giovedì, novembre 01, 2007

Un po' di sana disinformazione: Repubblica e la favola del mujaheddin allupato

Vai sull'edizione online di Repubblica di oggi e trovi questo servizio fotografico. Il testo che l'accompagna recita: «E' un tunnel che da Gaza porta sino in Egitto, ma contrariamente a quanto si potrebbe pensare non serve a far arrivare armi e neppure a far scappare i latitanti. Il lungo cunicolo sotterraneo viene usato dai contrabbandieri per i loro traffici di sigarette e Viagra, al momento le due merci più ricercate». Lo leggi e ti viene un'immediata simpatia per i poveri musulmani egiziani, costretti a scavare tunnel lunghi centinaia di metri pur di divertirsi alla sana maniera occidentale (tabacco e Venere, perché se vengono scoperti con Bacco rischiano ottanta frustate).

Però poi c'è la buona abitudine di controllare le notizie e di non credere mai alla prima versione che ti viene venduta. Specie se non sono citate le fonti e quando si tratta di storie così strane (una confezione di Viagra e una stecca di sigarette entrano dentro qualsiasi borsa. Perché mai ci sarebbe bisogno di scavare un tunnel?). Così uno va vedere cosa dice chi ha scoperto il tunnel, cioè l'esercito israeliano. E scopre che i tunnel erano sette (e di quanto Viagra hanno bisogno da quelle parti?). Che erano utilizzati dall'Egitto verso Gaza, e cioè nella direzione opposta a quella indicata da Repubblica. E che, soprattutto, essi servivano «sia per contrabbandare grandi quantità di esplosivi mediante spedizioni mensili, sia per contrabbandare mitragliatrici, missili anticarro, fucili, granate e persino missili antiaerei». Nessun dubbio che si tratti dello stesso tunnel: questa fotografia di Repubblica è la stessa usata dai giornali israeliani per illustrare la storia.

Altro che Viagra. Sotto terra passavano i rifornimenti per i terroristi e i kamikaze palestinesi. E complimenti a chi si è inventato la storia del mujaheddin allupato. Era davvero divertente. Se solo fosse stata vera.

Post scriptum. Qui l'articolo di Haaretz e qui quello del Jerusalem Post.

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