venerdì, novembre 09, 2007

Popper e la sinistra: la storia vera

di Fausto Carioti

È da tredici anni che a sinistra va di moda riempirsi la bocca con Karl Popper. Il merito (o la colpa) è di “Cattiva maestra televisione”: un fortunato libricino scritto da Giancarlo Bosetti, all’epoca vicedirettore dell’Unità, nel 1994. Guarda caso, in coincidenza con l’entrata in politica di Silvio Berlusconi. Poco importa che le preoccupazioni di Popper fossero rivolte innanzitutto ai bambini e ai rischi che corrono davanti al piccolo schermo. Di Popper si volle capire solo che, per lui, chi possiede le televisioni è un potenziale dittatore. Nell’immaginario di buona parte della sinistra italiana il filosofo austriaco divenne così un nemico del loro peggior nemico, insomma un compagno di strada, subito adottato con l’entusiasmo dei neofiti. A fare un po’ di chiarezza sui rapporti tra il filosofo liberale e la sinistra arriva adesso il libro di Dario Antiseri e Hubert Kiesewetter: “‘La società aperta di Karl Popper’. Le vicende editoriali di un’opera scritta tra difficoltà e accolta tra sospetti e ostilità” (Rubbettino editore, 90 pagine, 8 euro).

Da qualche parte è scritto che i grandi libri antimarxisti debbano venire alla luce al prezzo di enormi fatiche. Successe alla monumentale inchiesta di Alekzndr Solzenicyn, “Arcipelago Gulag”: iniziata nel 1958, conclusa dieci anni dopo, fatta uscire avventurosamente dai confini del mondo comunista e pubblicata in fretta e furia a Parigi, alla fine del 1973, dopo che una copia era finita nelle mani del Kgb. La storia della grande opera di Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, è un po’ meno tragica, ma altrettanto complicata. Popper non dovette combattere con le spie sovietiche, ma con le malattie, la fame e l’ambiente culturale occidentale, innamorato - o comunque succube - del marxismo. Ed è proprio la filosofia politica di Karl Marx, assieme a quelle di Platone ed Hegel, il vero bersaglio del suo libro.

La stesura iniziò nel 1938 a Christchurch, in Nuova Zelanda, dove Popper e la moglie Hennie si erano recati partendo da Londra. In quegli stessi giorni, le truppe di Hitler entravano a Himmelhof, vicino Vienna, dove Popper era nato nel 1902. La scrittura del primo volume, nel quale il filosofo demoliva Platone, terminò nel 1943. Nel maggio di quell’anno Popper scriveva al suo amico viennese Fritz Hellin: «Per cinque anni non abbiamo avuto un solo giorno di ferie. Siamo quasi completamente sfiniti e molto abbattuti per l’oscuro destino del mio manoscritto». Un mese dopo, svelava l’altra metà della storia: «Ho speso così tanto per i telegrammi che non possiamo più pagare i nostri debiti e non posso nemmeno pensare di prendere un pasto alla mensa dell’università e non possiamo permetterci di accendere il fuoco». Per scrivere e spedire la sua opera, Popper aveva dato tutto, e anche la sua salute ne risentiva.

Nei tre anni successivi, quello che è ancora oggi il libro più importante contro i totalitarismi non riuscì a trovare un editore nei due paesi leader del mondo libero, Inghilterra e Stati Uniti. Quando, nel marzo del 1943, gli editori Macmillan e Harper si rifiutarono di pubblicare “La società aperta”, Popper scrisse ai suoi amici che «una dichiarata aggressività contro il marxismo era stato molto probabilmente il motivo dei rifiuti». Solo alla fine del 1945, dopo molte tribolazioni e dopo che Friedrich August von Hayek si era battuto in prima persona, l’editore inglese Routledge pubblicò il primo volume. Popper, comunque, rimase a lungo isolato anche tra i soloni della cultura liberale e conservatrice. «Commenti velenosi» sulla sua opera, ricorda Antiseri, arrivarono anche da Leo Strauss ed Eric Voegelin.

In Italia, la censura della sinistra nei confronti di Popper e il disinteresse dei liberali si rivelarono molto più efficaci che altrove. Per quasi trent’anni, nessuno ritenne “La Società aperta” degna di pubblicazione. Antiseri ha molto da raccontare, perché è proprio grazie ai suoi sforzi che, alla fine, l’opera fu tradotta. Era il 1973 quando l’editore Armando Armando, dopo molti tentennamenti, cedette alle sue insistenze. «Sì e no se ne venderanno cento copie», confidò Armando a Salvatore Valitutti.

L’edizione italiana, ricorda Antiseri, «venne considerata da parecchi nostri intellettuali un atto di “lesa verità” e “lesa giustizia”». Il Popper teorico della politica e il Popper epistemologo sono la stessa cosa. «Non c’è infatti alcun dubbio», riassume Antiseri, «che il fallibilismo epistemologico, vale a dire la consapevolezza che le nostre conoscenze sono e restano smentibili, costituisca il cardine della società aperta». Proprio questo nesso fu irriso dagli intellettuali, specie di sinistra. Su “Rinascita”, il mensile del Pci, nel 1974 si leggeva che tra i due Popper vi era «un abisso». L’autore della “Società aperta” era definito «un dilettante», capace solo di diffondere «uno sfiduciato irrazionalismo».

Tre anni dopo, su “Critica Marxista”, Popper fu bollato come un «maccartista» le cui idee avrebbero prodotto «conseguenze catastrofiche». La stessa rivista, nel 1982, con prosa non proprio limpida definì l’idea popperiana di società aperta «una combinazione “irrazionale” fra fideistiche assunzioni metafisiche-epistemologiche ed etico-politiche - e incoerenti e/o irrilevanti correlazioni analogiche». La verità, dice Antiseri, è che i marxisti «hanno visto in Popper un pensatore al servizio del Male, vale a dire dell’“Occidente” con la sua costellazione di società basate sui principi dello Stato di diritto e sull’economia di mercato».

Lo scorso aprile, a Firenze, ai 1.550 delegati dell’ultimo congresso dei Ds fu chiesto quali fossero i loro intellettuali di riferimento. Ne uscì un Pantheon assai strambo, che metteva al primo posto Gramsci, quindi Bobbio e Marx. Seguivano Kant, Popper ed Hegel. Il filosofo austriaco, insomma, si è trovato accanto alle sue nemesi, i totalitaristi Marx ed Hegel. Perfetto per Walter Veltroni, l’uomo degli ossimori. Ma chissà se i delegati diessini che hanno “votato” Popper sanno chi era davvero, se hanno letto “La società aperta”, se ne conoscono la storia e gli attacchi che ricevette dal partito del quale sono figli. Oppure se tutto quello che sanno di Popper è che certe sue frasi tornano buone da usare contro Berlusconi.

© Libero. Pubblicato il 9 novembre 2007.

Etichette: , , ,