sabato, ottobre 25, 2008

I diritti degli invisibili

di Fausto Carioti

C’è qualcuno disponibile ad aiutare Abele? Perché la violenza è già arrivata nelle scuole e nelle università italiane. Ma siccome le sue vittime subiscono i soprusi in silenzio, e nessuna telecamera si degna di inquadrarle, e nessun giornale ne tramanda le gesta ai posteri, la classe politica ha deciso di fregarsene. I diritti della stragrande maggioranza di studenti, professori e lavoratori della scuola e degli atenei non sono difesi da nessuno. Né dal centrodestra, che è al governo, e tantomeno dal centrosinistra, per il quale diritto allo studio e diritto al lavoro sono solo randelli da dare in testa agli avversari e riporre nello sgabuzzino quando non servono più. Questi figli di un dio minore, dimenticati da tutti, sono gli studenti che vorrebbero seguire le lezioni. Sono i professori, i ricercatori, i presidi, i rettori che in questi giorni vorrebbero continuare a fare il loro lavoro. Vuoi perché difendono la riforma della scuola di Mariastella Gelmini e il modo in cui il governo intende cambiare l’università. Vuoi perché, pur non apprezzando l’operato del ministro, ritengono inutile o dannoso bloccare le lezioni. Alcuni hanno scritto a Libero. Nella pagina accanto è pubblicata una parte delle loro lettere. Leggetele: ci troverete storie e riflessioni che altrove non hanno diritto di cittadinanza.

Grandissima parte di queste vittime sono studenti, e molti di loro sono fuori sede. Hanno problemi a pagare gli studi, l’affitto della stanza, e in tanti casi faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Ogni giorno passato senza studiare, a guardare gli altri che recitano slogan ritriti davanti alle telecamere di Michele Santoro, per loro è un giorno buttato, sono soldi sprecati. Ma il picchetto democratico ha deciso che costoro non contano e che i loro diritti valgono meno di niente. Le televisioni neanche si pongono il problema di interrogarsi sulle loro ragioni: hanno deciso, semplicemente, che tutti costoro non esistono. Invisibili.

A sinistra, anche perché sono alla disperata ricerca di qualcuno da portare al Circo Massimo che non sia un pensionato della Cgil, hanno occhi solo per i contestatori. Anna Finocchiaro, Nando Dalla Chiesa e tanti altri li hanno invitati ad andare avanti con le occupazioni e i picchetti: bravi ragazzi, avanti così, hasta la victoria. Per poi ricominciare a riempirsi la bocca con la legalità, la solidarietà e il rispetto per il prossimo. Persino certi esponenti del governo e della maggioranza, persino taluni giornali schierati con il centrodestra preferiscono cercare un improbabile dialogo con quelli che fanno i picchetti e le occupazioni piuttosto che difendere quelli che i picchetti e le occupazioni le subiscono.

Eppure questi ultimi hanno tutte le ragioni del mondo. Perché qui sembra che sia in gioco solo il diritto a scioperare, che tanto per cambiare nessuno ha minacciato (Silvio Berlusconi si era impegnato a impedire le occupazioni di scuole e università, che è cosa ben diversa). Ma esiste anche un diritto allo studio, che quella Costituzione italiana dipinta dalla sinistra come l’ultimo baluardo della civiltà difende all’articolo 34. E c’è un diritto al lavoro, di cui si parla all’articolo 4: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto…». Ora, non si è mai capito in cosa consista, all’atto pratico, questo diritto. Si presume che il suo scopo non sia rendere anticostituzionale la disoccupazione, perché sarebbe ridicolo. Ma se non serve a difendere le ragioni di chi vuole lavorare anche quando chi sciopera vuole impedirglielo, tanto vale abrogarlo. A dirla tutta, poi, la parola “sciopero” nella Costituzione appare una volta sola, mentre di “istruzione” si parla cinque volte e di “lavoro” diciannove. Anche questo, come insegnano gli esegeti della carta costituzionale, qualcosina vuole dire.

Ma l’Italia di oggi sembra la fattoria degli Animali di George Orwell, dove i diritti di alcuni sono più costituzionali di quelli di altri e dove i capetti della rivolta si divertono a recitare il ruolo del maiale chiamato Napoleon. Con l’arroganza dell’ideologia e con la forza dei picchetti e delle occupazioni, impediscono di studiare e lavorare a chi vuole farlo. Non vuoi unirti alla protesta? Vuol dire che non hai compreso cosa sta succedendo, ti rispondono con la stessa supponenza con cui i loro predecessori ti dicevano che non avevi abbastanza «coscienza di classe». La morale è la stessa di allora: decidono loro per te, e se non sei d’accordo prova a entrare in aula e vedi cosa ti succede. Tanto, i violenti sono sempre gli altri.

© Libero. Pubblicato il 25 ottobre 2008.

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