mercoledì, febbraio 27, 2008

Castrazione chimica? Si può fare

E' passata appena una settimana. Era il 19 febbraio e Walter Veltroni, segretario e candidato premier del partito democratico, diceva che «la castrazione chimica no», non si fa. Il senatore Giorgio Tonini, della segreteria del Pd, annuiva e spiegava che la castrazione chimica è «impossibile per la nostra cultura giuridica».

Ora si scopre che Veltroni, in questi pochi giorni, ha cambiato idea. Miracoli che solo la necessità di colmare il divario di consensi che separa il Pd dalla lista di Silvio Berlusconi riesce a realizzare. Ogni obiezione di principio è caduta. L'aggettivo «impossibile» è scomparso dal vocabolario del Pd. Adesso, se la castrazione chimica dimostra di funzionare, se ne può parlare. Del resto Umberto Veronesi, che Veltroni ha fortissimamente voluto candidare nella sua lista, da anni sostiene la necessità di adottarla.

Veltroni è il benvenuto, e del resto a conclusioni assai più chiare delle sue sono già arrivati i laburisti inglesi. La prova del nove, però, si avrà nella prossima legislatura, quando i parlamentari del Pd saranno chiamati a dire "sì" o "no" alle proposte di legge per introdurre la somministrazione di farmaci inibitori del testosterone come pena accessoria o alternativa per stupratori e pedofili. Se il leader del Pd e i suoi sono persone serie e non stanno parlando a vanvera solo perché siamo in campagna elettorale, saranno disponibili a discuterne. Chiunque vinca le elezioni, da qualunque parte arrivi la proposta.

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martedì, febbraio 26, 2008

De Gregorio e gli altri

di Fausto Carioti

C'è da ridere a leggere le "ragioni" con cui i magistrati romani hanno messo sotto indagine per corruzione il senatore Sergio De Gregorio. Le agenzie di stampa spiegano che «il procedimento è stato avviato dopo l'arrivo nella Capitale del fascicolo inviato da Napoli sul presunto accordo tra il leader del movimento degli italiani nel mondo e il leader del PdL, Silvio Berlusconi». Presunto? Ma quando mai. Accordo palese, bisogna dire. Sbandierato. Ostentato. Mai intesa fu esibita con più orgoglio di questa. Sul Corriere della Sera del 27 luglio De Gregorio, tutto felice, raccontava che Berlusconi, siglando il “patto federativo” tra Forza Italia e Italiani nel mondo, gli aveva staccato un assegno da 300mila euro. Serviranno «per promuovere il mio partito e la Cdl all’estero, ed è normale che la Cdl finanzi un partito a lei federato», spiegava il pasciuto senatore. Prodigo di dettagli, aggiungeva: «È il primo aiuto che riceviamo da Berlusconi, servirà all’organizzazione logistica». Dunque, sul fatto che Berlusconi - vero bersaglio di questa iniziativa giudiziaria - per allearsi con De Gregorio gli abbia dato soldi per il suo partitino, non ci sono dubbi. Così come è acclarato che questi finanziamenti sono stati concessi alla luce del sole, e regolarmente dichiarati dal senatore partenopeo. Piaccia o meno, la politica funziona anche così. E nessuno si tira indietro davanti a simili pratiche. Nemmeno sua santità Walter Veltroni. Tantomeno, finché ha potuto, se ne è astenuto il beato Romano Prodi, tumulato anzitempo nel mausoleo felsineo.

La differenza, semmai, è tra chi per avere sostegno politico mette mano al proprio portafogli, perché può permettersi di farlo, e chi invece mette mano al portafogli del contribuente. Per dire: il governo Prodi ha resistito oltre ogni aspettativa grazie al sostegno eroico che gli hanno fornito i senatori a vita, disponibili a puntellarlo sino a tarda notte durante le votazioni della Finanziaria. La medaglia al valore va assegnata a Rita Levi Montalcini. Incidentalmente, la stessa senatrice ha visto la sua fondazione, la Ebri, premiata dalla Finanziaria con 3 milioni di euro. Niente d’illecito, ovvio. Tutto è avvenuto alla luce del sole, e nessuno può permettersi di dire che cotanta senatrice abbia anteposto l’interesse personale al bene comune: quali che fossero le intenzioni di Prodi, se lei ha resistito sino alle tre del mattino nell’aula di palazzo Madama è perché in quella Finanziaria lei ci credeva. O almeno così bisogna presumere. E infatti nessun magistrato si è sognato di aprire un’indagine.

Prodi è stato molto generoso anche con gli italiani all’estero, e ha avuto un occhio di riguardo nei confronti dell’Argentina. Il senatore Luigi Pallaro, decisivo per gli equilibri al Senato nonché abilissimo mercanteggiatore, chiese - e ottenne - 14 milioni con la Finanziaria del 2007, ai quali se ne sono aggiunti altri 36 con quella del 2008. Così, mentre in Italia le volanti della polizia devono razionare i soldi per la benzina, sugli italo-argentini di La Plata sono piovuti dal cielo un milione e 350mila euro, che serviranno a finanziare le loro «attività formative nell’allevamento del bestiame». Non è andata peggio agli altoatesini, grazie alla presenza in Senato di tre senatori del Südtiroler Volkspartei, il cui appoggio era necessario per la sopravvivenza politica di Prodi. «È il metodo “A Frà, che te serve?”» commentava amaro, durante i mercanteggiamenti della Finanziaria, il veltroniano Peppino Caldarola.

Prendi i radicali, che sull’arte della trattativa potrebbero scrivere un’enciclopedia a dispense. Hanno appena siglato la loro unione di fatto con il partito democratico di Walter Veltroni, il quale gli porterà in dote 3 milioni di euro a titolo di rimborsi elettorali e gli garantirà l’elezione di nove parlamentari. È una compravendita vera e propria. Lecitissima, ma simile a quella che ha legato De Gregorio al Cavaliere. Però questa scandalizza le procure, mentre quella tra Veltroni e Bonino indigna solo il Vaticano.

Quando non si possono mettere sul piatto i soldi pubblici, o se questi non bastano, c’è sempre qualche carica attorno alla quale si può ragionare. Nel 1995 Lamberto Dini pugnalò alle spalle Berlusconi e accettò di guidare il governo di centrosinistra che portò l’Italia al voto. Dini fu poi ministro degli Esteri dei governi dell’Ulivo nell’intera legislatura successiva. Pochi mesi fa, Marco Follini ha compiuto, in senso inverso, lo stesso tragitto di De Gregorio: è passato dall’opposizione alla maggioranza, e ha subito ottenuto la carica di responsabile nazionale per le politiche dell’informazione del Pd. I magistrati non ci hanno visto nulla di male. Giustamente. Perché certi scambi di cortesie sono normali, e la sanzione, semmai, la meritano dagli elettori, non certo dai tribunali.

Neanche i metodi con cui Prodi ha cercato di impedire la sua caduta sono diversi da quelli con cui Berlusconi ha fatto di tutto per accelerarla. L’esecutivo morente dette vita a un mercato delle vacche durato sino a pochi minuti prima del voto. Un pressing concentrato soprattutto sui senatori leghisti (uno dei quali, Piergiorgio Stiffoni, alla fine sbottò: «Non siamo mica delle puttane»), sui diniani, ai quali fu offerto il ministero lasciato libero da Clemente Mastella, e sugli uomini dell’Udeur. Uno dei quali, Nuccio Cusumano, alla vigilia della votazione decisiva vide il suo segretario particolare assunto, con procedura assai anomala, dall’agenzia Agecontrol, che dipende dal ministero delle Politiche agricole, retto dal prodiano Paolo De Castro. Cusumano fu poi l’unico senatore dell’Udeur a votare la fiducia al governo Prodi. Ovviamente, lui definisce la vicenda di quella strana assunzione (bloccata poi dal presidente di Agecontrol) «del tutto casuale» e slegata dal suo voto in Senato.

Gli strumenti della politica, insomma, sono questi, e di sicuro nella legislatura che si è appena chiusa nessuno ha dato il meglio di sé. Chi aveva gli assegni li staccava, chi aveva cariche o soldi pubblici da mettere sul piatto lo faceva senza pensarci due volte. Di diverso, c’è stato solo l’atteggiamento dei magistrati. Che su alcuni hanno deciso di accendere i fari. Su altri, no. Chissà perché.

© Libero. Pubblicato il 26 febbraio 2008.

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venerdì, febbraio 22, 2008

Il bilancio di Fidel e le aspettative su Raúl

L'addio di Fidel Castro Ruz al potere fa intravedere un barlume di luce al leader intellettuale della dissidenza cubana in esilio, Carlos Alberto Montaner, vicepresidente dell'Internazionale liberale. Montaner traccia il bilancio di mezzo secolo di comunismo imposto all'isola dal tiranno barbuto e spiega perché la situazione, con Raúl Castro al potere, può migliorare. Di poco, certo, perché poi è sempre di comunisti che stiamo parlando.

Alcuni estratti dalla sua analisi, tradotti al volo dal sottoscritto:
  • «Il bilancio di questi 50 anni è orrendo. Non c'è alcun modo in cui la storia possa assolvere Fidel Castro. Lo impediscono due milioni di esiliati, migliaia di prigionieri politici - quasi trecento dei quali sono ancora dietro le sbarre - migliaia di esecuzioni, assoluta assenza di libertà, famiglie distrutte e i peggiori fallimenti materiali nella storia delle dittature dell'America Latina».
  • «Non è accaduto niente di buono in questo periodo? Sì. Il Paese ha 800.000 professionisti, tra i quali 65.000 medici di buon livello, in una popolazione di 11 milioni. Ma questo fatto, invece di esimere Fidel Castro dalle critiche, rappresenta per lui un nuovo capo d'accusa. Solo un governante profondamente incompetente può tenere in povertà una società che possiede un simile capitale umano. In ogni angolo del mondo, i professionisti sono parte del ceto medio e vivono con un certo legittimo benessere. In Cuba, vegetano senza alcuna speranza, in estrema povertà».
  • «Raúl Castro inizierà una cauta riforma economica. Cosa cambierà?

    Primo, ci sarà più spazio per i lavoratori in proprio ed emergeranno piccole imprese private, a conduzione familiare, in grado di provvedere a quei servizi che lo Stato non può fornire.

    Secondo, la gente sarà autorizzata a vendere e comprare liberamente case e automobili.

    Terzo, i cubani (inclusi gli atleti) avranno il permesso di lasciare il paese e tornare.

    Non ci si può attendere alcuna riforma politica in direzione della democrazia, ma possiamo aspettarci il graduale rilascio dei prigionieri di coscienza e maggiore tolleranza per i dissidenti, assieme a un clima più aperto all'interno del partito comunista».
  • «Cosa farà Castro da adesso sin quando morirà o perderà le sue facoltà? Di sicuro, appoggerà i cosiddetti "talebani" - il settore stalinista - e farà il franco tiratore, sabotando le riforme con i suoi commenti sui giornali, nella convinzione che il genere umano stia aspettando col fiato sospeso le sue perle di suprema saggezza per capire cosa sta avvenendo. E' così che si comportano i narcisisti, anche quando hanno un piede nelle tomba».
Chi vuole saperne di più, qui trova l'intera analisi di Montaner in inglese; qui in castigliano.

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mercoledì, febbraio 20, 2008

Il tiranno della Cia che odiava gli omosessuali

di Fausto Carioti

«La historia me absolverá», disse Fidel Alejandro Castro Ruz, ventisettenne, il 16 ottobre del 1953, concludendo l'arringa al processo che lo vedeva imputato per il suo primo (goffo) tentativo di colpo di stato ai danni del regime di Fulgencio Batista. Si vedrà. Di sicuro storici e giornalisti, per non parlare della quasi totalità della élite culturale occidentale, inclusi i tre quarti di Hollywood, sinora sono stati molto indulgenti con il tiranno che ieri ha dato l'addio definitivo al potere. Di più: in molti casi hanno fatto a gara a chi chiudeva meglio gli occhi dinanzi agli orrori dell'Havana. Da brave cheerleaders, hanno sgomitato per essere in prima fila nel dipingere il ritratto del combattente romantico e dello statista coraggioso. Sono finiti in fondo ai cassetti, così, aspetti importanti del caudillo rosso. Il cinismo di Fidel, ad esempio, l'uso strumentale che fece dell'ideologia comunista e del suo rapporto con gli Stati Uniti, gli furono indispensabili per la conquista e il consolidamento del potere. Così come la repressione brutale con la quale, ancora oggi, schiaccia ogni forma di dissidenza e calpesta (lui, icona della sinistra) gli omosessuali dell'isola: altro aspetto - chissà perché - ignorato.

Castro si professò comunista e nemico giurato degli Stati Uniti solo quando ebbe bisogno di dare cemento ideologico, militare ed economico alla sua dittatura. Sino ad allora, non solo si era guardato bene dall'inimicarsi Washington, ma aveva fatto aperta professione di anticomunismo e si era messo in tasca - senza alcun apparente rimorso nei confronti di Karl Marx - i finanziamenti che arrivavano dalla Cia. Batista fuggì da Cuba il 31 dicembre del 1958, e il suo rivale Castro divenne primo ministro il successivo 16 febbraio. Ma fino al luglio del 1960 si guardò bene dall'accettare l'abbraccio dei sovietici. Bisogna attendere il 16 aprile del 1961, durante la crisi della Baia dei porci con gli Stati Uniti, per sentirgli dire che la sua era stata una «rivoluzione socialista». Lui stesso si dichiarò pubblicamente «comunista» solo nel dicembre di quell'anno. Forse, sino ad allora, Castro aveva finto di essere ciò che non era. Oppure fu semplicemente abile a scegliere, al momento opportuno, l'ideologia che più serviva alla sua causa. Non ha importanza: ciò che conta sono le cose che diceva, e il fatto che gli americani le bevessero tutte.

Del resto, già prima che Castro prendesse il potere, il dipartimento di Stato di Washington aveva messo un embargo sulle forniture di armi al governo di Batista ed imposto al riluttante ambasciatore all'Havana, Earl T. Smith (uno dei pochi che aveva capito dove sarebbe andato a parare Castro) di far sapere a Batista che egli «non poteva più godere dell'appoggio del governo degli Stati Uniti». Come da consuetudine, gli americani misero anche mano al portafoglio. Con generosità. Tad Szulc, il reporter del New York Times autore della biografia più nota di Fidel Castro (e tutt'altro che ostile al dittatore) scrive che «tra ottobre e novembre 1957 e la metà del 1958, la Cia versò non meno di cinquantamila dollari a una mezza dozzina o più di membri importanti del Movimento 26 luglio», ovvero l'organizzazione rivoluzionaria di Castro. «La cifra era piuttosto grossa, rispetto almeno a quanto era riuscito a raccogliere da solo il Movimento a Cuba». Niente di strano, quindi, che la seconda nazione a riconoscere il governo nato dalla rivoluzione castrista siano stati proprio gli Stati Uniti: Washington accreditò la "Cuba revolucionaria" il 7 gennaio del 1959. Mosca seguirà tre giorni dopo. «Siamo stati noi a mettere al potere Castro», dirà Smith, dinanzi al Senato americano, nel 1961.

Fidel, diventato primo ministro, si guardò bene dal deludere i suoi fan. Nella primavera del '59 andò in viaggio ufficiale negli Stati Uniti. In quell'occasione, scrive ancora il suo biografo, «Fidel disse tutto quello che gli americani volevano sentirsi dire. Circa il comunismo ripetè, ogni volta che gli veniva chiesta la sua opinione, che "noi non siamo comunisti", che se per caso nel suo governo c'erano dei comunisti "la loro influenza è nulla", e che lui non approvava il comunismo». Già che c'era, annunciò anche che entro quattro anni a Cuba si sarebbero avute libere elezioni. I gonzi gli credettero. «Castro non solo non è comunista, ma è un convinto nemico del comunismo», disse il responsabile della Cia per l'America Latina, Gerry Drecher, dopo aver incontrato il leader cubano. «Io e il mio staff eravamo tutti "fidelisti"», ha ammesso Robert Reynolds, che fu "specialista" della Cia per la rivoluzione cubana dal 1957 al 1960.

Preso il potere in modo tanto spregiudicato, Castro non si è fatto scrupoli a usarlo nel modo più duro. Il progetto di ricerca Cuba Archive, che da anni conta le vittime accertate della rivoluzione cubana, ha calcolato, sino ad oggi, in 8.096 il numero delle persone fatte uccidere dal suo governo. Nel rapporto 2007 di Amnesty International si legge che «69 prigionieri di coscienza continuano a essere detenuti per le loro idee o attività politiche non violente». Quando un gruppo di cattolici cubani, attenendosi a quanto scritto nella stessa costituzione dell'isola, ha proposto un referendum per introdurre le libertà politiche e i diritti civili negati, il dittatore ha reagito da par suo: ha respinto la richiesta - nonostante le 10.000 firme necessarie per far svolgere il referendum fossero state raccolte - e incarcerato, nel marzo del 2003, 75 autori dell'iniziativa. Uno di costoro, Antonio Díaz Sánchez, ha fatto uscire da Cuba una lettera in cui racconta le condizioni dei detenuti nelle carceri castriste, dove i tentativi di suicidio sono all'ordine del giorno: «Quando un prigioniero attenta alla propria salute, non lo fa con l'intenzione di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica, dal momento che a Cuba le prigioni sono buchi neri dove solo i prigionieri politici sono capaci di raccontare quello che vi succede; piuttosto, lo fa cercando un mezzo per porre fine a tanta agonia e martirio, che trasformano la vita in qualcosa privo di senso».

Un discorso a parte merita il trattamento riservato agli omosessuali. Per loro Castro ha fatto costruire le Umap, Unità militari di aiuto alla produzione. Il giornalista Héctor Maceda (uno dei 75 messi in carcere nel marzo del 2003) ha calcolato in trentamila il numero dei giovani - in gran parte omosessuali, ma anche seminaristi, rockettari e altri "disadattati" del paradiso cubano - costretti a "redimersi" in questi lager circondati da filo spinato elettrificato. «La missione fondamentale delle Umap è fare in modo che questi giovani modifichino la loro attitudine, educandosi, formandosi, salvandosi», spiegò Castro a Granma, l'organo ufficiale del regime, nel 1966. Altra porcheria che tanti a sinistra fingono di non vedere.

Il miglior epitaffio del tiranno al tramonto porta la firma dello scrittore cattolico americano George Weigel, biografo di Karol Wojtyla: «Castro non è un omicida di massa della stessa categoria di Stalin, Hitler, Pol Pot e Mao Tse-tung, ma è comunque un dittatore assassino. Le storie delle condizioni vili e umilianti in cui tiene i prigionieri politici non debbono essere dimenticate. Né le ingiustizie del precedente regime cubano debbono essere usate come scuse per questo uomo malvagio che ha ridotto in povertà una nazione orgogliosa e vitale».

© Libero. Pubblicato il 20 febbraio 2008.

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martedì, febbraio 19, 2008

Quota sedici

di Fausto Carioti

La domanda che in queste ore gira nel centrodestra è quella che Maurizio Gasparri si pone a voce alta: «Ma la proposta sul nuovo assetto del sistema delle comunicazioni in Italia Di Pietro la fa a titolo personale? Veltroni, con il quale si è alleato, la condivide?». Insomma, il ruolo dell’ex pm è chiaro: da qui al 13 aprile dovrà spararne una al giorno per impedire che gli elettori che hanno in odio Berlusconi cedano alla tentazione dell’astensionismo o votino per la Sinistra Arcobaleno di Fausto Bertinotti. La proposta di espropriare le reti Mediaset, lasciando al Biscione un solo canale, è solo l’inizio dell’escalation alla quale assisteremo sino all’apertura delle urne. Walter Veltroni lascia fare: se si è alleato con Antonio Di Pietro non è per le virtù diplomatiche del leader dell’Italia dei Valori, ma perché costui gli porta in dote i voti degli antiberlusconiani viscerali. Un conto, però, è dare guinzaglio lungo al ringhioso molisano, un altro è condividerne tutte le sparate. Da qui, l’interrogativo di Gasparri. Che non è solo il suo.

Perché - detta come va detta - il canale che si era aperto tra berlusconiani e veltroniani quando provavano a scrivere insieme la nuova legge elettorale, e che aveva portato al modello tedesco-spagnolo disegnato da Salvatore Vassallo su misura per i partiti più grandi, non si è mai chiuso. È lì, pronto a spalancarsi di nuovo se le urne daranno un certo tipo di verdetto. C’è un numero, infatti, che in queste ore ricorre spesso nei ragionamenti di Berlusconi e dei suoi consiglieri: sedici. Posto che nessuno, da quelle parti, mette in dubbio la vittoria del Popolo delle libertà alleato con la Lega alla Camera, con il conseguimento del premio di maggioranza che affiderebbe al centrodestra di stretta osservanza berlusconiana il 55% dei seggi di Montecitorio, resta l’incognita del Senato. Dove il premio di maggioranza è assegnato su base regionale. Impossibile fare previsioni attendibili sino a quando la partita delle alleanze non si sarà conclusa. Al momento, chi per il Cavaliere sta facendo i conti gli assegna un margine tra i dodici e i ventidue senatori. Ed è qui che entra in ballo “quota sedici”.

«Se il Pdl e il Carroccio potranno contare almeno su un vantaggio di sedici senatori», racconta una fonte ben introdotta a palazzo Grazioli, «Berlusconi farà un governo tutto suo». Per affossare una simile maggioranza, infatti, occorrerebbe che otto senatori facessero transumanza verso i lidi dell’opposizione. E «otto è la soglia di sicurezza fissata da Berlusconi». Al di sotto di questa, il Cavaliere valuterà seriamente l’ipotesi di allargare i confini della maggioranza di governo. Ma non sarà Pier Ferdinando Casini il suo interlocutore: su questo Berlusconi, nelle sue conversazioni private, è stato molto chiaro. Preferirà rivolgersi direttamente a Veltroni. Offrirà di fare un passo indietro, rinunciando a palazzo Chigi, ma riservandosi comunque il diritto di indicare il nome del presidente del Consiglio (Gianni Letta sarebbe il candidato naturale). E proporrà un governone di unità nazionale, un patto tra grandi per riscrivere assieme le regole (iniziando dalla legge elettorale) e gestire la costruzione delle nuove infrastrutture, l’emergenza dell’immondizia in Campania, il dossier Alitalia, il taglio della spesa pubblica e altre rogne del genere.

Uno degli uomini che sibila all’orecchio del Cavaliere spiega il progetto con sano realismo: «È ovvio che in campagna elettorale non può trapelare l’ipotesi che non si possano vincere le elezioni in modo netto. Ma è chiaro che, se il margine di vittoria non sarà rassicurante, dovremo trattare, e non sarà certo con Casini che lo faremo». Anche perché la ruggine con i centristi è tanta: «Arrivati a questo punto, intendiamo fare di tutto per sbattere l’Udc fuori dal parlamento. Il “porcellum” è un meccanismo elettorale dotato di soglie di sbarramento efficacissime: quattro per cento alla Camera e otto per cento al Senato, su base regionale. Lavoreremo per impedire all’Udc di superare queste soglie».

Dunque, o si stravince o ci si siede al tavolo con Veltroni. Il quale - i berlusconiani ne sono convinti - avrebbe molti buoni motivi per riprendere il dialogo con gli avversari. Passerebbe alla storia come l’uomo che ha condotto il centrosinistra da una sconfitta certa a un quasi-pareggio, e potrebbe riscrivere le regole del gioco, assieme al popolo delle libertà, a uso e consumo dei grandi. Perché simili scenari possano essere presi in considerazione, però, è importante capire se Veltroni la pensa come Di Pietro oppure se può ancora essere considerato un interlocutore tutto sommato affidabile, alle prese con l’ennesimo gioco delle parti.

In casa Berlusconi la sortita di Tonino è stata presa assai male, e lo spiegano le parole del vicecoordinatore forzista Fabrizio Cicchitto: «Veltroni usa un buonismo di facciata e utilizza il suo braccio armato, rappresentato da Di Pietro, per colpire l’avversario politico». Ma accanto al Cavaliere c’è anche chi considera la proposta di Di Pietro qualcosa di quasi scontato, che non decreta la chiusura dei canali diplomatici. Come il forzista Gaetano Quagliariello, che assieme a Vassallo ha tenuto in piedi per settimane la trattativa per la riforma bipartisan della legge elettorale. «Credo», dice il senatore-politologo, «che nel centrosinistra ci sia la consapevolezza diffusa che la legge Gentiloni per la riforma del sistema televisivo sia stata una vergogna. D’altra parte, in campagna elettorale, a sinistra un po’ di antiberlusconismo è inevitabile. Prendo atto che fino a questo momento Veltroni, per non mordere, ha deciso di far abbaiare Di Pietro. Finché non si supera questo stadio, ci si può anche stare».

Insomma, la tensione è salita, ma al momento non si registra alcuno strappo definitivo con il leader del Partito democratico. Certo, il giorno in cui Veltroni dovesse davvero sedersi al tavolo delle trattative con Berlusconi, dovrebbe per prima cosa decidere cosa fare del suo ingombrante alleato. Ma sono problemi che in campagna elettorale nessuno si pone.

© Libero. Pubblicato il 19 febbraio 2008.

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lunedì, febbraio 18, 2008

Berlusconi verso la vittoria dimezzata (e va bene così)

La scelta di non allearsi con l'Udc di Pier Ferdinando Casini ha una spiegazione che, ridotta all'essenziale, si può riassumere così: Silvio Berlusconi è pronto a un governo di unità nazionale con Walter Veltroni. Ovvio, preferirebbe ottenere una maggioranza consistente (diciamo una ventina di seggi) al Senato. E si batterà per averla. Ma ha già messo in conto di non poterla raggiungere. E non si scompone davanti all'idea di governare con il partito democratico.

La minaccia di Casini era proprio quella di erodere il margine di vantaggio che il Pdl dovrebbe ottenere al Senato. Correndo sola, infatti, l'Udc uscirà a pezzi dalle urne (contate i senatori e i deputati di cui dispone oggi, e fate lo stesso dopo il 13 aprile: sarà una strage). Però la decisione di Casini farà male anche a Berlusconi, il quale al Senato rischia davvero di trovarsi in una situazione non identica, ma comunque paragonabile a quella che ha portato Prodi nel baratro. Davanti alla scelta tra accettare le richieste di Casini e fare il pieno di voti (imbarcando però un cospicuo numero di senatori inaffidabili) e rischiare una vittoria dimezzata, ma senza l'Udc tra le scatole, non ci ha pensato due volte e ha imboccato la seconda strada. Alla minaccia di Casini, ha risposto con il motto che la Buonanima prese in prestito da Gabriele D'Annunzio: "Me ne frego".

La morale è chiara: stavolta Berlusconi non insegue la vittoria a tutti i costi. L'ingovernabilità, il doversi sottoporre a ricatti continui, sono prezzi che non intende pagare. Se qualcuno il giorno dopo il voto dovrà fare accordi col partito democratico, quel qualcuno sarà lui. E non sarà una tragedia. Meglio trattare con gli avversari da posizioni di forza (grazie al premio di maggioranza che il Pdl dovrebbe ottenere alla Camera) e fare il regista di un governone bipartisan che guidare l'esecutivo e farsi logorare da quale emulo di Marco Follini. I parlamentari dell'Udc e delle altre liste centriste, nelle intenzioni di Beelusconi, sono destinati alla marginalità, non potranno più fare da ago della bilancia. Le regole le scriveranno i grandi.

A Veltroni tutto ciò va benissimo: se le cose andranno in questo modo, infatti, passerà comunque alla storia come l'uomo che ha condotto a un quasi-pareggio quella sinistra che Romano Prodi aveva raso al suolo. Contribuirà a riscrivere le regole e potrà essere di nuovo candidato premier alla tornata successiva. Conviene anche a Gianfranco Fini: porterà An nel partito popolare europeo, e dopo che sarà andato al governo con i post comunisti e i post democristiani del Pd, nessuno potrà più sbattergli in faccia pregiudiziali antifasciste. Chissà, forse sarà un bene anche per il Paese: senza i partitini e con Verdi e comunisti relegati all'opposizione, qualche autostrada, due termovalorizzatori e un rigassificatore si riusciranno a costruire. Magari un governo simile, se mai si farà, riuscirà anche a riportare in agenda la questione del nucleare, che gode di forti consensi sia all'interno del Pdl che nel Pd.

Vedremo. Intanto godiamoci l'escalation che inevitabilmente caratterizzerà la campagna elettorale sino al giorno del voto. L'importante è sapere che molti di quelli che oggi si scannano non escludono affatto di abbracciarsi il 14 aprile.

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giovedì, febbraio 14, 2008

La tv dei piccoli (kamikaze)



Non so voi, ma io non sono molto ottimista sul fatto che il trascorrere del tempo, e l'irrompere sulla scena delle nuove generazioni, possano facilitare l'evoluzione dei rapporti tra palestinesi e israeliani.

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mercoledì, febbraio 13, 2008

Obama e gli altri: previsioni un tanto al chilo

In Italia si sta dando molta enfasi alle elezioni presidenziali americane. Giustificatissima, per carità: in gioco c'è la guida della più grande e potente democrazia del pianeta. L'impressione, però, è che, a destra come a sinistra, si stia seguendo la contesa con una forte carica d'ingenuità. L'ipotesi che vinca un candidato democratico (i cui connotati assomigliano sempre più a quelli di Barack Hussein Obama) sembra autorizzare wet dreams a ripetizione nella sinistra italiana, nel cui immaginario un po' sempliciotto Obama è una sorta, se non di un Fidel Castro, quantomeno di un Simon Bolivar nordamericano. E' l'uomo che cambierà gli Stati Uniti, e con essi il mondo, e lo farà ispirandosi (lui, che nel 1968 aveva sette anni) a ideali assai simili a quelli sessantottini. Analoga previsione - che in questo caso diventa paura - è fatta a destra.

Sbaglierò, ma mi sembra un'idea piuttosto imbecille. Per una lunga serie di motivi, alcuni dei quali provo a riassumere.

Primo. Barak Obama non è Giovanni Russo Spena. Banale dirlo, ma visti gli entusiasmi che la sua corsa sta suscitando sulle colonne del Manifesto e di Liberazione, vale la pena di ricordarlo. La cosa vale, a maggior ragione, per Hillary Rodham Clinton. La dico tutta: il semplice fatto che un candidato, in quanto nero o in quanto donna, debba essere portatore di contenuti politici radicalmente differenti da quelli di un maschio bianco, riesce ad essere ingenua e razzista (o sessista) allo stesso tempo.

Secondo. Gli annunci fatti in campagna elettorale lasciano il tempo che trovano: appena le urne si chiudono inizia tutta un'altra partita, e a comandare stavolta non è più la necessità di creare facili emozioni, ma la realpolitik. Per conferma, chiedere a Michael Moore e agli altri pacifisti americani, poveri illusi i quali credevano che sarebbe bastato affidare la maggioranza della Camera ai democratici per avviare il ritiro delle truppe americane dall'Iraq. Presi i voti, gabbato l'elettore.

Terzo. I margini di discrezionalità in materia di politica interna ed internazionale di cui dispone il presidente degli Stati Uniti sono ampi, ma non certo assoluti. Insomma, chi già intravede inversioni ad "U" da parte di una ipotetica amministrazione democratica, rischia di restare molto deluso. Il rapporto privilegiato con Israele, ad esempio, è una costante della strategia statunitense, che non potrà certo essere rimesso in discussione dall'elezione dell'uno piuttosto che dell'altro candidato. Altro esempio: nessuno dei candidati contesta la necessità di mantenere l'arsenale americano agli attuali livelli di "iperpotenza". Allo stesso modo, il problema dell'approvvigionamento energetico, con le conseguenti tensioni nei confronti dei Paesi fornitori di petrolio, si porrà chiunque sia alla Casa Bianca, e le soluzioni possibili sono pochissime, per non dire obbligate. Dalla questione dell'approvvigionamento energetico derivano le linee guida della politica internazionale. Quanto al multilateralismo, per i democratici può essere un argomento politicamente corretto con cui farsi belli davanti agli europei, ma alla prova dei fatti gli Stati Uniti, chiunque li guidi, hanno sempre deciso per tutti, e di certo non intendono appaltare la sicurezza internazionale (cioè la loro stessa sicurezza) a Paesi che fanno a gara nel tagliare le spese militari. Sul fronte della politica sociale, i vincoli di bilancio limitano i margini d'intervento a una rimodulazione della redistribuzione del reddito: attraverso la quale si può fare molto, certo, ma non quella rivoluzione epocale che qualcuno sogna (o teme). Di certo non in America, dove è chiaro a tutti che il reddito, prima di essere redistribuito, deve essere prodotto, e questo può avvenire solo a certe condizioni.

Quarto. Storicamente, sono stati proprio i presidenti democratici, interventisti per tradizione, quelli che hanno dato più problemi alla sinistra italiana ed europea. Harry S. Truman portò gli Stati Uniti in guerra contro la Corea del Nord. Fu John Fitzgerald Kennedy a dare il via alla guerra del Vietnam, dopo aver annunciato, nel discorso con cui avviò il suo mandato presidenziale: «We shall pay any price, bear any burden, meet any hardship, support any friend, oppose any foe, in order to assure the survival and the success of liberty». Il programma di Kennedy per il Vietnam era, né più né meno, l'esportazione della democrazia in Indocina (nel noto National Security Action Memorandum 52 si legge che «The U.S. objective and concept of operations stated in report are approved: to prevent Communist domination of South Vietnam; to create in that country a viable and increasingly democratic society, and to initiate, on an accelerated basis, a series of mutually supporting actions of a military, political, economic, psychological and covert character designed to achieve this objective»). In tempi più recenti, è toccato a Bill Clinton avviare l'intervento della Nato in Kosovo, spaccando la sinistra italiana nel modo che sappiamo.

Pronto a essere smentito. Tra qualche tempo ne sapremo di più. Ammesso, s'intende, che alla fine vinca il candidato democratico. Cosa tutt'altro che scontata.

Post scriptum. Quasi dimenticavo. Se a vincere le elezioni americane sarà una donna o un nero, non ci sarà proprio nulla da stupirsi. Sarà semplicemente l'ennesima conferma del fatto che quella statunitense è la più grande democrazia della storia, dove chiunque può diventare presidente. E' l'essenza della società aperta.

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martedì, febbraio 12, 2008

Fusionismi

Ce n'è una al giorno, impossibile starci dietro. L'ultima viene da una organizzazione cattolica olandese, che ha proposto di cambiare nome al digiuno quaresimale, ribattezzandolo "Ramadan cattolico". Motivazione: «L'immagine del digiuno cattolico deve essere ripulita. Il fatto che usiamo un termine islamico è legato al fatto che tra i giovani il Ramadan è un concetto più conosciuto della Quaresima». Gli esperti di marketing direbbero che che l'islam è un brand più "cool" di quello cattolico.

Pochi giorni fa, era toccato nientemeno che all'arcivescovo di Canterbury (lo stesso che aveva deriso la natività), capo della chiesa d'Inghilterra, chiedere di introdurre nell'ordinamento inglese alcuni elementi della sharia, la legge islamica.

Eppure le risposte che arrivano dal fronte islamico sono chiare e inequivocabili.

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sabato, febbraio 09, 2008

L'errore di Casini

di Fausto Carioti

«Appoggio con forza l’idea di un partito dei moderati italiani da creare entro l’autunno per dare tempestiva risposta di discontinuità ai nostri elettori». Era l’agosto del 2005 e Pier Ferdinando Casini parlava così. Da allora sono cambiate molte cose e tutti i personaggi sulla scena - mica solo lui - hanno avuto modo di smentire se stessi a più riprese. Una cosa, però, non è cambiata: la voglia degli elettori di avere un sistema politico più semplice e chiaro. Tra gli elettori del centrodestra questo desiderio è diventato più forte dopo la decisione di Walter Veltroni di far scendere in campo da solo, senza alleati, il suo Partito democratico. Proprio per questo, la scelta annunciata ieri dal leader dell’Udc appare incomprensibile.

Dicendo «no» all’offerta di entrare nella lista unica con Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, primo passo decisivo verso la creazione di un nuovo soggetto politico, Casini ha rinnegato quattordici anni di percorso compiuto in sostanziale coerenza accanto agli altri partiti del centrodestra. Lui stesso, del resto, pochi giorni fa aveva definito «terra di nessuno» quella nella quale si erano andati a infilare Bruno Tabacci e Mario Baccini, appena usciti dall’Udc per candidarsi da soli, lontani dagli alleati di sempre. Ora, in mezzo alla terra di nessuno, a inseguire gli scissionisti del suo partito, c’è proprio lui.

Perché l’ha fatto? Di sicuro, a Casini non è piaciuto il metodo. Quello di Berlusconi gli è apparso come un diktat, una sorta di “prendere o lasciare”. Avrebbe voluto essere corteggiato ed avere voce in capitolo sulla nascita della nuova creatura. In altri tempi, avrebbe avuto ragione lui. Ma ora le regole sono cambiate. La libertà dal condizionamento dei piccoli partiti è il grande regalo che Veltroni, scegliendo di far correre da solo il suo partito, ha fatto a Berlusconi. Un tesoro che il Cavaliere ha tutta l’intenzione di capitalizzare. E l’Udc - che si è presa qualche giorno di tempo per dare una risposta definitiva - rischia di raddoppiare l’errore se pensa che da qui al 10 marzo, quando dovranno essere presentate le liste, Berlusconi ammorbidirà la sua posizione. Al contrario: né in Forza Italia né in An hanno intenzione di fare compromessi per recuperare l’Udc. Operazione che costringerebbe i due partiti più grandi a rinunciare a parecchi deputati, e che secondo chi sta facendo i conti non cambierebbe di molto l’esito della partita per il Senato, dove il premio di maggioranza è assegnato su base regionale.

Casini sembra anche convinto che ci sia spazio per un progetto centrista autonomo dai due schieramenti. I sondaggisti non ne sono sicuri. Il centro, spiegano, ormai se lo sono pappato Berlusconi e il Partito democratico. Quelli più cattivi accreditano all’Udc percentuali di voto vicine al 3%: siccome la soglia di sbarramento alla Camera, per i partiti non coalizzati, è del 4%, Casini e i suoi sarebbero condannati a guardare le sedute di Montecitorio dal televisore di casa. E anche se questa eventualità, grazie al probabile recupero dei transfughi della Rosa Bianca e a qualche altra alleanza conclusa in corsa, potrebbe essere scongiurata, il semplice dubbio è sufficiente a indurre più di un esponente dell’Udc a valutare se sia meglio restare o seguire le orme di Carlo Giovanardi, entrato nel listone berlusconiano.

Anche l’ipotesi che ricorre più spesso nei sogni dei centristi, quella di un Senato ingestibile nel quale i senatori moderati possano fare da ago della bilancia, appare irrealistica. Una lista che raggruppasse i centristi dell’Udc, la Rosa Bianca e l’Udeur (se l’operazione di riaccasamento di Clemente Mastella con Berlusconi non dovesse andare in porto) potrebbe superare la soglia di sbarramento prevista per palazzo Madama, pari all’8%, solo in Veneto, nel Lazio e in alcune regioni del Sud. Operazione tutta in salita, dunque. Che comunque andasse a finire non darebbe frutti: se nella prossima legislatura si faranno le grandi intese, non sarà per qualche manovra centrista, ma perché Berlusconi e Veltroni stringeranno un accordo sopra le teste di tutti gli altri.

Chi tutto questo l’ha capito benissimo è Luca Cordero di Montezemolo. Su di lui sia Casini sia i transfughi del suo partito contavano per creare un partito moderato con forte appeal nei confronti degli elettori. Ma era un’idea ingenua: il presidente di Confindustria è uno che si farebbe problemi a candidarsi in un partito che vale il cinquanta per cento dei voti, perché non sopporta l’idea di avere contro metà del Paese. Figuriamoci cosa può pensare di un progetto politico che punta a percentuali a una cifra, nel quale manco gli toccherebbe il ruolo di numero uno. Così oggi, sul Sole-24 Ore, Luca Cordero ribadisce che ad accettare simili offerte non ci pensa proprio. E per Casini, alla fine, vale quello che lui stesso, pochi giorni fa, diceva di Tabacci: «È un uomo intelligente, ma confonde i desideri con la realtà».

© Libero. Pubblicato il 9 febbraio 2008.

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giovedì, febbraio 07, 2008

I due forni di Berlusconi

La verità è che Silvio Berlusconi deve ringraziare Walter Veltroni. Eccome. Grazie alla creazione del partito democratico, alla impostazione leaderistica che il sindaco di Roma ha dato al Pd e alla scelta di farlo correre da solo, Berlusconi si trova, per la prima volta da quando fa politica, nella condizione di poter scegliere più o meno tutto. Soprattutto gli alleati. E non è affatto detto che chi è alleato con lui per le elezioni lo sia anche il giorno dopo il voto.

La prima scelta che Berlusconi deve fare riguarda - ovviamente - con chi allearsi per il voto. Ovvero, vista la legge elettorale in vigore, con chi dividere il probabile premio di maggioranza. Il quale, ricordiamo, a Montecitorio è assegnato su base nazionale alla coalizione che ha preso più voti. Ma nulla vieta ai partiti di presentarsi da soli. La tentazione che sta assalendo Berlusconi in questi giorni è quella di riproporre l'"editto" di piazza San Babila, rivolto agli altri partiti del centrodestra: nessuna coalizione; o state con me nella mia lista, alle mie condizioni, oppure siete miei avversari elettorali. Se siete nella mia lista, grazie al premio di maggioranza che vi farò prendere avrete più deputati di quanti ve ne spetterebbero grazie al vostro peso rappresentativo. Ma sia chiaro che comando io, e sulla lista c'è il mio nome. Se siete miei avversari, nulla esclude di allearci di nuovo in Parlamento il giorno dopo il voto, ma sappiate che alla Camera conterete meno del vostro peso elettorale, perché il premio di maggioranza o lo prendo io o lo prende Veltroni. Voi, no di certo. Ora, è evidente che per fare un simile discorso bisogna essere in un evidente punto di forza, sul quale Berlusconi può contare solo perché Veltroni ha deciso di candidarsi senza alleati.

Ma anche se Berlusconi si ri-presenta alleato con gli altri partiti della Cdl, nulla gli vieta di ribaltare il tavolo dopo. Se il giorno dopo il voto scopre che la sua coalizione ha al Senato un margine - poniamo - di 15 senatori (ipotesi plausibile), basterebbe la minaccia di voltafaccia da parte di 8 centristi dell'Udeur o dell'Udc (e questa minaccia prima o poi arriva) per portarlo nelle condizioni in cui abbiamo visto Prodi nell'ultimo anno e mezzo: cucinato a fuoco lento. E siccome lui vuole passare alla storia, e non finire bollito, intende evitare un simile scenario. Quindi, già sta pensando che in questo caso la cosa più sensata sia fare un passettino da parte, proporre come presidente del Consiglio il suo braccio destro Gianni Letta e appoggiare un governo basato su una maggioranza che comprenda anche il Pd. Agli altri partiti della Cdl, suoi alleati elettorali, risponderà che il bene del Paese impone scelte nuove e coraggiose, e li inviterà a imitarlo appoggiando il nuovo governo. Anche in questo caso, il suo sarà un aut aut: chi ci sta bene, chi non ci sta ciccia.

Infine, posto che la prossima sarà con ogni probabilità una legislatura costituente, anche se alla fine Berlusconi si candiderà alleato con gli altri partiti della Cdl e farà un governo con loro, il tavolo delle grandi riforme sarà tutt'altra cosa. E la presenza di un partito democratico che si propone agli elettori - specularmente al partito di Berlusconi - come una sorta di nuova Dc, guidato da un leader privo (a differenza di Prodi) di pregiudiziali antiberlusconiane, renderà il dialogo tra i due partiti sulle riforme, e magari l'accordo, assai più facile. Quasi naturale.

Come mi diceva giorni fa un esponente forzista di primo piano, «la nascita del Pd mette Forza Italia, per la prima volta nella sua storia, nella condizione di poter praticare la politica dei due forni, e cioè di poter scegliere, di volta in volta, se allearsi con chi gli sta a destra o chi gli sta a sinistra». Il vero cambiamento della prossima legislatura, rispetto a quanto abbiamo visto negli ultimi anni, sarà proprio questo. Ci attende qualcosa di tutto nuovo: non assisteremo al replay del copione già visto in questi anni.

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lunedì, febbraio 04, 2008

Vita e aborto, a sinistra qualcosa si muove

Dal blog di Giuseppe "Peppino" Caldarola, ex direttore dell'Unità e attualmente deputato del Pd.
Alcuni settori del mondo cattolico e delle gerarchia chiedono di rivedere le norme dell'aborto tenendo conto delle acquisizioni della scienza in merito alla data d'inizio della vita (usiamo qui una formula brutta ma serve a capirici). Una parte del mondo cosiddetto laico tace, anzi la gran parte, un'altra grida all'aggressione clericale e all'arretramento dei diritti delle donne. Non capisco perchè un tema solenne come la vita debba sollevare discussioni così ideologiche. Non mi sfugge il valore simbolico di un dibattito sulla vita e sulla morte. Non sfugge alla mente umana da alcuni millenni. Mi sfugge il fatto che alcune componenti del mondo laico e progressista non cerchino di mettersi dalla parte della vita e di qui giudicare il resto. Prendiamo la difficile discussione sulla rianimazione dei feti, cioè dei bimbi prematurissimi. Come si può discutere in astratto se dipenda dalla decisione dei genitori salvarli o no fuori dalla definizione del loro carattere di esseri viventi con diritto di vivere. Io, per esaminare l'altro elemento del dibattito, sono perchè il malato possa decidere di non accettare più le cure, ma non sono perchè il diritto alla vita o alla morte sia frutto di un arbitrio anche se esercitato da animo amorevole. Il Papa ha ragione a mettersi dalla parte della vita. Tocca a noi laici ricominciare a ragionare sulla vita in modo aperto, senza fare passi indietro, senza consegnare le donne ad antiche pratiche, senza accanimenti di ogni tipo, ma partendo dalla vita e non sentendoci turbati dalla formula "diritto alla vita".
Applausi. Sono le stesse cose che qui si dicono da un pezzo.

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sabato, febbraio 02, 2008

Se perdono loro non vale

di Fausto Carioti

Se perdiamo non vale. Così, storpiando Julio Iglesias, le macerie dell’Unione rotolano verso quella che si preannuncia come una batosta senza precedenti. Sono a picco nei sondaggi, anche in quelli dei quotidiani amici: secondo Repubblica, nell’ipotesi più plausibile, quella che vede il centrosinistra diviso e la Cdl candidarsi unita, il centrodestra conquista il 53,7% dei voti e l’attuale maggioranza arranca a quota 46%. Altre rilevazioni fotografano un divario ancora più ampio e, nelle regioni più popolate del Nord danno il centrosinistra sotto di venti o trenta punti. Sono lacerati al loro interno, assai più di quanto appaia a prima vista. Marco Damilano, sull’Espresso, ha appena raccontato l’applauso da stadio scattato alla fondazione del cinema per Roma quando il Senato ha staccato la spina al governo Prodi: a spellarsi le mani erano i fedelissimi di Goffredo Bettini, il braccio destro di Walter Veltroni. Quanto a Massimo D’Alema, forse annunciando la sua idea di far votare il prima possibile il referendum elettorale intendeva davvero mettere in crisi l’opposizione. Ma l’unico risultato che ha raggiunto è stato convincere Fausto Bertinotti a dichiarare chiusa la legislatura. Niente di strano, insomma, se la nuova linea di difesa che si sono scelti D’Alema e i suoi fidati dà già per scontata la sconfitta alle urne: il prossimo parlamento, sostengono costoro, sarà illegittimo.

L’appiglio è stato fornito dalla Corte costituzionale. La quale nei giorni scorsi, dichiarando ammissibile il referendum di Mario Segni e Giovanni Guzzetta, ha detto che l’attuale legge elettorale è «carente», poiché assegna il premio di maggioranza alla coalizione vincente indipendentemente dal raggiungimento di una quota minima di voti. Dentro al Pd non aspettavano altro. Il ministro degli Esteri ha spiegato, in una lettera al Corriere della Sera, che «le carenze e le incongruenze della legge elettorale gettano un’ombra sulla sua legittimità costituzionale». Il suo fedelissimo Nicola Latorre, parlando al Manifesto, ha minacciato un ricorso subito dopo le elezioni. Il presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, ha fatto lo stesso sul Sole-24 Ore: «Se venisse presentato un ricorso alla Consulta, è probabile che la Corte dichiarerebbe incostituzionale la legge. E la conseguenza sarebbe la fine della legislatura». Con la scusa di voler convincere Berlusconi ad accettare il governo Marini, gli si fa capire che, se non cede, a vittoria ottenuta gli scateneranno contro i giudici costituzionali.

Abituato ai magistrati del pool di Milano, Berlusconi non si è scomposto. Sia perché gli avvertimenti del Pd non hanno solidi fondamenti giuridici (come spiega bene in queste pagine il costituzionalista Nicolò Zanon). Sia perché le ragioni dei suoi avversari sono portate avanti in modo dilettantesco. Lo stesso D’Alema sostiene che, piuttosto che andare al voto subito con la legge in vigore, è meglio far votare prima il referendum. Peccato che, se si vuole dare retta alla Consulta, come lui dice di voler fare, la legge elettorale referendaria sia ancora più «carente» di quella attuale, poiché assegna il premio di maggioranza non alla coalizione che prende più voti, ma al singolo partito. Se voleva atteggiarsi a costituzionalista, Baffino doveva studiare meglio la pratica.

Anche Franco Marini ci mette del suo. Stamattina incontrerà i vertici di Confindustria e di altre associazioni datoriali. Poi sarà il turno dei sindacati. Gli agiografi di Marini ce la stanno vendendo come una mossa astuta, partorita dalla mente acuta del lupo marsicano, vecchio sindacalista. In realtà il suo è un gesto contraddittorio, che sconfessa quello che lo stesso Marini e Giorgio Napolitano hanno detto in questi giorni. Il presidente della Repubblica aveva spiegato che quello di Marini era un «mandato finalizzato a verificare la possibilità di riformare la legge elettorale». Ma questa è materia che riguarda solo le forze politiche e il Parlamento. Imprenditori e sindacati non c’entrano nulla. Certo, hanno interesse ad avere una legge elettorale che dia vita a governi stabili. Ma lo stesso interesse ce l’hanno, ad esempio, i proprietari d’immobili, che in Italia sono milioni. Eppure nessuno ha invitato i rappresentanti di Confedilizia. Ed è difficile dare torto al Forum delle Famiglie quando chiede a Marini di essere convocato «al pari di altre componenti sociali».

Diciamo allora che l’ex leader della Cisl sta cercando di capire se esistono margini per varare un “governo della concertazione”, con obiettivi più ampi di quelli dichiarati. Sapendo di non avere una maggioranza politica e probabilmente, al Senato, nemmeno una maggioranza numerica, prova ad accreditare il suo governo davanti a grandi imprese e sindacati come l’esecutivo delle riforme condivise, col quale un po’ tutti avranno qualcosa da guadagnare. Per poi mettere Berlusconi al bivio: sfidare un vasto blocco d’interessi (e i suoi organi d’informazione) o chinare il capo.

Ma il trucco, anche in questo caso, è pacchiano. Marini non ha convocato tutte le parti sociali. Abi e Ania, le due grandi associazioni che rappresentano banche e assicurazioni, pur essendo state interpellate dalle altre hanno scelto di non firmare l’appello. E Marini non le ha chiamate (la gaffe è tale che potrebbe ripensarci). Né, tra i tanti, è stata convocata la Confapi, la confederazione che, a differenza di Confindustria, difende solo le piccole imprese, e conta oltre un milione di associati. Confapi, guarda caso, ha chiesto un rapido ritorno alle urne per dare un governo stabile al Paese. Anche all’interno delle associazioni che hanno proposto di rinviare il voto abbondano le prese di distanza. Il caso più clamoroso è proprio quello di Confindustria, dove Emma Marcegaglia, ormai candidato unico alla successione di Luca Cordero di Montezemolo, ha detto che le riforme si potranno fare pure dopo le elezioni. Insomma, più che un vero blocco sociale, quello evocato dal presidente del Senato sembra il club degli amici del governicchio. Chiamare in causa solo loro per poi dire, come ha fatto ieri Marini, che la «totalità degli orientamenti» delle forze sociali è con lui, è facile e ridicolo allo stesso tempo.

© Libero. Pubblicato il 2 febbraio 2008.

Update. Come noto, nel frattempo, Montezemolo, nel suo colloquio con Marini, ha fatto marcia indietro: «Se non ci sono le condizioni per lunedì o martedì, e noi crediamo che non ci siano, non perdiamo tempo». Marini è messo sempre peggio. Si va al voto.

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