martedì, aprile 28, 2009

Tra saluto romano e cazzeggio: ascesa e caduta del Bagaglino

di Fausto Carioti

«Son morto nel Katanga, venivo da Lucera, avevo quarant’anni e la fedina nera». I tanti che poi, al posto di fedina, dicevano «camicia», erano in qualche modo autorizzati. Perché quello era il 1968 e a cantare “Il mercenario di Lucera” sul palco della cantina di vicolo della Campanella era Pino Caruso. Il Bagaglino esisteva da tre anni ed era già noto al grande pubblico come l’alternativa alla satira “colta” di sinistra, alle canzoni “impegnate” di sinistra e al divertimento “intelligente” di sinistra. Insomma, quelli del Bagaglino erano “di destra”. Non la destra impettita e classista, ma quella libertaria, irriverente e plebea, sempre in bilico tra saluto romano e cazzeggio (con una certa predilezione per il secondo) che proprio nella capitale, trent’anni prima, aveva avuto un protagonista del calibro di Ettore Petrolini, capace di rispondere «Me ne fregio!» al Duce che gli offriva un’onorificenza (non prima, però, di averla accettata). Adesso - è notizia di questi giorni - l’avventura televisiva del Bagaglino si è chiusa, forse per sempre. «Poco pubblico», ha sentenziato l’Auditel. Senza battere ciglio, Mediaset ne ha preso atto, decretando che la quarta puntata dello show “Bellissima” non andrà mai in onda. Nell’epoca dei format e dei reality show, il Bagaglino ha fatto così la fine di quella destra da cui era nato negli anni Sessanta: ambedue fagocitati da Silvio Berlusconi e dalle regole imposte dalle sue televisioni e dalla sua politica.

La pernacchia alla sinistra e ai democristiani che ci flirtavano fu fragorosa sin dall’inizio. L’esordio del Bagaglino avvenne il 23 novembre del 1965, e quel giorno, nello scantinato, tutta la compagnia in coro cantò “Bella miao”, parodia felina della stranota canzone partigiana. Vista l’epoca, un sacrilegio. «Ma noi non avevamo alcun intento denigratorio. A ispirarci fu solo la nostra voglia di anticonformismo», racconta oggi a Libero Pier Francesco Pingitore, uno dei fondatori del Bagaglino. «La Democrazia cristiana aveva avviato da poco l’apertura a sinistra e guarda caso, all’improvviso, la tv era stata invasa da “Bella ciao”. Ma questa corsa all’esaltazione della Resistenza non ci era sembrata in buona fede da parte di chi, come la Dc, per tanti anni se ne era infischiata. Ci pareva una manifestazione retorica, scaturita dal desiderio di unire le forze con i socialisti. Così ne facemmo la parodia. Il pubblico la prese bene».

Forse perché nella platea del Bagaglino avevano trovato subito rifugio tanti nostalgici del Ventennio, affiancati da molti altri che, pur non avendo mai indossato la camicia nera, avevano le scatole piene della sinistra e della sua spocchia. Gli autori, del resto, erano una garanzia di anti-antifascismo. Pingitore, all’epoca poco più che trentenne, era caporedattore del settimanale di destra “Lo specchio”. Stessa rivista per cui aveva lavorato Mario Castellacci, classe 1924, che aveva collaborato pure col “Candido” di Giovannino Guareschi e in quegli anni stava al Giornale Radio Rai. Era stato lui, giovane repubblichino, a scrivere “Le donne non ci vogliono più bene”, canzone-simbolo dell’epopea di Salò. Assieme a loro c’erano Raffaello Della Bona, giornalista del “Secolo d’Italia”; Piero Palumbo, proveniente anch’egli dallo “Specchio”; Luciano Cirri, che lavorava al “Borghese” di Mario Tedeschi; il musicista Dimitri Gribanovski. La compagnia - raccontano Luciano Lanna e Filippo Rossi nel loro volume “Fascisti immaginari” - doveva chiamarsi “Bragaglino”, in omaggio al futurista Anton Giulio Bragaglia. E quando i suoi eredi si opposero, Castellacci, Pingitore e gli altri si limitarono a togliere la “r”.

Diventata troppo stretta la cantina di vicolo della Campanella, il caso assegnò alla gang del Bagaglino, nell’ottobre del 1972, la sua sede attuale, ovvero il Salone Margherita, che decenni prima aveva ospitato proprio Petrolini e Filippo Tommaso Marinetti. Insomma, il posto ideale per chi voleva portare avanti un discorso popolare e controcorrente. «Grazie alla sua collocazione, alle sue dimensioni medio-grandi, alle memorie petroliniane e futuriste e al fatto che ci fossero passati i più grandi comici italiani, da Totò ad Aldo Fabrizi, il salone Margherita ci garantiva una copertura ideale», racconta Pingitore.

Negli anni Ottanta avvenne lo sbarco sugli schermi della Rai, cui seguì il passaggio a Mediaset. Nel frattempo la squadra aveva imbarcato talenti come Pino Caruso, Oreste Lionello, Leo Valeriano, Pippo Franco («appassionato lettore di George Gurdjieff ed Ezra Pound», svelano Lanna e Rossi), Leo Gullotta. La formula cambiò col passare dei tempi, ma rimase immutata la filosofia di quello che Lionello definiva un gruppo di intellettuali «anarchici di destra», e come tale - ovviamente - destinato ad essere sempre accusato di bieco qualunquismo dalla critica progressista. «La sinistra non sa strappare un sorriso: sa solo offendere», rispondeva Lionello.

Accanto a costoro, un elenco interminabile di donne splendide. Tanto che oggi è facile dire che il Bagalino, con le sue gnoccolone poppute avvinghiate - spesso in gruppo - al potente di turno, alla fine è stato superato da quella realtà che a lungo aveva parodiato. Ma nei suoi oltre quarant’anni di vita la creatura di Castellacci e Pingitore ha saputo essere molto più di questo.

© Libero. Pubblicato il 28 aprile 2009.

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