giovedì, ottobre 16, 2008

Ma gli accordi europei sul clima andavano stracciati prima

di Fausto Carioti

Le crisi economiche un lato positivo ce l’hanno: obbligano i governi, le imprese e le famiglie a concentrarsi sulle cose essenziali, lasciando da parte le menate. La rivolta di Silvio Berlusconi e del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia contro i costosissimi accordi europei per ridurre le emissioni di anidride carbonica e i consumi di energia si spiega proprio così: è la presa d’atto che si stavano per buttare via soldi preziosi.

A viale dell’Astronomia hanno stimato in almeno 20 miliardi di euro l’anno il prezzo che dovranno pagare le imprese italiane per raggiungere gli obiettivi dell’accordo “20-20-20”, chiamato così perché prevede che entro il 2020 i Paesi europei producano il 20 per cento della loro energia da fonti rinnovabili, migliorino del 20 per cento la loro efficienza energetica (in altre parole riducano i consumi di un quinto) e taglino del 20 per cento le emissioni di anidride carbonica. A livello europeo, l’esborso previsto per le aziende è di 180 miliardi l’anno. L’Italia, ovviamente, essendo priva di energia nucleare, è chiamata a pagare più di altri Paesi. L’Istituto per la competitività, presieduto dall’economista Stefano Da Empoli, ha calcolato il costo dei soli impegni per le energie rinnovabili sottoscritti in Europa dal governo Prodi. «Si dovrebbero mettere in conto incentivi pari a 98,4 miliardi di euro. Se invece ci si accontentasse di raggiungere il 50 per cento del potenziale, ci si fermerebbe a 58,6 miliardi, ai quali però si dovrebbero aggiungere 48,5 miliardi di euro di energia rinnovabile che occorre acquistare all’estero per rispettare gli obblighi europei», dice Da Empoli. Risultato sulle bollette elettriche: «Nella prima ipotesi si avrebbe un aumento medio pari a 0,93 centesimi per chilowattora. Nella seconda ipotesi si può ipotizzare un aumento medio di 0,52 centesimi».

Imprese e consumatori possono permettersi simili spese? No. Non potevano sostenerle prima, figuriamoci se possono farlo adesso che le banche hanno già iniziato a tagliare i finanziamenti e i consumi si stanno per ridurre (il Fondo monetario internazionale prevede che da qui al 2009 l’economia arretrerà in Italia, Spagna, Inghilterra e Irlanda e sarà stagnante in Germania e Stati Uniti). Per questo la Marcegaglia, in sintonia con le altre confederazioni d’impresa europee, dice che gli accordi europei sul clima provocheranno «danni enormi alle economie in cambio di benefici infinitesimali per l’ambiente».

Il che vuol dire che non sono solo i costi a essere messi in discussione dagli imprenditori, ma anche l’efficacia dei provvedimenti. I buoni motivi non mancano. Innanzitutto perché Cina, Stati Uniti e India, i tre Paesi che immettono più anidride carbonica nell’atmosfera, oltre a non essere - ovviamente - coinvolti negli accordi europei, si sono rifiutati di farsi legare le mani dal protocollo di Kyoto, che impone di tagliare le emissioni dei “gas serra” del 5 per cento (e che costa all’Italia, secondo il centro di studi americano Global Insight, la bellezza di 27 miliardi di euro e 221.000 posti di lavoro l’anno). Il risultato è che gli sforzi europei, anche se pagati a caro prezzo, ridurranno le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera solo del 2 per cento, forse meno.

E poi i presupposti che attribuiscono all’uomo la colpa del cosiddetto “surriscaldamento globale” hanno molto poco di scientifico, tanto che ormai sono difesi dai loro zeloti come dogmi di fede, e non come una teoria da mettere alla prova. La storia del pianeta conta una lunga serie di periodi in cui, pur non esistendo veicoli fuoristrada e industrie inquinatrici, si è avuta una temperatura globale ben più elevata di quella attuale. Nel primo secolo dopo Cristo, ad esempio, in Britannia la temperatura era abbastanza alta da consentire ai romani di coltivare uva da vino, e quei vigneti erano ancora presenti nell’undicesimo secolo, quando i normanni conquistarono il Paese. A dirla tutta, il riscaldamento non è nemmeno “globale” come vogliono farci credere: se al Polo Nord il ghiaccio si riduce, in Antartide sta aumentando. Il risultato è che gli scienziati guardano con sempre maggiore interesse all’attività del Sole, che influenza le oscillazioni della temperatura terrestre assai più di noi piccoli umani.

Peccato solo che il risveglio degli imprenditori arrivi così tardi e sull’onda di una tremenda crisi economica e finanziaria. Quei «danni enormi alle economie in cambio di benefici infinitesimali per l’ambiente» che lamenta ora il presidente di Confindustria c’erano anche un anno fa, quando la Commissione europea preparava il piano “20-20-20”. Ma a viale dell’Astronomia, allora, non si gridava allo scandalo. Anzi. Le grandi imprese italiane, già nel 1998, avevano creato il Kyoto Club proprio per far rispettare il trattato sul clima, nella convinzione che le smanie ambientaliste potessero diventare una fonte di profitto. La stessa Confindustria aveva contribuito a fondare Rinnova, un “pensatoio” il cui scopo era quello di «sensibilizzare l’opinione pubblica» sulla necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica e aumentare l’uso delle energie rinnovabili. Tutti nodi che adesso, complice la crisi economica e finanziaria, sono venuti al pettine. E va bene che una grande impresa, come spiegava Gianni Agnelli, deve essere «filogovernativa per definizione». Ma se quello che gli industriali dicono oggi lo avessero detto in faccia a Romano Prodi e Alfonso Pecoraro Scanio quando costoro erano al governo e discutevano a Bruxelles le direttive sul clima, ora forse le prospettive per l’industria italiana sarebbero un po’ meno nere.

© Libero. Pubblicato il 16 ottobre 2008.

Etichette: , ,