mercoledì, ottobre 10, 2007

Celebrazioni per un assassino

di Fausto Carioti

In Argentina, dove Ernesto Guevara nacque nel 1928, tra i giovani è diventato un modo di dire: «Tiengo una remera del Che y no sé por qué». Vuol dire: «Ho una maglietta del Che, ma non so per quale motivo». Quantomeno, i ragazzi argentini la domanda se la pongono. I loro coetanei (ma anche tanti ultrasessantenni) in Italia, a Hollywood e nel resto del mondo libero, l’icona di Guevara fotografato da Alberto Korda la indossano in beata ignoranza. Sanno confusamente che era un ribelle, e tanto basta per averlo addosso, stampato sulle t-shirt, come quella indossata dal musicista Carlos Santana alla notte degli Oscar, o tatuato, come sul braccio destro di ciò che resta di Diego Armando Maradona. Comunque pronto per essere sfoggiato nei cortei pacifisti. Molto si deve al merchandising e alle operazioni editoriali costruiti sul personaggio, che lo hanno trasformato in un marchio globale, più trendy dell’iPod. L’agiografia ha raggiunto l’apice in questi giorni, in cui cade il quarantesimo anniversario della morte del Che. Liberazione, il quotidiano di Fausto Bertinotti, ieri gridava in prima pagina: «Evviva Che Guevara», sobriamente definito «uno dei grandi del XX secolo». Puntuale come ogni anno, nei giorni precedenti era rispuntato Gianni Minà, che ha rispedito al Manifesto lo stesso articolo che scrive da quarant’anni, stavolta intitolato «Guevara, l’eroe che continua a nascere». Ogni quotidiano di sinistra manda in edicola il suo volume sul guerrigliero argentino. Le librerie mettono in evidenza sugli scaffali la collana che gli ha dedicato la Feltrinelli. Ancora pochi mesi e avremo sugli schermi “Guerrilla!”, il film di Steven Soderbergh con Benicio Del Toro nei panni dell’amico di Fidel Castro. Se hai passato i quaranta, niente di più facile che ti suoni in testa la erre moscia di Francesco Guccini: «Da qualche parte un giorno/dove non si saprà/dove non l’aspettate/il Che ritornerà». Chi ha qualche anno in meno deve arrangiarsi con Jovanotti: «Io credo che a questo mondo/esista solo una grande chiesa/che passa da Che Guevara/e arriva fino a Madre Teresa».

In questa melassa che tutto avvolge e che trasforma Guevara in un san Francesco postmoderno (ma presto verranno a dirci che era il poverello di Assisi a fare il Guevara ante litteram), c’è un grande assente: la verità. Per ironia della sorte, è toccato a un altro attore di Hollywood, un anno fa, ricordare al grande pubblico come stanno davvero le cose: «La gente indossa la maglietta con il suo volto come un’opera di pop art. Ma non sanno nemmeno chi fosse. Sembra una rock star. E invece fece uccidere moltissime persone senza processo e senza che avessero la possibilità di difendersi». Andy Garcia, esule cubano, si è permesso di dire quello che la Hollywood liberal e anglosassone non ha nemmeno il coraggio di sussurrare: Che Guevara era un macellaio, un assassino a sangue freddo. La sua non è una provocazione: è quello che dicono da decenni intellettuali latinoamericani come Carlos Alberto Montaner e Alvaro Vargas Llosa. Ci sono i testimoni e ci sono i documenti: di centinaia delle vittime del Che si sa nome, cognome e ora dell’esecuzione. Non bastasse, ci sono gli scritti dello stesso “comandante” che grondano sangue. Ma i suoi fedeli sono così ciechi che il culto sopravvive a ogni evidenza.

Da anni, il progetto Cuba Archive sta facendo il conto delle vittime della rivoluzione cubana, per le quali esista conferma da parte di almeno due fonti indipendenti e alle quali sia possibile attribuire un nome. Alla voce “Vittime di Che Guevara in Cuba” appaiono oltre duecento esecuzioni. Quattordici nemici, o presunti tali, furono eliminati dal comandante, direttamente o su suo ordine, in Sierra Maestra, durante la guerriglia contro gli uomini di Fulgencio Batista, tra il 1957 e il 1958. Dal 1 al 3 gennaio del 1959, appena catturata la cittadina di Santa Clara, mandò a morte altre 23 persone. Ma il grosso del sangue il futuro idolo dei pacifisti lo versò in qualità di comandante della Cabaña, la fortezza dell’Havana adibita a prigione. Tra il 3 gennaio e il 26 novembre del 1959 sono attribuite a Guevara ben 164 esecuzioni. Vista la metodologia dell’indagine, si tratta di numeri necessariamente approssimati per difetto: altre fonti parlano di almeno quattrocento uccisioni solo nel carcere dell’Havana.

Va da sé che il processo riservato a quei disgraziati era un abominio giuridico. Javier Arzuaga, il cappellano basco che a La Cabaña era incaricato di confortare i condannati a morte, ha raccontato quei mesi da incubo ad Alvaro Vargas Llosa: «C’erano circa ottocento prigionieri in uno spazio adeguato a non più di trecento persone: membri dell’esercito e della polizia di Batista, qualche giornalista, alcuni uomini d’affari e commercianti. Il Tribunale Rivoluzionario era composto da guerriglieri, mentre Che Guevara presiedeva la Corte d’Appello. Il Che non annullò mai alcuna sentenza. […] In molti casi implorai il Che di usare clemenza con alcuni prigionieri: rammento in particolare il caso di Ariel Lima, un ragazzino. Il Che non cedette mai alle mie insistenze, così come Fidel». Nessuna pietà. Lo confermano le parole del giurista José Vilasuso, che all’epoca faceva parte del tribunale di La Cabaña: «Le direttive del Che stabilivano che dovessimo agire nel modo più risoluto, vale a dire che [gli accusati] erano tutti assassini e che il modo rivoluzionario di procedere doveva essere implacabile». Un ex comandante delle truppe di Guevara, Jaime Costa Vázquez, ha raccontato che i suoi ordini erano chiarissimi: «Nel dubbio, fucilare». Testimonianze che rendono surreale l’epica del guerriero sensibile che ci vendono ogni giorno le vestali del comunismo cubano, prima tra tutte la figlia del Che, Aleida Guevara, la quale si è spinta a dire che tra gli insegnamenti lasciati da suo padre c’è quello di «sviluppare al massimo la sensibilità fino a sentirsi angosciati quando si assassina un uomo in qualsiasi angolo del mondo».

Basta leggere gli stessi scritti di Guevara per capire quale fosse il suo rapporto con la violenza armata e l’omicidio. Tra i suoi tanti difetti, Guevara aveva infatti un pregio che manca ai suoi apologeti odierni: da bravo uomo d’azione, più avvezzo alla pistola che all’oratoria, spesso amava parlare chiaro, senza troppi giri di parole. Alvaro Vargas Llosa, nel suo libro “Il mito Che Guevara e il futuro della libertà”, appena pubblicato in Italia da Lindau, ha raccolto una piccola antologia di citazioni dai diari e dagli altri scritti del Che. Il quale nel gennaio del 1954, appena arrivato a Cuba, scriveva alla moglie di sentirsi «vivo e assetato di sangue». Tre anni dopo, il «sensibile» guerrigliero uccise il compagno d’armi Eutimio Guerra, sospettato di passare informazioni al nemico: «Ho risolto il problema con una pallottola calibro .32 nella tempia destra. Ora ho io le sue cose», annoterà Guevara. Fece lo stesso con il contadino Aristidio, la cui colpa era quella di aver detto che se ne sarebbe andato quando fossero arrivati i ribelli. È stato calcolato, e lo riporta lo scrittore Humberto Fontova, che Guevara fece uccidere sul posto tra il 70 e l’80 per cento dei contadini che si opponevano alla sua avanzata. Condannò a morte anche un tale Echevarría, fratello di uno dei suoi commilitoni, per colpe non meglio specificate, limitandosi a dire che «doveva pagarla». Se era “angosciato” mentre realizzava queste mattanze, di sicuro riusciva a mascherarlo bene.

Non era per impulso che cedeva all’odio e alla violenza. Guevara teorizzò con lucidità il ricorso a simili strumenti. Nel messaggio che inviò nel 1967 alla Tricontinentale, l’organizzazione rivoluzionaria afro-asiatico-latinoamericana, spiegava così quale dovesse essere il motore degli eserciti rivoluzionari: «L’odio come un elemento del conflitto; un odio implacabile nei confronti del nemico, che spinge l’uomo oltre i suoi limiti naturali e lo trasforma in un’efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere».

© Libero. Pubblicato il 10 ottobre 2007.

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