mercoledì, novembre 25, 2009

Berlusconi, Fini e Bersani: riforme improbabili, ma possibili

di Fausto Carioti

Non è certo l'autostrada che vuole Silvio Berlusconi, e alla fine non è detto che porti proprio dove vuole lui. È un sentiero in salita, zeppo di ostacoli. Che passa attraverso quel campo minato che sarà la campagna elettorale per le regionali. Ma per la prima volta, in questa legislatura, si intravede un percorso possibile per tirare fuori il premier dai processi, fare una riforma della giustizia degna di questo nome, sottrarre il Parlamento e il potere politico dai condizionamenti della magistratura e dare un nuovo assetto istituzionale al Paese. Un altro mondo rispetto a quello di una settimana fa, quando la legislatura sembrava a un passo dalla fine. Ovvio che il baratro potrebbe riaprirsi nel giro di ore: nella politica italiana si naviga a vista e basta poco a far precipitare la situazione. Però nessuno avrebbe scommesso un euro che in così poco tempo sarebbe cambiato tanto.

Anche perché stavolta Gianfranco Fini - che ieri, incalzato da Ferruccio De Bortoli, ha fatto capire di non avere ancora le idee chiare sul proprio futuro - non si è messo di traverso, ma è apparso cautamente disponibile a trovare un'intesa complessiva con l'odiato alleato. Fini ha detto che, anche se «si può discutere sulla bontà del provvedimento in discussione al Senato», una legge sul processo breve è comunque necessaria, perché «è giusto garantire tempi certi nei processi». Confermando così che, nonostante gli stracci volati negli ultimi giorni, l'intesa raggiunta sul disegno di legge può andare avanti, e diventerà ancora più solida se dalla proposta sarà tolta la parte gradita ai leghisti, quella che impedisce l'applicazione del processo breve ai reati legati all'immigrazione.

Un altro gesto importante è venuto dagli esponenti della vecchia Alleanza nazionale che, a Montecitorio, hanno firmato la proposta di legge per reintrodurre quella immunità parlamentare che era stata cancellata dall'articolo 68 della Costituzione nel 1993, sull'onda delle inchieste di Tangentopoli. Sono cento i deputati del PdL che l'hanno sottoscritta. Il primo firmatario, Silvano Moffa, è vicinissimo a Fini, come altri che l'hanno siglata assieme a un gruppone di berlusconiani. Lo stesso presidente della Camera ha benedetto l'iniziativa, dicendo che «non è uno scandalo» parlare di immunità, anche perché essa è già prevista per i parlamentari europei. Eppure, meno di due settimane fa, la deputata del PdL Margherita Boniver aveva presentato una proposta di legge per chiedere la stessa cosa, e nessuno dei parlamentari del suo gruppo l'aveva seguita. «I tempi non sono maturi», spiegavano. Se in tredici giorni lo sono diventati, vuol dire che qualcosa si è mossa.

Certo, non sarà l'immunità parlamentare, i cui tempi di approvazione sono lunghissimi, né la possibile introduzione del lodo Alfano all'interno della Costituzione, a salvare Berlusconi dai processi. Almeno non in prima battuta. Questo è un lavoro che, nelle intenzioni del Cavaliere, dovrà essere fatto dalla legge sul processo breve o da qualche altra norma ordinaria. Che magari finirà bocciata dalla Consulta, ma garantirà tempo quanto basta per fare approvare un solido scudo costituzionale.

Segnali di disponibilità, ieri, sono arrivati persino da Pier Luigi Bersani. Il quale ha chiesto al PdL, come condizione per sedersi al tavolo e parlare di giustizia, di far sparire subito la proposta per il processo breve. Ovviamente Berlusconi gli risponderà picche e il segretario del Pd non cederà, perché non può permettersi di regalare altri voti ad Antonio Di Pietro, che con le elezioni regionali dietro l'angolo non aspetta altro. Il dialogo possibile, tra PdL e Partito democratico, non riguarda infatti la giustizia, ma l'assetto istituzionale. E qui la nomina di Luciano Violante a responsabile del Pd per la riforma dello Stato rappresenta una discreta garanzia.

Violante, infatti, ha dato il nome alla bozza di legge approvata la scorsa legislatura in commissione Affari costituzionali, prima che il governo Prodi passasse a miglior vita e le Camere fossero sciolte. La bozza Violante prevede la riduzione dei parlamentari e la fine del bicameralismo perfetto (nasce il Senato federale, mentre la fiducia al governo la vota solo la Camera). Il premier ha il potere di nominare e revocare i ministri e viene ridotta la possibilità del governo di ricorrere ai decreti. L'opposizione ha la possibilità di far votare i suoi provvedimenti. Questo testo, ha detto ieri Fini, può diventare legge in pochissimi mesi. Bersani concorda e dice che il Pd è pronto.

Il fronte berlusconiano, invece, è molto tiepido. Gli uomini del Cavaliere ritengono la bozza Violante «una riforma parziale e micragnosa». E fanno notare ai finiani che appiattirsi oggi su una riforma disegnata dal centrosinistra quando il PdL era minoranza non è un capolavoro di alta politica. Ciò nonostante, il Popolo della Libertà è disponibile a discutere della bozza Violante, a patto che essa sia considerata un punto di partenza, non d'arrivo, e che venga affiancata da una riforma costituzionale della giustizia. Più di questo, al momento, non si può ottenere. Ma il fatto che il segretario dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto, già gridi allo scandalo e parli di «prove tecniche di inciucio», vuol dire che forse qualcosa di buono ne può venire fuori.

© Libero. Pubblicato il 25 novembre 2009.

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