domenica, agosto 10, 2008

Putin alla guerra per il monopolio del gas

di Fausto Carioti

Davanti alle scene di guerra che arrivano dalla Georgia, il rischio di guardare il dito e ignorare la luna è forte. Ma con Vladimir Putin di mezzo sarebbe un grave errore. Per il premier russo la politica estera (della quale, come diceva von Clausewitz, «la guerra è la continuazione con altri mezzi») e la grande partita per le forniture energetiche all’Europa sono la stessa cosa. E comunque, semmai, è la prima ad essere subordinata alla seconda. Così se a prima vista, stavolta, in gioco sembra esserci l’autonomia dell’Ossezia del sud, in realtà la sfida vera riguarda il controllo del trasporto del gas dalle regioni del mar Caspio sino alle nostre case per i prossimi decenni. Putin vuole che la Russia, tramite Gazprom, abbia il monopolio dei gasdotti che anche in futuro collegheranno i vecchi territori dell’Unione Sovietica al resto del mondo. Per riuscire nel progetto, che darebbe al suo Paese un potere economico e politico mai raggiunto prima, Putin deve impedire che si concretizzi lo scenario alternativo, al quale lavorano da anni gli Stati Uniti e, per quel poco che può, l’Unione europea. Scenario nel quale la Georgia, in queste ore martellata dai bombardamenti russi, svolge un ruolo cruciale.

Se si osserva il conflitto da questo punto di vista, il vero nemico di Putin non è il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, ma un’enorme infrastruttura chiama Nabucco, che per ora esiste solo sulla carta, ma che se mai sarà realizzata segnerà la fine dei sogni monopolistici del Cremlino. Lungo 3.300 chilometri, Nabucco è stato progettato per portare il gas da Erzurum, nella Turchia orientale, sino alle porte di Vienna, nel cuore dell’Europa. È previsto che il suo percorso si snodi attraverso Bulgaria, Romania e Ungheria. Del consorzio fanno parte i cinque Paesi interessati e la Germania, ma per avere senso l’opera dovrà necessariamente stringere accordi con paesi fornitori di gas. Se si riuscisse a collegare il terminale orientale di Nabucco con i grandi giacimenti dell’Azerbaigian e - al di là del mar Caspio - di Turkmenistan e Kazakistan, tagliando fuori la Russia, il gioco sarebbe fatto e Gazprom si troverebbe uno scomodo concorrente a contendergli le forniture di metano ai Paesi europei. Oggi, messi assieme, Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan controllano il 3,3% delle riserve “provate” di gas naturale nel mondo, ma i loro giacimenti sono ancora in parte inesplorati e possono riservare sorprese.

Il collegamento tra Nabucco e le sponde occidentali del mar Caspio già esiste: è il cosiddetto gasdotto BTE, che parte dalla capitale azera Baku, tocca Tbilisi e termina proprio a Erzurum, e corre parallelo a un oleodotto che porta in Turchia il greggio del Caspio, lasciando la Russia fuori dai giochi. La realizzazione di quest’opera è stata salutata come una delle più importanti vittorie politiche americane nei confronti di Mosca, che è dovuta venire a patti con il diavolo ed è entrata, tramite una joint-venture tra Eni e Lukoil, nella compagnia che controlla il gasdotto. Per arrivare al gas di Turkmenistan e Kazakistan resta da collegare Baku con la sponda opposta del mar Caspio. Si tratta dell’operazione più difficile: non tanto dal punto di vista ingegneristico, quando da quello politico.

Anche in questo caso, come per Nabucco e per il BTE, l’idea porta il sigillo del dipartimento di Stato americano ed è sponsorizzata dall’Unione europea. La Russia, che gioca in tandem con l’Iran, si oppone con tutti i mezzi, sostiene che l’opera avrebbe un inaccettabile impatto ambientale e avverte che la conduttura sottomarina, anche se in grado di collegare solo le sponde azere con quelle del Turkmenistan, deve essere approvata da tutti i Paesi che si affacciano sulle sponde caspiche, e quindi pure dai governi di Mosca e Teheran. Che, ovviamente, non daranno mai il via libera.

Almeno sulla carta, dunque, il progetto che prende il gas dalle ex repubbliche sovietiche, lo fa passare sotto il mar Caspio e a sud del mar Nero per portarlo infine al centro dell’Europa, senza che la Russia ci guadagni un centesimo, già esiste. E il governo di Mosca lo ha preso molto sul serio, tanto che negli ultimi anni si è impegnato a fare terra bruciata attorno a Nabucco e alla “pipeline” sotto il Caspio. Nel 2007 i vertici di Gazprom, assieme a quelli dell’Eni, hanno presentato la loro risposta, chiamata South Stream. Il tracciato di questo gasdotto parte dalla Russia, prosegue nelle profondità del mar Nero per 900 chilometri, emerge in Bulgaria e da lì si dirama in diverse direzioni, incluso il sud dell’Italia. Anche se ufficialmente non è alternativo a Nabucco, la sua realizzazione, a detta di molti analisti, sarebbe un durissimo colpo per il gasdotto rivale, che già deve fare i conti con la disinvolta campagna acquisti di Gazprom e delle autorità moscovite.

La Bulgaria, ad esempio, che fa parte della Nato e dell’Unione europea, è entrata nel progetto South Stream, nonostante la commissione Ue avesse detto chiaramente che il «progetto prioritario», per Bruxelles, è Nabucco, non quello di Gazprom ed Eni, che infatti non libera i Paesi europei dalla dipendenza energetica nei confronti di Mosca. Le buone relazioni tra il Cremlino e Belgrado sono servite poi per dare a South Stream via libera al passaggio nel territorio serbo, aprendo così al gas russo le porte dell’Europa senza passare per Ucraina e Bielorussia. Mentre nei confronti di Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan la Russia ha scatenato un’offensiva diplomatica interessata a impedire che parte del loro gas possa finire in Europa senza passare da Gazprom. Le tre repubbliche centroasiatiche prendono tempo, ben felici di essere oggetto dell’attenzione di Stati Uniti e Ue da un lato e della Russia dall’altro.

Ogni progetto di portare gas e petrolio dall’area del Caspio all’Europa tagliando fuori la Russia, però, si arresterebbe se la Georgia, snodo cruciale, fosse costretta a limitare la propria indipendenza da Mosca. L’Europa dipenderebbe sempre più da Gazprom per la propria sopravvivenza e gli Stati Uniti subirebbero una dura sconfitta in una delle regioni strategicamente più importanti del pianeta. Per questo l’autonomia di Tbilisi è tanto importante. E per questo ci si può attendere che a Washington - nonostante il momento sia delicato a causa della vicina scadenza elettorale - faranno il possibile per difenderla.

© Libero. Pubblicato il 10 agosto 2008.

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