domenica, dicembre 24, 2006

Regalo di Natale a Prodi: Senato chiuso per oltre un mese

Il Senato è sempre più ingestibile? Ogni volta che un provvedimento del governo sbarca nell'aula di Palazzo Madama c'è il rischio che Romano Prodi ne esca con le ossa rotte? L'ultima volta che si è votato a palazzo Madama se non fosse stato per i senatori a vita il governo sarebbe caduto? Niente paura. La soluzione è lì, a portata di mano. Basta chiudere l'aula del Senato. Se non definitivamente, almeno per 35 giorni. Ed è proprio quello che sta avvenendo. E chi se ne frega se il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in seguito alla morte di Piergiorgio Welby ha chiesto al Parlamento «una riflessione approfondita su questioni eticamente sensibili che interrogano la coscienza e la responsabilità collettiva e individuale». L'importante è che la spina che tiene in vita il governo resti attaccata, e quindi figuriamoci se qualcuno, specie a sinistra, ha voglia di portare dentro al dibattito parlamentare un tema politicamente dilaniante come l'eutanasia. Il tutto nel sostanziale silenzio dell'opposizione, che non ha capito, o più probabilmente se ne sbatte.

L'ultima seduta dell'aula del Senato, quest'anno, porta la data del 19 dicembre. Per la prossima, bisognerà aspettare il 23 gennaio. In mezzo, trentacinque giorni di tranquillità assoluta per Prodi e di ricarica per gli anziani, preziosissimi senatori a vita. La maggioranza di centrosinistra ripone così gli ottuagenari nel congelatore, da dove debbono essere tirati fuori il meno possibile e solo nelle occasioni importanti: delicati come sono, rischiano di sciuparsi facilmente.

Il raffronto con gli anni precedenti spiega la situazione meglio di tante parole. Lo scorso anno, l'aula fu chiusa dal 23 dicembre 2005 al 4 gennaio 2006, quando riaprì per una seduta "straordinaria" convocata per la presentazione di un decreto, e quindi riprese i normali lavori l'11 gennaio. Totale: 12 giorni di sosta (19 se non si tiene conto della seduta del 4 gennaio). L'anno precedente, aula del Senato chiusa dal 29 dicembre al 18 gennaio: venti giorni di sosta. Natale 2003: 22 giorni di sosta. Natale 2002: 25 giorni. In media, quindi, stavolta l'aula del Senato starà chiusa ben due settimane in più degli ultimi anni.

E' solo l'ultimo episodio. La verità è che la maggioranza e il governo già dall'inizio della legislatura se le stanno inventando tutte per far lavorare il Senato il meno possibile, e più l'Unione perde pezzi, più la paura di far votare i senatori aumenta. In questi primi mesi dall'inizio della legislatura il Senato ha approvato 27 leggi. Nello stesso periodo della legislatura precedente ne aveva approvate 56. Adesso, la chiusura dell'aula per oltre un mese non fa che rendere la situazione ancora più evidente e imbarazzante.

Il bello (si fa per dire) è che le decisioni sul calendario dei lavori del Senato sono prese dalla conferenza dei capigruppo, e la sosta natalizia di 35 giorni ha avuto il via libera dei capigruppo dell'opposizione. Alzi la mano chi se ne stupisce.

Post scriptum. Buon Natale a tutti e auguri per un 2007 ricco di soddisfazioni. Salvo (improbabili) sorprese, il prossimo aggiornamento di questo blog avverrà nei primi giorni di gennaio.

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sabato, dicembre 23, 2006

Solo la politica può liberare la famiglia dalla politica

Botta e risposta, ovviamente su Libero, tra il sottoscritto e l'amico Alberto Mingardi. Argomento: i confini che debbono difendere la famiglia dall'ingerenza dello Stato. Il mio articolo è la risposta a quello di Alberto.

di Fausto Carioti

Si fa presto a dire che spetta alle famiglie, e solo ad esse, difendere le loro libertà dalla longa manus dello Stato. Magari fosse così semplice. Vorrebbe dire che la politica non ha ancora allungato le sue zampacce sulla nostra sfera privata e sul modo con cui educhiamo i nostri figli. Se le cose stessero davvero così, basterebbe alzare una trincea e difenderla con le unghie e con i denti. Ma così non è. Perché lo Stato si è già accampato da tempo nelle nostre camere da letto e nelle stanzette dei nostri bambini. Quella che serve, adesso, è una guerra di liberazione per mandarlo via il prima possibile. Il paradosso - o la fregatura, se si preferisce - è che questa guerra di liberazione deve passare attraverso la politica e le sue istituzioni: solo un buono Stato può difendere i diritti delle famiglie dallo Stato. È fastidioso, ma è così che funziona.

Il problema, insomma, è nel manico, ed è il problema antico dei liberali (ovvero di quelli che non vogliono rotture di scatole da legulei e burocrati): non sopportano lo Stato, ma sono costretti a farci i conti perché senza di esso staremmo tutti molto peggio. Senza lo Stato, e senza le istituzioni attraverso cui esso agisce sui cittadini, ovvero la politica, le relazioni tra individui sarebbero regolate dalla costituzione materiale in vigore nelle borgate romane: «Chi mena prima mena due volte». Ma lo Stato, o meglio i suoi burocrati e legislatori, hanno la pessima abitudine di non limitarsi al minimo indispensabile, cioè difenderci da chi ci vuole fare del male e poco di più. Pretendono di regolare ogni aspetto della nostra vita sociale e di farlo con i nostri soldi. E, ovviamente, hanno tutti gli strumenti per riuscirci. Hai voglia a dire che la famiglia è l’istituzione naturale che si contrappone allo Stato, creatura artificiale. Famiglia e Stato non sono due sfidanti in condizione paritaria. L’uno fa le leggi e mette le tasse. L’altra obbedisce e mette mano al portafogli.

Il fatto che il “balance of power” tra le due istituzioni sociali più importanti penda a favore dello Stato influenza negativamente la libertà delle famiglie. Un esempio banale. Il regime fiscale italiano è privo del quoziente familiare. Ovvero non divide il reddito complessivo dei coniugi soggetto all’Irpef per il numero dei componenti familiari. In questo modo penalizza le famiglie più numerose. Non è solo una questione di soldi. Così facendo, il fisco incoraggia le famiglie a fare meno figli e contribuisce a schiacciare il tasso di fertilità italiano a 1,28 figli per donna, uno dei più bassi del mondo occidentale, e, per inciso, ben al di sotto del tasso minimo necessario a mantenere stabile la popolazione (pari a 2,1 figli per donna). Domanda: uno Stato che disincentiva la procreazione e contribuisce al suicidio demografico ed economico dei suoi cittadini (il rapporto attuale di un figlio ogni due adulti vuol dire che nel giro di una generazione per ogni lavoratore ci saranno due pensionati) non rappresenta già oggi una grave minaccia per le famiglie?

E ancora. Tutti i genitori vorrebbero essere liberi di scegliere per i loro figli l’educazione che ritengono migliore. Ma pochi di loro, solo i più ricchi, possono farlo, perché - anche se tutti pagano le tasse con cui è finanziata l’istruzione - lo Stato consente la frequenza gratuita solo negli istituti pubblici, ovviamente laici. Domanda: uno Stato che condiziona la libertà d’educazione dei genitori non è già andato oltre quelli che dovrebbero essere i suoi limiti, non si è già imposto come pericoloso surrogato della famiglia nel suo compito più importante? E - per fare un altro esempio - uno Stato che invariabilmente toglie i figli ai padri divorziati, non è forse uno Stato sessista, autore di una delle peggiori violenze?

L’elenco, come si vede, si può allungare senza difficoltà. La vera battaglia da fare, quindi, non è pretendere che Parlamento e governo si impegnino in favore della famiglia tradizionale (o della famiglia “di fatto”, o della famiglia “omo”, o di qualunque altro tipo di relazione tra individui). La vera battaglia è proprio quella opposta: pretendere da Parlamento e governo una exit strategy dagli affari familiari. Lo Stato deve andarsene via, il prima possibile, dai confini di quel privato che deve riguardare solo moglie, marito e figli.

La buona notizia, in tutto questo, è che alla fine siamo sempre noi elettori, noi famiglie che decidiamo. Non possiamo scriverci le leggi che vorremmo, ma possiamo scegliere chi mandare in Parlamento a rappresentarci e, se non mantiene le promesse che ci ha fatto, possiamo costringerlo a cambiare mestiere. Se scegliamo politici convinti che il compito dello Stato sia togliere alle famiglie oltre la metà del reddito guadagnato, e con quei soldi sostituirle in ogni attività, anche in quelle più importanti - come l’educazione dei figli - il minimo che possiamo aspettarci in cambio sono ministri tipo quelli che compongono il governo Prodi.

© Libero. Pubblicato il 23 dicembre 2006.

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mercoledì, dicembre 20, 2006

I trucchi di Padoa-Schioppa smascherati dalla Kostoris

di Fausto Carioti

Chissà cosa pensa lei, quando si siede davanti al computer, inizia a scrivere il suo intervento e si prepara, metaforicamente parlando, a levargli la pelle. E chissà cosa pensa lui, quando accende la radio o sfoglia la rassegna stampa e se la ritrova lì, la sua nemesi, puntuale come un esattore fiscale di Visco. Chissà se tutti e due, in certi momenti, ricordano mai il giorno in cui si sono sposati e tutti i bei momenti passati insieme, quando certo non potevano immaginare che sarebbe finita in questo modo, con lui al governo assieme ai comunisti e lei, spietata, che gli ripassa le bucce in pubblico. Lei, ovviamente, è Fiorella Kostoris, economista con gli attributi, per lungo tempo presidente dell’Isae, l’istituto di studi economici del Tesoro. È di sinistra, ma non quanto basta per non vedere le nefandezze del governo Prodi. Lui è Tommaso Padoa-Schioppa, un passato in Banca d’Italia, Consob e Banca centrale europea e un presente alquanto agitato come ministro dell’Economia. Lei e lui furono sposati, ora non lo sono più. Ora lui scrive un decreto e lei glielo riduce in mille pezzi. Lui interviene in Parlamento, lei gli viviseziona ogni singola parola. Le reali motivazioni che la spingono a questo lavoraccio - accademiche? politiche? personali? - le sa solo lei, e comunque sono irrilevanti. Ciò che conta sono i fatti, e i fatti dicono che, ogni volta che lei parla, lui ne esce con le ossa rotte.

L’ultimo uppercut glielo ha tirato lunedì dalle frequenze di Radio Radicale, dove ha una rubrica intelligente e assai seguita. Ma forse lui, impegnato com’è, se n’è accorto solo ieri, sfogliando il Riformista, che ha riportato su carta la rubrica. Indicandolo freddamente come “il ministro dell’Economia”, la Kostoris smonta la grande balla detta dal ministro in Parlamento, e cioè che la Finanziaria del governo Prodi ha ridotto le tasse. Parlando a palazzo Madama, Padoa-Schioppa aveva detto che «nel valutare la pressione fiscale (...) la lotta all’evasione significa in primo luogo distribuire più equamente il carico tributario. (...) La pressione tributaria viene ridotta già in questa Finanziaria. Aumentano sì i contributi previdenziali, ma i contributi previdenziali rappresentano un risparmio dei lavoratori che verrà loro restituito in forma di maggiori pensioni». Per la Kostoris, che dentro l’economia e i suoi trucchetti contabili e semantici si muove come nel salotto di casa, è sin troppo facile smascherare il gioco.

Innanzitutto, fa notare lei, lui usa, quando gli fa comodo, «l’aggettivo fiscale in sostituzione del qualificativo tributario». Come sanno gli addetti ai lavori, si tratta di due cose diverse: la pressione fiscale tiene nel conto anche i contributi previdenziali, la pressione tributaria no. Lui non può parlare di pressione fiscale, perché, come ricorda perfidamente lei, «tutti gli analisti, italiani e stranieri, pubblici e privati, concordano sul fatto che l’anno prossimo la pressione fiscale del nostro Paese crescerà notevolmente». Quindi Padoa-Schioppa deve limitarsi alla pressione tributaria. E afferma che nel 2007 diminuirà. Una previsione temeraria, incalza la sua ex moglie: «È cosa possibile sebbene incerta, poiché correlata all’andamento ancora ignoto di tasse e imposte minori, come il bollo, e di imposte locali, quali l’Irap o l’Ici, che forse dovranno essere incrementate».

Un simile artifizio, soprattutto, è sbagliato e pericoloso. Sbagliato, ricorda lei a lui, perché i contributi previdenziali «non sono accantonati per essere redistribuiti a noi da vecchi», come dice il ministro, ma, vista la natura del nostro sistema previdenziale, «servono per pagare la pensione degli attuali vecchi», tanto che «c’è sempre il rischio che, come già in passato, anche in futuro qualche manovra di finanza pubblica cambi le regole vigenti e tolga in parte quanto fin lì promessoci». Pericoloso perché, insinua la Kostoris, dal momento che le pensioni degli italiani sono finanziate per una parte importante tramite la fiscalità generale, domani «qualche furbetto dotato di fantasia finanziaria» potrebbe decidere di mettere quei soldi sotto la voce “contributi previdenziali” invece che nel capitolo delle “imposte dirette”, col risultato di far figurare un drastico calo della pressione tributaria. Anche se per i contribuenti nulla cambierebbe.

Non contenta, l’ex presidente dell’Isae fa a pezzi il mantra della lotta all’evasione come mezzo per ridurre la pressione fiscale, recitato anch’esso in Senato dal ministro. «In linea generale», infatti, «l’emersione riguarda sia nuove imposte sia nuove basi imponibili», vengono cioè a galla nuovi redditi, e quindi aumentano sia il gettito fiscale (cioè il numeratore della pressione fiscale) sia il reddito complessivo (il denominatore dello stesso indice). Di conseguenza, la pressione fiscale ben difficilmente tende a cambiare.

Tirando le somme, se lo studente Padoa-Schioppa fosse ancora all’università uscirebbe con un voto molto basso dall’esame con la professoressa Kostoris. Ma forse a lui ormai interessa solo il 18 politico, e quello, con i tanti comunisti che lo mantengono al governo, non è certo un problema.

© Libero. Pubblicato il 20 dicembre 2006.

Post scriptum. Non c'entra proprio nulla, ma David Irving sta per tornare in libertà. Per sapere come la si pensa da queste parti, qui, qui e qui.

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martedì, dicembre 19, 2006

A Zionist Christmas

Se anche voi non ne potete fare a meno, l'indirizzo è questo.

lunedì, dicembre 18, 2006

Il direttore di Al Jazeera spiega perché Israele deve morire

Ahmed Sheikh, palestinese nato a Nablus, è il direttore dell'emittente televisiva qatariota Al Jazeera (per inciso: la casa reale del Qatar, wahabita e legata a doppio filo con la corrotta dinastia saudita, finanzia il 75% dell'emittente preferita da Bin Laden). Essere a capo di una televisione seguita da 50 milioni di arabi rende automaticamente Sheikh uno degli opinion leader più importanti del mondo islamico. Qui si può leggere la recentissima intervista che gli ha fatto Pierre Heumann, giornalista del settimanale svizzero Die Weltwoche. Merita di essere letta sino in fondo, perché aiuta a fare piazza pulita di molte illusioni che anche in Europa si nutrono sulle avanguardie intellettuali arabe.

Cito un solo passaggio dei tanti che meriterebbero di essere riportati. Quello in cui il direttore di Al Jazeera sembra finalmente smettere di fare il pesce nel barile e dice tutto quello che non va nei paesi arabi. «Non capisco perché non riusciamo a crescere in modo così veloce e dinamico come il resto del mondo. (...) In molti Stati arabi, il ceto medio sta scomparendo. I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Guardiamo le scuole in Giordania, Egitto e Marocco: ci sono sino a 70 alunni ammassati all'interno di una sola classe (...) Anche gli ospedali pubblici si trovano in condizioni disperate». Tutto vero, bravo. L'intervistatore, a questo punto, gli pone la domanda più ovvia: di chi è la colpa? La risposta giusta sarebbe: degli oligarchi che da decenni preferiscono spendere i proventi del petrolio in automobili sportive con la carrozzeria d'oro e prostitute occidentali piuttosto che in scuole, servizi pubblici e ospedali per la popolazione, e che usano la religione islamica per stroncare sul nascere ogni accenno di libera circolazione delle idee, mentre alle donne è impedito partecipare al dibattito e a ogni attività politica e culturale (qui per maggiori informazioni e qualche statistica).

Ma il direttore di Al Jazeera non dice niente di tutto questo. Alla domanda su chi debba assumersi la colpa del grande sfascio economico e sociale del mondo arabo, risponde: «Il conflitto israelo-palestinese è una delle ragioni principali del perdurare di queste crisi e di questi problemi. Il giorno in cui Israele è stata fondata si sono create le basi per i nostri problemi. L'Occidente deve capirlo. Tutto sarebbe molto più tranquillo se ai Palestinesi fossero riconosciuti i loro diritti». L'intervistatore vuole vederci chiaro. E insiste: «Intende dire che se Israele non esistesse, improvvisamente ci sarebbe democrazia in Egitto, le scuole in Marocco migliorerebbero e le cliniche statali in Giordania funzionerebbero meglio?». Risposta di Ahmed Sheikh: «Penso proprio di sì». E il motivo, il nesso logico qual è? «E' perché noi perdiamo sempre con Israele. Brucia alle genti mediorientali che un Paese piccolo come Israele, con appena 7 milioni di abitanti, possa sconfiggere la nazione araba con i suoi 350 milioni. Questo fa male al nostro ego collettivo. La questione palestinese è nei cromosomi di ogni arabo. Il problema dell'Occidente è che non lo capisce».

Revisionismo storico a parte (quella di Israele è la storia di una lunga serie di guerre di difesa dalle aggressioni di chi non ne riconosce il diritto all'esistenza), occorre notare come, mentre le elites europee, direttori dei grandi organi d'informazione in prima fila, adorino riempirsi la bocca con i mantra del melting pot, della coesistenza con gli immigrati islamici e del relativismo culturale, i loro colleghi arabi si guardino bene dal fare alcuna concessione al"nemico", e senza pudori (anzi, con la certezza di interpretare un sentimento diffuso nella stragrande maggioranza della popolazione) si augurino pubblicamente la distruzione di Israele, giustificandola con la necessità di lenire il complesso d'inferiorità collettivo degli islamici.

Su questo tema: Israel Did it! When in doubt, shout about Israel, di Victor Davis Hanson.

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sabato, dicembre 16, 2006

Ma il peggio per Prodi deve ancora venire

di Fausto Carioti

Romano Prodi gongola e ostenta sicurezza. Dice che il voto di fiducia ottenuto ieri sera al Senato (162 voti a favore, 157 contrari) è una vittoria importante, che quello che ha appena superato era lo scoglio più difficile e che da adesso in poi il percorso del suo governo sarà tutto in discesa. Fa bene a dirlo. È dovere di un premier mostrarsi fiducioso davanti agli elettori anche quando tutto intorno a lui sembra sul punto di crollare. L’importante è che certe cose si limiti a dirle, senza crederci sul serio. Altrimenti dimostrerebbe di essere assai meno sveglio di come lo dipingono in privato quelli che ne parlano peggio, cioè i dirigenti diessini suoi alleati. La verità è che Prodi ieri è uscito con le ossa rotte dal confronto con il Senato. Da maggio a oggi il margine di fiducia di cui dispone il suo governo a palazzo Madama si è dimezzato: allora fu promosso con dieci voti di scarto, adesso può contare su appena cinque voti di differenza. E sono i voti di cinque senatori che nessun elettore ha votato.

Da ieri è ufficiale che il governo Prodi non ha più una sua maggioranza politica. È vivo solo perché in Italia esiste la curiosa istituzione dei senatori a vita, e perché cinque di questi signori - tutti animati da nobilissimi e intenti e nel pieno svolgimento delle loro prerogative, inutile ricordarlo - pur non essendo stati eletti da alcun suffragio popolare, hanno deciso di votare la fiducia a Prodi, ribaltando quello che sarebbe stato il verdetto degli eletti dalle urne. Senza il voto di Carlo Azeglio Ciampi, Francesco Cossiga, Emilio Colombo, Rita Levi Montalcini e Oscar Luigi Scalfaro, la votazione sarebbe finita con 157 “sì” e 157 “no”, e quindi Prodi non avrebbe avuto la maggioranza né la fiducia e ora staremmo qui a scriverne il necrologio. Invece tocca limitarsi a raccontarne l’accanimento terapeutico, che con ogni probabilità durerà finché qualcuno dei leader dei Ds non deciderà di staccare la spina a Prodi per impedire che produca ulteriori danni al centrosinistra. Gli stessi ottuagenari, del resto, iniziano a mostrare segni di cedimento: ieri Giulio Andreotti, pur presente, non ha votato, e Sergio Pininfarina ha preferito marinare la seduta. Persino Ciampi ha sbottato, esprimendo il proprio «disappunto» per un modo di legiferare (un articolo di legge con 1.365 commi) che definisce «improvvido».

È la prima volta che accade qualcosa di simile: mai, prima di ieri, un governo si era retto grazie alla stampella decisiva dei senatori a vita. Anna Finocchiaro, capogruppo dell’Ulivo, ripete che i senatori a vita furono decisivi anche per dare la fiducia all’esecutivo guidato da Berlusconi nel 1994. Non è vero. Il 18 maggio del ’94 il governo del Polo ottenne la fiducia con sei voti di scarto. Degli undici senatori a vita dell’epoca, tre votarono a favore della fiducia, tre votarono contro, due si astennero (e l’astensione al Senato conta come un voto contrario) e tre erano assenti. Il ruolo dei senatori a vita, allora come oggi, fu complessivamente favorevole al centrosinistra.

La debolezza di Prodi è stata ben compresa dai suoi alleati. I quali, ritenendosi - a buon diritto - decisivi per la sua sopravvivenza politica, hanno iniziato a minacciarlo. Lui è costretto a obbedire, rimediando figure umilianti come quella che gli ha fatto incassare ieri Antonio Di Pietro. Ancora prima del voto, scoperto che il testo su cui il governo metteva la fiducia conteneva una sanatoria per i reati contabili, l’ex pm ha minacciato Prodi di lasciare la maggioranza se il presidente del Consiglio non avesse «chiarito» subito. Prodi è scattato sull’attenti e ha promesso una correzione rapidissima tramite apposito decreto.

Nelle stesse ore partiva un altro ultimatum da Rifondazione Comunista e Verdi: nel maxiemendamento, la normativa sugli incentivi di Stato alle fonti energetiche rinnovabili (che in gergo da iniziati si chiama “Cip 6”) non era quella che i due partiti si aspettavano. Anche loro, giù col ricatto: sin quando la norma non sarà riscritta, non parteciperanno ai lavori d’aula del Senato, dove ovviamente la loro presenza è decisiva in ogni votazione. Chiamato in causa, Prodi fa sapere che si occuperà presto anche di questa rogna. Il tempo di segnare la cosa sull’agenda e arriva il diktat dell’Udeur di Clemente Mastella, da dove gli fanno sapere che il taglio ai fondi dell’Università previsto dalla Finanziaria è «inaccettabile». E a gennaio dovrà partire la fase delle riforme, che i Ds adesso pretendono per tirare su il profilo di un governo e di una coalizione che viaggiano rasoterra in tutti i sondaggi, ma delle quali comunisti italiani e rifondaroli - cioè i veri alleati di Prodi - non vogliono sentire parlare. Il peggio, per il già decotto presidente del consiglio, deve ancora venire.

© Libero. Pubblicato il 16 dicembre 2006.

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giovedì, dicembre 14, 2006

Anche se dirlo non è trendy, la verità è che la globalizzazione fa bene al Terzo Mondo

Non lo dite ai noglobal, non andate a raccontarlo a Fausto Bertinotti: non capirebbero, e li costringereste ad andare a ripescare qualche libro di Naomi Klein in cui c'è scritto che il libero mercato rende tutti più poveri. La verità, però, è che lo scambio internazionale di merci, cioè la globalizzazione, sta facendo un gran bene al Terzo Mondo. Niente di cui essere stupiti: già l'India, negli ultimi trent'anni, grazie all'entrata nel grande gioco mondiale del libero mercato, è riuscita a ridurre il proprio numero di poveri dal 51% al 22% della popolazione, e nelle aree urbane della Cina lo stesso processo sta avvenendo a velocità ancora più elevata. Dal 2001, da quando cioè è entrata nel Wto, l'organizzazione mondiale del commercio, la Cina è diventata la quarta potenza economica mondiale, il terzo maggior esportatore del pianeta (sarà il primo nel 2010) e ha quasi raddoppiato il proprio prodotto interno lordo (da 1.300 miliardi di dollari ai 2.200 miliardi del 2005).

Adesso arrivano le previsioni della Banca Mondiale per il 2007 (qui il comunicato stampa). Nell'anno in corso i Paesi in via di sviluppo avranno una crescita economica, in media, del 7%. Nel 2007 e nel 2008 questa crescita sarà superiore al 6%, più che doppia rispetto alla crescita economica dei Paesi ricchi, dove il Pil dovrebbe aumentare mediamente del 2,6%. «I Paesi in via di sviluppo, che solo due decenni fa procuravano il 14% delle importazioni dei Paesi ricchi, oggi ne forniscono il 40%, e per il 2030 con ogni probabilità ne forniranno il 65%. Contemporaneamente, la domanda di importazioni da parte dei Paesi in via di sviluppo si sta rivelando una delle locomotive dell'economia mondiale». Di questo passo, nel 2030, il numero di persone che vivono con meno dell'equivalente di un dollaro al giorno si sarà dimezzato: da 1,1 miliardi scenderà a 550 milioni. Nello stesso tempo, 1,2 miliardi di abitanti dei Paesi in via di sviluppo - il 15 per cento della popolazione mondiale - saranno entrati a far parte del "ceto medio globalizzato", al quale appartengono oggi 400 milioni di individui del Terzo mondo.

Ovvio, tutto questo porta con sé squilibri enormi, ma l'alternativa è tra essere tutti uguali nella miseria più nera e avere redditi molto diversi in un paese che cresce. Ed è scontato che quegli squilibri saranno più evidenti e ingiusti in quei Paesi, come la Cina, dove la mancanza di libere elezioni impedisce ai cittadini di spedire a casa una oligarchia desiderosa solo di tenere per sé la più grande quota possibile dei dividendi della globalizzazione.

Chi dice che la globalizzazione per arricchire il nord del pianeta debba impoverire il sud del mondo dice una cosa che non ha alcun senso logico né alcuna corrispondenza empirica. E' la riproposizione del solito ragionamento, caro alla sinistra, per cui la ricchezza è una quantità determinata, fissa, un grande gioco a somma zero, nel quale ci si arricchisce solo impoverendo gli altri. Ma è un ragionamento bovino. Il petrolio dei Paesi arabi, prima che in occidente fosse inventato e si diffondesse il motore a scoppio, non valeva nulla. Ha un grande valore adesso perché tecnologia e libero scambio hanno creato un mercato globale in cui ci si sposta soprattutto grazie a motori alimentati da derivati del petrolio, e la chimica ha trovato il modo di trasformare la molecola del petrolio nelle più diverse materie plastiche, che poi vengono commercializzate ovunque. Questo ha creato benessere, comodità e ricchezza per tantissimi: per chi usa le automobili e gli oggetti in plastica, per chi li produce e - soprattutto - per chi ha in casa un giacimento di greggio.

Un grande gioco a somma positiva, dunque, nel quale - come ovvio - alcuni hanno guadagnato più di altri. Perché non è vero che la ricchezza è una quantità data. La stupidità dell'uomo la può distruggere, la sua intelligenza può crearne di nuova laddove prima c'era qualcosa di valore zero. La sabbia vale zero, un processore basato sul silicio - se c'è libertà di venderlo e comprarlo - può avere un valore altissimo. E' tutto molto elementare, uno quasi si vergogna a scriverlo, ma pare che siano in tanti a non arrivarci.

Sugli stessi argomenti, su questo blog:
Fate la globalizzazione, non fate la guerra
Le tragicomiche avventure di Bertinotti in Cina
"Institutions matter": i liberisti e la globalizzazione
"Institutions matter", seconda puntata: Douglass North
"Institutions matter", terza puntata: la pazza idea di de Soto

mercoledì, dicembre 13, 2006

Web e blog, c'è un problema di responsabilità

E' il solito problema di questo Paese. Tutti bravi a riempirci la bocca con i nostri diritti, ma appena qualcuno ci ricorda che esistono anche i doveri gridiamo allo scandalo. Parliamo di libertà, scordandoci che essa ha senso solo se legata in modo inscindibile alla responsabilità: più libertà chiediamo, più dobbiamo essere pronti ad assumerci nuove responsabilità. E invece, appena si parla di responsabilizzare un minimo quel gran casino che si muove dentro il web, saltano fuori orde di pirla pronti a parlare di censura.

Il web, i blog, sono un grande spazio di libertà. A costo zero, in meno di cinque minuti, ci pongono in grado di mettere online, e quindi di farlo diventare leggibile in tutto il mondo, quello che ci passa per il cervello. Normale che un simile potere abbia dato alla testa a molti, rivelatisi intellettualmente e moralmente non in grado di assumersi le relative responsabilità. Basta fare un giro per il web per capire che i ragionamenti sono pochi, le analisi ancora di meno, e che insomma il valore aggiunto dell'autore latita. In compenso, abbondano gli insulti (a chiunque: leader di destra e di sinistra, per non parlare di quelle guerre tra poveri che sono le gare a insultarsi tra i blogger, e stendiamo un velo sul razzismo vomitato ogni giorno nei confronti di Israele), che provocano a chi li fa il brivido di sentirsi in prima linea contro il potere e contro il nemico. Ma è un brivido inutile, perché è una denuncia che lascia il tempo che trova, e vigliacco, perché a costo zero: tutto questo avviene nella totale impunità.

Parliamo di doveri, allora. Ovvero parliamo dei diritti degli altri, visto che la nostra libertà finisce laddove inizia quella altrui. Esiste il diritto a non essere insultati, a non essere oggetto di notizie false? Certo che esiste, ed è una cosa ben diversa dal diritto di critica. Esempio: se scrivo che il ministro X tratta i contribuenti come sudditi, e mente quando tira fuori dal cilindro i numeri che dovrebbero dargli ragione (e spiego perché le cose non stanno come dice lui) l'ho criticato. Se scrivo che è un bollito, pure (il bollito fa parte delle categorie politiche). Se scrivo che è uno stronzo delinquente, l'ho offeso: qui siamo nel campo della denigrazione personale. La prima strada è la più difficile: meno pittoresca, presuppone il possesso di un minimo di educazione, una certa conoscenza degli argomenti e magari uno straccio di capacità nel cercare i dati e analizzarli. La seconda strada è facilissima, non presuppone niente di tutto questo. E infatti è quella più frequentata. Non è difficile capire che, se l'edizione italiana di Indymedia ha chiuso, è anche perché gli utenti del secondo gruppo erano in misura assai maggiore rispetto a quelli del primo.

Nei tanto vituperati organi d'informazione ufficiale tutto questo non avviene. Chi scrive su un giornale o realizza un servizio per il tg ci mette la faccia e la firma, ed è responsabile di ciò che scrive e dice, assieme al direttore della sua testata. Ha un enorme potere: parlare a centinaia di migliaia, spesso milioni di persone. Ma se sbaglia, paga. Civilmente e/o penalmente. Grandi libertà, grandi responsabilità.

Nella rete, al momento, c'è solo la libertà. Manca la responsabilità. Molto spesso chi offende, o scrive bugie colossali, è un anonimo. Anche quando ha un nome è cognome, ha dalla sua una legislazione ambigua, ancora incapace di disciplinare fenomeni nuovi come il web. Se offendo qualcuno in questo post, chi deve pagare? Il sottoscritto? Chi mi fornisce il sito, cioè Blogger, è responsabile? Sarebbe meglio di no, perché altrimenti potremmo dire tutti addio alla gratuità di certi servizi. Qual è il tribunale responsabile? Quello della città in cui risiede l'offeso? Quello della città in cui risiede l'autore dell'offesa? Quello della città in cui si trovava quest'ultimo quando ha messo online il materiale offensivo, che non è detto coincida con quello precedente? Quello della città in cui risiede la società (magari estera) che ospita il sito in cui è stata pubblicata l'offesa? E nel caso in cui il post sia ripreso da un aggregatore, l'aggregatore è responsabile? E se l'offesa e le falsità sono contenute nei commenti al post?

Insomma, ci sono un minimo di cose che appaiono indispensabili. Serve una legislazione chiara, breve ed efficace, che tuteli il diritto di critica di chi scrive sul web e il diritto a non essere diffamato di chi viene tirato in ballo, e chiarisca bene chi deve pagare quando vengono commessi certi reati.

Serve una facile rintracciabilità, in caso di azione legale, anche a distanza di tempo. Il ministro X (o il fruttivendolo Y) se tra un anno fa una ricerca su Google sul suo nome e scopre che un signore che si firma fausto68 gli ha dato del bastardo, o ha scritto che è fuggito all'estero portandosi appresso la cassa della sua azienda dopo aver violentato la badante rumena, e niente di tutto questo è vero, deve essere in grado di rintracciare nome, cognome e indirizzo di fausto68, portarlo davanti a un tribunale e levargli la pelle.

Serve trasparenza: quando apro un sito, o un blog, la società che mi fornisce il servizio deve avere tutti i miei dati, codice fiscale compreso, e deve farmi sottoscrivere un contratto in cui si stabilisce chiaramente di chi è la responsabilità per ciò che pubblicherò sul sito e quale sarà il tribunale competente a decidere sulle nostre controversie. Se devo denunciare un signore che ha scritto una cosa su un blog messo a disposizione da Blogger, non pretendo che costui metta online il proprio indirizzo, ma devo avere almeno a portata di mouse l'indirizzo e la sede legale italiana di Blogger, per dare al mio avvocato il primo riferimento da cui partire. Così come ogni testata acquistata in edicola è obbligata per legge a pubblicare certi dati "penalmente sensibili" sulla gerenza.

Per fare un esempio recente: YouTube è un sito bellissimo, ma se un magistrato condanna a pagare chi lo gestisce perché degli imbecilli l'hanno usato per mettere online il video del pestaggio di un ragazzo down, tempo due o tre condanne e possiamo scordarcelo. Nessuno pretende che chi mette un video online debba pubblicare anche il proprio nome, cognome e indirizzo, ma è giusto che la parte lesa, cioè il genitore del ragazzo down, sia in grado di rintracciare subito i rappresentanti legali di YouTube in Italia, i quali nel giro di poche ore debbono fornirgli nome e cognome di chi ha pubblicato quel video. E chi usa YouTube per mettere sul web i propri video deve sapere sin dall'inizio quali sono le regole e i rischi che corre. Non si tratta di limitare i diritti di chi mette online un articolo o un video. Si tratta di difendere nel migliore modo possibile i diritti della famiglia del ragazzo down e di chi si trova in una situazione analoga. Simili norme, oggi, non esistono, e le poche esistenti sono assai fumose.

Va da sé che la punizione per chi sgarra deve essere commisurata alla diffusione che è stata data alle sue offese o alle sue menzogne. Il risarcimento per una calunnia apparsa su un sito da 40 visitatori al giorno non deve essere paragonabile ai risarcimenti cui sono condannati i grandi quotidiani, che ogni giorno vengono letti da centinaia di migliaia di persone. Del resto, la minaccia concreta (ripeto: concreta) di una sanzione da 5.000 euro è deterrente sufficiente per convincere buona parte di quelli in malafede a pensarci due volte prima di mettere on line la parte peggiore di loro stessi.

Responsabilizzare il sistema, per inciso, serve anche agli stessi autori dei blog e delle diverse "testate" più o meno anomale che si trovano sul web. Inutile girarci attorno: per quanto schifo facciano spesso i media ufficiali c'è un abisso di credibilità che li separa dalla grandissima parte dei blog e dal resto della roba "alternativa" disponibile su Internet. E questo abisso è dovuto anche al fatto che ognuno è libero di mettere online tutte le cavolate che gli passano per la testa, sapendo che nessuno lo chiamerà mai a risponderne. Non si può pretendere di essere credibili se non si ha il coraggio di essere responsabili di ciò che si scrive.

martedì, dicembre 12, 2006

Integrazione islamica modello svedese

Ci sono tanti dati che chi cita le socialdemocrazie nordeuropee come modello di solidarietà da sbattere in faccia ai gretti individualisti e a noi liberisti selvaggi di tutto il mondo semplicemente non elenca. Di solito lo fa per banale ignoranza, perché il bello dei ritornelli politicamente corretti è che non costano fatica e si possono citare a pappagallo senza che nessuno venga lì a smentirteli, tanto di gente che ha abboccato all'amo e la pensa proprio come te ne trovi sempre una folla. Uno di questi dati che non vedremo mai in nessun mainstream media lo riporta il solito Bruce Bawer, giornalista americano che vive in nord Europa, in un articolo appena apparso sul New York Sun. E non lo troveremo mai altrove perché fa capire bene il fallimento delle politiche d'integrazione adottate dal governo svedese nei confronti degli islamici.
Di recente, la città di Stoccolma ha condotto un sondaggio sui ragazzi che frequentano le scuole di nono grado (quindicenni o poco più, il nono grado corrisponde al primo delle superiori, NdAcm) nel sobborgo di Rinkeby, la cui popolazione è prevalentemente musulmana. Il sondaggio ha mostrato che lo scorso anno il 17% dei ragazzi ha obbligato qualcuno ad avere rapporti sessuali, il 31% ha picchiato qualcuno in maniera così violenta da costringerlo a ricorrere alle cure mediche e il 24% ha commesso furti con scasso o all'interno di automobili. Statistiche sensazionali, ma che in tutta la Svezia sono state pubblicate solo da un quotidiano free press distribuito nella metropolitana.
La maggioranza della popolazione svedese è preoccupata dall'aumento della violenza e dalle politiche lassiste sull'integrazione che l'hanno reso possibile, due terzi degli svedesi si chiedono come possa l'islam essere compatibile con la civiltà occidentale, ma governo ed elites semplicemente se ne fregano, ignorando l'argomento o, quando necessario, ricorrendo alla censura. In Svezia, premiata dall'Economist come Paese più democratico del mondo, il governo negli scorsi mesi ha infatti oscurato il sito del partito democratico (l'unico che si permette di contestare le politiche sull'immigrazione) perché aveva pubblicato una vignetta satirica su Maometto.

Sull'immigrazione islamica in Europa, su questo stesso blog:
Storie di gay e di imam
Succede in Europa
Vignette danesi, un anno dopo (incluso consiglio per gli acquisti)
La cittadinanza serve all'integrazione? Il caso degli islamici inglesi

Sui crimini commessi dagli immigrati islamici in Svezia:
Muslims rule major Swedish city, su Jihad Watch
Muslim Rape Wave in Sweden, su Front Page Magazine

Update. Una prima versione di questo post conteneva un dato sul tasso di omicidi in Svezia tratto dall'articolo di Bawer, e palesemente prelevato da questo articolo dell'Economist, che si basava a sua volta su dati errati pubblicati nientemeno che dall'Interpol. Qui l'Economist spiega tutto. Il dato è stato ovviamente rimosso dal post.

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lunedì, dicembre 11, 2006

A sinistra lo psicodramma è già iniziato

Erano quelli che la piazza era loro. E ora la piazza (tute blu di Mirafiori incluse) li insegue per fischiarli. Erano quelli che fischiare è una civile manifestazione di dissenso. E ora che i fischi sono rivolti a loro (a Bologna!) fischiare è diventato il rigurgito di un «Paese incivile» (parole di Romano Prodi). Erano quelli che andavano orgogliosi del fatto che i loro lettori fossero i più attenti e i più informati. E ora le vendite dei loro quotidiani più "impegnati" vanno a picco. Erano la maggioranza del paese. E ora tutti i sondaggi dicono che la sinistra è ai minimi storici. Agli occhi di chiunque, soprattutto agli occhi dei suoi stessi elettori, l'Unione è l'ombra della coalizione che ha vinto le elezioni di aprile. Si arrovellano, dibattono tra loro, azzardano teorie per spiegarsi quello che si può spiegare solo con una lunga serie di errori e di bugie (vedi alla voce tasse) infilati l'uno dietro l'altro in pochissimo tempo, ma alla fine di tutta questa spremitura di meningi l'unica certezza che resta è che non ci stanno capendo nulla. Si guardano allo specchio e non si riconoscono più.

I pensatori più lucidi della sinistra allargano le braccia sconsolati. Edmondo Berselli, direttore della rivista Il Mulino e quindi punta più avanzata dell'intellighentia bolognese, su Repubblica scrive che la situazione è disastrosa:
La colossale e rapidissima perdita di popolarità e di gradimento del governo dopo il varo della Finanziaria («mai visto in Italia un crollo del genere» dicono a mezza voce i sondaggisti), non può essere spiegata con esorcismi accademici come quello secondo cui la manovra sarebbe buona perché scontenta tutti. La realtà è che se tutti si lamentano, anche coloro che ne trarranno vantaggi, c'è di mezzo un problema. Grave.
C'è di mezzo l'incomprensibilità dell'azione di governo. L'incomunicabilità dei ministri e del capo dell'esecutivo rispetto all'opinione pubblica. L'assenza di una missione riconoscibile, come è stato detto e ripetuto. E tutto ciò sfocia in un risentimento diffuso verso il centrosinistra, un rancore esplicito e naturale nell'elettorato di destra, ma a cui la società di centrosinistra non ha nemmeno la forza di rispondere.
Il consiglio di Berselli è quello di non sottovalutare l'accaduto. Che invece è proprio quello che sta facendo Prodi, quando sostiene che quelli del Motor Show «erano venti persone, non di più: e mi aspettavano. Tutto era organizzato, non ho il minimo dubbio. Ecco il senso politico della contestazione». Certo, sarebbe bello e comodo per Prodi se le cose stessero davvero così. Ma così non è, anche perché prima di Bologna ci sono stati i tassisti, poi Verona, poi Roma, poi Mirafiori, poi i poliziotti. Ci sono i sondaggi di tutti gli istituti, compresi quelli più vicini al centrosinistra. Il consiglio di non fingere che nulla sia accaduto arriva a Prodi anche dall'ex direttore del Manifesto, Riccardo Barenghi:
L'episodio di ieri può anche essere considerato una semplice nonché insultante («scemo, scemo») manifestazione organizzata da qualche attivista del centrodestra, magari anche pochi: fisiologia politica e democratica. Ma sarebbe sbagliato limitarsi a un giudizio così frettoloso, fare spallucce e proseguire senza l'ombra del dubbio. Tanto più se si tratta dell'ultimo episodio di una lunga serie, cominciata ormai a settembre scorso. Proteste, contestazioni, rivolte di ceti sociali, sondaggi che calano vistosamente, un'opinione pubblica sempre più critica, insomma un susseguirsi di eventi uno dopo l'altro, a volte uno sull'altro, che dimostrano quanto sia calato il consenso verso il governo. E non da parte di quelli che il consenso glielo avevano negato già con la scheda elettorale, ché se fosse questo sarebbe appunto normale (per quanto significherebbe comunque che nessuno di loro è stato indotto a cambiare opinione ma anzi si è sempre più convinto delle proprie). A questi purtroppo si sono aggiunti gli altri, una parte degli altri, cioè di quelli che avevano votato per Prodi e che oggi si dichiarano delusi se non peggio. E non stiamo parlando solo di qualche ragazzo dei centri sociali o di sindacalisti di base arrabbiati. Ma di un intero mondo, appunto il variegato mondo del centrosinistra, che dà evidenti segni di insoddisfazione.
E per capire quanto l'insoddisfazione tra gli elettori di sinistra sia elevata, basta leggere quello che ha scritto Valentino Parlato sul Manifesto di domenica:
I giornali politici di centro sinistra non godono di ottima salute, politicamente (la sindrome del «governo amico» è pericolosissima) e - di conseguenza - editorialmente (le vendite in edicola sono in calo). Se facciamo la somma delle copie vendute da l'Unità, il manifesto, Liberazione e, ad essere generosi, ci aggiungiamo pure Il Riformista, non superiamo le 90mila copie quotidiane: un disastro rispetto ai tempi nei quali l'Unità superava quota 100mila e il manifesto le 50mila. (...) Molti nostri lettori ci dicono che l'attuale governo Prodi è una disgrazia e che sostenerlo (o non attaccarlo) allontana da noi sostenitori e lettori. Purtroppo bisogna constatare che questo allontanamento dai nostri giornali si accompagna alla crescita delle pulsioni astensioniste nel popolo di sinistra.
Ancora una volta, la sinistra e il governo Prodi si confermano i migliori alleati del centrodestra. Questo, ovviamente, non basta a sbarazzarsi di loro: ci vorrà ben altro. Però aiuta.

Post scriptum. Quanto alle accuse di Prodi di vivere in un Paese incivile, poteva accorgersene prima. I fischi e i cori che ha dovuto subire a Bologna sono nulla in confronto ai cavalletti in testa che si è preso Berlusconi quando era premier, o agli insulti che gli attuali ministri del governo Prodi gli riservavano ogni giorno: roba da riempirci un libro. Se voleva intervenire per criticare l'imbarbarimento del Paese, quello era il momento. Adesso Prodi non è credibile, fa solo ridere e, se continua così, ben presto finirà per fare pena.

Update del 12 dicembre. A proposito di sondaggi e di elettori di sinistra depressi, ecco l'ultima rilevazione di Renato Mannheimer. «Solo il 31% degli italiani si dichiara soddisfatto» del governo Prodi. «È uno dei valori più bassi di consenso mai toccati dopo meno di un anno di governo. (...) Il calo riguarda in particolare chi possiede titoli di studio più elevati, chi è impegnato in un' attività lavorativa, chi ha dai 35 ai 55 anni, vale a dire i segmenti centrali nella vita socioeconomica del Paese. (...) La situazione è particolarmente critica nell'elettorato di centrosinistra, ove, non a caso, la caduta di popolarità assume proporzioni maggiori».

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venerdì, dicembre 08, 2006

Le bugie del cibo organico, equo e solidale

Capita sempre più raramente, ma quando capita è molto bello. The Economist, settimanale che qualche anno fa si poteva definire più o meno "conservative", e che ora non saprei proprio come chiamare, per una volta prova a ricordarci il grande magazine che era e dedica una copertina (nell'edizione europea), un editoriale e una signora inchiesta a una delle più grandi illusioni del marketing contemporaneo: quella del cibo socialmente, ecologicamente ed eticamente responsabile.

Non servono presentazioni, lo abbiamo presente tutti. Lo troviamo negli scaffali della Coop, in quelli di molti altri supermercati e - ormai - anche nella bottega sotto casa. Promette meraviglie: paghi un po' di più, ma in cambio dei tuoi soldi ti viene promesso: a) un cibo di qualità migliore, più saporito e più sano; b) un pianeta più bello, più pulito e più giusto; c) un contadino, da qualche parte del mondo, in un casolare accanto al raccordo anulare o in una fazenda del Mato Grosso, che la sera, invece di andare a svaligiare negozi per far quadrare i conti, ricorda proprio te, consumatore occidentale responsabile, nelle sue preghiere. Difficile dire no a un'offerta simile. Se poi sei di sinistra, ecologista e terzomondista e gli unici libri che hai letto sono quelli di Naomi Klein e Jeremy Rifkin, rifiutare è impossibile.

Solo che è un'illusione. O, se si preferisce, è marketing. Per i consumatori, per l'ambiente e per i contadini il commercio degli alimenti organici e dei prodotti equi e solidali (che sono due cose distinte, ma non di rado gli stessi prodotti sono l'una e l'altra cosa) è un enorme gioco la cui somma è assai più spesso negativa che positiva. I motivi, alcuni dei quali già noti, li mette in fila l'Economist, uno dopo l'altro.

Primo. Il cibo organico, cresciuto senza pesticidi e fertilizzanti chimici, che ogni anno movimenta un giro d'affari da 30 miliardi di dollari, è ritenuto più "environmentally friendly" del cibo coltivato con metodi tradizionali. Ma non è vero. In seguito alla "rivoluzione verde", ovvero all'introduzione nelle coltivazioni di prodotti sintetizzati dall'uomo (qui raccontata dallo scienziato che l'ha resa possibile, Norman E. Borlaug), si è triplicata, dal 1950 al 2000, la produzione mondiale di cereali, a fronte di un aumento delle aree coltivate pari appena al 10%. Se per ottenere la stessa quantità di cibo si fossero usati i metodi precedenti alla "rivoluzione verde", ovvero, in sostanza, i metodi dell'agricoltura organica, come la rotazione delle colture, l'area coltivata avrebbe dovuto essere triplicata rispetto ad allora. E siccome le aree ad uso agricolo sono sottratte agli alberi, delle foreste pluviali tanto care al Wwf e a Greenpeace oggi sarebbe rimasto ben poco. Inoltre questa minore resa delle coltivazioni organiche fa sì che, anche se l'energia necessaria a una piantagione convenzionale è superiore, in termini di quantità di energia usata per cibo prodotto il metodo "organico" di coltivazione si rivela più dispendioso, e quindi meno ecologico. L'inchiesta dell'Economist non ne parla, ma nel conto presto bisognerà mettere pure gli effetti della nuova rivoluzione verde che bussa alle porte, quella del cibo geneticamente modificato. E che promette di consentire rese produttive ben più alte di quelle attuali, valori nutrizionali più elevati e di garantire alle piante una forte resistenza ai virus e ai parassiti senza l'uso di prodotti chimici.

Secondo. Non vi è alcuna prova scientifica che il cibo coltivato con i metodi convenzionali sia in qualsivoglia modo dannoso per la salute, o che il cibo prodotto con metodi organici abbia proprietà nutrizionali più elevate. E' cosa nota, ma repetita juvant.

Terzo. Il commercio equo e solidale, in sostanza, prevede per i produttori un premio per il loro prodotto, sotto forma di un prezzo più elevato rispetto a quello di mercato, ritenuto troppo basso. Il problema è che se il prezzo di un bene (ad esempio del caffè) è basso, è perché vi è una sovrapproduzione di quel prodotto, o quantomeno di una data qualità di esso. Efficienza vorrebbe che il coltivatore cambiasse coltivazione e si dedicasse a qualcosa di più remunerativo, o che si dedicasse a un miglioramento della qualità e delle varietà delle sue coltivazioni. Ma l'extra-prezzo pagato da chi acquista i prodotti equi e solidali rappresenta un incentivo ad andare avanti nell'errore. I prezzi così restano bassi, e chi ci rimette sono soprattutto i coltivatori estranei al giro del commercio equo e solidale, che vedono i prezzi dei loro prodotti schiacciati ulteriormente dalla sovrapproduzione finanziata con i soldi del consumatore occidentale convinto di migliorare le sorti del sud del mondo.

Quarto. Argomento che anche uno di sinistra dovrebbe essere in grado di apprezzare al volo: solo il 10% dell'extra-prezzo pagato dal consumatore per il cibo equo e solidale arriva al coltivatore. Il resto finisce quasi tutto nelle tasche del venditore al dettaglio, convinto - a buona ragione - che di solito il consumatore interessato ad acquistare questi prodotti abbia una elasticità rispetto al prezzo piuttosto bassa. Cioè che sia disposto comunque a pagare un bel sovrapprezzo per mettere in dispensa un prodotto il cui appeal principale è ideologico, non alimentare o economico.

Quinto. L'ultima smania del cibo "ecologicamente sostenibile" è il cibo locale, cioè prodotto, commercializzato e acquistato a due passi dalla casa del consumatore. Ovviamente è l'ennesima riproposizione, in salsa ecologista, delle vecchie tesi protezioniste. Le motivazioni ecologiche risiedono nel tentativo di minimizzare l'energia usata per portare il cibo sulla tavola del consumatore finale. Ma se l'obiettivo è usare meno energia possibile, il modo più efficiente consiste nel commercializzarlo nei grandi supermercati e ipermercati, assai più vicini alla case dei consumatori di quanto non lo siano le aziende agricole che producono gli stessi prodotti. E sono proprio le automobili dei consumatori finali quelle che rendono elevato il consumo di energia. Il ragionamento è intuitivo: è più efficiente far trasportare una tonnellata di cibo da un solo grande veicolo che far trasportare mille chili di esso in altrettante automobili. Domanda: c'è qualcuno a sinistra disposto ad ammettere che la grande distribuzione è il metodo di vendita più ecologico, e quindi migliore per il pianeta? Non solo. Se si mette nel conto anche l'energia usata nel processo produttivo in sé, cioè prima del trasporto del cibo, saltano fuori sorprese interessanti. Ad esempio che sarebbe più ecologico che la Gran Bretagna acquistasse ovini e latticini in Nuova Zelanda piuttosto che produrli sul proprio territorio: l'energia usata per l'allevamento degli animali in Inghilterra, infatti, è talmente tanta che - da un punto di vista di consumo di energia e di emissione di gas serra, per chi crede che esista davvero una cosa chiamata "effetto serra" - il trasporto da posti in cui tale consumo è minimo, anche se lontanissimi, è una soluzione più conveniente.

Così, appena si abbandona l'ebbrezza dei facili luoghi comuni ecologisti e terzomondisti, e si vanno a fare due conti in modo intelligente, si scopre che la divisione del lavoro magnificata da Adam Smith e la globalizzazione garantiscono efficienza non solo da un punto di vista economico, ma anche da quello ambientale. Niente di cui essere stupiti. Almeno da queste parti.

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giovedì, dicembre 07, 2006

Ricontarle tutte, ricontarle subito

di Fausto Carioti

Con tutti gli avvocati che si ritrova, tra quelli cui ha dato un posto in parlamento (e non sono pochi) e quelli che tiene a libro paga (e sono assai di più), Silvio Berlusconi farebbe bene a prestarne un paio al povero Enrico Deaglio, compagno giornalista caduto in disgrazia. È grazie alla bufala di Diario, il settimanale che Deaglio dirige, e alla figuraccia che ha fatto rimediare all’Unione, che ieri la sinistra si è trovata col cerino acceso in mano ed è stata costretta a dare il via libera alla riconta di tutte le schede dubbie in sette regioni. Il Cavaliere ha ottenuto così una prima, parziale soddisfazione alle richieste che avanza - inascoltato sino a ieri - dalla notte degli scrutini. Nessuno è stato disposto ad ascoltare lui, ma tutti adesso sono costretti a dare un seguito a ciò che hanno chiesto gli stessi leader dell’Unione.

Il merito, appunto, va alla rivista di sinistra diretta da Deaglio, che aveva mandato nelle edicole un documentario su presunti brogli avvenuti nella notte delle elezioni politiche. Un polpettone dietrologico che prendeva il via nientemeno che da Portella della Ginestra (anno del Signore 1947) per dimostrare che i dati del voto del 9 e 10 aprile scorso sarebbero stati manipolati per via telematica, su ordine di Berlusconi e con la regia del ministro dell’Interno Beppe Pisanu. Doveva essere l’avvio per una serie di inchieste giudiziarie dagli sviluppi clamorosi. È bastato che i magistrati guardassero il dvd e parlassero con Deaglio per trasformare lui e il regista del documentario, Beppe Cremagnani, da grandi accusatori negli unici veri indagati, con l’accusa di aver diffuso notizie false in grado di turbare l’ordine pubblico.

Quella dei brogli commessi dal Viminale, infatti, è una balla clamorosa. I risultati ufficiali delle elezioni sono proclamati nei giorni seguenti al voto dalla corte di Cassazione, che fa la somma dei numeri riportati sui verbali cartacei dei seggi. Quindi non è possibile alcuna alterazione informatica dell’esito elettorale. Il ministero dell’Interno non viene in contatto né con le schede votate né con i verbali. E anche se il Viminale, che la notte delle elezioni diffonde i dati ufficiosi ricavati sommando i numeri ricevuti dalla prefetture, fornisse numeri taroccati, nel giro di pochi giorni sarebbe sbugiardato nel modo più clamoroso dal conteggio ufficiale della Cassazione. Tutto questo tra gli addetti ai lavori è cosa nota, ma Deaglio e Cremagnani, evidentemente ignari di tali meccanismi, sono cascati nell’errore.

Il disastro - per la sinistra - è che i due non ci sono cascati di soli, ma hanno trascinato nel baratro con loro - assieme a tanti elettori dell’Unione convinti di avere in mano la prova definitiva della mafiosità di Berlusconi - anche un bel po’ di teste più o meno pensanti del centrosinistra. Il segretario dei Ds, Piero Fassino, appena arrivata nelle edicole l’inchiesta di Deaglio, con tono perentorio aveva avvisato che «deve essere fugato ogni dubbio per la serenità della vita democratica del Paese. Siano la magistratura e gli organi deputati del Parlamento a verificare la regolarità delle operazioni». Anche Silvio Sircana, portavoce di Romano Prodi, chiedeva «una verifica complessiva e definitiva sui risultati elettorali». E non ci sono dubbi che Sircana non parla se Prodi non condivide. Figurarsi se non si accodava il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, subito pronto a prendere le panzane per oro colato: «Che ci sia stato un tentativo di inquinamento del voto a me non stupisce, perché Berlusconi è capace di tutto». Antonio Di Pietro chiedeva la creazione di una commissione d’inchiesta e tanti a sinistra si fregavano le mani all’idea di poter inchiodare Berlusconi.

La sensazione che le accuse di Deaglio fossero fondate contagiava, uno dopo l’altro, anche i grandi quotidiani, dove basta poco per portare a galla l’antiberlusconismo viscerale di certi direttori e opinionisti. Tutto questo contribuiva ad alzare l’attenzione degli italiani verso ciò che era accaduto quella notte. Quando la procura di Roma ha smontato la tesi di Deaglio, era ormai troppo tardi per tornare indietro. E la grande manifestazione di sabato scorso a Roma, in cui dal palco e dalla piazza è venuta, forte e chiara, la richiesta di ricontare le schede, ha lasciato il segno anche a sinistra. Così, ieri, quando i senatori dell’Unione si sono trovati tra le mani la proposta del perfido forzista Lucio Malan, che li inchiodava alle richieste fatte poche settimane prima dai loro stessi leader, non hanno potuto fare altro che limare il testo in un paio di punti, d’intesa con i senatori del centrodestra, e alzare la mano per far ricontare le schede bianche, nulle e contestate in sette regioni, oltre a prevedere - nelle stesse regioni - un controllo a campione sulle schede valide.

È chiaro che la Cdl, uscita sconfitta di strettissima misura dalle elezioni, ha tutto l’interesse a ricontare le schede. Ma non è scritto da nessuna parte che l’esito di questa operazione debba ribaltare il risultato elettorale. L’ultima cosa cui debbono abbandonarsi adesso gli elettori e gli esponenti del centrodestra sono quindi i facili entusiasmi («il rischio vero è che il primo a illudersi sia proprio Berlusconi», spiegava ieri sera un parlamentare forzista molto vicino al Cavaliere). La riconta dei voti, in sé, non è né di destra né di sinistra, ma serve ai due poli per fare finalmente chiarezza e spazzare via le dietrologie e i veleni.

Solo che, così com’è stata decisa ieri in Senato, l’operazione servirà a ben poco. Primo, perché riguarda solo una parte minima delle schede: settecentomila tra bianche, nulle e contestate, oltre al piccolo campione di schede valide. Secondo, perché i tempi promettono di essere lunghissimi: almeno tre, quattro mesi, spiegano i senatori che hanno disegnato il meccanismo. Così non si fa chiarezza: così si gonfiano illusioni e aspettative almeno sino ad aprile, cioè a un anno dal voto, e durante questi mesi i dubbi e le illazioni andranno crescendo. E anche se il nuovo conteggio dovesse dare un verdetto clamoroso, non cambierebbe nulla, perché esso riguarda solo una quota minima delle schede.

Per questo è necessario ricontare, subito, tutte le schede, quelle valide e quelle nulle, quelle del Senato e quelle della Camera, quelle di tutte le regioni italiane e quelle degli italiani all’estero. Se, come è probabile, sarà confermata la risicata vittoria del centrosinistra, ci metteremo tutti il cuore in pace. Ma se l’operazione dovesse ribaltare l’esito del voto, il governo, il parlamento e le cariche che questo parlamento ha nominato non avrebbero altra scelta che dimettersi all’istante. Da questa operazione, insomma, dipendono moltissime cose della massima importanza. Presto e bene non vanno insieme, specie quando di mezzo c’è la politica, ma se c’è una volta in cui rapidità e precisione sono ambedue indispensabili è proprio questa.

© Libero. Pubblicato il 7 dicembre 2006.

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martedì, dicembre 05, 2006

Il clan Micromega abbandona Prodi

di Fausto Carioti

Il filosofo comunista Gianni Vattimo non si fa più illusioni: «Meglio davvero lasciare che Prodi cada al più presto». Lidia Ravera è triste: «Credevo che mandare a casa il governo Berlusconi mi avrebbe procurato un flash di beatitudine, che mi sarei sentita libera. Non è stato così». La scrittrice, ahilei, ha appena scoperto che «la maggioranza degli italiani è più berlusconiana di Berlusconi». Se la prende con questi italiani, li insulta scaricando su di loro tutto il proprio odio antropologico, ma lo sfogo non sembra aiutarla a stare meglio. Marco Travaglio, invece, è incavolato nero: avesse saputo quello che avrebbero combinato Romano Prodi, Piero Fassino e gli altri, il 9 aprile non sarebbe andato a votare. Onnipresente, nelle inquietudini di tutti, lo spettro del «Caimano Tris», l’incubo del ritorno di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.

Per assistere alla dolorosa seduta di autocoscienza della sinistra più depressa e rancorosa occorre andare in edicola, mettere mano al portafogli e cacciare fuori 10 euro, in cambio dei quali ci si fa dare Micromega. È vero, di solito non ne vale la pena: è dal 1994 che la rivista edita da Carlo De Benedetti e Lucio Caracciolo ripete che Berlusconi è il male personificato e che chi lo vota è delinquente e/o cerebroleso, e dopo dodici anni il concetto lo abbiamo chiaro più o meno tutti, e soprattutto tutti abbiamo capito che senza Berlusconi Micromega avrebbe già chiuso da un pezzo. Stavolta, però, i 10 euro sono ben spesi. Sessanta pagine di “dibbattito” a sinistra, di tormento interiore, di travasi di bile consumati alla luce del sole, di illusioni già infrante dopo cento giorni di governo Prodi e definitivamente seppellite a duecento albe dalla vittoria dell’Unione. Sessanta pagine di pentimenti, di volti e firme più o meno noti, molti dei quali ammettono, nero su bianco, di avere commesso un tragico errore il giorno delle elezioni.

Il via all’autoflagellazione l’ha dato il direttore della rivista, Paolo Flores D’Arcais, un paio di mesi fa. In una lettera aperta all’amico e compagno Nanni Moretti chiedeva: «Dove abbiamo sbagliato?». Perché l’errore, ammetteva, è stato grosso, se «i partitocrati del centrosinistra stanno realizzando - ad abundantiam - proprio tutto ciò contro cui ci sentimmo obbligati a scendere in piazza quando erano all’opposizione». La reazione ventilata era, nientemeno, la rottura: dichiarare «esplicitamente, solennemente, collettivamente, che se i partiti di centro-sinistra non daranno soddisfazione a quel “cahier de doléance” minimalista che sono le richieste stranote in fatto di conflitto d’interessi, giustizia, pluralismo televisivo eccetera, non li voteremo più. Anche a rischio che in questo modo vinca per una terza volta Berlusconi». Certo, è vero che D’Arcais e i suoi, anche a sinistra, alla resa dei conti non rappresentano quasi nessuno. Alla primarie dell’Unione, il candidato espressione della loro mitica “società civile”, tale Ivan Scalfarotto, ebbe lo 0,6% dei voti. Anche percentuali tanto ridicole, però, in un Paese dove le elezioni si vincono o si perdono per 24mila schede, possono avere un peso decisivo.

Ora, nel numero in edicola, all’appello-minaccia di Flores D’Arcais risponde il meglio degli antiberlusconiani di professione. Vattimo, si diceva, è uno che non la manda dire: «Se si va avanti ancora per qualche mese così - non dico tutta la legislatura - la sinistra “che avanza”, con i suoi restanti suffragi elettorali che magari potrebbero anche arrivare al quindici per cento, non avrà più alcun peso parlamentare. (...) Meglio davvero lasciare che Prodi cada al più presto, e che si faccia un nuovo governo di centro». Motivo di tanta disperazione è la presa d’atto che «la cultura di governo che vediamo in opera oggi è la solita cultura dei governi che si sono succeduti in Italia in questi anni. Davvero la smandrappata manovra finanziaria con cui Prodi promette di risanare il paese segna un cambio, e un cambio in meglio?». Vattimo, che non a caso insegna filosofia teoretica, ha capito bene anche qual è il ruolo suo e degli altri: «Sociologicamente, noi amici di Micromega siamo come Prodi, degli esterni che servono (si chiamavano utili idioti) a mediare con tutta quella zona di società che non sta nel partito, o nei partiti, e che conta in quanto, e quando, porta voti».

La Ravera preferisce prendersela invece con l’altra metà d’Italia. «La mostrificazione è già avvenuta. E probabilmente è irreversibile. Mezza Italia è sua, di Sua Emittenza. Anche se se ne è andato. Loro sono ancora lì, ancora suoi sudditi. Televedenti e telepazienti. Un gregge». Un gregge sì, ma non mansueto: «È gente facile da incendiare, torvamente dedita ai propri interessi. Gente», prosegue la serena analisi della Ravera, «che non si è mai fatta educare neppure alla socialdemocrazia, che si sente garantita da chi sta peggio, poiché consente loro la minima soddisfazione di non sentirsi gli ultimi. È gente che, manovrata a dovere, può far cadere un governo, può mettere in mora un parlamento, può persino rimettere sul piedistallo della dittatura qualche uomo-forte o uomo della provvidenza o uomo dei media». Stessa stima per l’Italia e i suoi elettori nelle parole del politologo Marco Revelli. Il quale, certo, è deluso dalla sinistra («A duecento giorni di vita del governo Prodi, la sensazione di disillusione non è minore di quella dei primi cento giorni, anzi»), ma ritiene che il problema vero sia «l’Italia barbara incanaglita e radicalizzata da questi mesi di opposizione».

I più, però, hanno l’onestà di prendersela con coloro che hanno votato. Marco Travaglio, tanto per cambiare, è il più cattivo: «Personalmente, se avessi saputo che il primo atto del nuovo parlamento in materia di giustizia sarebbe stata la nomina di Mastella a ministro della Giustizia e il secondo l’indulto di tre anni per i reati commessi sino al 2 maggio 2006 per salvare Previti, Berlusconi e Consorte, il 9 aprile non sarei andato a votare. Sarei andato a fare una rapina in banca e oggi mi godrei felicemente il bottino». Critico anche Dario Fo, ma non al punto da voler gettare a mare la maggioranza di cui fa parte sua moglie: «Non c’è dubbio che in questi primi mesi di governo ci siano stati degli autentici disastri, dei gravi errori. L’indulto, per esempio». L’importante, però, è restare sul carro per cercare di modificarne la direzione, non scenderne. Il riesumato Scalfarotto, che sul carro non è mai salito, lo sfascerebbe volentieri: «Non credo di poter di nuovo votare un governo di questo genere, non credo di poter farlo semplicemente perché ho a cuore il mio Paese».

© Libero. Pubblicato il 5 dicembre 2006.

Post scriptum. Un grande in bocca al lupo a Umberto e agli altri amici di Frontiera Ovest, quindicinale online al suo battesimo. Se le promesse del primo numero saranno mantenute, tra molto tempo saremo ancora qui a parlarne.

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lunedì, dicembre 04, 2006

Michael Moore sta iniziando a capire di non aver vinto le elezioni

Nemmeno un mese fa, all'indomani delle elezioni di mid term che hanno consegnato la maggioranza del congresso di Washington ai Democratici, scrivevo una cosa molto ovvia per chiunque conosca la situazione politica americana e non abbia gli occhi foderati da ideologie un tanto al chilo, e cioè che «l'equazione democratici uguale pacifisti» è «uno schema infantile» e che «la via d'uscita zapaterista, il "via subito dall'Iraq" è un'opzione che esiste solo nei wet dreams dei più ingenui».

Una cosa molto ovvia, appunto, che però Michael Moore sta realizzando con fatica soltanto adesso. Qui trovate il suo goffo appello rivolto a Nancy Pelosi, presidente della Camera, e a Harry Reid, capogruppo dei Democratici al Senato, in cui se la prende con il partito Democratico (ribattezzato «the Bush/Democratic Party War») per non avere ancora deciso il ritiro dei soldati americani dall'Iraq. «Se non lo farete subito, su di voi piomberà la rabbia degli elettori. Non stiamo scherzando, Democratici, e se non ci credete andate avanti così e proseguite la guerra per un altro mese. Vi combatteremo più duramente di quanto abbiamo fatto con i Repubblicani», è la minaccia di Moore, che si presume non abbia turbato i sonni di nessuno.

Il paragone con i girotondini italiani, depressi perché dal 9 aprile nessuno a sinistra se li fila più, calza benissimo. Come scrive un Gianni Vattimo disilluso nell'ultimo numero di Micromega: «Sociologicamente, noi amici di Micromega siamo come Prodi, degli esterni che servono (si chiamavano utili idioti) a mediare con tutta quella zona di società che non sta nel partito, o nei partiti, e che conta in quanto, e quando, porta voti». Come dire che il giorno dopo le elezioni il loro ruolo di «utili idioti» è finito e diventano solo una grande rottura di scatole per la stessa sinistra che li ha usati e lisciati sino a poche ore prima. E' la differenza tra gli arruffapopolo e i politici di professione, vecchia come la democrazia. Divertente che ancora così tanti non l'abbiano capita.

Post scriptum. Al lettore più sveglio non sfuggirà che Moore cita, come esempio di efficienza bellica americana, la sconfitta dell'impero giapponese nella seconda guerra mondiale. Quella ottenuta con l'impiego delle armi nucleari. Quando si dice un pacifista.

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domenica, dicembre 03, 2006

Telecom Castro

La lettera che i radicali hanno scritto a Guido Rossi, presidente di Telecom Italia, denunciando il sostegno che l'azienda italiana ha dato al regime del dittatore Fidel Castro Ruz attraverso il controllo del 27% della società telefonica cubana Etecsa, e il lungo dossier sulle porcherie commesse dalla stessa Etecsa, meritano di essere letti con molta attenzione.

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sabato, dicembre 02, 2006

"Size matters". Una prima analisi della Cdl in piazza

Primo. Siano stati oltre due milioni gli italiani scesi in piazza a Roma, come dice Silvio Berlusconi, o siano stati un terzo di questa cifra, come trapela dalla questura, non cambia molto. Il dato importante è che in piazza c'era molta più gente di quanta se ne aspettassero tutti, a destra come a sinistra. E questo è incontestabile.

Secondo. Al di là degli slogan roboanti, che in circostanze come queste sono necessari, nessuno si aspetta che Romano Prodi si dimetta perché in piazza è scesa molta più gente del previsto. Il valore di certe manifestazioni è simbolico, non pratico né immediato. Ma in politica i simboli contano, eccome.

Terzo. La sinistra ora sa che non ha il monopolio della piazza. Anche dall'altra parte sono bravi a evocarla, con risultati, in termini numerici, assolutamente comparabili a quelli della sinistra. Pur non potendo contare sulla macchina organizzativa di Cgil, Cisl e Uil.

Quarto. Il messaggio a sinistra sembrano averlo capito in molti. Come confermano le dichiarazioni a caldo, prudenti ed estremamente rispettose, di diversi esponenti dell'Unione, primo tra tutti Romano Prodi. Il quale, solo pochi giorni fa, aveva di fatto dato dei "senza cervello" a quelli che sarebbero scesi in piazza a Roma. Accusa che oggi si è guardato bene dal ripetere. A dimostrazione del fatto che la prova di forza è servita e ha impressionato il governo e la maggioranza. Fossero stati in cinquantamila, quelli di piazza San Giovanni, su di loro sarebbero piovuti gli sberleffi della sinistra. "Size matters", le dimensioni contano.

Quinto. Sempre a livello simbolico, il passaggio di consegne tra Berlusconi e Gianfranco Fini è stato evidentissimo. Anche qui, ovviamente, niente di concreto e di immediato. Ma siccome, appunto, i simboli contano, e certe coreografie non avvengono mai per caso, le parole di Berlusconi per Fini e quelle di Fini per Berlusconi fanno trasparire un accordo, implicito o esplicito poco importa: Fini oggi è il successore designato alla guida della Cdl, ruolo che lui accetta impegnandosi a non rompere le scatole a Berlusconi. Fini (autore di un discorso più brillante di quello di Berlusconi, diciamolo) che indossa i panni del padrone di casa (per la prima volta in un evento della Cdl) e introduce Bossi alla piazza ha avuto un impatto visivo fortissimo. Forse il domani è davvero suo. Fini, ovviamente, si è anche giovato del fatto di essere l'unico, sul palco, in perfetta salute. E si vedeva. E pure questo conta.

Sesto. Il fatto che Pier Ferdinando Casini non fosse in piazza, da un lato rende ancora più evidente l'asse Berlusconi-Fini, dall'altro - visto il successo della manifestazione di Roma e visto che a Palermo c'era persino meno gente di quanta l'Udc ne avesse preventivata, e di certo non aspiravano a grandi numeri - mette all'angolo Casini. Del quale, sicuramente, c'erano più elettori a Roma che a Palermo. Voleva essere lui quello che abbandonava gli altri, ma alla fine quello abbandonato è sembrato lui.

Settimo. E' stata una manifestazione di estrema civiltà. Nessuna bandiera bruciata. Nessun fantoccio impiccato. Niente riti tribali. Una manifestazione "contro" (contro chi vuole levarci una fetta di libertà), ma priva di quell'odio antropologico cui ci ha abituati la sinistra di piazza. Ed è bello vedere centinaia di migliaia di persone in piazza applaudire gli agenti di pubblica sicurezza impegnati a tenerli d'occhio. Il fatto che da sinistra qualcuno, più disperato degli altri, si sia aggrappato al fatto che Fini si è dovuto far accompagnare in moto senza indossare il casco, testimonia meglio di ogni altra cosa che proprio non avevano alcun appiglio decente. Poi, da sinistra, di certo qualcuno se la prenderà con i pochissimi che hanno fatto il saluto romano (nessuno sembra averli visti, ma un'agenzia di stampa ha scritto che c'erano, prendiamola per buona). Dovessimo fare lo stesso ogni volta che qualcuno alza il pugno chiuso nelle loro manifestazioni o si presenta con una maglietta di Che Guevara, ne avremmo per mesi.

Ottavo. Io, piuttosto, ho visto bandiere di partiti dell'estrema destra vicino a una grande bandiera di Israele. Era la prima volta che vedevo qualcosa di simile, ed è stato bello.

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Il giudizio definitivo sul caso Previti

Il giudizio definitivo sull'esito del processo Previti-Squillante lo si trova oggi a pagina 18 del Corriere della Sera. Lo dà il magistrato Nicola Marvulli, fino a un mese fa presidente della Corte di Cassazione. Non è un amico di Berlusconi. Tutt'altro. Ha definito la legge Cirielli «un'amnistia mascherata». Si è «sbigottito» per la legge Pecorella. Di Berlusconi, in passato, ha avuto modo di dire che «è in un delirio di persecuzione».

Ora, intervistato dal Corriere, spiega di chi sono le responsabilità:
«I magistrati di Milano hanno sbagliato. La loro ostinazione ha causato questo smacco per la giustizia».

«Era evidente che non potessero essere loro ad emettere la sentenza. Si contestava una corruzione avvenuta a Roma e il presunto corrotto era un magistrato che lavorava negli uffici giudiziari della Capitale. La competenza di Perugia era pacifica e infatti ci aspettavamo che dopo il deposito delle nostre motivazioni si sarebbe provveduto».

«Quando noi abbiamo depositato le motivazioni il dibattimento era ancora nella fase di primo grado e dunque c'era tutto il tempo per poter rimediare. Invece si è deciso di andare avanti con ostinazione».

«In questo modo si è buttato via un lavoro durato oltre dieci anni. E soprattutto si è arrecato un grave danno alla giustizia».
Tradotto, i migliori alleati di Cesare Previti sono stati proprio i magistrati di Milano che lo hanno processato. Se a sinistra ci sono rimasti male per come è andata a finire, liberi di prendersela con loro.