero (1999) e di Excalibur (1981). Buona lettura.

Etichette:

mercoledì, novembre 28, 2007

Silenzio: a Parigi c'è l'Intifada

di Fausto Carioti

Puntuale, l’autocensura è scattata pure stavolta. A leggere i giornali - anche quelli italiani - e a guardare i servizi televisivi, uno si fa l’idea che in Francia gruppi di non meglio precisati «giovani» stiano mettendo a ferro e fuoco i sobborghi parigini per motivi alquanto confusi. Insomma, stanno cercando di vendercela come una «rivolta generazionale», una replica del maggio parigino in versione proletaria e suburbana. Piccolo dettaglio: dei rivoltosi delle banlieues, due su tre si chiamano Mohammed. Sono giovani, certo, ma in grandissima parte sono anche musulmani. I giornali lo sanno, gli operatori televisivi lo sanno, i politici lo sanno. Ma tutti, al di qua e al di là delle Alpi, si affannano a imitare le tre scimmiette: meglio non vedere, non sentire e non raccontare. È diventato politicamente scorretto persino fotografare la realtà e trarne l’ovvia conseguenza. E cioè che quello che sta andando in scena nelle banlieues queste notti è il fallimento dell’integrazione degli immigrati islamici nella società francese. La ricetta “liberté, egalité, fraternité” con loro non ha funzionato. Il risultato è che nel cuore dell’Europa, a Parigi, oggi c’è l’Intifada. Ma dirlo è vietato.

Eppure è il terzo anno consecutivo che succede. Sempre nello stesso periodo. Gli scontri iniziarono nel novembre del 2005, a Clichy-sous-Bois, uno dei tanti sobborghi parigini, quando due giovanissimi, figli di immigrati, morirono folgorati da una centralina elettrica mentre scappavano dalla polizia. Le tre settimane di violenza che ne seguirono coinvolsero 274 città francesi. Un civile di 61 anni rimase ucciso e furono feriti 126 tra poliziotti e pompieri. Vennero incendiati trecento edifici e novemila automobili. Il filosofo Alain Finkielkraut scandalizzò i benpensanti dicendo la banale verità: «Il problema è che gran parte di questi giovani sono neri o arabi, con una identità musulmana. In Francia ci sono altri immigrati la cui situazione è difficile - cinesi, vietnamiti, portoghesi - ma costoro non stanno prendendo parte agli scontri. Quindi, è chiaro che questa è una rivolta con una caratterizzazione etnico-religiosa». Tra i pochi a difendere Finkielkraut dall’accusa di razzismo ci fu Nicolas Sarkozy, all’epoca ministro dell’Interno. Daniel Pipes, studioso dell’Islam, scrisse che «i principali organi della carta stampata e i network radio-televisivi preferiscono ignorare l’espansione dell’ideologia islamista, con le sue posizioni ferocemente antifrancesi e la sua cruda ambizione di dominare il paese e rimpiazzare la civiltà autoctona con quella islamica».

Si replicò nell’ottobre del 2006. Il capo di un sindacato di polizia, Michel Thooris, disse a Sarkozy che quella dei sobborghi parigini era ormai diventata una «Intifada permanente». Non scelse il termine a caso: in un’intervista il poliziotto raccontò che molti dei giovani aggressori gridavano «Allah Akbar» (Allah è grande) mentre lanciavano pietre contro le vetture degli agenti.

Ora si è ricominciato. La sera del 25 novembre due ragazzi, anche in questo caso figli d’immigrati, a bordo di una motocicletta rubata e senza indossare il casco, hanno centrato una vettura della polizia e sono rimasti uccisi. Sulla dinamica dell’incidente non sembrano esserci dubbi, ma la rabbia è esplosa comunque e i primi a farne le spese sono stati i poliziotti. «Stavolta è molto peggio del 2005», raccontano gli agenti all’agenzia Reuters. «Il segno è stato passato la notte scorsa, quando sono apparse armi da fuoco». Per Omar Sehhouli, fratello di uno dei due ragazzi morti, le aggressioni sono giustificate. «Non è violenza», ha detto alla France Press, «ma solo rabbia che ha bisogno di essere espressa». Gli agguati alle forze dell’ordine, intanto, si sono fatti sempre più precisi e coordinati: le banlieues si stanno militarizzando.

Uno dei pochi che ha rotto la congiura del silenzio è Jacques Myard, un parlamentare dell’Ump, il partito del presidente Sarkozy. Ma anche lui ha dovuto ricorrere a una sofferta perifrasi, evitando di nominare l’Islam e i suoi fedeli. I disordini di queste notti, ha detto ieri Myard, sono il prodotto di una «appartenenza etno-culturale antifrancese di una società straniera che si è costituita sul suolo metropolitano e che si nutre di razzismo ordinario antifrancese, nonostante che questi rivoltosi abbiano la cittadinanza francese». In parole povere, la colpa è degli immigrati di origine araba e fede islamica, rimasti stranieri in terra straniera anche quando hanno il passaporto blu, bianco e rosso.

Niente di nuovo sotto la torre Eiffel: nell’ottobre del 2001, all’inizio della partita di calcio amichevole tra la Francia e l’Algeria, appena si sentirono le prime note della Marsigliese, dagli spalti dello stadio di Parigi volarono fischi e insulti. E quando la Francia segnò la quarta rete ci fu un’invasione di campo che interruppe la partita. Erano gli stessi «giovani» che di lì a breve avrebbero messo a ferro e fuoco le periferie francesi.

© Libero. Pubblicato il 28 novembre 2007.

Etichette: , , ,

martedì, novembre 27, 2007

Napolitano fuori dalla Costituzione

di Fausto Carioti

A ricordare la costituzione al presidente della repubblica si corre il rischio di passare per sfrontati. Pazienza. All’articolo 87, quello che elenca i poteri del capo dello Stato, si legge che egli «rappresenta l’unità nazionale», «può inviare messaggi alle Camere», «presiede il consiglio della magistratura» e altre cose così, tutte di altissimo valore istituzionale. Nulla si dice, invece, del ruolo che riveste nei confronti del mondo dell’informazione. Il motivo c’è: il presidente della repubblica non ha alcun potere sui media. La qualità del prodotto fornito dalle testate giornalistiche italiane è affare che riguarda i giornalisti, gli editori e i lettori. Il presidente della repubblica, piuttosto, ha un obbligo nei confronti dei mezzi d’informazione: deve rispettarli, perché essi sono simbolo di quella libertà d’espressione difesa dall’articolo 21 della costituzione. Sono concetti molto banali. Eppure, nel messaggio inviato ieri ai vertici della Federazione nazionale della stampa italiana, Giorgio Napolitano sembra averli scordati.

Il capo dello stato ha scritto al sindacato dei giornalisti che la stampa italiana, così com’è, non gli va bene. Si spinge al punto da spiegare cosa, secondo lui, dovrebbe andare in pagina, e cosa sarebbe invece meglio non servire ai lettori. Innanzitutto, meno notizie su furti, omicidi e rapine. Roba da bassa portineria: «L’attenzione che viene data ai fatti di cronaca nera, come credo si dica in linguaggio giornalistico, mi appare talvolta eccedere nel sensazionalismo». Bontà sua, Napolitano riconosce che «il diritto-dovere di cronaca è intangibile», ma fissa subito un paletto: «I mezzi di comunicazione di massa, oltre a essere specchi della realtà, sono anche strumenti essenziali di formazione delle coscienze».

Argomento, quello della «formazione delle coscienze» a mezzo stampa, che lui stesso deve maneggiare piuttosto bene, visto che nel 1974 scriveva sull’Unità, l’organo del suo partito, che la decisione dell’Unione sovietica di esiliare il dissidente Aleksandr Solzhenitsyn e di privarlo della cittadinanza era «la migliore» che potessero prendere i compagni di Mosca. Al giorno d’oggi, però, nessun giornale italiano - per fortuna - raggiunge certi livelli: il “compagno Napolitano” può tranquillizzarsi.

Il giornale che il capo dello stato “consiglia” di offrire agli italiani indulge su argomenti più elevati: «Auspicherei una più intensa attenzione ai problemi internazionali, e in particolare modo ai temi dell’unificazione europea». Il fatto che nessuno, nel sindacato dei giornalisti, gli abbia rispettosamente detto di restare al suo posto, conferma meglio di mille inchieste l’asservimento dell’informazione italiana dinanzi alla politica.

Nato e cresciuto all’interno del partito comunista italiano quando questo era il più asservito all’Unione sovietica, a tutt’oggi l’ottantaduenne Napolitano non sembra avere grande confidenza con il concetto di libera impresa. Se giornali e televisioni scelgono di dare rilievo a certi argomenti, lo fanno perché sono convinti che rappresentino episodi importanti per la vita italiana. L’omicidio di una ragazza a Perugia e il mondo su cui hanno gettato un po’ di luce i cronisti e gli investigatori ci spiegano ciò che sta diventando questo Paese, e come stanno cambiando le nuove generazioni, meglio di tanti sbrodolamenti sociologici.

Gli italiani questo lo hanno capito. E infatti premiano i giornali e le trasmissioni che li aiutano a comprendere quello che è successo. Questo consente alle imprese editrici di vendere i loro prodotti e continuare ad andare avanti, sfamando le famiglie di chi ci lavora e fornendo ai lettori e agli spettatori un piccolo contributo quotidiano alla comprensione dei fatti.

Gli stessi italiani bocciano, in modo spietato e regolare, quegli approfondimenti giornalistici sull’unificazione europea che il Quirinale vorrebbe appioppargli. Vedono simili argomenti come qualcosa di incomprensibile e di ostile. Per capire il motivo, basta sfogliare l’elenco delle direttive europee. Il cuore di un vecchio “apparatnik” come Napolitano palpiterà pure per certe norme dirigiste che fissano le dimensioni massime degli ortaggi e dei profilattici autorizzati a entrare nelle nostre case. Ma agli italiani danno il voltastomaco. Cambiano canale, gettano il giornale nel cestino. E se qualche milione di persone la pensa in maniera opposta al presidente della repubblica, non c’è dubbio che sono loro ad avere ragione ed è lui a stare nel torto.

© Libero. Pubblicato il 27 novembre 2007.

Etichette: , ,

lunedì, novembre 26, 2007

Razziste democratiche

Un razzista è un razzista. Anche se è donna e di sinistra. Odiare, escludere qualcuno per ciò che è, per ciò che ha di diverso da noi in quanto appartenente a un gruppo che non è il nostro, e non - semmai - per ciò che questo individuo ha fatto, è razzismo. Se una persona di colore fosse stata cacciata da una manifestazione per via del colore della sua pelle, ci saremmo scandalizzati tutti. Sabato è successo qualcosa di assolutamente identico. Alcuni individui sono stati aggrediti e cacciati dalla manifestazione contro la violenza sulle donne. La loro colpa, agli occhi delle invasate che li hanno assaliti, era quella di essere maschi. Come se essere maschio fosse di per sé una patente di indecenza morale, o implichi una responsabilità " a priori", genetica, in ogni violenza compiuta sulle donne.

Razzismo. Così come era indecente e razzista la frase con cui Oliviero Diliberto disse che si sarebbe presentato volentieri al Billionaire di Flavio Briatore imbottito di tritolo. Provate a girare la frase. Se un qualunque imbecille avesse detto che avrebbe voluto farsi esplodere a un'assemblea della Cgil o nella curva degli ultrà del Milan: immaginate cosa ne avreste pensato.

Non è vero che l'odio verso il diverso è condannato. Dipende dalle categorie. Certe forme di razzismo non solo sono tollerate, ma quasi hanno una loro patente di democraticità. Se il diverso viene odiato e aggredito in quanto maschio, o in quanto frequentatore del Billionaire, ci può stare. E' razzismo democratico.

Post scriptum. L'occasione, come noto, ha dato modo a due esponenti del centrodestra di confermare la sudditanza culturale e politica nei confronti della sinistra: si sono presentate al corteo e sono state respinte con insulti. E che altro dovevano attendersi da una manifestazione che era stata lanciata dal quotidiano di Rifondazione comunista ed era zeppa di esponenti della sinistra estrema? Peccato solo che si sia trattato di una lezione inutile. Sì, conosco l'obiezione: "Non possiamo lasciare la causa femminista alla sinistra". Ma sembra di sentire Crozza-Veltroni quando dice: "Non possiamo lasciare Berlusconi alla destra. Non possiamo lasciare Berlusconi a Berlusconi". Se la causa femminista è quella che è scesa in piazza sabato, zeppa d'odio, un centrodestra serio dovrebbe essere orgoglioso di lasciarla alla sinistra. Sì, so anche che il nodo, ovviamente, è tutto in quell'aggettivo così ingombrante: "serio".

Etichette: , ,

venerdì, novembre 23, 2007

Artisti e islam: colpirne uno per educarne cento

E' servito. Eccome se è servito l'omicidio di Theo Van Gogh ad opera del marocchino-olandese Mohammed Bouyeri. Oggi uno dei più noti artisti inglesi, Grayson Perry, dice quello che tanti altri artisti e uomini di satira non hanno il coraggio di dire. E cioè che ha scelto coscientemente di evitare di affrontare nei suoi lavori - di solito assai provocatori - il tema dell'Islam radicale. E lo ha fatto per paura di essere sgozzato.

«Mi sono autocensurato», ha confessato durante un convegno su arte e politica Perry, coraggioso nell'ammettere finalmente la propria vigliaccheria. «Il motivo per il quale non ho attaccato l'integralismo islamico nella mia arte è che ho realmente paura che qualcuno mi tagli la gola».

Tim Marlow, direttore della principale galleria di Londra, conferma che le paure di Perry non sono solo sue: «E' qualcosa di concreto, ma che pochissime persone hanno ammesso in modo esplicito. Istituzioni, musei e gallerie sono probabilmente responsabili della maggior parte dei casi di censura. Mentirei se dicessi che noi saremmo pronti a mostrare qualcosa di simile alle vignette danesi. Penso che ci siano buoni motivi per essere preoccupati».

Poi, però, non chiediamoci come mai artisti, comici e sedicenti intellettuali, ogni volta che per fare i tragressivi a buon mercato scelgono di prendersela con la religione, finiscono per irridere solo la chiesa cattolica e il Vaticano. Il motivo è chiaro: è una questione di gola.

Post scriptum.
Sulla stessa vicenda: The art of self censorship, di Flemming Rose.
Da questo stesso blog: Via da questa Europa; Islam e autocensura, ennesima puntata; "Infedele", di Ayaan Hirsi Ali.

Etichette: , , ,

mercoledì, novembre 21, 2007

L'articolo del compagno Giorgio Napolitano contro Aleksandr Solzhenitsyn

Ecco il testo integrale dell'articolo apparso il 20 febbraio del 1974 sull'Unità, nel quale Giorgio Napolitano spiegava perché la cacciata di Aleksandr Solzhenitsyn dall'Urss fosse la «soluzione migliore» che il partito comunista sovietico potesse adottare. Lo pubblico senza alcun commento né taglio né aggiunta. Quello che volevo dire in proposito l'ho scritto qui.

L’ESPERIENZA SOVIETICA
E LA NOSTRA PROSPETTIVA


ANCORA SUL
«CASO SOLGENITSYN»


Pubblichiamo questo articolo del compagno Giorgio Napolitano, membro della Direzione del PCI e responsabile della Commissione culturale, che comparirà sul prossimo numero di «Rinascita».

Anche se il clamore suscitato dall’arresto di Solgenitsyn è venuto calando, dopo la decisione delle autorità sovietiche di privarlo della cittadinanza e dì espellerlo dall’URSS; anche se alcuni giornali sono rapidamente passati dai toni declamatori e drammatici a quelli, bonari e fatui, delle curiosità sullo «shopping» di Solgenitsyn per le vie di Zurigo o sulle cospicue somme da lui accumulate, grazie ai diritti d’autore, nelle banche svizzere, nessuno più di noi sente la necessità di ritornare sui problemi che il grave caso dello scrittore sovietico ha posto e pone. E’ proprio a noi che tocca compiere uno sforzo di riflessione seria e oggettiva, visto che da tante altre parti, anche e in particolare nel nostro paese, ci si è, nei giorni scorsi, preoccupati essenzialmente di alzare il solito polverone propagandistico, di sfruttare l’occasione per una polemica a buon mercato sull’URSS, sul comunismo e perfino (si pensi a quel che hanno farfugliato i giornali del PRI e della DC) sul PCI.

Non è facile, certo, vogliamo dirlo, superare il senso di fastidio politico e morale che hanno sollevato in ciascuno di noi questa scoperta strumentalizzazione del caso Solgenitsyn, questa dilatazione acritica e forsennata — da parte di alcuni — di una vicenda indubbiamente significativa e preoccupante ma non tale da giustificare la scelta di chi le ha dato, nelle trasmissioni del telegiornale, la precedenza su ogni altro avvenimento internazionale e nazionale, questo cieco rilancio in certi casi — delle immagini più fosche della propaganda antisovietica. Ma questo legittimo senso di fastidio non ci impedisce di entrare nel vivo dei problemi reali a cui il caso Solgenitsyn ci richiama: anche se dopo aver ristabilito alcune indiscutibili verità.

Il punto di rottura

La prima di queste verità — che va decisamente ribadita, dinanzi alla contrapposizione di comodo tra «mondo comunista» e «mondo libero» — è quella relativa non solo ai pesanti condizionamenti oggettivi che la struttura economico-sociale capitalistica e la crescente concentrazione monopolistica fanno gravare sull’esercizio della libertà di espressione, ma anche ai limiti che lo stesso riconoscimento formale di questa libertà tuttora presenta in Italia. Lelio Basso — in un articolo pure apertamente critico nei confronti, dell’URSS — ha giustamente reagito all’esaltazione — da chiunque venga, anche da Sacharov — della «libertà occidentale», ricordando come il capitalismo e l’imperialismo tendano a ridurre l’uomo a semplice congegno di una macchina disumana e a manipolarne la coscienza. «Chi crede nei supremi valori di spiritualità e di libertà» — diciamo perciò all'on. Piccoli — ha molto da fare innanzitutto nel proprio paese, in Italia, contro le degenerazioni provocate dallo sviluppo monopolistico e dal sistema di potere della DC nei rapporti sociali ed umani e nel costume, contro gli arbitri padronali, contro gli abusi polizieschi e giudiziari, contro la sopravvivenza di norme giuridiche fasciste che colpiscono, come «vilipendio» delle istituzioni, i reati di opinione.

E l’altra verità da ristabilire è quella relativa al punto cui era giunto il rapporto tra Solgenitsyn e Io Stato sovietico. Nessuno può negare che lo scrittore (come d’altronde si ammetteva tra le righe degli stessi articoli scritti nei giorni scorsi per esaltarlo) avesse finito per assumere un atteggiamento di «sfida» allo Stato sovietico e alle sue leggi, di totale contrapposizione, anche nella pratica, alle istituzioni, che egli non solo criticava ma si rifiutava ormai di riconoscere in qualsiasi modo. Non c’è dubbio che questo atteggiamento — al di là delle stesse tesi ideologiche e dei già aberranti giudizi politici — di Solgenitsyn, avesse suscitato larghissima riprovazione nell'URSS.

Che questa ormai aperta, estrema «incompatibilità» sia stata sciolta dalle autorità sovietiche non con un’incriminazione di Solgenitsyn, ma con la sua espulsione, può essere considerato più o meno «positivo»; qualcuno può giudicarla obiettivamente, come l’ha giudicata, la «soluzione migliore», senza peraltro sottovalutarne — e, per quel che ci riguarda noi certo non ne sottovalutiamo — la natura di grave misura restrittiva dei diritti individuali; ma solo commentatori faziosi e sciocchi possono prescindere dal punto di rottura cui Solgenitsyn aveva portato la situazione e possono, a proposito dell’esito cui si è giunti, evocare lo spettro dello stalinismo. Tutto quel che è accaduto — la vicenda di Solgenitsyn e il suo epilogo — sarebbe stato impensabile nei periodi più duri della storia sovietica.

Il problema reale non è quello di un presunto «ritorno allo stalinismo», ma quello, ci sembra, di come potevano essere intese e portate avanti la correzione e la svolta del XX Congresso del PCUS, al dì là della denuncia delle massicce repressioni e del superamento delle illegalità del periodo staliniano (che è il punto su cui in questo momento insistono i dirigenti sovietici, respingendo fermamente l’accusa di una qualsiasi sopravvivenza di quelle illegalità). Fin dove si è arrivati, nel necessario sforzo di arricchimento e sviluppo della democrazia socialista di articolazione nuova così come esigeva la stessa crescita della società sovietica — della vita sociale, politica e culturale, di avvio di un più largo e aperto confronto e dibattito su tutti i terreni, anche in relazione al progredire — grazie all’URSS, in primo luogo — della distensione internazionale e all’infittirsi delle relazioni e degli scambi tra l’URSS e il mondo capitalistico? Di sviluppi di queste direzioni certamente ce ne sono stati, come dimostra l’ulteriore, forte progresso economico, scientifico, tecnico e culturale dell’URSS, che senza di essi non sarebbe stato possibile negli ultimi anni; ma sono anche emersi nodi assai resistenti e difficili a sciogliersi. Si tratta di concezioni dell’unità (del partito e della società sovietica) e della lotta contro le posizioni ideologiche e politiche considerate spurie o nemiche, e insieme di rapporti (tra partito, Stato e società, tra ideologia, politica, e cultura), che affondano le loro radici in una storia intensa e drammatica e che non è facile prevedere come possano modificarsi.

Ma nessun contributo danno al positivo scioglimento di questi difficili nodi le rappresentazioni unilaterali e tendenziose della realtà dell’URSS, le accuse arbitrarie, i tentativi di negare l’immensa portata liberatrice della Rivoluzione d’ottobre, lo straordinario bilancio di trasformazioni e di successi del regime socialista, tutto quel che di nuovo sì è delineato nella vita sovietica a partire dal XX Congresso del PCUS. E’ questa negazione, fattasi via via sempre più cieca, che ha segnato la condanna di un’opera come quella di Solgenitsyn, che pure aveva preso le mosse da una giusta battaglia di rottura col passato staliniano. Non possono, più in generale, inserirsi in una ricerca onesta e fruttuosa le tendenze, che sull’onda dell’ultimo libro di Solgenitsyn si vanno diffondendo, ad attribuire sommariamente a Lenin la responsabilità delle deformazioni e dei guasti della politica staliniana e a cancellare così — insieme con le specificità dell’uno e dell’altro periodo storico (che noi crediamo vadano sottolineate pur senza ignorare gli elementi di continuità che li legano) — il senso stesso del XX Congresso. Del tutto fuorvianti, infine — oltre che manifestamente contrarie agli interessi supremi della pace — vanno considerate le posizioni dì quanti vorrebbero «imporre» una «liberalizzazione» all’interno dell’URSS subordinando in modo inammissibile Io sviluppo del processo di distensione a non si sa quali mutamenti del regime politico e dell’ordinamento giuridico sovietico.

E’ invece proprio dallo sviluppo del processo di distensione, oltre che dall’ evoluzione del movimento comunista internazionale, che può venire una spinta all’affermarsi di un clima di maggiore tolleranza e di più aperto e fiducioso confronto, sul piano ideale, culturale e politico, in seno ad organismi come l’Unione degli scrittori — uno dei problemi che in questo momento vengono riproposti — e nell’insieme della società sovietica. Già all’epoca in cui venne rifiutata la pubblicazione di alcuni romanzi di Solgenitsyn, noi esprimemmo non solo l’esigenza di un pieno riconoscimento della libertà di espressione, ma la convinzione che la coscienza socialista e il livello intellettuale e culturale delle grandi masse dei cittadini sovietici, la coesione ideale e politica dei popoli sovietici consentissero di andare con la più grande sicurezza a discussioni pubbliche su opere e tendenze culturali ed artistiche — anche le più criticabili — una volta che se ne fosse ammessa la circolazione nell’URSS. Lo stesso metodo del confronto serrato, della discussione argomentata, della critica persuasiva, può essere considerato sufficiente garanzia ed arma efficace anche nei confronti di tesi ideoLogiche e politiche che appaiano estranee agli indirizzi e agli interessi del socialismo.

La scelta Reale

Ma non presumiamo con ciò di indicare ad altri la strada da percorrere, e tanto meno di suggerire facili regole di condotta. E’ solo dall’interno del processo storico di sviluppo della società sovietica che potranno scaturire soluzioni ai problemi che oggi risultano irrisolti. Una strada noi non possiamo che indicarla a noi stessi: la strada da percorrere per avanzare in Italia, nella democrazia e nella pace, verso il socialismo. E’ per impedirci di procedere — conquistando ancora nuove posizioni — su questa via, insieme con altre forze di sinistra e democratiche, che si tenta di rilanciare l’antisovietismo e l’anticomunismo, in un momento in cui i progressi verso un’effettiva coesistenza pacifica si fanno più difficili e si moltiplicano le manovre insidiose dell’imperialismo. Si cerca così di diffondere una visione deforme dell’Unione Sovietica e insieme di negare l’originalità della prospettiva che sta davanti al movimento operaio del nostro paese e dell’Europa occidentale. E invece più Si approfondisce — come da parte nostra si sta facendo — lo studio obiettivo della storia sovietica, più si comprende la peculiarità irripetibile di quella grandiosa vicenda, con tutto il suo carico di trasformazioni rivoluzionarie senza precedenti e di contraddizioni, e sempre meglio si possono cogliere nel suo corso travagliato i momenti di svolta e le radici degli sviluppi negativi. Il confronto con l’esperienza sovietica, il modo stesso in cui è venuto crescendo e da decenni si muove il PCI, la profonda diversità del contesto storico, internazionale e nazionale, entro cui si colloca la nostra ricerca e la nostra lotta in Italia, garantiscono la validità e verità della prospettiva che noi indichiamo: quella di uno sviluppo verso il socialismo che nasce dalle battaglie per difendere e portare avanti la democrazia, quella di una società socialista riccamente articolata e aperta ad ogni confronto. Non c’è nulla di più falso dell’alternativa, che si tende a riproporre, tra un «comunismo» che arbitrariamente si identifichi con il modello sovietico come «unico possibile», e un regime di culto formale della «libertà». Si tratta invece di scegliere oggi in Italia tra un estremo aggravarsi della crisi della società nazionale — che è anche crisi delle forze che finora l’hanno diretta, e dei valori che hanno presieduto al suo caotico sviluppo — e l’avvio di un autentico, profondo processo di rinnovamento economico, sociale, politico e ideale, il solo che possa rendere sicure le libertà costituzionali e rimuovere gli ostacoli che ne impediscono Il concreto esercizio. E’ questa la scelta reale che sta davanti a tutte le forze democratiche e che per noi comunisti italiani fa tutt’uno con la prospettiva del socialismo, quale lo concepiamo e lo vogliamo per il nostro paese.

Giorgio Napolitano

Etichette: , ,

martedì, novembre 20, 2007

Quando Napolitano applaudiva all'esilio di Solzhenitsyn

di Fausto Carioti

L’appoggio di Giorgio Napolitano ad alcune delle scelte più infami dell’Unione Sovietica non si limitò alla benedizione, nel 1956, dell’intervento militare in Ungheria, che l’attuale presidente della repubblica italiana definì un contributo alla «stabilizzazione internazionale». Napolitano riuscì a spingersi oltre, e lo fece in tempi molto più recenti. Nel 1974, in un lungo articolo apparso sull’Unità, l’allora dirigente di Botteghe Oscure approvò in pubblico la decisione del Cremino di esiliare il grande scrittore russo Aleksandr Solzhenitsyn, “colpevole” di aver denunciato gli orrori del comunismo sovietico. Napolitano definì «aberranti» i giudizi politici del dissidente russo e, illustrando la linea del partito, spiegò perché l’esilio dovesse considerarsi la «soluzione migliore». L’episodio, con tutti i suoi retroscena, è raccontato in un libro denso di rivelazioni, firmato da Carlo Ripa di Meana e dalla giornalista Gabriella Mecucci: “L’ordine di Mosca. Fermate la Biennale del dissenso” (Liberal Edizioni).

Trentatré anni fa. È il 13 febbraio del 1974 quando i vertici del partito comunista sovietico spediscono Solzhenitsyn in esilio in Germania occidentale. Un provvedimento che lo scrittore ha cercato sino all’ultimo di evitare: quattro anni prima, per paura che gli fosse impedito di tornare in patria, si era rifiutato di andare a Stoccolma a ritirare il Nobel per la letteratura. Il 20 febbraio del ’74 appare sull’Unità l’articolo del «compagno Giorgio Napolitano, membro della direzione del Pci e responsabile della Commissione culturale». Titolo: «Ancora sul “caso Solgenitsyn”. L’esperienza sovietica e la nostra prospettiva».

Il compito non è semplice: Napolitano deve giustificare il gesto indecente di Mosca e la repressione voluta da Leonid Breznev, il quale dieci anni prima ha preso il posto di Nikita Kruscev alla guida del Pcus. Chiamato a difendere l’indifendibile, il “compagno Giorgio” inizia riciclando l’accusa escogitata contro Solzhenitsyn dalla propaganda sovietica: «Le cospicue somme da lui accumulate, grazie ai diritti d’autore, nelle banche svizzere». La vicenda dello scrittore russo, ammette Napolitano entrando nell’argomento, è «significativa e preoccupante», ma non «tale da giustificare la scelta di chi le ha dato, nelle trasmissioni del telegiornale, la precedenza su ogni altro avvenimento internazionale e nazionale». Insomma, il fatto che uno degli scrittori più famosi del mondo, simbolo della dissidenza russa e vincitore del premio Nobel, sia stato privato della cittadinanza sovietica ed esiliato, non è questa gran notizia, e chi l’ha ritenuta tale ha rilanciato «le immagini più fosche della propaganda antisovietica».

Quindi il futuro presidente della repubblica snocciola le sue «indiscutibili verità». Prima tra tutte, il fatto che quella tra «mondo comunista» e «mondo libero» sia solo una «contrapposizione di comodo». Non si può denunciare la repressione in Urss, è il ragionamento, quando in Italia ci sono ancora «abusi polizieschi e giudiziari» e sopravvivono «norme giuridiche fasciste che colpiscono, come “vilipendio” delle istituzioni, i reati di opinione». (Per inciso. Poche settimane fa la procura di Roma, impugnando proprio una di quelle «norme giuridiche fasciste», ha accusato Francesco Storace di aver vilipeso Napolitano. E tutto è avvenuto sotto lo sguardo compiaciuto di quest’ultimo. Il quale, par di capire, nel frattempo ha cambiato idea su ciò che è «fascista» e ciò che non lo è).

L’altra «verità» di Napolitano è che Solzhenitsyn ha assunto un atteggiamento di «sfida» nei confronti dello stato sovietico. «Non c’è dubbio», scrive il responsabile del Pci per la cultura, «che questo atteggiamento - al di là delle stesse tesi ideologiche e dei già aberranti giudizi politici - di Solzhenitsyn, avesse suscitato larghissima riprovazione nell’Urss». Perciò, anche se si tratta di una «grave misura restrittiva dei dritti individuali», il fatto che lo scrittore sia stato espulso, e non incriminato, può essere «obiettivamente» considerato la «soluzione migliore». Del resto, ricorda Napolitano, un simile esito «sarebbe stato impensabile nei periodi più duri della storia sovietica». In parole povere, Solzhenitsyn può dirsi fortunato a non essere finito di nuovo in un gulag o davanti a un plotone d’esecuzione. Opere come le sue sono «rappresentazioni unilaterali e tendenziose della realtà dell’Urss, accuse arbitrarie, tentativi di negare l’immensa portata liberatrice della Rivoluzione d’Ottobre».

La pubblica giustificazione dell’esilio di Solzhenitsyn assume un sapore ancora più sgradevole alla luce di quanto era successo nei giorni precedenti. Il 6 febbraio, infatti, la segreteria del Pci aveva adottato all’unanimità e inviato al Pcus una nota scritta proprio dal responsabile della commissione cultura. In essa, come ha ricordato Silvio Pons, direttore della Fondazione Istituto Gramsci, «il Pci riconosceva la fondatezza delle accuse politiche mosse a Solzhenitsyn dal regime, ma rifiutava di giustificare i metodi di persecuzione giudiziaria, che considerava sbagliati per gli appigli che fornivano agli avversari». Una presa di distanza, dunque, anche se pelosa, dalla decisione che stava per prendere il Cremlino. Ma il 18 febbraio il Pcus risponde al Pci: Solzhenitsyn ha «imboccato la via del tradimento» e l’esilio deve essere considerato un trattamento di favore. Quindi “invita” i «partiti fratelli», cioè quelli che finanziava e sui quali comandava, ad adeguarsi. Napolitano si adegua subito e, ispirato dai “consigli” dei compagni sovietici, verga l’articolo che uscirà due giorni dopo sull’Unità e sarà ripubblicato il 24 febbraio da Rinascita.

L’asservimento del Pci e dei suoi uomini è confermato da altre rivelazioni, contenute nel libro di Ripa di Meana e Mecucci. Il 13 gennaio del 1974, dunque lo stesso giorno in cui Solzhenitsyn fu espulso dall’Urss, uno degli uomini di riferimento della sinistra europea, l’inglese Ken Coates, scrisse al segretario del Pci, Enrico Berlinguer: «L’esilio di Solzhenitsyn è contrario alla costituzione sovietica e qualunque siano le opinioni dello scrittore si tratta di un atto moralmente intollerabile. (...) Vi chiediamo di protestare nel modo più forte presso i dirigenti sovietici, informandoli che la mancanza di ripensamento su questa decisione oltraggiosa avrà come conseguenza una mobilitazione dell’opinione socialista dell’Europa occidentale contro l’intera politica che ha prodotto questa misura repressiva». Ma Berlinguer e compagni non erano certo tipi da mettersi di traverso davanti al Pcus. Il segretario del Pci non rispose a Coates. Si limitò ad annotare di suo pugno, sulla lettera del politico inglese, poche parole, indirizzate a chi di dovere: «Napolitano: rispondere? Si potrebbe allegare il tuo ultimo articolo e aggiungere che le opinioni ivi espresse sono state tutte presenti al Pcus». Tradotto: quello che dovevamo dire ai sovietici l’abbiamo detto in quell’articolo. Di più, non intendiamo fare.

Non sono peccati di gioventù. Napolitano aveva 49 anni quando difese la cacciata di Solzhenitsyn. Il quale, a sua volta, nel 1974 aveva 56 anni, otto dei quali trascorsi nei gulag per aver criticato Stalin in alcune sue lettere personali. Uscito dalla detenzione, dovette scontare un periodo di confino in Kazakistan e sconfiggere un tumore, prima di essere temporaneamente “riabilitato” da Kruscev. Né si può sostenere che all’epoca non si conoscesse il vero volto del comunismo sovietico: i primi due libri di Arcipelago Gulag erano stati pubblicati nel 1973 a Parigi, e in Europa tutti sapevano cosa accadeva al di là della cortina di ferro e per quali motivi Solzhenitsyn fosse sul libro nero di Breznev. Ora, dice Ripa di Meana, «Napolitano, spogliandosi del suo ruolo istituzionale, in forma privata, dovrebbe andare in Russia e dire a Solzhenitsyn che allora espresse un giudizio sbagliato sull’esilio. Chieda perdono a chi ne fu vittima».

© Libero. Pubblicato il 20 novembre 2007.

Etichette: , , ,

lunedì, novembre 19, 2007

Lo strappo di Berlusconi. Definitivo

Nel centrodestra niente sarà più come prima. Silvio Berlusconi ha appena annunciato la creazione del partito del popolo italiano delle libertà. Il nome non inganni: Berlusconi non ha ceduto a chi, come Gianfranco Fini, gli chiede da tempo di dare vita insieme al partito unitario del centrodestra. Ha fatto l'esatto contrario: quello che nelle sue intenzioni è il futuro partito del centrodestra se lo è creato da solo, uccidendo Forza Italia e stilando il certificato di morte della Casa delle Libertà.

Anche l'invito agli altri partiti del centrodestra a raggiungerlo nella nuova creatura non deve ingannare. Quella del Cavaliere non è una mano tesa, ma un ultimatum a Gianfranco Fini e a Pier Ferdinando Casini. Stufo di quelli che considera ricatti da parte degli alleati, Berlusconi ha rilanciato mettendoli davanti al suo, di ultimatum: io vado avanti, chi c'è c'è, chi non c'è si arrangi.

Per far capire a tutti gli altri leader del centrodestra che quello più forte è lui, ha già annunciato che è pronto a trattare con "l'altra parte", cioè con Walter Veltroni, per riscrivere assieme la legge elettorale. Tutto sembra pronto, a questo punto, per il varo di un meccanismo di voto che premi i due partiti più grandi delle due coalizioni, cioè il nuovo partito di Berlusconi e il nuovo partito di Veltroni. Gli altri, i partiti medi e piccoli di destra e di sinistra, possono scegliere se adeguarsi e aggregarsi oppure restare a bordo campo a guardare i grandi che giocano a pallone.

All'idea, i veltroniani già si fregano le mani. Notare che lo stesso risultato Berlusconi e Veltroni potrebbero ottenerlo anche senza grandi sforzi, per semplice inerzia, se non si raggiungesse alcun accordo per una nuova legge elettorale e si andasse a votare, in primavera, il referendum promosso da Mario Segni (e sottoscritto da molti esponenti di Forza Italia e del partito democratico, nonché dallo stesso Fini). Ammesso, ovviamente, che la corte costituzionale dichiari ammissibile il quesito referendario: cosa tutt'altro che scontata.

Molto dipenderà da quali forze il nuovo progetto di Berlusconi sarà in grado di aggregare. Data per scontata l'adesione di quasi tutti i piccoli partiti del centrodestra e della destra, data per scontata anche la ritrosia di Fini e Casini, sarà importante capire quanti esponenti dell'Udc e di An saranno tentati dalla fuga verso il nuovo progetto del Cavaliere. L'impressione è che ci sarà da divertirsi.

Di sicuro, fino a poche ore fa quello logorato e sottoposto agli ultimatum degli alleati era Berlusconi. Dopo questo rilancio (pagato al prezzo dell'uccisione di Forza Italia, del quale comunque il suo fondatore si era già rotto da un pezzo) ora quelli chiamati a scegliere, quelli col cerino in mano sono Fini e Casini. Prima erano loro due quelli pronti a trattare con Veltroni per cambiare la legge elettorale, scavalcando Berlusconi. Ora è Berlusconi che tratta direttamente con l'avversario, asfaltando Fini e Casini come fossero due cespuglietti.

Molto presto vedremo quali mosse si inventeranno i due per provare a cavarsi d'impaccio. Capiremo se ci riusciranno o se saranno costretti, per l'ennesima volta, a ballare al ritmo della musica suonata da Berlusconi.

Etichette: ,

venerdì, novembre 16, 2007

Caso Petroni: ecco la sentenza che umilia Padoa Schioppa

Tribunale amministrativo regionale del Lazio, provvedimento 200711271. E' la sentenza, emessa oggi, che accusa il ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa di aver fatto «una operazione di chiaro stampo politico ma indebitamente realizzata con strumenti legali finalizzati a ben altri scopi» e decreta «l’annullamento della direttiva ministeriale, con contestuale caducazione della revoca dell’incarico al Prof. Petroni e della nomina del dott. Fabiano Fabiani quale nuovo consigliere R.A.I.». In parole povere, Petroni torna consigliere Rai e Fabiani se ne va a casa. Per Padoa Schioppa la sconfitta non poteva essere più netta.

Di seguito, pubblico la parte più interessante della sentenza. Quella in cui il collegio del Tar impicca Padoa Schioppa, ministro pasticcione, alle sue stesse parole, pronunciate davanti alla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Ho evidenziato in bold le frasi più importanti.
«E’ invece fondata, perché adeguatamente documentata, la censura di carenza dei presupposti e di sviamento di potere dedotta dal ricorrente sul rilievo che lo stato di stallo, in cui versava il Consiglio di amministrazione della R.A.I. all’epoca dell’adozione della prima direttiva, costituisce un pretesto addotto dal Ministro per capovolgere l’attuale rapporto fra maggioranza e minoranza all’interno dell’ organo collegiale ed assicurare la maggioranza alla componente che, pur essendo minoritaria, è rappresentativa delle forze politiche che sostengono l’attuale compagine governativa.

La riprova inoppugnabile della fondatezza della tesi attorea è nel resoconto stenografico della seduta del 16 maggio 2007 dinanzi alla Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.

Qualche esempio renderà di immediata evidenza la correttezza di tale conclusione.

Nel corso dell’audizione il Ministro dell’economia ha affermato (pag. 9) che una complessiva analisi degli accadimenti verificatisi in seno al Consiglio di amministrazione della R.A.I., “porta a concludere che la responsabilità di questa situazione di grave criticità creatasi non è ascrivibile ad un singolo consigliere, piuttosto all’intero organo gestionale della società per azioni. Se la R.A.I. fosse stata soggetta al semplice regime civilistico proprio della società per azioni avrei assunto le mie decisioni nei confronti dell’intero Consiglio. Avuti presenti i vincoli derivanti dalla norma speciale di riferimento e dallo Statuto della R.A.I. ho potuto ed ho inteso attivare l’unica iniziativa che rientrasse nelle mie esclusive prerogative per cercare di ristabilire un corretto funzionamento dell’organo collegiale”.

Ad una domanda rivoltagli da un componente della Commissione il Ministro ha risposto (pag. 13) “a mio giudizio la disfunzione è dell’intero consiglio di amministrazione. Lo ripeto: dell’intero consiglio di amministrazione…. So perfettamente che, in una società per azioni, l’azionista non dà ordini al consigliere: lo nomina, e questo opera in indipendenza, per il bene dell’azienda. Io non ho mai chiesto al Professor Petroni di comportarsi in un particolare modo. Il motivo per cui in questo caso ho agito non ha a che vedere con i contenuti del suo modo di votare o non votare nelle sedute del Consiglio”.

Ancora, all’invito del Presidente della Commissione perché rispondesse alla domanda di altro commissario se, dunque, “uno paga per tutti, laddove un consiglio intero non funziona”, il Ministro risponde “non avevo mezzi utili per operare sugli altri membri del consiglio” (pag. 19).

Ma, anche a prescindere dalla circostanza, che pure assume un rilievo non trascurabile nella complessiva valutazione del modus operandi del Ministro, che non risulta che questi abbia fatto alcuna verifica in ordine alla possibilità di risolvere in altro modo il problema insorto all’interno del Consiglio di amministrazione, ritiene il Collegio contraddittorio che il Ministro da un lato riconosca espressamente che la disfunzione del Consiglio di amministrazione della R.A.I. è da imputare all’intero organo collegiale e non al solo prof. Petroni e dichiari di non aver mai chiesto a quest’ultimo di adottare iniziative che questi si sarebbe rifiutato di condividere e al tempo stesso, e ciò nonostante, ritenga di poter legittimamente risolvere le problematiche della concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo revocando il mandato allo stesso Consigliere Petroni.

Aggiungasi che sembra per lo meno difficile ipotizzare di poter risanare la situazione della R.A.I. sostituendo un solo consigliere - al quale, si ripete, nulla è mai stato imputato (e che, anzi, lo stesso Ministro dice di conoscere da anni, di stimare in quanto persona di qualità: pag. 13) - con altro scelto dal Ministro ma con il quale egli afferma di non voler istituire un’interlocuzione continua, così come non aveva fatto con il prof. Petroni, limitandosi “a suggerirgli l’indicazione di operare con coscienza e competenza come membro di un collegio, affinché l’azienda funzioni”.

In altri termini, ritiene il Collegio difficile ipotizzare un cambiamento nel funzionamento del Consiglio di amministrazione della R.A.I. sostituendo il prof. Petroni – il quale, come si è detto, è considerato dal Ministro un serio e preparato professionista, che non ha mai “disobbedito” a sue richieste perché mai alcuna richiesta gli è stata rivolta – con altro professionista, bravo e preparato, al quale egualmente alcuna istruzione verrà impartita.

Il mutamento potrà verificarsi solo se dalla sostituzione deriverà un mutamento delle forze all’interno dell’organo collegiale, cioè riducendo l’attuale maggioranza a minoranza, con una operazione di chiaro stampo politico ma indebitamente realizzata con strumenti legali finalizzati a ben altri scopi ed utilizzati nella sussistenza di ben definiti presupposti e nel rispetto di prestabilite garanzie».
L'intera sentenza è consultabile qui.

Etichette: ,

Il ditone di Antonione, il Culo di Prodi

di Fausto Carioti

Ha già scritto tutto qualche anno fa Edmondo Berselli, che essendo direttore di una rivista colta come il Mulino conosce le categorie della politica: «È il Culo di Prodi. Come tutti i fenomeni meravigliosi, come un monstrum smisurato e stupefacente, come un prodigio prenaturale, una chimera, una fenice, una cometa, il C. di Prodi è un Ente largamente imprevedibile. Una giocata di classe indicibile, come una “rabona” di Maradona, una “ruleta” di Zidane, un missile di Adriano». Imprevedibile, ovvero che entra in azione quando meno te lo aspetti. Perché alla fine Silvio Berlusconi era lì lì per spuntarla. Mentre tutti - i suoi alleati per primi - lo davano per abbattuto, il Cavaliere era a un passo dal vincere il match con Romano Prodi. Le spaccature della sinistra stavano per mandare in crisi il governo sulla Finanziaria. Poi è intervenuto Lui. Assente da tempo, il C. di Prodi ha scelto di manifestarsi nel momento decisivo della legislatura. Il “monstrum smisurato” ha deviato la traiettoria del dito di Roberto Antonione, 54 anni, vicepresidente dei senatori di Forza Italia e berlusconiano doc. Doveva finire sul pulsante bianco. È piombato su quello verde. E la storia di questa legislatura è cambiata. Prodi la sfanga e salva le terga. Anzi, le benedice. Berlusconi mastica amaro. Antonione, in lacrime, fa sapere che è pronto a dimettersi.

Sono le sei di sera quando l’aula vota l’emendamento che introduce nell’ordinamento italiano la class action, ovvero la possibilità per i consumatori di fare una causa collettiva contro le aziende. È una proposta di Willer Bordon e Roberto Manzione, due senatori “dissidenti” del centrosinistra. Hanno votato la Finanziaria assieme all’Unione in cambio della garanzia che il governo appoggerà i loro emendamenti. Infatti l’esecutivo esprime parere favorevole sulla class action. Ma a sinistra non tutti sono convinti. Anna Finocchiaro, generale in gonnella che ha il compito di tenere compatta la palude del centrosinistra, si alza, va dai due senatori della Südtiroler Volkspartei, Helga Thaler Ausserhofer e Manfred Pinzger, e li avverte: «Se non passa l’emendamento, non passa nemmeno la Finanziaria». Che vuol dire: o votate con noi, o ce ne andiamo tutti a casa.

L’emendamento è approvato con 158 voti a favore: gli astenuti e i contrari sono 156. Se uno di quelli che hanno dato voto favorevole si fosse astenuto, sarebbe finita in parità. Questo avrebbe significato bocciare il provvedimento, rompere il fragilissimo equilibrio del centrosinistra e mandare in crisi Prodi. Quel voto c’era: era di Antonione, che col viso terreo prende la parola e fa sapere di aver sbagliato. Voleva astenersi (pulsante bianco), come hanno fatto tanti suoi colleghi di Forza Italia. Ma, per motivi che nemmeno lui sa spiegarsi (e che del resto, come abbiamo visto, hanno a che vedere con un’entità metafisica e imponderabile), ha pigiato il pulsante verde: voto favorevole. Povero pirla, viene da dirgli. Come il bambino imbranato che ti sfascia il televisore con una pallonata: il primo istinto è quello di strozzarlo, poi lo vedi con le lacrime agli occhi e ti limiti a imprecare in silenzio.

L’episodio cambia l’esito della partita, ma non il giudizio politico. Che ricalca il copione già visto nella scorsa campagna elettorale. Berlusconi straparla, va avanti a testa bassa, fa la figura del matto e nessuno lo prende sul serio. A cose fatte, però, tutti si accorgono che aveva ragione lui. Le elezioni si potevano vincere: sarebbe bastato cancellare quelle norme sulla par condicio che riducevano al minimo i confronti televisivi tra i due schieramenti. Berlusconi voleva farlo, ma i suoi alleati non lo hanno seguito. Per poi accorgersi che sarebbe bastato prendere 24mila voti in più per restare al governo.

Stesso discorso in questi giorni. An, l’Udc e persino la Lega hanno iniziato ad accusare Berlusconi di averli trascinati in un’altra delle sue follie: puntare tutto su una spallata impossibile. Prima ancora che terminasse la discussione della Finanziaria in Senato, gli hanno fatto sapere che avrebbero iniziato la politica delle mani libere: si inizia a trattare sulle riforme con Walter Veltroni, il nuovo che avanza. E pazienza se in questo modo avrebbero dato l’impressione di una coalizione allo sfascio. Invece il leader di Forza Italia, con le sue solite fanfaronate, l’aveva azzeccata anche stavolta. Lo ha tradito il ditone di Antonione.

Ma se Prodi festeggia, sbaglia. Dedichi pure uno sfottò al suo rivale, però poi inizi a preoccuparsi sul serio. Ha potuto approvare la manovra senza ricorrere alla fiducia solo perché il centrodestra ha voluto presentare pochissimi emendamenti (sbagliando, ammettono ora in molti). A palazzo Madama la sua coalizione è stata disastrosa. Ogni singola componente della maggioranza, ogni singolo senatore si è sentito in diritto di pretendere qualcosa dal governo. Prodi non ha potuto fare altro che chinare il capo e concedere. Se le concessioni a Dini facevano incavolare Rifondazione e Comunisti italiani, lui li recuperava a colpi di altre regalie. Proseguendo così nel cammino adottato da inizio legislatura: quello di Prodi, come ha scritto (da sinistra) Luca Ricolfi sulla Stampa, «è il primo governo che vara manovre che anziché correggere i nostri squilibri li aggravano, e lo fanno intenzionalmente».

Tanta generosità nell’uso dei soldi pubblici non è bastata: ieri Bordon e Dini hanno detto in modo chiaro che la maggioranza è morta e che occorre aprire una nuova fase politica. Intanto il provvedimento più lacerante per il centrosinistra, il pacchetto sul welfare, ancora deve essere discusso. Mentre si avvicina il referendum proposto da Mario Segni: se la legge elettorale non viene cambiata nel frattempo, a primavera si vota per ridurre il numero dei partiti. Clemente Mastella ha già detto che, piuttosto che correre questo rischio, fa cadere il governo e terminare la legislatura. Insomma, visto come è andata ieri, Berlusconi ha ottimi motivi per piangere, ma Prodi non ha nessun motivo per ridere.

© Libero. Pubblicato il 16 novembre 2007.

Etichette: ,

mercoledì, novembre 14, 2007

Elezioni danesi: c'è un perché

In Danimarca ha vinto Anders Fogh Rasmussen. A spoglio quasi ultimato, il blocco liberale e conservatore ha ottenuto 94 dei 179 seggi del Parlamento. Rasmussen avrà così il suo terzo mandato di governo consecutivo. E' una gran bella notizia. Ai tempi dello scontro sulle vignette su Maometto pubblicate il 30 settembre del 2005 dal quotidiano danese Jyllands-Posten, mentre i leader europei facevano a gara a prendere le distanze da quei disegni, Rasmussen annunciò che avrebbe resistito "di fronte all'attacco contro la libertà d'espressione che viene dal mondo islamico". La maggioranza degli elettori la pensa come lui e ha detto "no" al menu multiculturalista proposto dalla sinistra di Helle Thorning-Schmidt.

C'è un perché, e per capirlo basta leggere le cronache danesi. Dove l'estrema sinistra ha confermato la sua saldatura con il fondamentalismo islamico candidando, tra gli altri, Asmaa Abdol-Hamid: una palestinese di 26 anni convinta che i soldati (anche danesi) che combattono i terroristi islamici in Iraq siano come i nazisti (e non è un complimento, nonostante i noti legami tra i nazisti e certi leader islamici, come il Gran Mufti di Gerusalemme). Una integralista che si rifiuta di stringere le mani agli uomini (tutti) e alle donne (se non musulmane). E' stata portavoce delle associazioni fondamentaliste che denunciarono il Jyllands-Posten. Alcune di queste associazioni si battono apertamente per l'introduzione della sharia in Danimarca.

Come già avvenuto in Olanda, l'immigrazione islamica in Danimarca sta cambiando il volto del paese. Si intensificano i pestaggi sugli omosessuali compiuti da gang di giovani immigrati. Lo denunciano le stesse associazioni omosessuali. Racconta sul suo blog il giornalista Bruce Bawer:
Benvenuti nella Nuova Europa. Da una parte c'è una generazione di teenager gay dichiarati, le cui famiglie e amici non gli hanno mai fatto sentire la loro omosessualità come un impedimento ad avere una vita piena, felice, innamorata e onesta, e che possono dirsi benedetti da un'autoconoscenza, da una fiducia in se stessi e da una consapevolezza del loro orientamento sessuale, e hanno un grado di pienezza sentimentale e spirituale che molti omosessuali di una o due generazioni fa difficilmente avrebbero potuto immaginare.

Dall'altra c'è un esercito, in continua espansione, di "polizia morale" (come la chiama Hans Rustad), composto da giovani islamici determinati a terrorizzare questi ragazzi omosessuali, a obbligarli a vivere quelle vite spaventate e segregate che gli omosessuali viveano un tempo.

La Danimarca non ha statistiche sui pestaggi degli omosessuali, ma uno studio fatto nella città di Århus dalla Associazione nazionale danese di gay e lesbiche mostra che in quella città (la seconda più grande della Danimarca) c'è un alto rischio di essere aggrediti o molestati se sei omosessuale.

Il problema, ovviamente, non riguarda solo Århus. Ma tutta l'Europa.
Altre vittime "naturali", assieme agli omosessuali, sono gli ebrei. Il rapporto sull'antisemitismo diffuso nel 2006 dall'Agenzia dell'Unione Europea per i Diritti Fondamentali ha ammesso, pur tra mille imbarazzi, che «in alcuni Paesi - ad esempio in Francia e Danimarca - (...) vi sono prove evidenti di uno spostamento delle responsabilità delle aggressioni dall'estrema destra verso i giovani maschi islamici».

Davanti a tutto questo, la sinistra danese, invece di stare dalla parte delle vittime, ha scelto di candidare quelli che difendono i teppisti. Niente di strano che gli elettori non islamici le abbiano voltato le spalle. Peccato che non durerà molto: i trend demografici indicano che i danesi si avviano ad essere minoranza nel loro stesso Paese entro sessant’anni. Indovinate chi prenderà il loro posto.

Etichette: , ,

lunedì, novembre 12, 2007

La papaya Ogm e gli attivisti anti-Ogm

Gli attivisti anti-Ogm ripetono ossessivamente l’idea che gli Ogm non servono alle colture tipiche. E questo fatto viene spesso ripetuto senza un minimo di ragionamento critico, senza mai chiedersi “perché mai non potrebbero servire?”. Già, perché? Un esempio vale più di mille discorsi, per cui questa volta vi racconto una storia a lieto fine con protagonista una coltura tipica salvata dagli Ogm. Vi parlerò della Papaya delle Hawaii.
Il resto qui, su Scienza in cucina, il blog di Dario Bressanini.

Etichette: ,

venerdì, novembre 09, 2007

Popper e la sinistra: la storia vera

di Fausto Carioti

È da tredici anni che a sinistra va di moda riempirsi la bocca con Karl Popper. Il merito (o la colpa) è di “Cattiva maestra televisione”: un fortunato libricino scritto da Giancarlo Bosetti, all’epoca vicedirettore dell’Unità, nel 1994. Guarda caso, in coincidenza con l’entrata in politica di Silvio Berlusconi. Poco importa che le preoccupazioni di Popper fossero rivolte innanzitutto ai bambini e ai rischi che corrono davanti al piccolo schermo. Di Popper si volle capire solo che, per lui, chi possiede le televisioni è un potenziale dittatore. Nell’immaginario di buona parte della sinistra italiana il filosofo austriaco divenne così un nemico del loro peggior nemico, insomma un compagno di strada, subito adottato con l’entusiasmo dei neofiti. A fare un po’ di chiarezza sui rapporti tra il filosofo liberale e la sinistra arriva adesso il libro di Dario Antiseri e Hubert Kiesewetter: “‘La società aperta di Karl Popper’. Le vicende editoriali di un’opera scritta tra difficoltà e accolta tra sospetti e ostilità” (Rubbettino editore, 90 pagine, 8 euro).

Da qualche parte è scritto che i grandi libri antimarxisti debbano venire alla luce al prezzo di enormi fatiche. Successe alla monumentale inchiesta di Alekzndr Solzenicyn, “Arcipelago Gulag”: iniziata nel 1958, conclusa dieci anni dopo, fatta uscire avventurosamente dai confini del mondo comunista e pubblicata in fretta e furia a Parigi, alla fine del 1973, dopo che una copia era finita nelle mani del Kgb. La storia della grande opera di Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, è un po’ meno tragica, ma altrettanto complicata. Popper non dovette combattere con le spie sovietiche, ma con le malattie, la fame e l’ambiente culturale occidentale, innamorato - o comunque succube - del marxismo. Ed è proprio la filosofia politica di Karl Marx, assieme a quelle di Platone ed Hegel, il vero bersaglio del suo libro.

La stesura iniziò nel 1938 a Christchurch, in Nuova Zelanda, dove Popper e la moglie Hennie si erano recati partendo da Londra. In quegli stessi giorni, le truppe di Hitler entravano a Himmelhof, vicino Vienna, dove Popper era nato nel 1902. La scrittura del primo volume, nel quale il filosofo demoliva Platone, terminò nel 1943. Nel maggio di quell’anno Popper scriveva al suo amico viennese Fritz Hellin: «Per cinque anni non abbiamo avuto un solo giorno di ferie. Siamo quasi completamente sfiniti e molto abbattuti per l’oscuro destino del mio manoscritto». Un mese dopo, svelava l’altra metà della storia: «Ho speso così tanto per i telegrammi che non possiamo più pagare i nostri debiti e non posso nemmeno pensare di prendere un pasto alla mensa dell’università e non possiamo permetterci di accendere il fuoco». Per scrivere e spedire la sua opera, Popper aveva dato tutto, e anche la sua salute ne risentiva.

Nei tre anni successivi, quello che è ancora oggi il libro più importante contro i totalitarismi non riuscì a trovare un editore nei due paesi leader del mondo libero, Inghilterra e Stati Uniti. Quando, nel marzo del 1943, gli editori Macmillan e Harper si rifiutarono di pubblicare “La società aperta”, Popper scrisse ai suoi amici che «una dichiarata aggressività contro il marxismo era stato molto probabilmente il motivo dei rifiuti». Solo alla fine del 1945, dopo molte tribolazioni e dopo che Friedrich August von Hayek si era battuto in prima persona, l’editore inglese Routledge pubblicò il primo volume. Popper, comunque, rimase a lungo isolato anche tra i soloni della cultura liberale e conservatrice. «Commenti velenosi» sulla sua opera, ricorda Antiseri, arrivarono anche da Leo Strauss ed Eric Voegelin.

In Italia, la censura della sinistra nei confronti di Popper e il disinteresse dei liberali si rivelarono molto più efficaci che altrove. Per quasi trent’anni, nessuno ritenne “La Società aperta” degna di pubblicazione. Antiseri ha molto da raccontare, perché è proprio grazie ai suoi sforzi che, alla fine, l’opera fu tradotta. Era il 1973 quando l’editore Armando Armando, dopo molti tentennamenti, cedette alle sue insistenze. «Sì e no se ne venderanno cento copie», confidò Armando a Salvatore Valitutti.

L’edizione italiana, ricorda Antiseri, «venne considerata da parecchi nostri intellettuali un atto di “lesa verità” e “lesa giustizia”». Il Popper teorico della politica e il Popper epistemologo sono la stessa cosa. «Non c’è infatti alcun dubbio», riassume Antiseri, «che il fallibilismo epistemologico, vale a dire la consapevolezza che le nostre conoscenze sono e restano smentibili, costituisca il cardine della società aperta». Proprio questo nesso fu irriso dagli intellettuali, specie di sinistra. Su “Rinascita”, il mensile del Pci, nel 1974 si leggeva che tra i due Popper vi era «un abisso». L’autore della “Società aperta” era definito «un dilettante», capace solo di diffondere «uno sfiduciato irrazionalismo».

Tre anni dopo, su “Critica Marxista”, Popper fu bollato come un «maccartista» le cui idee avrebbero prodotto «conseguenze catastrofiche». La stessa rivista, nel 1982, con prosa non proprio limpida definì l’idea popperiana di società aperta «una combinazione “irrazionale” fra fideistiche assunzioni metafisiche-epistemologiche ed etico-politiche - e incoerenti e/o irrilevanti correlazioni analogiche». La verità, dice Antiseri, è che i marxisti «hanno visto in Popper un pensatore al servizio del Male, vale a dire dell’“Occidente” con la sua costellazione di società basate sui principi dello Stato di diritto e sull’economia di mercato».

Lo scorso aprile, a Firenze, ai 1.550 delegati dell’ultimo congresso dei Ds fu chiesto quali fossero i loro intellettuali di riferimento. Ne uscì un Pantheon assai strambo, che metteva al primo posto Gramsci, quindi Bobbio e Marx. Seguivano Kant, Popper ed Hegel. Il filosofo austriaco, insomma, si è trovato accanto alle sue nemesi, i totalitaristi Marx ed Hegel. Perfetto per Walter Veltroni, l’uomo degli ossimori. Ma chissà se i delegati diessini che hanno “votato” Popper sanno chi era davvero, se hanno letto “La società aperta”, se ne conoscono la storia e gli attacchi che ricevette dal partito del quale sono figli. Oppure se tutto quello che sanno di Popper è che certe sue frasi tornano buone da usare contro Berlusconi.

© Libero. Pubblicato il 9 novembre 2007.

Etichette: , , ,

giovedì, novembre 08, 2007

Blue freedom, red scum

George W. Bush (quello cattivo) ha appena assegnato la Presidential Medal of Freedom, una delle principali onorificienze degli Stati Uniti, a Oscar Elias Biscet, prigioniero politico di Fidel Castro Ruz (quello buono). Biscet (ne ho scritto qui) è il simbolo della dissidenza cubana. Nel 2003 è stato arrestato assieme ad altri oppositori (oppositori pacifici, ma Castro non è tipo da formalizzarsi davanti a certi dettagli) e condannato a 25 anni di prigione.

Carlos Alberto Montaner, leader intellettuale della dissidenza cubana in esilio, nel suo commento spiega perché il gesto della Casa Bianca è importante. Ricorda che «uno dei motivi per cui Biscet fu imprigionato è che ha denunciato l'elevato numero di aborti fatti sull'isola. In Cuba avvengono più aborti che parti. Biscet è un medico, un cristiano, un giovane (è nato nel 1961) e un mulatto. E' qualcosa di simile a un apostolo gentile. E' il vero Uomo Nuovo, nato dalla rivoluzione: una persona che ha capito gli orrori della dittatura comunista. Sua moglie, Elsa Morejón, anche lei, a suo modo, una figura eroica, è il suo braccio destro. La macchina non è riuscita a piegarli. Non so se Biscet riceverà mai la medaglia. Le prigioni politiche a Cuba sono orrende. Forse morirà prima che la libertà lo raggiunga».

Per spiegare meglio gli orrori delle prigioni cubane, Montaner racconta quello che è stato fatto in carcere a Héctor Palacios Ruiz, un tempo sgherro del regime castrista, fin quando non è venuto da vomitare anche lui e ha deciso di battersi (senza armi, stavolta) per la democrazia.
Cosa gli hanno fatto in prigione? Héctor Palacios è alto 6 piedi e 3 pollici (circa 1,91 metri, ndAcm), un uomo corpulento. Per due anni è stato chiuso in una scatola di metallo e cemento, alta 5 piedi e 4 pollici, lunga 5 piedi e 10 pollici e larga 4 piedi (163 x 178 x 122 centimetri). La cella, una sorta di catafalco a forma di igloo, costruita dai russi negli anni Sessanta, è collocata nel cortile di una prigione conosciuta come Kilo 5.5, nella provincia di Pinar del Río. Non ha finestre e il sole cubano la trasforma in un forno. Héctor viveva accucciato e in semioscurità. Ha perso 40 chili. Respirava attraverso la fessura della porta. I suoi compagni erano i topi e i gli scarafaggi che sbucavano dal buco in cui defecava. Alla fine, diventò indifferente a questi animali. A dirla tutta, diventò indifferente alla vita è più di una volta pensò di essere sul punto di morire.

Una volta al giorno, per pochi minuti, i suoi carcerieri gli passavano il tubo dell'acqua, in modo che potesse bere e far scorrere l'acqua nel buco degli escrementi. Héctor riuscì a resistere mentalmente, perché è uno psicologo ed era attrezzato ad affrontare un simile calvario. Da un punto di vista fisico, comunque, il suo organismo crollò; l'immobilità, la sete e il cibo pessimo distrussero il suo sistema circolatorio. Quando lasciò quell'inferno, soffriva di insufficienza cardiaca e le vene delle sue gambe indebolite a fatica riuscivano a pompare sangue. Tutte le valvole della sua circolazione sanguigna erano danneggiate.
Niente di nuovo. Almeno per chi legge questo blog.

Etichette:

mercoledì, novembre 07, 2007

Confindustria si prepara al dopo Montezemolo

di Fausto Carioti

Se gli imprenditori lombardi resteranno a guardare, la gara per la prossima presidenza di Confindustria sarà una corsa a due: Emma Marcegaglia contro Alberto Bombassei. Alla fine sembra essersene convinto lo stesso Luca di Montezemolo. Dopo aver caldeggiato invano altre candidature, il presidente uscente ha deciso di appoggiare la Marcegaglia. Del resto, se a viale dell’Astronomia ci fossero i bookmakers, oggi darebbero lei come favorita. Le uniche sorprese possono arrivare da Assolombarda e dintorni, dove tanti invocano una candidatura forte, che però rischia di non arrivare mai. E dire che il nome grosso, in grado di riaprire la partita, da quelle parti ci sarebbe: è Giorgio Squinzi. Ma il presidente di Federchimica e patron della Mapei ripete che non intende correre.

«Leggere certi segnali non è difficile», spiega un imprenditore lombardo che in Confindustria è di casa. «Durante i lavori della giunta e in altre occasioni è apparso chiaro a tutti che Montezemolo ha scelto la Marcegaglia». La quale, forte anche della sua delega (è vicepresidente per l’Energia), ha iniziato da tempo a viaggiare per l’Italia, tessendo una fitta rete di rapporti con le associazioni territoriali. Gli associati, prosegue l’imprenditore, riconoscono a Montezemolo il grande merito di «aver rilanciato l’immagine di Confindustria, specie nei confronti della classe politica. Ma il pendolo ha oscillato, e ora si sente l’esigenza di essere rappresentati da qualcuno che sia cresciuto dentro una fabbrica».

Da questo punto di vista, Marcegaglia e Bombassei sono due garanzie. Lei, 42 anni, mantovana, assieme al fratello Antonio guida il gruppo creato dal padre Steno, che grazie alla lavorazione dell’acciaio fattura 3,5 miliardi di euro. È stata presidente dei giovani di Confindustria. Lui, 67 anni, vicentino, assieme al padre e al fratello, nel 1961, a Bergamo, fondò la Brembo, che oggi produce freni per ogni tipo di auto e moto. Alberto ne è il presidente. Carica alla quale affianca la vicepresidenza di Confindustria con delega alle politiche industriali. Ha la fama di "falco". Al momento, la differenza tra i due la fa l’iperattivismo di lei. «La Marcegaglia sta battendo tutto il territorio, lui non si muove», dice chi li conosce entrambi.

Così, prima ancora che i giochi si aprano ufficialmente, la Marcegaglia, la cui candidatura è stata lanciata da Vittorio Merloni, ha già messo in cascina un bel po’ di consensi. Anche in posti inaspettati. In Veneto, ad esempio. A Vicenza e dintorni gli imprenditori hanno fatto capire che si schiereranno con lei. In cambio, otterranno quella vicepresidenza che non hanno avuto con Montezemolo. Poltrona che dovrebbe andare a Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica e degli imprenditori vicentini. O, in alternativa, ad Andrea Riello, presidente di Confindustria Veneto.

Pure in Lombardia la Marcegaglia ha i suoi sponsor. Non tutti entusiasti, a dire il vero. A Milano, infatti, si sperava di puntare su uno dei tanti big locali. Ma l’ipotesi di candidare Fedele Confalonieri non è mai decollata. Quanto a Marco Tronchetti Provera, è senza dubbio un gran bel nome, ma - ammesso che ne abbia voglia - non gli viene riconosciuta la capacità di raccogliere i consensi necessari. Squinzi, anche su pressione della famiglia, continua a declinare le offerte, preferendo seguire la sua azienda. Diana Bracco, numero uno di Assolombarda, non sembra avere i numeri né la voglia. Il risultato è che sia Squinzi sia la Bracco dovrebbero appoggiare la Marcegaglia. La stessa cosa è orientato a fare il modenese Guidalberto Guidi, la cui figlia Federica è in corsa per la presidenza dei Giovani di Confindustria.

L’idea che tanti imprenditori considerati vicini al centrodestra appoggino la Marcegaglia, accanto a personaggi che lui mal digerisce, come Luigi Abete e Diego Della Valle, provoca un certo fastidio a Silvio Berlusconi. Nelle conversazioni private che ha avuto nei giorni scorsi, il Cavaliere non ha nascosto perplessità per un candidato che considera troppo vicino alla sinistra. Ha fatto anche notare che il padre di Emma, Steno, e il fratello, Antonio, sono ancora più schierati di lei.

Al fianco di Bombassei, invece, dovrebbe esserci buona parte delle piccole aziende e delle imprese di Federmeccanica, che lui ha rappresentato sino al 2004. Anche l’amministratore delegato del gruppo Fiat, Sergio Marchionne, è messo tra quelli che appoggeranno Bombassei. Se gli schieramenti rimanessero questi, si assisterebbe a un derby (non certo il primo) tra i due top manager Fiat, con Montezemolo e Marchionne su fronti opposti.

Per Montezemolo, la Marcegaglia non è una prima scelta. Lui puntava sul bergamasco Andrea Moltrasio, punto di riferimento di molti manifatturieri. Il quale, però, ha scelto di non correre. Gli uomini vicini alla Marcegaglia danno per chiuso un accordo tra i due, con Moltrasio destinato a ricoprire una vicepresidenza importante nel prossimo vertice di Confindustria. Se poi Montezemolo nutriva speranze per una candidatura di Calearo, gli è andata male. Così si è convinto che, tutto sommato, una donna come la Marcegaglia può essere un buon successore.

I due probabili contendenti, però, devono ancora affrontare le sfide più difficili. Da loro gli associati di Confindustria pretendono innanzitutto chiarezza. «Il tempo dell’attesa è finito. Bombassei traccheggia, ma pure la Marcegaglia non si è scoperta. Presto dovranno dirci che Confindustria vogliono», commenta un noto imprenditore romano. La verità è che tanti sperano che spunti un nome più forte. E poi c’è Berlusconi, il grande assente della partita. Se nei prossimi giorni dovesse capire che non riuscirà ad avere le elezioni anticipate nel 2008, potrebbe decidere di lottare per portare alla guida degli imprenditori qualcuno di cui si fida: c’è ancora tempo per convincere gli indecisi. La partita entrerà nel vivo sotto Natale. Entro gennaio Montezemolo e gli ex presidenti nomineranno i saggi incaricati di tastare il polso agli associati. Dal loro lavoro, a marzo, usciranno i nomi dei candidati che a maggio si giocheranno la presidenza.

© Libero. Pubblicato il 7 novembre 2007.

Etichette:

lunedì, novembre 05, 2007

Spioni Telecom, altri tre arresti

Ogni tanto qualche lettore del blog mi scrive per sapere a che punto stanno le mie vicende legali con gli spioni del Tiger Team, il gruppo di hacker legati alla Telecom che si sono "interessati" al sottoscritto. Rispondo di non saperne nulla. Intanto perché è vero, e poi perché, anche se ne sapessi qualcosa, finché l'indagine è in corso mi guarderei bene dal parlarne in giro. Però stavolta le notizie sono pubbliche, e così fare un aggiornamento alla spy story che mi ha visto parte lesa mi costa davvero poco. Un estratto da Repubblica.it:
Tre persone sono state arrestate a Milano per i dossier illeciti Telecom. Le manette sono scattate per Alfredo Melloni, tecnico informatico appartenente al cosidetto Tiger Team che si occupava della sicurezza informatica della società telefonica, già stato arrestato una volta nell'ambito dell'inchiesta. Gli altri due provvedimenti sono stati emessi nei confronti di Giuseppe Iannone, ex maresciallo del Ros dei Carabinieri ed ex responsabile della sicurezza di Telecom Brasile, e di Roberto Preatoni, figlio dell'imprenditore Ernesto Preatoni e tecnico informatico anche lui vicino al Tiger Team. (...)

Ai tre i pm Fabio Napoleone, Nicola Piacente e Stefano Civardi contestano, a vario titolo, le accuse di associazione a delinquere finalizzata all'illecita acquisizione di informazioni e appropriazione indebita. E' inoltre ipotizzato il reato di intercettazione telematica abusiva.

Tra le vittime delle azioni di "spionaggio", figurano Carla Cico, ex ad di Brasil Telecom, e persone legate al Fondo Oppurtunity, all'agenzia investiva Kroll, i giornalisti Fausto Carioti e Davide Giacolone, dipendenti della società di consulenza di Brasil Telecom Victory, avvocati dello studio Giorgianni, che curava gli interessi di Brasil Telecom.
I masochisti interessati alla vicenda possono apprenderne i dettagli qui. Qui, invece, il mio botta e risposta con il garante della privacy.

Etichette: ,

Via da questa Europa

L'Europetta socialdemocratica e multiculturalista che buona parte della classe politica italiana ha preso a modello è sempre più vergognosa. Perché ti mette il bavaglio e ti dice che lo fa in nome della libertà. E' intollerante in nome di quella che ti vende come tolleranza. Usa l'antirazzismo come pretesto per essere razzista. L'ultimo esempio vede protagonista l'artista svedese Larks Vilks. Al quale è stato impedito di esibire la propria installazione a una biennale d'arte nel sud della Svezia. Vilks aveva realizzato alcuni disegni raffiguranti Maometto nei panni di un cane. Per questo è stato minacciato di morte da Al Qaeda.

In piena coerenza con quanto fatto sinora, la classe politica svedese ha pensato bene di isolarlo. Senza nemmeno chiedere quali opere Vilks intendesse esporre stavolta, è stato deciso che non doveva partecipare alla mostra. "E' un'inutile provocazione consentire a Vilks di partecipare alla mostra. Molte persone sono offese dalla sua arte", ha spiegato un consigliere comunale della città, ovviamente socialdemocratico. Dunque, a questo siamo arrivati: si è iniziato col condannare le opere e - nell'indifferenza generale - si è finito col condannare gli artisti, gli uomini che stanno dietro di esse. Proprio come fanno gli estremisti islamici. Dei quali certi politici sono i migliori alleati.

Racconta tutto, sul suo blog, Flemming Rose, il giornalista che era responsabile della sezione cultura del Jyllands-Posten, il quotidiano danese che il 30 settembre del 2005 pubblicò le vignette satiriche su Maometto. Anche lui condannato a morte dalla fatwa dei tagliagole (ne ho scritto qui).

Etichette: ,

venerdì, novembre 02, 2007

La sicurezza secondo Walter

di Fausto Carioti

Sono di sinistra. «Ma anche» di destra, ora che nella città governata dal loro candidato premier c’è scappata la vittima. Sono contro i «razzisti» che ce l’hanno con gli immigrati romeni. «Ma anche» contro gli immigrati romeni, adesso che hanno capito di cosa sono capaci molti di loro. La maggioranza assomiglia sempre più al suo nuovo leader, Walter Veltroni. Il quale, a sua volta, assomiglia sempre più all’imitazione che ne fa il comico Maurizio Crozza: è tutto quello che ha sempre detto di essere, «ma anche» il suo esatto opposto, se solo serve. Con la stessa superficialità con cui, da anni, il sindaco della capitale va in giro a dire che entrò nel partito comunista italiano perché era un «anticomunista» (che è come dire che uno si è fatto sacerdote perché ateo), con la stessa faciloneria con cui Piero Fassino giura che aderì al Pci perché era «contro il comunismo» (stessa coerenza di uno che entra nel Ku Klux Klan per combattere il razzismo), ora dicono che loro sono per l’immigrazione controllata. All’improvviso, sgombrare i campi rom con la forza non è più roba da leghisti nazistoidi, ma diventa un esempio di buon governo. Tutto d’un tratto, notare che alcune nazionalità d’immigrati, statistiche alla mano, hanno un tasso di delinquenza maggiore di altre, non è più becero razzismo, ma la risposta a quella sana esigenza di sicurezza e trasparenza che viene dalla società civile.

Veltroni-Crozza è la metafora della sinistra che è giunta troppo tardi, e in modo troppo goffo, su posizioni che sino a ieri ha ritenuto indecenti. L’immigrazione romena in Italia ha prodotto una lunga scia di sangue. Parlate a microfoni spenti con qualunque ufficiale dei carabinieri o della polizia, e avrete sempre la stessa versione: quello che più colpisce, della malavita romena e di quella albanese, non è tanto il numero dei reati, che pure è molto alto, specie in rapporto al numero di immigrati di queste nazionalità presenti in Italia. Ma è il livello di brutalità, il tasso di violenza usato per compiere la più piccola rapina. Per levarti cinque euro sono disposti a pestarti a sangue. Anche se la situazione peggiora di pari passo con l’aumentare degli stranieri in Italia, il fenomeno è evidente da anni. Eppure Veltroni, sino a poco tempo fa, dava del razzista a chi puntava il dito contro i romeni. Nel giugno del 2006, davanti ai suoi concittadini preoccupati per l’aumento dei crimini commessi da questi immigrati, il sindaco buonista sfoderava il suo sermoncino: «Vorrei invitare tutti a non fare la cosa più semplice, a non diventare razzisti, perché quando c’è una rapina si dice: “Un romeno fa una rapina”». E invece no, non bisognava dirlo: nella Roma di Veltroni, «inclusiva» e «solidale», era politicamente scorretto indicare la nazionalità del delinquente.

C’è voluto il corpo massacrato di Giovanna Reggiani per far uscire il sindaco dal suo sogno rosa confetto e fargli capire che avevano ragione “gli altri”, quelli che lui chiamava razzisti. Poche ore dopo che la donna era stata ridotta in fin di vita, Veltroni ha detto l’indicibile, ha ammesso che i romeni sono peggiori degli altri immigrati: «Quando il 75% degli arrestati proviene da un solo Paese, e tutti gli episodi hanno la stessa modalità, ovvero aggressione violenta, furto, stupro e omicidio, esiste un problema specifico», ha riconosciuto con qualche anno di ritardo.

E fa pena vedere Romano Prodi, che resta a palazzo Chigi solo perché Veltroni ha ancora bisogno di tenerlo lì per un po’, battere i pugni sul tavolo e dire che «quanto si doveva, è stato fatto». Se il “pacchetto sicurezza” approvato per decreto mercoledì sera era «cosa dovuta», perché il suo governo ha agito solo dopo l’aggressione della donna? Perché, sino a quel momento, il suo esecutivo e la sua maggioranza hanno fatto di tutto per rendere il più lassista possibile la politica nei confronti degli immigrati? Il bello di Veltroni, Prodi e compagni è che riescono a fare tutti questi contorcimenti senza pentirsi né arrossire. Senza sentirsi in dovere di dare uno straccio di spiegazione. Anzi, lo fanno con la spocchia di sempre, fingendo di essere in perfetta coerenza con quanto fatto sino a ieri e continuando a dire che il cialtrone parolaio è Silvio Berlusconi.

La verità è che hanno dovuto fare la faccia da duri e dare un giro di vite in fretta e furia perché l’omicidio è avvenuto in un momento delicatissimo per la sinistra e nella città governata da Veltroni, quella che il leader del partito democratico propone come modello per il resto d’Italia. Non scordiamolo: il 21 agosto scorso un romeno e due albanesi, imbottiti di cocaina, avevano massacrato e ucciso Lucia Comin e Guido Pellicciardi, dopo essere entrati nella loro abitazione. Un delitto duplice che, quanto a efferatezza, regge benissimo il confronto con quello di Roma. Anche in quel caso, gli assassini erano immigrati. Ma allora non ci fu nessuna riunione straordinaria del consiglio dei ministri e nessun provvedimento venne varato d’emergenza. Perché la violenza era avvenuta a Treviso e in un momento in cui la sinistra non si stava giocando la sua sopravvivenza.

Stavolta, invece, all’omicidio di Tor di Quinto tutti gli italiani collegano la faccia del sindaco Veltroni, leader del primo partito della sinistra, impegnato in un difficilissimo recupero di consensi. Sul tavolo del segretario del partito democratico era appena planato qualche sondaggio un po’ meno deprimente del solito. Ora, quanto avvenuto nella sua città rischia di vanificare la campagna autopromozionale che si era preparato con tanta cura. È toccato a Prodi - destino ingrato - cercare di tappare la falla. Perché a sinistra dicono che l’opposizione sta usando l’omicidio della Reggiani per lanciare un’aggressione politica al governo, e ovviamente è vero. Ma il cinismo di Gianfranco Fini e degli altri leader del centrodestra non è diverso da quello che ha spinto Prodi e Veltroni a fare quello che non avevano voluto fare due mesi fa, dopo la mattanza di Treviso.

© Libero. Pubblicato il 2 novembre 2007.

Etichette: , , ,

giovedì, novembre 01, 2007

Un po' di sana disinformazione: Repubblica e la favola del mujaheddin allupato

Vai sull'edizione online di Repubblica di oggi e trovi questo servizio fotografico. Il testo che l'accompagna recita: «E' un tunnel che da Gaza porta sino in Egitto, ma contrariamente a quanto si potrebbe pensare non serve a far arrivare armi e neppure a far scappare i latitanti. Il lungo cunicolo sotterraneo viene usato dai contrabbandieri per i loro traffici di sigarette e Viagra, al momento le due merci più ricercate». Lo leggi e ti viene un'immediata simpatia per i poveri musulmani egiziani, costretti a scavare tunnel lunghi centinaia di metri pur di divertirsi alla sana maniera occidentale (tabacco e Venere, perché se vengono scoperti con Bacco rischiano ottanta frustate).

Però poi c'è la buona abitudine di controllare le notizie e di non credere mai alla prima versione che ti viene venduta. Specie se non sono citate le fonti e quando si tratta di storie così strane (una confezione di Viagra e una stecca di sigarette entrano dentro qualsiasi borsa. Perché mai ci sarebbe bisogno di scavare un tunnel?). Così uno va vedere cosa dice chi ha scoperto il tunnel, cioè l'esercito israeliano. E scopre che i tunnel erano sette (e di quanto Viagra hanno bisogno da quelle parti?). Che erano utilizzati dall'Egitto verso Gaza, e cioè nella direzione opposta a quella indicata da Repubblica. E che, soprattutto, essi servivano «sia per contrabbandare grandi quantità di esplosivi mediante spedizioni mensili, sia per contrabbandare mitragliatrici, missili anticarro, fucili, granate e persino missili antiaerei». Nessun dubbio che si tratti dello stesso tunnel: questa fotografia di Repubblica è la stessa usata dai giornali israeliani per illustrare la storia.

Altro che Viagra. Sotto terra passavano i rifornimenti per i terroristi e i kamikaze palestinesi. E complimenti a chi si è inventato la storia del mujaheddin allupato. Era davvero divertente. Se solo fosse stata vera.

Post scriptum. Qui l'articolo di Haaretz e qui quello del Jerusalem Post.

Etichette: ,