giovedì, marzo 25, 2010

Il martello di Berlusconi

di Fausto Carioti

Occhio a non prendere l’appello con cui Silvio Berlusconi chiede ai cittadini di dire cosa pensano del presidenzialismo per l’ennesima sparata pre-elettorale del premier, buona solo per scaldare gli animi degli ultrà. C’è molto di più dentro questa sua evocazione della piazza e del popolo dei gazebo: c’è il filo conduttore della politica che farà il leader del PdL nei prossimi tre anni e - soprattutto - c’è un’anteprima del volto nuovo che intende dare al partito. In quattro parole: ci sarà da divertirsi.

Come ha scritto il politologo Robert Kagan in un saggio in cui parla di tutt’altro, «a chi ha un martello tutti i problemi sembrano chiodi, ma a chi non possiede un martello, nessun problema sembra un chiodo». Berlusconi il martello ce l’ha: è la sua gente, sono gli elettori, peraltro l’unico strumento accettabile in una democrazia. A patto di usarlo in modo responsabile. E, per quanto i suoi avversari dicano il contrario, sinora questo Berlusconi l’ha saputo fare, se è vero che, da quando è sceso in campo, dalla sua parte non è giunto alcun atto di violenza politica (lo stesso non si può dire per la sinistra).

Gli altri, il popolo non ce l’hanno. O almeno non hanno nulla di paragonabile a quello berlusconiano: come scrisse Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità, Berlusconi «sembra l’ultimo giapponese, poi scopri che nella giungla ha addestrato guerriglieri senza paura. C’è un esercito di fedeli, la più affollata setta del mondo, disposti a seguirlo». Pure quelli di Azione Giovani, ragazzi che non hanno mai letto Julius Evola ma nel simbolo hanno ancora la fiamma tricolore, sabato erano in piazza San Giovanni a gridare «un presidente, c’è solo un presidente». E non è a Gianfranco Fini che si riferivano.

Spiazzati dall’ennesima invenzione del premier, i suoi avversari adesso cercano di far passare il messaggio per cui, invece di varare le riforme ascoltando i cittadini, è più democratico farle fregandosene di costoro, come peraltro è sempre avvenuto. Così la sinistra si scandalizza e lancia l’ennesimo allarme per la «deriva plebiscitaria». Loro, infatti, il “martello” non ce l’hanno: quelli che hanno riempito metà piazza del Popolo il 13 marzo non avevano nulla in comune tra loro, se non l’avversione per Berlusconi. Erano, a loro modo, una piazza “berlusconiana”, e hanno dato ragione al premier quando dice, come ha fatto ieri, che da sedici anni «il grande collante» della sinistra è lui, capace di fare sfilare insieme i garantisti radicali di Marco Pannella e i manettari di Antonio Di Pietro, per i quali il sospetto non è più solo «l’anticamera della verità», come sostenevano anni fa padre Ennio Pintacuda e Leoluca Orlando, ma una condanna già passata in giudicato.

Allo stesso modo, Fini s’inalbera e avverte che per le riforme serve un approccio «senza strumentalizzazioni di tipo propagandistico». Parole che sono miele per Berlusconi, che infatti promette di tirare dritto: «Sono stato criticato perché ho detto che saranno i cittadini a decidere se dovrà essere eletto direttamente da loro il presidente della Repubblica o il presidente del Consiglio. Sono felice di queste critiche, perché sono convinto della giustezza della mia posizione».

Ma se per la definizione delle riforme, alla fine, il premier dovrà fare i conti con le procedure costituzionali e i numeri del parlamento, per ridisegnare il partito avrà la mano molto più libera. Berlusconi vuole un PdL carismatico e leaderistico, nel quale il rapporto tra il capo e gli elettori sia diretto, non mediato da organismi e burocrazie di partito. Ieri, a modo suo, lo ha detto: «Il Pdl è nato per ascoltare il popolo». Gaetano Quagliariello, che oltre ad essere vicecapogruppo vicario dei senatori azzurri è anche un politologo appassionato di Charles De Gaulle, pesa le parole, ma il concetto è chiaro: «Berlusconi è impegnato a costruire un partito democratico, nel quale ci sia spazio anche per una ipotetica minoranza. Sa bene pure lui, però, che il PdL non potrà mai sfuggire del tutto da un elemento genetico, che in fondo rappresenta il vero vantaggio del centrodestra sullo schieramento opposto. In piazza San Giovanni abbiamo visto un popolo stringersi attorno al suo leader; in piazza del Popolo avevamo assistito a divisioni e ripicche sedate solo dall’antiberlusconismo».

Il PdL come popolo che «si stringe attorno al suo leader» (o come leader che si appella direttamente al suo popolo) contro il PdL partito “normalizzato”, in cui il rapporto tra la base e il vertice passa attraverso organismi territoriali, dirigenti e quadri: sarà questo il vero scontro tra Berlusconi e Fini. Ed è già iniziato, prima di quando si potesse immaginare.

© Libero. Pubblicato il 25 marzo 2010.

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