martedì, maggio 18, 2010

Gli stipendi da tagliare

di Fausto Carioti

Gli schiaffoni rimediati in queste settimane dalla classe politica (ieri, per dire, è stato arrestato per corruzione l’ex sindaco di Gallipoli, incidentalmente dalemiano) hanno già prodotto un risultato: gli stipendi di ministri e parlamentari saranno tagliati, almeno del 5%. Troppi politici ansiosi di rifarsi l’immagine, ormai, si sono sbilanciati a prometterlo sull’onda delle inchieste giudiziarie e della crisi finanziaria, e tirarsi indietro sarebbe imbarazzante persino per gli standard cui ci hanno abituati. Se poi un ministro assennato e vicino al premier come Franco Frattini assicura a Libero (nell’intervista pubblicata domenica) che presto la proposta del taglio degli stipendi sarà fatta propria da Silvio Berlusconi, è il caso di prenderlo sul serio. Anche ammesso, però, che le cose vadano davvero così, resta da capire fin dove si debba arrivare. Vanno tagliati pure gli stipendi dei politici locali? E soprattutto: è giusto ridurre anche le buste paga più pingui del settore pubblico, come quelle di magistrati, grand commis e alte cariche dello Stato, incluso lo stesso presidente della Repubblica? Sì.

E non per i risparmi che simili interventi possono produrre. Ma perché nel momento in cui si chiede l’ennesimo sacrificio ai dipendenti pubblici, a chi si prepara ad andare in pensione e a tutti i contribuenti, l’errore peggiore che si potrebbe commettere è confermare l’impressione che l’Italia sia ancora quella raccontata da Giuseppe Prezzolini nel 1921: un Paese diviso tra «furbi» e «fessi», nel quale «se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito, questi è un fesso». Che le cose stiano ancora così è fuori discussione, ma se per una volta i furbi evitassero di darlo a vedere, i fessi apprezzerebbero. E buona parte dei furbi, ancora oggi, occupa cariche - non necessariamente elettive - nei livelli alti e medio-alti delle istituzioni. Dove è vero che gli stipendi non raggiungono quasi mai gli standard del settore privato, ma è vero anche che si hanno garanzie non paragonabili a quelle dei posti di lavoro esposti ai rischi del mercato.

Ad esempio: quando Umberto Bossi avverte che anche i magistrati devono «dare una mano», perché il loro stipendio è legato a quello dei parlamentari, dice una cosa di banale buon senso. Ma il sindacato delle toghe gli risponde gridando all’ennesimo «attacco all’indipendenza dei giudici». E perché mai? Gli stipendi dei magistrati variano dai 37.400 ai 122.300 euro lordi. Grazie agli incarichi extragiudiziali, poi, tante toghe riescono a portare a casa cifre più alte. È chiaro, allora, che ai livelli più bassi da raschiare non c’è nulla, ma a quelli più elevati di grasso da togliere ce n’è tanto, e farlo non avrebbe nulla di scandaloso in un momento come questo.

Discorso analogo per gli alti funzionari pubblici. Congelare gli aumenti degli statali, incluso chi guadagna 1.400 euro al mese, come sta pensando di fare il governo, è economicamente insensato e moralmente offensivo se non si accompagna a interventi più drastici su stipendi al top. Come quelli dei dirigenti universitari, che viaggiano sui 97.800 euro l’anno, o dei capi dipartimento dei ministeri (236.300 euro). E non si capisce per quale motivo la Rai, società a capitale pubblico dove i consiglieri d’amministrazione ricevono tra i 195.000 e i 400.000 euro l’anno, debba restare fuori dalla mannaia. Il paragone con i rivali di Mediaset, poi, non giustifica i cachet di certi conduttori, giornalisti e altri volti più o meno noti. Mediaset, infatti, è una società quotata che produce utili, e se non lo fa è un problema dei suoi azionisti; la Rai, invece, ai suoi finanziatori coatti - i contribuenti - non solo non stacca alcuna cedola, ma chiede ogni anno un intervento per coprire l’immancabile buco.

Dire che simili tagli porterebbero in cassa una quota minima dei 27 miliardi che sta cercando il ministro Giulio Tremonti non coglie il punto vero della faccenda. Ovvero che la politica - specie nei momenti di difficoltà - vive anche di simboli, degli esempi che dà ai cittadini. Dicono che Berlusconi l’abbia capita: presto vedremo se è vero. Proprio per questo è importante che dal Quirinale arrivi un segnale chiaro. Se tutta la politica riduce il suo budget del 5%, è giusto che lo stesso accada per il bilancio della presidenza della Repubblica (228 milioni di euro l’anno) e per lo stipendio di Giorgio Napolitano (218.000 euro). E siccome nel governo e in parlamento nessuno ha il coraggio di dirlo chiaro e tondo, ma ci si limita a invocare tagli alle buste paga delle «alte cariche», sarebbe il caso che Napolitano facesse un passo avanti, chiedendo - lui per primo - una simile decurtazione: la sua autorità morale e politica potrebbe rendere l’esempio contagioso.

Quanto alla Lega, che si è fatta portabandiera di questa campagna di moderazione salariale della politica, se davvero non sta realizzando solo un’operazione di facciata, metta subito tra le cose da fare l’abolizione delle province, iniziando da quelle inutili, come si legge nel programma di governo scritto da Berlusconi e accettato da Bossi. Qualche amministratore del Carroccio resterà senza lavoro, ma è anche dal rispetto di simili impegni che si valuta l’appartenenza alla categoria dei «furbi».

© Libero. Pubblicato il 18 maggio 2010.

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