mercoledì, ottobre 31, 2007

Un sindaco che vuole più rumeni. Ma anche meno

«Vorrei invitare tutti a non fare la cosa più semplice, a non diventare razzisti, perché quando c’è una rapina si dice: "Un rumeno fa una rapina". Una polizza sulla sicurezza della città è diffondere a Roma la cultura dell’accoglienza e della solidarietà nei confronti degli immigrati». Walter Veltroni, giugno 2006.

«Quando il 75% degli arrestati proviene da un solo Paese, e tutti gli episodi hanno la stessa modalità, ovvero aggressione violenta, furto, stupro e omicidio, esiste un problema specifico. Prima dell'ingresso della Romania nell'Unione europea, Roma era la città più sicura del mondo. Ritengo che l'Europa debba chiamare in causa le autorità romene». Walter Veltroni, oggi, 31 ottobre 2007.

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Sulle reti di Berlusconi lo spot per il Pci

Canale 5, cioè Mediaset, cioè le reti di Silvio Berlusconi. Lo sceneggiato a puntate (ora li chiamano fiction, fa più fino) è "Il capo dei capi", va in onda il giovedì in prima serata e racconta l'ascesa e la caduta di Totò Riina. Succede quello che non ti aspetti solo se credi davvero alla favoletta di Berlusconi che usa le sue televisioni per farsi i cavoli propri. Se invece sai come funziona quel mondo, e sai che Mediaset e le sue produzioni, come la Rai, sono imbottite di reduci sessantottini, che usano le reti di Berlusconi per farsi i cavoli loro, succede proprio quello che ti aspetti. E cioè che l'eroico sindacalista Placido Rizzotto, ucciso dalla mafia nel 1948, sia rappresentato come un compagnuccio del Pci, «con tanto di bandiere comuniste e di ritratto di Gramsci appeso in sezione». E invece Rizzotto era socialista, iscritto al Psi di Pietro Nenni e Rodolfo Morandi. Ma vuoi mettere la statura epica ed etica di un gramsciano con quella di un precursore di Bettino Craxi? Lo scippo è stato scoperto da Paolo Pillitteri, che ne scrive sull'Opinione. Qui il ritratto di Rizzotto su Wikipedia.

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domenica, ottobre 28, 2007

Gli Ogm e quell'inconfessabile complesso d'inferiorità nei confronti della sinistra

Complice la moral suasion di qualche amico, mi ero quasi illuso sull'evoluzione dei giovani di An. Quasi. Poi ho letto questo.

LIBERI DA OGM - WEEKEND DI MOBILITAZIONE

Azione Giovani aderisce alla Consultazione Nazionale promossa dalla Coalizione ItaliaEuropa Liberi da Ogm, lanciando un weekend di mobilitazione nazionale domani, sabato 27 e domenica 28 ottobre 2007. Nel rispetto della propria tradizione e del suo patrimonio valoriale da sempre legato all’amore per la terra, per l’ambiente, per le eccellenze della nostra nazione, abbiamo scelto di partecipare a questa consultazione attraverso una seria di iniziative che coinvolgeranno oltre 50 città italiane, perchè la difesa della nostra terra non può e non deve essere colpevolmente lasciata all’ecologismo ideologico di una parte della sinistra. Siamo convinti che l’introduzione senza regole del transgenico nel nostro sistema agricolo, da sempre fondato sulla tipicità e sulla qualità dei prodotti più che su un modello estensivo, finirebbe col danneggiare pesantemente la nostra economia recando un forte danno di immagine al ‘made in Italy’. Non è un caso che anche il citatissimo Sarkozy abbia messo il No agli Ogm al centro della sua politica ambientale e agricola, convinto come noi che il patrimonio di qualità e di tipicità dell’agricoltura, di quella francese come di quella italiana non possa venire sacrificato sugli altari degli interessi di alcune multinazionali. La coalizione è composta da 29 tra associazioni dei produttori agricoli, dei consumatori e del mondo ambientalista cui si aggiungono le mobilitazioni di numerose organizzazioni politiche trasversalmente ai due schieramenti. L’obiettivo prefissato è quello di raccogliere entro il 15 novembre prossimo, 3 milioni di firme a sostegno di un modello agroalimentare di qualità, legato al territorio e libero da Organismi Geneticamente Modificati.

In fondo, se mentre io leggevo Karl Popper e Friedrich August von Hayek loro si eccitavano con Ezra Pound e Julius Evola, un motivo c'era. Mi sa che c'è ancora. E viste le loro frequentazioni, sarà bene continuare a mantenere le distanze.

Post scriptum. Qui alcuni di quelli che hanno ragione (e trattano Mario Capanna, Walter Veltroni e Alfonso Pecoraro Scanio per quello che sono): Benedetto della Vedova, Cristiani per l'ambiente, Salmone.org.

Stessa vicenda, su questo blog: I professionisti dell'anti-Ogm.

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sabato, ottobre 27, 2007

"Ragazzi, risparmiate". Da quale pulpito

di Fausto Carioti

«Ragazzi, imparate a risparmiare» ha detto ieri il ministro Tommaso Padoa Schioppa ai «bamboccioni» delle nuove generazioni. La risposta è già pronta: «Iniziate prima voi, nonni» (l'età media dei ministri del governo Prodi è di 58 anni e l'arzillo titolare dell'Economia ne conta 67). A palazzo Chigi e dintorni va di moda predicare alla Luigi Einaudi: il governo si atteggia a buon padre di famiglia e lesina i soldi per certe spese che evidentemente considera superflue, tipo la benzina per le volanti della Polizia. Intanto, però, si razzola alla democristiana. Dc degli anni Ottanta, per capirsi: spesa pubblica allegra e tutti col muso nella mangiatoia. Ora come allora, la pubblica amministrazione riesce a spendere oltre il 50% del prodotto interno lordo. Se il debito pubblico non cresce come avveniva all’epoca, è solo perché Prodi e soci stanno sottoponendo i contribuenti italiani a una spremuta che i governi di allora si sarebbero vergognati di imporre ai loro elettori. Nel 1990 la pressione fiscale era del 38,3%. Quest’anno e nel 2008, per ammissione dello stesso Padoa Schioppa, non sarà inferiore al 43%.

L’ultima occasione sono le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. Inizieranno nel 2008 e culmineranno nel 2011 con grandi manifestazioni a Roma, Torino e Firenze. Quello stesso anno - in teoria - dovrebbe concludersi l’attuale legislatura. Nessuno, però, crede che governo e parlamento riusciranno a campare tanto a lungo. E i ministri sono i primi a non farsi illusioni. Così hanno pensato di muoversi in anticipo. Confermando che quello di Prodi è un governo garibaldino: siccome l’eroe dei Mille trascorse almeno una notte in ogni città della penisola, i ministri dell’Unione hanno pensato bene di onorarlo facendo piovere soldi su ogni angolo del Paese. A Isernia occorre spostare un campo di calcio e costruire un nuovo auditorium? Ci pensa il comitato interministeriale “150 anni dell’unità d’Italia”, che mette a disposizione 32 milioni di euro. Bisogna ampliare l’aeroporto internazionale di Perugia, per renderlo in grado di reggere l’onda d’urto dei turisti che, da tutto il mondo, si presenteranno nel capoluogo umbro per festeggiare la ricorrenza? Altri 48 milioni in arrivo. Urge restauro del Museo Nazionale di Reggio Calabria? I ministri staccano (dal nostro conto) un assegno da 17 milioni. Insomma, Prodi e i suoi hanno imboccato la prima scorciatoia utile per spendere milioni di euro in interventi la cui necessità è assai dubbia. Come dimostra il fatto che quelle stesse opere non siano riuscite a trovare copertura finanziaria tramite i metodi ordinari.

Alla fine, sommando le spese previste sino a oggi per la ricorrenza, si arriva a 451 milioni. E con quelle che saranno stanziate nei prossimi anni è facile che si superi il miliardo. Intanto, alla voce “Interventi connessi alle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale”, il decreto fiscale del governo appena approvato in Senato stanzia 150 milioni, tutti da spendere entro dicembre. A sorvegliare su come saranno usati questi soldi ci sarà un comitato di garanti «formato da personalità di qualificato e pluralistico orientamento politico e culturale». Ovviamente, saranno nominati dallo stesso Prodi. Se la Rai è l’esempio di ciò che intende il presidente del Consiglio per “pluralismo”, ci sarà da divertirsi.

Da Bruxelles, intanto, le autorità europee hanno appena rimproverato il governo per aver riportato la spesa pubblica al di sopra del 50% del prodotto interno lordo e per aver sprecato il “tesoretto”, cioè le entrate fiscali superiori alle attese, finanziando nuove spese. Pochi giorni prima era stato il Fondo monetario internazionale a denunciare che le uscite avevano superato il livello di guardia mentre la pressione fiscale diventava troppo alta. E la Banca d’Italia, nell’ultimo bollettino trimestrale, ha accusato Prodi di aver lasciato la spesa pubblica «sui valori massimi degli ultimi dieci anni» e di aver rinviato a dopo il 2009 tutti gli interventi urgenti.

Certo, Prodi non s’è inventato nulla. Quello che sta facendo oggi il suo governo con le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia è lo stesso che hanno fatto i governi del passato in occasione dei mondiali di calcio, delle olimpiadi e di ogni grande evento che ha fornito la scusa per spendere soldi pubblici con più disinvoltura del solito. E anche se al timone del Paese ci fosse stata l’attuale opposizione, le cose non sarebbero andate in modo molto diverso. Prodi, però, ha meno alibi di chiunque altro. Proprio perché il suo governo chiede ai cittadini di stringere la cinghia e loda in pubblico - per bocca dello stesso Padoa Schioppa - la «bellezza» delle tasse, giunte a livelli da record, è lecito pretendere che i ministri abbiano un po’ più di rispetto per i quattrini dei contribuenti.

© Libero. Pubblicato il 27 ottobre 2007.

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venerdì, ottobre 26, 2007

Cosa fare a palazzo Chigi quando sei morto

Diciamoci la verità. Romano Prodi, dopo aver vinto le elezioni per puro miracolo e grazie a una serie di errori marchiani da parte dei suoi avversari (vedi la presentazione delle liste all'estero), ha fatto quello che avrebbe fatto chiunque altro si fosse trovato al suo posto: ci ha provato. Ha tentato di governare in tutti i modi, perché ogni altra soluzione avrebbe significato la fine della sua avventura politica. Doveva provarci. Così come fu una mossa dovuta quella di Berlusconi all'indomani del voto. Proponendo un governo di grande coalizione (che avrebbe ufficializzato la sconfitta definitiva di Prodi), il leader di Forza Italia ha fatto la figura del grande statista e ha messo nei guai Prodi, perché da allora può rinfacciargli (come infatti fa) che se il paese è ingovernabile la colpa è tutta sua. Nella Cdl non dicono (ma anche questo fa parte del gioco) che, a ruoli invertiti, Berlusconi si sarebbe comportato nello stesso modo. Insomma, ognuno ha fatto quello che gli imponeva il ruolo. Tenendo presente che - piaccia o meno - il primo dovere di un politico è sempre nei confronti del suo progetto (cioè di se stesso e dei suoi uomini) e non del bene comune, del paese e così via.

Ora, però, la corsa di Prodi è finita. E' morto il suo progetto politico: mettere insieme tutto quello che passa tra i teppisti dei centri sociali e i monarchici come Domenico Fisichella per riproporre la politica della vecchia sinistra democristiana. L'obiettivo quotidiano del governo ormai è uno solo: arrivare vivo a fine giornata. Prodi sperava di attirare senatori dal centrodestra per irrobustire la sua base parlamentare, ma è riuscito a prendersi solo il povero Marco Follini. Intanto perde pezzi a sinistra. E a destra nessuno, nemmeno Pier Ferdinando Casini, è così matto da dargli una mano per compensare le defezioni. Al contrario: sono i centristi eletti con Prodi a essere tentati di passare con Berlusconi, specie dopo la nascita di un partito democratico a forte impronta diessina. Game over, dunque.

Comunque vadano le votazioni della Finanziaria a palazzo Madama, il governo Prodi è finito. Anche se riuscirà a sopravvivere mettendo la fiducia su ogni virgola di ogni testo di legge che sbarcherà in Senato, l'esecutivo non sarà più in grado di portare avanti un progetto, una qualche idea di cambiamento dell'Italia, e tirerà a campare sino a quando Walter Veltroni deciderà che è giunto il momento buono per andare alle elezioni - e non sarà certo tra quattro anni, alla fine naturale della legislatura. Allora, la spina gliela staccherà lui. A Prodi, ormai, resta solo da scegliere qual è il modo meno umiliante per uscire di scena.

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mercoledì, ottobre 24, 2007

Amsterdam Jihad

Se ne parla poco o niente, perché non è carino andare a raccontare in giro certe cose. Ma Parigi e Marsiglia non sono le sole città europee ad avere le loro "zone urbane sensibili", interi quartieri nei quali le forze dell'ordine non hanno il coraggio di entrare perché il controllo del territorio è in mano agli immigrati, che applicano le leggi dei loro Paesi. Succede anche altrove, sempre più spesso. Ultima arrivata è Amsterdam.

In Amsterdam, quasi ogni notte si scatena la guerriglia nel quartiere di Slotervaart, dove una banda di giovani immigrati incendia le automobili e sfida la polizia. E' iniziato tutto il 14 ottobre, quando una poliziotta ha ucciso un marocchino di 22 anni, Bilal Bajaka, vicino al gruppo terrorista islamico Hofstad. Bilal, armato di coltello, aveva assalito la poliziotta e un suo collega dopo essere entrato in una stazione di polizia. I due agenti sono vivi per miracolo.

L'uccisione di un giovane musulmano da parte di una donna "infedele" ha provocato l'inizio dei disordini nel quartiere, abitato soprattutto da immigrati. Bajaka era amico di Mohammed Bouyeri, il mujaheddin marocchino-olandese che assassinò Theo Van Gogh nel 2004 e, con un biglietto affisso sul corpo del regista, minacciò di morte Ayaan Hirsi Ali. Il fratello di Bilal, Abdullah, fu arrestato due anni fa con l'accusa di aver pianificato un attentato a un aereo della compagnia israeliana El-Al all'aeroporto di Schiphol.

Anche in questo caso, la favola del mujaheddin che ha abbracciato l'estremismo islamico perché emarginato dalla società occidentale non funziona. Delle sorelle di Bilal, una lavora come medico, l'altra è un magistrato.

Ulteriori dettagli su The Brussels Journal e The Digital Journal.

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martedì, ottobre 23, 2007

Doris Lessing nel gregge dei Nobel ideologizzati

di Fausto Carioti

Le dichiarazioni di qualunque Nobel ormai sono sovrapponibili a quelle di Alfonso Pecoraro Scanio e Oliviero Diliberto. La notizia ha il suo aspetto positivo: si può vincere il premio anche senza avere alcunché di originale e intelligente da dire. Resta, però, il dato di fatto: a Stoccolma ed Oslo hanno un problema di credibilità. Certo, basta scorrere l’elenco dei premiati degli ultimi anni - alla rinfusa: Rigoberta Menchú, Yasser Arafat, Kofi Annan, Mohamed El Baradei, Alfonso Perez Esquivel, Dario Fo, Harold Pinter, José Saramago, Günter Grass - per capire che devi essere nemico degli Stati Uniti e della globalizzazione. Se sei americano, come Al Gore e Jimmy Carter, vinci solo se hai detto tutto il male possibile dell’amministrazione Bush. Ma è chiaro che per tutti costoro il premio - anche se concesso per meriti letterari - rappresenta soprattutto un riconoscimento alle loro idee politiche. Il problema nasce quando si uniscono al coro quelli che non hanno mai militato nel gruppo, e che avrebbero dovuto ricevere il Nobel per motivi che con la politica nulla hanno a che vedere. È il caso di Doris Lessing, appena premiata con il Nobel per la letteratura.

Ci sono cascati in tanti. Anche tra quelli bravi. Il 12 ottobre, all’indomani dell’assegnazione del premio alla ottantottenne scrittrice inglese, il Corriere della Sera titolava in prima pagina: «Un Nobel in fuga dalle ideologie». In bella evidenza, la frase della Lessing che avrebbe dovuto distinguerla dai suoi predecessori: «Le ideologie, come le fedi, hanno fatto e continuano a fare un’immensa quantità di male». E siccome questa abiura non l’aveva fatta il giorno prima, ma nel 1986, c’era qualche motivo per sperare che la stoffa della Lessing fosse diversa da quella di chi, gli anni scorsi, ha vinto il suo stesso Nobel. Tipo il poeta portoghese José Saramago, diventato uno dei tanti ambasciatori nel mondo della dittatura di Fidel Castro. O come il drammaturgo inglese Harold Pinter, che nel 2003 arrivò a dire che «c’è un solo paragone per gli Stati Uniti: la Germania nazista». Quanto a Dario Fo, le sue posizioni sono note.

Insomma, c’era la speranza che proprio la Lessing - femminista e comunista - fosse diversa. Fuori dal gregge, quantomeno. Se non altro perché era sempre stata contraria a mettere il suo nome sui soliti manifesti degli intellettuali “impegnati”. Ci è cascato persino Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere. Pochi giorni fa lodava la scrittrice britannica, assieme al suo collega turco Orhan Pamuk (vincitore del Nobel nel 2006), proprio per essersi tenuta distante da certi stereotipi: «Pamuk e Doris Lessing forse avvertono quanto appaia artificiosa e inautentica la mimesi parodistica dell’engagement inscenata da alcuni loro predecessori al Nobel, in primis José Saramago e Harold Pinter. E le loro parole», proseguiva Battista, «sembrano indicare simultaneamente il bisogno culturale e letterario di una maggiore sobrietà, di uno stile più appartato, di un definitivo congedarsi dalla figura ieratica dell’intellettuale moderno che si atteggia a “funzionario dell’Umanità”».

Intervistata dall’Espresso all’indomani del Nobel, stuzzicata sui soliti argomenti, la Lessing rispondeva: «Diciamo che l’ex primo ministro Tony Blair non era un campione di abilità politica o di sincerità, nonostante avesse delle buone intenzioni, mentre George W. Bush, l’attuale leader d’oltreoceano, non ha neanche le capacità di trovare delle buone soluzioni. Come sarà Gordon Brown lo vedremo». Giudizi critici, insomma, ma niente scenari apocalittici, niente odii personali, niente paragoni deliranti.

L’illusione dura pochi giorni. Sin quando il quotidiano spagnolo El Pais non manda un inviato a casa della Lessing. Sarà il premio appena ottenuto, saranno le telefonate che avrà ricevuto nel frattempo dagli intellettuali militanti che il Nobel lo hanno vinto gli scorsi anni. Fatto sta che da questa intervista, apparsa in Italia su Repubblica, esce una persona diversa. «Ho sempre odiato Tony Blair, fin dall’inizio», racconta la scrittrice a El Pais. «Molti di noi lo odiavano. Credo che sia stato un disastro per la Gran Bretagna, e lo abbiamo subìto per molti anni. L’ho detto da quando fu eletto: è un piccolo showman che ci caccerà nei pasticci, e lo ha fatto». Notare: lo odiava e ne parlava male sin dall’inizio nonostante, per sua stessa ammissione, lo ritenesse dotato di «buone intenzioni». Quanto a Bush, prosegue la Lessing, «è una calamità mondiale, nel mondo nessuno ne può più di quell’uomo».

L’11 settembre poi, assicura la vincitrice del Nobel, non è stato quel gran dramma che credono gli americani. Il terrorismo vero, spiega, non è quello dei fanatici islamici che schiantano due aerei sulle torri gemelle: «Fu terribile, ma se si ripercorre la storia dell’Ira (l’esercito repubblicano irlandese, autore di molti atti terroristici, ndr), gli attentati in America non appaiono così tremendi. Un americano penserebbe che sono pazza. Hanno perso la vita molte persone, sono crollati due edifici prestigiosi, ma non è stato così tremendo, così straordinario come loro credono; sono gente molto ingenua, o fingono di esserlo». E con questo sermoncino su Blair, Bush e gli americani ingenui (cioè scemi) o in malafede, la Lessing getta la maschera e dice addio alla «maggiore sobrietà» e allo «stile più appartato». È una che dice le stesse sciocchezze degli altri trasudando lo stesso identico odio.

La spiegazione può essere più semplice di quanto si creda, e magari è proprio quella che si trova nel saggio dell’economista Carlo Cipolla sulle “leggi fondamentali della stupidità umana”. Cipolla racconta di un esperimento: si analizzò il quoziente intellettivo dei bidelli di un’università e si vide che una percentuale di loro, più elevata del previsto, era composta da stupidi. «Si pensò dapprima che ciò fosse dovuto alla povertà delle famiglie da cui in genere i bidelli provengono e alla loro scarsa istruzione». Ma poi ci si accorse che la stessa percentuale prevaleva anche fra impiegati, studenti e professori. Alla fine, le ricerche furono estese «ad una vera e propria “élite”, cioè i vincitori dei premi Nobel». E si scoprì che una quota alta di costoro, identica a quella presente in tutte le altre categorie, «è costituita da stupidi». Insomma, non basta aver vinto un Nobel per essere immuni dalle fesserie. Casomai qualcuno avesse ancora dubbi.

© Libero. Pubblicato il 23 ottobre 2007.

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venerdì, ottobre 19, 2007

Why Veltroni is unfit to run Italy

L'Economist, lo stesso settimanale inglese che ogni volta che massacrava Berlusconi finiva sulle prime pagine dei grandi quotidiani italiani, stavolta che parla di Walter Veltroni viene, di fatto, ignorato. Anche grazie alle agenzie di stampa, che hanno ripreso la notizia in pochissime righe e senza riportare i passaggi più significativi. Nel mio piccolo, faccio quel che posso per rimediare.
«(Veltroni) è incline alla retorica del guardare avanti: la sua campagna promette una "nuova stagione" e durante la conferenza stampa successiva alla sua vittoria ha promesso che il partito democratico sarà una "nuova forza" con un "nuovo linguaggio".

Forse. Ma questo partito è anche erede di quelli che sono stati in circolazione sin dalla nascita della repubblica, negli anni Quaranta. Veltroni è stato nel cuore dei meccanismi della politica italiana per oltre trent'anni (fu eletto nel consiglio comunale di Roma all'età di 21 anni). Poi entrò nel parlamento ed entrò nel governo (come vice primo ministro nel primo governo Prodi) all'età di 40 anni. Per quattro anni, ha diretto l'organo ufficiale del partito che ha preso il posto del Pci. (...)

Per lo scopo formidabile di mettere insieme l'eterogeneo centro-sinistra italiano, Veltroni è una scelta eccellente. Ma ciò di cui ha davvero bisogno il suo Paese è che il prossimo presidente del Consiglio sia qualcuno coraggioso abbastanza da aprire la sua economia ammuffita a una maggiore competizione. Poco, nel curriculum di Veltroni, suggerisce che lui sia l'uomo adatto a un simile lavoro».

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martedì, ottobre 16, 2007

Storace-Napolitano: torna il reato di lesa maestà

di Fausto Carioti

Per carità. Massimo rispetto per il presidente della Repubblica. Per la carica che ricopre, per ciò che bene o male rappresenta e tutto il resto. Quanto a Francesco Storace, esponente della destra più sanguigna, senza dubbio sa essere urticante. Ora che ha lasciato Alleanza nazionale, poi, è costretto a mettersi in evidenza davanti agli elettori ricorrendo ad attacchi - come dire - assai poco eleganti. Tipo quelli lanciati nei giorni scorsi contro i senatori a vita, accusati di sorreggere con le stampelle il governo Prodi, e contro Giorgio Napolitano, che Storace ritiene «indegno» del ruolo che svolge. Resta il fatto che quello che è toccato ieri a Storace sembra copiato da una scena del teatro dell'assurdo. La procura di Roma lo accusa di aver violato l'articolo 278 del codice penale: «Chiunque offende l'onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni». L'impressione è che i magistrati non abbiano capito bene ciò che stanno facendo.

Per Storace, va da sé, si tratta di una medaglia da appuntarsi sul petto ed esibire ai comizi della Destra, il partito che ha appena fondato. Anche perché, se il modo usato può far discutere, la sostanza politica del suo gesto resta valida. In democrazia non esistono dogmi di fede, ed è lecito chiedersi se sia stato giusto affidare la prima carica dello Stato ad un personaggio che nel 1956 benedisse l'intervento militare sovietico in Ungheria come un contributo alla «stabilizzazione internazionale» e alla pace nel mondo.

Per le istituzioni italiane, invece, si tratta dell'ennesima figura ridicola. Il quadretto che ne esce fuori, infatti, è una caricatura del ventennio fascista. Storace è accusato di aver violato la stessa disposizione del codice Rocco che sino al 1947 difendeva «l'onore e il prestigio» del re. Vederla riesumata nel terzo millennio, ai danni di un ex fascista accusato di aver insultato un ex comunista, fa tornare in mente la vecchia frase di Karl Marx, per cui la storia si presenta una prima volta come tragedia, la seconda come farsa.

Chi ne esce peggio, alla fine, è proprio Napolitano, che rischia di apparire come un presidente imbalsamato, messo sotto teca di vetro dai magistrati. Una tutela della quale Napolitano, peraltro, non sembra avere bisogno. Che poi a crocifiggere Storace siano gli ex sessantottini che - sostituito il libretto rosso di Mao con il codice Rocco - applaudono l'uso di leggi fasciste da parte dei magistrati, rende l'intera vicenda ancora più surreale.

© Libero. Pubblicato il 16 ottobre 2007.

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lunedì, ottobre 15, 2007

Medaglia d'argento

Dopo che tutti i mezzi d'informazione, inclusi i telegiornali del sedicente servizio pubblico, hanno passato le ultime settimane ad annunciare l'Evento. Dopo che i resti dei due partiti (rivali) più importanti della prima repubblica (i Ds, eredi del Pci, e la Margherita, nipotina della Democrazia cristiana) si sono dissolti in un'unica entità. Dopo che milioni e milioni di valorosi esponenti della migliore società civile si sono messi stoicamente in fila sotto il sole cocente di metà ottobre per scolpire, tutti insieme, un nuovo momento di Democrazia. Insomma, dopo tutto 'sto casino, adesso abbiamo un partito che vale meno del partito di plastica creato a tavolino da Silvio Berlusconi assieme ai manager Fininvest. E che potrà guadagnare consensi solo randellando il povero Romano Prodi e accelerando così il ritorno alle urne, sogno proibito (per ora) dell'opposizione.

Complimenti per la medaglia d'argento, compagni democratici. E buon lavoro.

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domenica, ottobre 14, 2007

Ritratto dell'Italia da vecchia: le cifre del disastro demografico

Inutile stare tanto a sbattersi per aumentare la competitività dei Paesi europei: se l'Europa (e l'Italia) continuano a veder diminuire la loro popolazione, e quindi i loro mercati, la loro forza lavoro, il numero dei loro ricercatori e così via, non potranno che continuare perdere peso economico - e politico, di conseguenza. Dinanzi alle culle vuote, non c'è politica industriale che tenga. Il recupero economico di un Paese passa dal recupero del trend demografico.

Un recentissimo rapporto dell'Instituto de Político Familiar, ente indipendente spagnolo interessato a promuovere politiche per la famiglia, aggiorna i dati del declino demografico che interessa l'Europa, e soprattutto l'Italia.
  • L'Italia è il Paese europeo con la più bassa percentuale di popolazione giovane: solo il 14,2% degli italiani (uno su sette) ha un'età uguale o inferiore a 14 anni. La media europea è del 16,4%. La situazione va peggiorando: tra il 1980 e il 2004 la popolazione italiana "under 14" si è ridotta del 37%.
  • L'Italia è il Paese europeo con la più alta percentuale di popolazione anziana: il 19,2% degli italiani (quasi uno su cinque) ha un'età uguale o superiore a 65 anni. La media europea è del 16,5%.
  • Il tasso di fertilità delle donne italiane è dell'1,34%. E' il più basso dell'Europa dei Quindici, dove in media ogni donna mette al mondo 1,5 figli. Il tasso di equilibrio (quello che consente di mantenere la popolazione su un livello stabile) è di 2,1 figli per donna.
  • L'Italia è il terzo Paese per numero di aborti dell'Europa dei Venticinque. Ogni anno, nel nostro Paese, sono commessi 133.000 aborti. Peggio di noi stanno solo la Francia, con 208.759 aborti ogni anno, e il Regno Unito, con 195.483 aborti.
  • Dopo il Portogallo, l'Italia è il Paese in cui il numero dei divorzi è più aumentato negli ultimi anni: +62% dal 1995 al 2004.
  • Dopo la Spagna, l'Italia è il Paese dell'Europa dei 15 che offre meno sostegno alle famiglie. Nonostante l'altissima spesa destinata al welfare, solo l'1% del prodotto interno lordo italiano è usato per aiutare le famiglie. In media, i Paesi europei spendono per la famiglia il 2,1% del loro Pil. Oltre il doppio dell'Italia, quindi.
  • In Europa, oggi per la prima volta, ci sono più over 65 (il 16,5% della popolazione) che under 14 (il 16,4% della popolazione).
  • Oggi la popolazione europea conta circa 160 milioni di persone in più rispetto agli Stati Uniti. Visto il declino demografico del vecchio (in tutti i sensi) continente, e vista la crescita della popolazione americana, nel 2051 la popolazione degli Stati Uniti avrà sorpassato quella europea.
Qui l'articolo di Mark Steyn sull'argomento.

Da questo stesso blog, sullo stesso tema:
L'impegno del governo Prodi per aumentare la denatalità
Più figli in Francia: miracolo dello stato laico o dello stato islamico?
L'Europa è al suicidio demografico. E questi parlano di sovrappopolazione

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venerdì, ottobre 12, 2007

The Economist: Guevara assassino, bamba ignoranti

La cosa incredibile è che in Italia solo Libero abbia parlato del curriculum di Ernesto Guevara (a parte questa eccezione, non da poco, su Repubblica, peraltro controbilanciata dalla solita fuffa marxista). Nei Paesi culturalmente avanzati, invece, le stesse cose si leggono sui mainstream media. Un editoriale sull'ultimo numero dell'Economist, ad esempio, dice, in modo sintetico, le stesse cose che potete leggere qui.
E' la semiotica, più che la politica, che spinge i teenager ignoranti di ciò che avvenne in Sierra Maestra a indossare le magliette del Che. La fotografia di Korda fissò Guevara come simbolo universale della ribellione romantica [...].

Guevara era un marxista spietato e dogmatico, che si batteva non per la liberazione, ma per instaurare una nuova tirannia. Nella Sierra Maestra uccise quelli che sospettava di tradimento; dopo la vittoria, Castro lo mise al comando dei plotoni d'esecuzione che fucilavano i "contro-rivoluzionari"; come ministro dell'Industria, Guevara si battè a favore dell'espropriazione fino all'ultima fattoria e all'ultimo negozio. Il suo appello alla guerriglia, incurante delle circostanze politiche, contribuì a creare dittature brutali e ritardò il raggiungimento della democrazia.

Tristemente, l'esempio di Guevara è invocato non solo dai teenager, ma anche da certi governi latinoamericani. In Venezuela, Hugo Chávez vuole creare un "uomo nuovo" guevarista, proprio mentre Cuba ci sta ripensando. Come nota Jorge Castañeda, uno dei biografi di Guevara, la costante influenza del Che ha ritardato l'emergere di una sinistra moderna e democratica in parti dell'America Latina. Tristemente, gran parte di quelli che comprano le sue magliette né lo sanno né se ne interessano.

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Noi, il semaforo e lo Stato

di Fausto Carioti

A cosa serve lo Stato? A fregare noi cittadini o a darci una mano a convivere senza scannarci troppo? Spernacchiati tutti i rappresentanti della pubblica autorità, dagli onorevoli in auto blu ai magistrati ai maestri elementari, a rappresentare lo Stato in maniera decente restava davvero poca roba. I carabinieri, i poliziotti e gli altri poveri cristi che rischiano la pelle per 1.200 euro al mese. E poi c’erano loro, i semafori, simboli dello Stato amico. Piace a sinistra, il semaforo, perché è democratico e livella verso il basso: davanti a quella luce rossa si debbono fermare tutti, dall’imprenditore in Maserati all’immigrato che guida la Fiat Ritmo di sesta mano. E in fondo piace anche a destra, perché sembra incarnare quello Stato minimo che sognano i liberali: evita incidenti e salva vite umane, e lo fa senza pesare sulle tasche del contribuente e senza andare in permesso per malattia alle Bahamas. Ecco, se avevamo certe convinzioni sarà meglio liberarcene subito. Il semaforo è diventato tale e quale a tanti altri pezzi della pubblica amministrazione: prepotente, ingiusto, costosissimo e vigliacco.

Si è scoperto ieri a Segrate, nel milanese, dove un pubblico ministero ha iscritto nel registro degli indagati il comandante dei vigili urbani, un funzionario del Comune e i titolari di due aziende private. I quattro, secondo l’accusa, avevano trasformato i semafori lungo la via Cassanese in raffinati strumenti per spennare gli automobilisti. La durata del giallo era talmente breve che era impossibile giungere alla parte opposta della strada senza incappare nel rosso. E siccome gli impianti erano collegati a un sistema automatico di rilevazione delle infrazioni, le multe fioccavano: trentamila in sette mesi. Per la gioia delle casse del comune di Segrate, che rimpinguava così le sue entrate. E per la felicità della ditta appaltatrice, che secondo l’avvocato che ha presentato l’esposto (firmato da 110 incavolatissimi cittadini) incassava il 25% di ogni contravvenzione.

Niente di nuovo. Se i sospetti della procura dovessero rivelarsi fondati (s’indaga anche sui criteri con cui è stato concesso l’appalto) avremmo solo la conferma che a Milano, come sempre, sono riusciti a portare ai massimi livelli d’efficienza quello che nel resto d’Italia si fa in modo un po’ più artigianale. Quando un sindaco ha bisogno di soldi, vuoi perché ha assunto un paio di nuovi consulenti, vuoi perché lo Stato centrale gli ha ridotto i fondi, manda in giro i vigili e gli ausiliari del traffico col blocchetto delle multe in mano. Piuttosto che ridurre le spese, meglio mettere mano al portafogli. Purché sia quello degli altri. La trappola di Segrate non è diversa da quelle che attendono gli automobilisti in tante strade d’Italia, dove le volanti con gli Autovelox li aspettano nascoste, magari dietro una curva al termine di una discesa. Se il loro scopo fosse evitare gli incidenti, gli agenti starebbero in bella evidenza lungo il ciglio della strada, a rallentare gli automobilisti con la paletta in mano. Ma il loro scopo, troppo spesso, è solo fare multe.

Eppure il vigile, il poliziotto, il netturbino e il semaforo sono i metri con cui il cittadino misura il suo rapporto con lo Stato. La grande rabbia del Nordest, negli anni Novanta, nacque e crebbe anche a causa di episodi come quello di Segrate. Sulle sponde del Piave, a Motta di Livenza, la mattina del 9 agosto del ’95 un uomo e la moglie incinta furono travolti da un camion che non aveva rispettato il segnale di stop (l’episodio è raccontato nel libro “Schei”, di Gian Antonio Stella). Gli abitanti della zona chiedevano da dodici anni che quell’incrocio fosse regolato da un semaforo. Il semaforo c’era, ma stava spento: essendo all’incrocio tra una strada provinciale e una comunale, le amministrazioni locali non si erano messe d’accordo su chi doveva pagarne la manutenzione. Il direttore del Gazzettino, Giorgio Lago, scrisse un editoriale furibondo: «Quel semaforo è in realtà l’Italia, il nostro Stato, la nostra pazzia. Dicono che c’è in giro tanta violenza. Ma quale violenza! Vedo in giro tanta pazienza, tanta resistenza civile, tanta speranza nonostante tutto».

Certo, stavolta non c’è il morto, e la differenza non è da poco. Ma anche quel semaforo alle porte di Milano è una metafora dello Stato italiano e delle sue follie. E la domanda di Segrate è la stessa di Motta di Livenza: che cos’è lo Stato? Perché lo paghiamo? È il nostro servitore o il nostro aguzzino?

© Libero. Pubblicato il 12 ottobre 2007.

mercoledì, ottobre 10, 2007

Celebrazioni per un assassino

di Fausto Carioti

In Argentina, dove Ernesto Guevara nacque nel 1928, tra i giovani è diventato un modo di dire: «Tiengo una remera del Che y no sé por qué». Vuol dire: «Ho una maglietta del Che, ma non so per quale motivo». Quantomeno, i ragazzi argentini la domanda se la pongono. I loro coetanei (ma anche tanti ultrasessantenni) in Italia, a Hollywood e nel resto del mondo libero, l’icona di Guevara fotografato da Alberto Korda la indossano in beata ignoranza. Sanno confusamente che era un ribelle, e tanto basta per averlo addosso, stampato sulle t-shirt, come quella indossata dal musicista Carlos Santana alla notte degli Oscar, o tatuato, come sul braccio destro di ciò che resta di Diego Armando Maradona. Comunque pronto per essere sfoggiato nei cortei pacifisti. Molto si deve al merchandising e alle operazioni editoriali costruiti sul personaggio, che lo hanno trasformato in un marchio globale, più trendy dell’iPod. L’agiografia ha raggiunto l’apice in questi giorni, in cui cade il quarantesimo anniversario della morte del Che. Liberazione, il quotidiano di Fausto Bertinotti, ieri gridava in prima pagina: «Evviva Che Guevara», sobriamente definito «uno dei grandi del XX secolo». Puntuale come ogni anno, nei giorni precedenti era rispuntato Gianni Minà, che ha rispedito al Manifesto lo stesso articolo che scrive da quarant’anni, stavolta intitolato «Guevara, l’eroe che continua a nascere». Ogni quotidiano di sinistra manda in edicola il suo volume sul guerrigliero argentino. Le librerie mettono in evidenza sugli scaffali la collana che gli ha dedicato la Feltrinelli. Ancora pochi mesi e avremo sugli schermi “Guerrilla!”, il film di Steven Soderbergh con Benicio Del Toro nei panni dell’amico di Fidel Castro. Se hai passato i quaranta, niente di più facile che ti suoni in testa la erre moscia di Francesco Guccini: «Da qualche parte un giorno/dove non si saprà/dove non l’aspettate/il Che ritornerà». Chi ha qualche anno in meno deve arrangiarsi con Jovanotti: «Io credo che a questo mondo/esista solo una grande chiesa/che passa da Che Guevara/e arriva fino a Madre Teresa».

In questa melassa che tutto avvolge e che trasforma Guevara in un san Francesco postmoderno (ma presto verranno a dirci che era il poverello di Assisi a fare il Guevara ante litteram), c’è un grande assente: la verità. Per ironia della sorte, è toccato a un altro attore di Hollywood, un anno fa, ricordare al grande pubblico come stanno davvero le cose: «La gente indossa la maglietta con il suo volto come un’opera di pop art. Ma non sanno nemmeno chi fosse. Sembra una rock star. E invece fece uccidere moltissime persone senza processo e senza che avessero la possibilità di difendersi». Andy Garcia, esule cubano, si è permesso di dire quello che la Hollywood liberal e anglosassone non ha nemmeno il coraggio di sussurrare: Che Guevara era un macellaio, un assassino a sangue freddo. La sua non è una provocazione: è quello che dicono da decenni intellettuali latinoamericani come Carlos Alberto Montaner e Alvaro Vargas Llosa. Ci sono i testimoni e ci sono i documenti: di centinaia delle vittime del Che si sa nome, cognome e ora dell’esecuzione. Non bastasse, ci sono gli scritti dello stesso “comandante” che grondano sangue. Ma i suoi fedeli sono così ciechi che il culto sopravvive a ogni evidenza.

Da anni, il progetto Cuba Archive sta facendo il conto delle vittime della rivoluzione cubana, per le quali esista conferma da parte di almeno due fonti indipendenti e alle quali sia possibile attribuire un nome. Alla voce “Vittime di Che Guevara in Cuba” appaiono oltre duecento esecuzioni. Quattordici nemici, o presunti tali, furono eliminati dal comandante, direttamente o su suo ordine, in Sierra Maestra, durante la guerriglia contro gli uomini di Fulgencio Batista, tra il 1957 e il 1958. Dal 1 al 3 gennaio del 1959, appena catturata la cittadina di Santa Clara, mandò a morte altre 23 persone. Ma il grosso del sangue il futuro idolo dei pacifisti lo versò in qualità di comandante della Cabaña, la fortezza dell’Havana adibita a prigione. Tra il 3 gennaio e il 26 novembre del 1959 sono attribuite a Guevara ben 164 esecuzioni. Vista la metodologia dell’indagine, si tratta di numeri necessariamente approssimati per difetto: altre fonti parlano di almeno quattrocento uccisioni solo nel carcere dell’Havana.

Va da sé che il processo riservato a quei disgraziati era un abominio giuridico. Javier Arzuaga, il cappellano basco che a La Cabaña era incaricato di confortare i condannati a morte, ha raccontato quei mesi da incubo ad Alvaro Vargas Llosa: «C’erano circa ottocento prigionieri in uno spazio adeguato a non più di trecento persone: membri dell’esercito e della polizia di Batista, qualche giornalista, alcuni uomini d’affari e commercianti. Il Tribunale Rivoluzionario era composto da guerriglieri, mentre Che Guevara presiedeva la Corte d’Appello. Il Che non annullò mai alcuna sentenza. […] In molti casi implorai il Che di usare clemenza con alcuni prigionieri: rammento in particolare il caso di Ariel Lima, un ragazzino. Il Che non cedette mai alle mie insistenze, così come Fidel». Nessuna pietà. Lo confermano le parole del giurista José Vilasuso, che all’epoca faceva parte del tribunale di La Cabaña: «Le direttive del Che stabilivano che dovessimo agire nel modo più risoluto, vale a dire che [gli accusati] erano tutti assassini e che il modo rivoluzionario di procedere doveva essere implacabile». Un ex comandante delle truppe di Guevara, Jaime Costa Vázquez, ha raccontato che i suoi ordini erano chiarissimi: «Nel dubbio, fucilare». Testimonianze che rendono surreale l’epica del guerriero sensibile che ci vendono ogni giorno le vestali del comunismo cubano, prima tra tutte la figlia del Che, Aleida Guevara, la quale si è spinta a dire che tra gli insegnamenti lasciati da suo padre c’è quello di «sviluppare al massimo la sensibilità fino a sentirsi angosciati quando si assassina un uomo in qualsiasi angolo del mondo».

Basta leggere gli stessi scritti di Guevara per capire quale fosse il suo rapporto con la violenza armata e l’omicidio. Tra i suoi tanti difetti, Guevara aveva infatti un pregio che manca ai suoi apologeti odierni: da bravo uomo d’azione, più avvezzo alla pistola che all’oratoria, spesso amava parlare chiaro, senza troppi giri di parole. Alvaro Vargas Llosa, nel suo libro “Il mito Che Guevara e il futuro della libertà”, appena pubblicato in Italia da Lindau, ha raccolto una piccola antologia di citazioni dai diari e dagli altri scritti del Che. Il quale nel gennaio del 1954, appena arrivato a Cuba, scriveva alla moglie di sentirsi «vivo e assetato di sangue». Tre anni dopo, il «sensibile» guerrigliero uccise il compagno d’armi Eutimio Guerra, sospettato di passare informazioni al nemico: «Ho risolto il problema con una pallottola calibro .32 nella tempia destra. Ora ho io le sue cose», annoterà Guevara. Fece lo stesso con il contadino Aristidio, la cui colpa era quella di aver detto che se ne sarebbe andato quando fossero arrivati i ribelli. È stato calcolato, e lo riporta lo scrittore Humberto Fontova, che Guevara fece uccidere sul posto tra il 70 e l’80 per cento dei contadini che si opponevano alla sua avanzata. Condannò a morte anche un tale Echevarría, fratello di uno dei suoi commilitoni, per colpe non meglio specificate, limitandosi a dire che «doveva pagarla». Se era “angosciato” mentre realizzava queste mattanze, di sicuro riusciva a mascherarlo bene.

Non era per impulso che cedeva all’odio e alla violenza. Guevara teorizzò con lucidità il ricorso a simili strumenti. Nel messaggio che inviò nel 1967 alla Tricontinentale, l’organizzazione rivoluzionaria afro-asiatico-latinoamericana, spiegava così quale dovesse essere il motore degli eserciti rivoluzionari: «L’odio come un elemento del conflitto; un odio implacabile nei confronti del nemico, che spinge l’uomo oltre i suoi limiti naturali e lo trasforma in un’efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere».

© Libero. Pubblicato il 10 ottobre 2007.

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martedì, ottobre 09, 2007

Che Guevara, quarant'anni di favole a buon mercato

Oggi, 9 ottobre, è il quarantesimo anniversario dalla morte di Ernesto Che Guevara. In queste quattro decadi il comunista argentino è diventato un'icona pop che simboleggia valori ben distanti dalla sua figura. Persino sulla prima pagina di Liberazione, nel solito articolo agiografico, si ricorda che «aveva il mitra e la pistola, diceva di volere creare "1000 Vietnam", cioè di voler portare la guerriglia in tutto il mondo». In realtà, Guevara diceva esplicitamente di voler esportare l'odio e la violenza. Come si legge nel suo messaggio alla Tricontinentale, pubblicato nel 1967:
The great lesson of the invincibility of the guerrillas taking root in the dispossessed masses. The galvanizing of the national spirit, the preparation for harder tasks, for resisting even more violent repressions. Hatred as an element of the struggle; a relentless hatred of the enemy, impelling us over and beyond the natural limitations that man is heir to and transforming him into an effective, violent, selective and cold killing machine. Our soldiers must be thus; a people without hatred cannot vanquish a brutal enemy.
Insomma, solo gli ignoranti possono sfilare a una manifestazione pacifista indossando una maglietta con la sua effige.

Per sfuggire da facili entusiasmi e ideologie alla moda, da questo stesso blog, qui trovate il bilancio certificato dei suoi 216 omicidi compiuti a Cuba (con tanto di nome e cognome delle vittime), qui dieci luoghi comuni su Che Guevara, smontati a dovere da Alvaro Vargas Llosa (autore di questo libro, appena uscito in Italia), qui la differenza tra la mitologia pacifista propagandata da sua figlia Aleida e la realtà delle parole e dei fatti dello stesso Guevara, qui quello che dice di lui l'esule cubano Andy Garcia, uno dei pochi attori di Hollywood che non si fanno problemi a ricordare le cose come stanno.

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venerdì, ottobre 05, 2007

La Jervolino vuole mettere il bavaglio al pm che indaga sull'eversione rossa

E' noto, basta scorrere l'elenco delle alte cariche dello Stato per capirlo: i comunisti, oggi, sono vittime di una «campagna di persecuzione». Si sa: la borghesia è «eversiva» per natura, e tutte le «conquiste di civiltà e progresso» ottenute nel nostro Paese portano la firma dei comunisti.

Per questi e altri motivi, chi si permette di indaga sui Carc (i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo) va fermato. Come il pm bolognese Paolo Giovagnoli, «novello Torquemada», autore di «una nuova caccia alle streghe, un’operazione di repressione preventiva degna dei tempi del fascismo».

Ora, che simili deliri abbiano libera cittadinanza su Internet non è cosa né nuova né strana. Nuovo e molto strano, invece, è che l'appello dei Carc per legare le mani a Giovagnoli, nel quale tali deliri sono messi tutti nero su bianco, sia stato appena firmato, come fanno sapere gli stessi Carc, da Rosa Russo Jervolino, attuale sindaco di Napoli ed ex ministro dell'Interno.

Delle due l'una. O la Jervolino smentisce tutto subito. Oppure la sua firma su quel manifesto c'è davvero. E allora la cosiddetta "sinistra moderata" è assai più sottomessa alla sinistra più estremista di quanto si potesse credere. Soprattutto, acquista tutta un'altra luce l'atteggiamento dei governi di centrosinistra, e in modo particolare di certi ministri dell'Interno, nei confronti di eversori, terroristi ed ex terroristi rossi.

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mercoledì, ottobre 03, 2007

Una domanda, nessuna risposta

di Fausto Carioti

Nelle righe che seguono non troverete risposte, ma solo una domanda. La stessa che qualche milione di italiani si è fatta ieri, appresa la notizia dell'arresto di Cristoforo Piancone, avvenuto lunedì dopo che costui aveva rapinato una banca nel pieno centro di Siena. La domanda è: cosa ci faceva a piede libero, armato di quattro pistole, uno dei componenti della direzione strategica delle Brigate Rosse, mai pentito né dissociato, condannato a tre ergastoli per concorso in sei omicidi e due tentati omicidi? La risposta la devono dare i magistrati torinesi, convinti che Piancone fosse cambiato abbastanza da poter trascorrere le sue giornate fuori dalla sbarre. E la devono dare quelli che fanno le leggi: se il tribunale di sorveglianza di Torino, nell'aprile del 2004, ha tirato fuori dal carcere un personaggio simile, è perché niente vieta di dare la semilibertà a un terrorista irriducibile e pluriomicida.

La norma che ha consentito a Piancone di andare in giro a rapinare una banca e, durante la fuga, puntare la pistola e provare a sparare contro un poliziotto, è la cosiddetta legge Gozzini. Fu varata nel 1986 con lo scopo di "rieducare" i delinquenti favorendo il loro "reinserimento" nelle società attraverso una serie di benefici: lavoro esterno, permessi premio, affidamento ai servizi sociali, semilibertà e robe simili. Nel 1991 è stata modificata, impedendo che possano giovarsene gli autori di alcuni reati. Per qualche motivo che noi persone semplici non riusciamo a intuire, però, i suoi vantaggi possono tuttora essere applicati a un brigatista rosso pluriergastolano, che non ha mai collaborato in alcun modo con la giustizia. Ora, visto quello che è successo, in Parlamento e a palazzo Chigi non hanno più scuse: debbono riscrivere la Gozzini. Vedremo se mostreranno la stessa concordia e la stessa rapidità con cui sono riusciti ad approvare l'indulto o se si agiteranno per qualche giorno e poi fingeranno che nulla sia accaduto. Si accettano scommesse.

Quanto ai giudici del tribunale di sorveglianza, avevano tutti gli elementi per capire di che razza fosse Piancone. Assieme a Patrizio Peci e altri personaggi delle Br torinesi, nel marzo del 1978 aveva ucciso il maresciallo di polizia Rosario Berardi. Un mese dopo aveva partecipato all'assassinio dell'agente di polizia penitenziaria Lorenzo Cotugno. Catturato e processato, fu riconosciuto colpevole di altri delitti. Era stato uno dei tredici «prigionieri comunisti» che le Br avevano chiesto di liberare in cambio di Aldo Moro. Non ha mai voluto trattare per giungere a patti con la giustizia. Ottenuta una prima volta la semilibertà nel 1995, dovette rinunciarvi tre anni dopo, quando fu beccato a rubare merce all'interno di un supermercato. Forte di questo curriculum, Piancone non solo ha riavuto la semilibertà nel 2004, ma ha anche ottenuto lavoro come bidello in una scuola di Torino.

Visto che l'alloggio continuava a pagarglielo il contribuente (tutte le sere Piancone tornava al carcere di Vercelli), il brigatista non doveva avere grossi problemi economici. Come conferma anche il suo legale, l'avvocato Riccardo Vaccaro: «Non mi risulta vivesse in condizioni di particolare disagio». E così si fa forte il sospetto che i 170 mila euro con cui era fuggito dalla filiale del Monte dei Paschi dietro piazza del Campo dovessero servire a finanziare il terrorismo rosso. Dubbio avvalorato dal fatto che l'irriducibile non ha rivelato il nome del suo complice, il quale è riuscito a fuggire. La sua identità, secondo un'ipotesi alla quale stanno lavorando gli investigatori, potrebbe far risalire a una nuova rete terroristica. Come si vede, la distanza che separa una legge "illuminata" per il reinserimento dei detenuti dal rifinanziamento delle nuove Br rischia di essere molto breve.

In tempi di antipolitica e di Beppe Grillo viene facile citare il commediografo Guglielmo Giannini, che nel 1944 fondò il fronte dell'Uomo Qualunque. I rapporti tra i cittadini e lo Stato li spiegava così: «Noi vogliamo vivere tranquilli, non vogliamo agitarci permanentemente come non abbiamo voluto vivere pericolosamente: vogliamo andare a teatro, uscire la sera, recarci in villeggiatura, trovare le sigarette, ordinarci un abito nuovo, salire in autobus, non fare la guerra, salutare chi ci pare, non salutare chi non ci pare». Per essere ancora più chiaro, riassumeva il concetto in questo modo: «Ciò che noi chiediamo, noi gente, noi Folla, noi enorme maggioranza della comunità, noi padroni della comunità e dello Stato, è che nessuno ci rompa più i coglioni». Non sembrano richieste eccessive. Un programma minimo che molti liberali dovrebbero sottoscrivere a occhi chiusi, nel quale non c'è posto per delinquenti lasciati liberi dall'indulto di tornare a seviziare e uccidere, né per brigatisti pluriomicidi in semilibertà. Eppure, da sessant'anni a questa parte, dare a qualcuno del "qualunquista" equivale a etichettarlo come nemico della cosa pubblica. Resta solo da capire se hanno fatto più danni all'Italia i qualunquisti desiderosi di vivere senza rotture di scatole o certi raffinati teorici della politica alta e della giustizia nobile, autori e interpreti delle leggi che permettono a Piancone e quelli come lui di scorrazzare per l'Italia armati di tutto punto.

© Libero. Pubblicato il 3 ottobre 2007.

martedì, ottobre 02, 2007

Per il nucleare, contro il "Nimby": la Camera apre la proposta di An

di Fausto Carioti

Chi c'è c'è, chi non c'è - tipo gli ex ministri Gianni Alemanno e Altero Matteoli - sarà sempre in tempo ad aggregarsi dopo, ammesso che lo voglia. Gianfranco Fini ha scelto: Alleanza nazionale è ufficialmente il partito dell'energia nucleare. Lo sancisce la decisione di far avviare l'iter parlamentare della proposta di legge per la costruzione di nuove centrali atomiche, siglata da quasi tutti i pezzi da novanta di via della Scrofa (primo firmatario Adolfo Urso, secondo Fini, terzo Ignazio La Russa). Proprio domani il testo inizia il suo percorso nella commissione Attività produttive della Camera. E lo conferma l'ultimo numero di Charta Minuta, la rivista di Fare Futuro, la fondazione di cui Fini è presidente e Urso direttore generale. Un vero e proprio manifesto della "eco-destra", in cui ha un ruolo fondamentale l'atomo di pace, citato come forma di «energia verde» per eccellenza, anche in vista del rispetto del controverso trattato di Kyoto.

La filosofia del provvedimento che An vuole vedere approvato è opposta a quella in voga nella sinistra no global e più radicale, sintetizzata dalla sigla "Nimby", not in my backyard, non nel mio cortile. A via della Scrofa pensano invece che i cittadini debbano essere invogliati ad ospitare certe infrastrutture nei loro comuni, e proprio per questo la proposta di legge che sarà discussa da domani prevede che gli abitanti dei centri che ospitano le centrali nucleari siano esentati dall'Ici, l'imposta comunale sugli immobili, e dalla Tarsu, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. È previsto, inoltre, che ogni regione o provincia autonoma ospiti almeno una struttura "scomoda" di utilità nazionale: una centrale nucleare, un sito per lo stoccaggio delle scorie, un rigassificatore o un impianto per lo smaltimento dei rifiuti.

Tra i "big" del partito di Fini mancano all'appello Alemanno e Matteoli, che già la scorsa legislatura, da ministri, avevano detto più volte che il nucleare non è la risposta ai problemi energetici italiani. Non si tratta di un "no" secco, ma di una perplessità comunque forte abbastanza da non far apparire i loro nomi accanto a quelli degli altri quaranta parlamentari che hanno firmato la proposta. Lo stesso Silvio Berlusconi, del resto, quando era presidente del Consiglio, preferì farsi scudo dell'Unione europea, che chiedeva agli Stati membri di aumentare il ricorso all'energia atomica. Intanto, però, la scorsa legislatura fu compiuto un passo in avanti, piccolo ma politicamente importante: Enel fu liberata dal divieto di produrre energia atomica all'estero.

Già il fatto che adesso Montecitorio abbia il coraggio di aprire un dossier così scomodo è una notizia. La proposta di legge viene discussa perché il capogruppo di An in commissione, Enzo Raisi, ha deciso, d'intesa con Fini, che era il momento di fare del nucleare e della questione energetica una bandiera di An. Il presidente della commissione Attività produttive, il quasi ex radicale Daniele Capezzone, si frega le mani. «Ho calendarizzato con grande piacere la proposta di Alleanza Nazionale per la riapertura del confronto sul nucleare», racconta. E spiega: «Penso che l'Italia sia in condizione catastrofica proprio perché, negli ultimi quindici anni, sono stati detti troppi no: al carbone, ai rigassificatori, al nucleare. Col risultato che oggi, nella produzione di energia elettrica, siamo diventati dipendenti dal gas. Con tutti i rischi che questo comporta». Da notare che nel centrosinistra alcuni parlamentari hanno accolto la calendarizzazione del provvedimento con tacita soddisfazione. Solo negli ultimi tempi, del resto, il ritorno all'atomo è stato invocato dall'ex ministro Pierluigi Bersani, dal responsabile energia dei Ds, Antonello Cabras, e da Enrico Letta, candidato alla guida del partito democratico.

La strada, insomma, sarà pure tutta in salita, ma intanto, vent'anni dopo il referendum del 1987, che pure ha "abrogato" il nucleare solo in modo obliquo, si torna a discutere di energia atomica in Parlamento, dove ognuno sarà chiamato alle sue responsabilità: basta formule vuote, chi è d'accordo - anche a sinistra - alzi la mano, gli altri si assumano la responsabilità di aumentare il costo delle bollette e la dipendenza dell'Italia dall'estero. L'opinione pubblica pare matura per una svolta. Due anni fa una rilevazione di Renato Mannheimer certificava che il 54% degli italiani è favorevole al ritorno al nucleare, e un sondaggio pubblicato in questi giorni dal mensile Espansione conferma quelle cifre.

I confronti internazionali, intanto, sono impietosi. Nell'Unione europea, dove il 31% dell'energia è prodotto dalle centrali atomiche, le famiglie pagano cento chilowattora 10,8 euro (tasse escluse), ma nell'Italia che ha detto no al nucleare e - caso unico in Europa - produce l'82% della sua energia bruciando gas, petrolio e carbone, il prezzo è di 15,48 euro, il più alto del continente. Le nostre imprese pagano 12,1 euro (Iva esclusa) per cento chilowattora, ma i loro concorrenti francesi, grazie al nucleare (da cui proviene il 78% dell'elettricità d'oltralpe), se la cavano con appena 5,8 euro: meno della metà. Intanto il 14% dell'energia che usiamo in Italia è importato dall'estero, e in gran parte è prodotto da centrali nucleari vicine ai nostri confini.

© Libero. Pubblicato il 2 ottobre 2007.

Stesso argomento, su questo blog:
Nucleare e non solo, faccia faccia tra i responsabili di An e dei Ds
L'asse Russia-Iran e il vero prezzo del gas
Dal nucleare a Pecoraro Scanio: la triste parabola del Pci

Per chi vuole andare a fondo:
La situazione italiana: Dati statistici del settore elettrico (Autorità per l'Energia)
Il confronto internazionale: Gas and electricity market statistics - Data 1990-2006 (Eurostat)

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lunedì, ottobre 01, 2007

Il badante di Romano

C'era una volta il sindacato che difendeva i lavoratori. Anche e soprattutto dal governo. E diceva al governo: attenzione, che così fai male ai lavoratori. C'era una volta, ma adesso non c'è più. Ora c'è il sindacato che difende il governo dai lavoratori. E dice ai lavoratori: attenti, che così fate male al governo.

Il prototipo del nuovo sindacalista è il segretario generale della Cgil, Gugliemo Epifani, che intervistato da Repubblica, con tutti i motivi che dovrebbe avere per chiedere ai lavoratori di votare a favore dell'accordo sul welfare e le pensioni, sceglie il ricatto morale: ragazzi, votate a favore dell'accordo anche se vi fa schifo, perché sennò cade Prodi. E questo spiega le attuali priorità della Cgil meglio di mille commenti.

E' anche il segno che pure Epifani ormai ha esaurito tutti gli argomenti, e che la sua stessa base l'ha messo all'angolo. Il che, per inciso, appare anche comprensibile, visto il modo con cui le sigle confederali, da quando c'è l'Unione al governo, difendono i loro iscritti.

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