giovedì, maggio 27, 2010

Aridatece Berlusconi

di Fausto Carioti

A questo punto devono dircelo: ma Silvio Berlusconi, quello vero, dove lo hanno messo? E quando ce lo restituiscono? Quello che è apparso ieri sera accanto a Giulio Tremonti per spiegare le ragioni della manovra finanziaria, più che l’unico premier europeo col vento in poppa sembrava un sottosegretario interinale all’Economia, un cultore della scienza triste che nulla aveva in comune col bombastico presidente del consiglio eletto dagli italiani.

Dopo aver discusso la manovra in privato, anche in modo molto duro, quando questa è stata varata Berlusconi si è assunto con responsabilità il compito di “venderla” agli italiani, di presentarla come il male minore. E l’intervento da 24 miliardi di euro preparato dal governo forse è davvero quanto di meno peggio potesse capitare ai contribuenti. Eppure stavolta il grande venditore fallisce la missione, forse perché non crede nel prodotto (che è la prima regola per avere successo, come spiegò lui stesso a Mike Bongiorno quando lo convinse a fare le televendite su Canale 5).

Seduto davanti ai giornalisti a palazzo Chigi, il Cavaliere non indossa la solita faccia. Non ride, manco sorride, non sfodera nemmeno una barzelletta. Non è lui, è il suo clone depresso, che si è consegnato nelle mani di Tremonti. Si capisce che la retorica dei «sacrifici necessari», espressione che pure pronuncia e chiaramente fa scalpore, non gli appartiene. Deve intervenire Tremonti, prendendosela con i soliti giornalisti cattivi che avevano attribuito al solo ministro dell’Economia la paternità del decreto, per dire che «la manovra la fa il presidente del consiglio, non una parte del governo o un singolo ministro». Non ci crede nessuno, almeno non stavolta, però è quello che andava detto. Berlusconi annuisce perché gli tocca farlo. A un certo punto il premier riesce persino a dire che «l’Italia, come la vecchia Europa, sta vivendo al di sopra delle proprie possibilità». E vedere una frase simile spuntare sulla bocca di colui che poche settimane fa invogliava gli italiani a spendere per rimettere in moto l’economia - quello sì che è il suo linguaggio - fa un certo effetto. Pure il consueto appello finale alla fiducia - «perché c’è una ripresa. Non sarà veloce, sarà lenta, ma c’è» - risulta loffio.

Il Berlusconi tremontizzato, quasi commissariato, appiattito sul ministro dell’Economia anche quando costui vara provvedimenti che fanno torcere le budella al Cavaliere, è la vera novità della politica. Non è dato sapere quanto durerà, se giusto il tempo di presentare la medicina agli italiani o fino a quando l’ariaccia che tira sui mercati sarà passata - e in questo caso potrebbero volerci mesi. L’unica cosa certa è che si tratta di un ruolo che non piace al premier, e nemmeno ai suoi.

Scene come quella vista ieri mandano in fibrillazione il popolo berlusconiano, dentro e fuori il Parlamento. Perché difficilmente le partite Iva riusciranno a capire la tracciabilità dei pagamenti sopra ai 5.000 euro, così come gli albergatori escono pazzi all’idea che questo governo applichi un nuovo balzello sui turisti che arrivano nella capitale. Capiscono benissimo, gli ex forzisti, che l’abolizione delle province andrebbe fatta sul serio, mica solo dove la Lega dà il lasciapassare. Subiscono con sempre più malcelato fastidio la tracotanza che fa dire a Umberto Bossi, forte dell’asse con Tremonti, cose tipo «se mi toccano la provincia di Bergamo dobbiamo fare la guerra civile». E temono che una manovra che poggia così tanto sul blocco degli stipendi degli statali regali all’opposizione l’intera categoria per i prossimi decenni.

Sono le stesse contestazioni che l’altro Berlusconi - quello vero - aveva fatto a Tremonti nei giorni scorsi. Ottenendo come risposta una minaccia di dimissioni. Ma perdere un ministro dell’Economia, di questi tempi, equivale ad assegnare un calcio di rigore a porta vuota alla speculazione internazionale, anche ieri additata dal presidente del Consiglio come il vero nemico da sconfiggere: «La speculazione ha posto nel mirino i debiti sovrani, la stabilità dei nostri Bot e Btp, per questo abbiamo deciso di intervenire». E, sempre per questo, Tremonti non si tocca.

Quello inaugurato ieri, però, è un equilibrio instabile. Con un Berlusconi lontano anni luce dal proprio karma, che resta quello del taglio delle tasse sempre e comunque, anche nei momenti di crisi, convinto che solo così possa ripartire davvero l’economia. Con gli ex forzisti, che già non hanno digerito il passaggio al Carroccio di due regioni importanti come Piemonte e Veneto, costretti ad assistere alle esibizioni muscolari di Tremonti e Bossi, e timorosi che queste siano le anticipazioni di quello che accadrà quando Berlusconi passerà la mano, magari proprio all’economista di Sondrio. Con l’elettorato tradizionale del PdL che al Nord potrebbe essere tentato di farsi un giro sul Carroccio, perché da quelle parti sì che sanno come difendere certi interessi. Tutti buoni motivi per cui il presidente del Consiglio deve sperare che la crisi finanziaria sia di breve durata. Prima il Berlusconi vero torna in scena e riprende il comando, meglio è per lui e i suoi.

© Libero. Pubblicato il 27 maggio 2010.

Etichette: ,