mercoledì, gennaio 23, 2008

Berlusconi pronto al grande slam

di Fausto Carioti

La cozza Prodi resta attaccata allo scoglio di palazzo Chigi, ma con il mare a forza 12 non resisterà molto. Questione di giorni, forse di ore: se domani il voto al Senato finisce in parità, come indicavano ieri sera i bookmakers di palazzo Madama, la mozione di fiducia è bocciata e il governo è kaputt. Gianfranco Fini sembra essere uscito dalla macchina del tempo quando dice ai vecchi partiti della Cdl: «Andremo al voto tutti insieme come alleati e con Berlusconi candidato premier». Come se negli ultimi mesi nulla fosse accaduto. Né i fischi dei dirigenti di An a Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto, né lo strappo del Cavaliere che nel giardino di Arcore si è ricostruito una Cdl tutta sua e l’ha chiamata partito delle libertà, né gli stracci volati in pubblico nelle settimane seguenti (siamo alle «comiche finali», disse Fini quando il leader di Forza Italia iniziò a parlare di riforme elettorali con Walter Veltroni). L’Udc dà sempre l’impressione di tirarsela, ma il suo segretario, Lorenzo Cesa, ieri ha spedito il messaggio tranquillizzante che si attendevano a palazzo Grazioli: «La nostra collocazione è chiara». Insomma, non ci vuole molto a capire chi è che qui rischia di stravincere la partita: il suo nome inizia con “Berl” e finisce con “usconi”.

Solo pochi giorni fa, gli alleati accusavano il Cavaliere di avere danneggiato l’intero centrodestra inseguendo il sogno della spallata impossibile. Persino un lettore attento della situazione politica quale è Umberto Bossi non credeva alla caduta di Prodi. Ora, alla spallata credono tutti. Gli stessi ultrà del premier fanno la conta dei numeri al Senato e ammettono che solo un miracolo può salvare il governo - e visti i rapporti di Prodi con gli emissari dell’Altissimo in Vaticano, è improbabile che qualcuno interceda per lui. Come per magia, appena il governo ha iniziato a puzzare di morto, la Cdl si è ricomposta ed è riapparsa in pubblico, viva e quasi vegeta. Il diktat berlusconiano di piazza San Babila, prendere o lasciare il partito unico del centrodestra così come annunciato dal predellino della Mercedes? Niente di così grave. La questione della leadership? Secondaria, l’importante è far cadere Prodi e mostrarsi uniti davanti agli elettori. E il Caimano se la ghigna.

Certo, se Prodi va a casa, Berlusconi, oltre che alla propria ostinazione, dovrà dire grazie anche a un quadro astrale favorevole. L’azione congiunta del magistrato Mariano Maffei, procuratore di Santa Maria Capua Vetere, e della Corte Costituzionale, che ha dato il via libera ai referendum elettorali di Mario Segni e Giovanni Guzzetta, ha innescato l’effetto domino che ora punta a travolgere il Professore. Una bella mazzata alla maggioranza l’ha data anche Veltroni, annunciando che il Pd si presenterà da solo alle prossime elezioni, «qualunque sia il sistema elettorale». Voci malandrine, che girano anche in ambienti dalemiani, attribuiscono questa uscita ai colloqui che il sindaco di Roma aveva avuto nei giorni precedenti con il leader di Forza Italia, il quale gli aveva prospettato l’ipotesi che il partito delle libertà si candidasse da solo: le due forze politiche avrebbero combattuto ad armi pari per la conquista del premio di maggioranza. Fosse vero che Veltroni ci ha creduto, i magistrati dovrebbero inviare un nuovo avviso di garanzia a Berlusconi, stavolta per circonvenzione d’incapace. Resta il fatto che il Cavaliere appare in netto vantaggio anche nei confronti di Veltroni: già l’impresa del Pd sarebbe improba contro il solo partito di Berlusconi. Ma davanti all’intera Cdl a ranghi compatti, non ci sarebbe match: il partito democratico finirebbe asfaltato.

Tutto questo ha un prezzo. Anzi, due. Andare al voto subito con una riedizione della vecchia Cdl, come Berlusconi dice ufficialmente di voler fare (l’unica differenza sarebbe il partito della libertà al posto di Forza Italia), e con l’attuale legge elettorale, significherebbe esporsi agli stessi pericoli che hanno condotto Prodi sul viale del tramonto anticipato. I conteggi che Berlusconi sta facendo in questi giorni gli prospettano una vittoria in Senato con un margine di quindici senatori (165 eletti per il centrodestra, 150 per il centrosinistra). Molti più di quanti ne abbia mai avuti Prodi, ma non quanto basta per sentirsi al riparo dalle imboscate, anche perché con lui i senatori a vita saranno assai meno amichevoli che con Prodi. Insomma, Berlusconi rischierebbe di trovarsi a capo di un governo instabile sottoposto al continuo ricatto dei “nanetti”. Con tutti i danni che questo comporterebbe anche per il Paese. Sarebbe la fine ingloriosa di una carriera politica fenomenale.

Il secondo prezzo che Berlusconi pagherebbe sarebbe quello di non poter contare sulla prossima legislatura, che sondaggi alla mano dovrebbe essergli favorevole, per arrivare al Quirinale. Il mandato di Giorgio Napolitano, infatti, scade nel maggio del 2013. Il suo successore potrà essere eletto dal prossimo parlamento solo se le nuove elezioni politiche si terranno nel 2009 o negli anni seguenti. Il leader del centrodestra, quindi, sulla carta ha un motivo in più per prendere tempo.

Perciò Berlusconi sta riflettendo se non gli convenga cambiare strategia in corsa. In questi giorni non fa che ripetere la richiesta di elezioni immediate. Lo fa perché così tranquillizza e ricompatta al suo fianco la Lega e l’Udc, le quali preferiscono andare al voto con la legge attuale piuttosto che con quella che uscirebbe dalla consultazione popolare. Il voto immediato in funzione antireferendaria rappresenta un argomento interessante anche per Rifondazione comunista, che in queste ore non pare troppo affranta al pensiero di dover rinunciare a Prodi (il segretario, Franco Giordano, ha già fatto sapere che intende «disinvestire dal governo»). Ma, appena silurato il suo rivale, per Berlusconi inizierà un’altra partita. Pressato dal presidente della repubblica, che gli chiede di darsi da fare per le riforme, e allettato dalla disponibilità di Veltroni, che a giorni dovrebbe presentargli una nuova proposta di legge elettorale, meno proporzionale e più favorevole ai grandi partiti, non è escluso - spiega chi gli ha parlato in queste ore - che accetti di appoggiare un governo tecnico-istituzionale, al quale Forza Italia possa staccare la spina in qualunque momento. Un esecutivo destinato a durare un anno e incaricato di cambiare la legge elettorale e fare alcune di quelle riforme economiche, tipo il taglio della spesa pubblica, poco gradite agli elettori. Il personaggio, del resto, è fatto così: si tiene aperte tutte le strade, e sceglie quella da imboccare solo all’ultimo minuto. Adesso, la priorità è mandare a casa Prodi. Una cosa per volta.

© Libero. Pubblicato il 23 gennaio 2008.

Etichette: ,