mercoledì, maggio 26, 2010

La mutazione genetica di Tremonti (e del Pdl)

di Fausto Carioti

Qualcuno avvisi il Pd: il governo ha appena varato una manovra da 24 miliardi di euro, annunciata dallo stesso braccio destro del premier come un intervento zeppo di «sacrifici duri». Ma del principale partito d’opposizione non c’è traccia: oggi l’intera dialettica politica nasce e si consuma all’interno del centrodestra. Pier Luigi Bersani e i suoi, ammesso che davvero esistano e che non siano figuranti messi lì dal Cavaliere per allietare la scena, non hanno ancora capito se devono scendere in piazza con la Cgil di Guglielmo Epifani o limitarsi a fare un po’ di casino ma alla fine, senza darlo troppo a vedere, accogliere l’invito di Giorgio Napolitano a «condividere» la manovra per senso di responsabilità. Probabile che anche stavolta scelgano la terza via, dividendosi e confermando così la loro irrilevanza politica.

Con la manovra di ieri, poi, Silvio Berlusconi ha tolto al Pd uno dei pochi titoli dei quali poteva ancora fregiarsi, più per tradizione che per meriti attuali: quello di essere il “partito del rigore”, il consesso dei custodi dell’ortodossia delle regole europee. Titolo che adesso spetta al sempre più tremontizzato Popolo della Libertà. La mutazione genetica del ministro dell’Economia è ormai giunta a termine: la macchietta incapace di far quadrare i conti che Corrado Guzzanti scherniva in televisione con il suo «povca puttana», l’omino della finanza creativa e del taglio facile delle imposte è diventato, nel bene e nel male, il prosecutore della austera politica economica e fiscale dei Vincenzo Visco (sì, proprio lui) e dei Tommaso Padoa-Schioppa (non a caso quest’ultimo, intervistato dal Fatto, la scorsa settimana ha avuto parole di miele per Tremonti, incoronandolo come suo successore).

Perché adesso il centrosinistra s’indigna, ma la verità è che tanti degli interventi contenuti nella manovra varata ieri sera dal Consiglio non avrebbero sfigurato affatto in una delle finanziarie dell’Ulivo o dell’Unione prodiana. Ad esempio la tracciabilità dei pagamenti ai professionisti e il taglio agli stipendi di ministri e sottosegretari. Con la differenza che il centrodestra, ieri, ha varato provvedimenti, come l’innalzamento rapido dell’età pensionabile delle dipendenti statali a 65 anni e il taglio drastico alle consulenze degli amministrazioni pubbliche, che il centrosinistra, preoccupato di mantenere le proprie clientele, non avrebbe mai firmato. E difficilmente Romano Prodi o Massimo D’Alema avrebbero avuto il coraggio di chiudere il rubinetto dei finanziamenti pubblici al museo storico della Liberazione, al Meeting per l’Amicizia tra i popoli e alle fondazioni intestate ad Alcide De Gasperi o allo stesso Bettino Craxi.

Certo, il centrosinistra aveva il vizietto di mettere le mani nelle saccocce altrui. Cosa che il governo Berlusconi, anche stavolta, non ha fatto. Ma il risultato non cambia di molto: la manovra ha dato nuove responsabilità alle regioni e agli enti locali, col risultato che presto molti tra questi avranno la necessità di introdurre nuovi balzelli o di aumentare quelli esistenti (e a questo punto, grazie alla manovra, disporranno pure dell’alibi per farlo).

Il risultato è che, alla fine, tutto convive dentro Berlusconi e il suo governo. La linea del rigore europeista, appunto, ormai magnificamente incarnata da Tremonti. «Ma anche», come diceva Maurizio Crozza imitando Walter Veltroni (Berlusconi gli ha scippato pure questo), l’impegno a tagliare le tasse e rilanciare consumi e investimenti appena la congiuntura lo renderà possibile, e comunque entro la fine della legislatura, che è la promessa su cui il Cavaliere basa la sua esistenza politica. Il fondo da 200 milioni annui per finanziare Roma capitale, che poi è quello che chiedeva il sindaco ex aennino Gianni Alemanno. Ma anche il pedaggio sul Raccordo anulare, nuove tasse di soggiorno per i turisti a Roma, l’aumento delle bollette elettriche sulle rive del Tevere e il blocco dei salari dei ministeriali: tutte misure sgradite agli abitanti della città, ritenute però necessarie per rimettere in equilibrio i conti del Campidoglio e renderli indipendenti dai “regali” del Nord. C’è il condono edilizio, ma accanto a questo figurano nuove norme sull’accertamento fiscale, che incentivano i Comuni a stanare gli evasori. Alla fine del giro nemmeno la Lega può dire di esserne uscita indenne, se è vero che la mannaia della manovra taglia le province al di sotto dei 220mila abitanti.

Così la manovra “lacrime e sangue” non lascia alla sinistra e al Pd molto cui aggrapparsi, al di fuori di un generico appello al normale malcontento che segue un intervento tanto duro. Anzi, l’opposizione ha un argomento in meno, quello del rigore in nome della stabilità europea, da poter sbandierare. Un tema che oggi è monopolio di Berlusconi e che molti elettori dimostrano persino di apprezzare, se è vero il sondaggio dell’Istituto Crespi secondo il quale la maggioranza degli italiani avrebbe addirittura voluto tagli ancora più drastici. Tanto, in tempi di crisi internazionale, può la paura.

© Libero. Pubblicato il 26 maggio 2010.

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